Ormai ho capito che il mondo si divide in due grandi categorie: chi ritiene fondamentale guardare la TV e chi no.
La cosa non sarebbe degna di nota se non fosse che sovente i primi tendono ad affibbiare ai secondi tutta una serie di etichette che va dal fighetto-finto-intellettuale al vagamente-rincitrullito-che-non-sai-nemmeno-chi-ha-vinto-il Grande-Fratello.
Vai a spiegare loro che la TV, almeno quella generalista (non ho l’abbonamento a Sky), ti annoia in quanto completamente inutile. Che se non fosse per qualche film la sera ogni tanto starebbe spenta per mesi interi. Che esiste una alternativa ai telegiornali fatti così (genericamente parlando).
Che quelle trasmissioni belle e importanti per approfondimento non ce la fai più a guardarle perché ti fanno stare male. I vari Ballarò e Anno Zero ti causano versamento di bile alternati ad attacchi d’ansia; le inchieste di Report e di Riccardo Iacona, giornalista di straordinarie bravura e delicatezza, ti buttano in uno stato di prostrazione profonda con conseguenti crisi d’insonnia. Tolto poco altro in onda ad orari impossibili per chi lavora, il resto è solo blabla di sottofondo. Insomma, che si può vivere bene anche senza la maggior parte di quanto viene trasmesso.

Foto di ~sparklystardust
“Ma tu stai su internet e internet è lo stesso della tv”. Me lo hanno detto l’altro giorno.
Mi chiedo se questa sia una percezione diffusa.
Forse dipenderà dal fatto che sempre di più un monitor si identifica con un apparecchio televisivo – e viceversa – e per chi osserva da fuori tutta questa differenza non c’è, ma è una posizione questa che sottintende non solo che “internet” sia del tutto superfluo, ma che, in quanto superfluo, se ne possa fare a meno.
Intendiamoci, non è che io sia contro la TV tout court, è che avendo visto un po’ come funziona all’estero quella di casa nostra mi pare quasi senza qualità. In poche parole, il mio ideale sarebbe più Discovery Channel e meno Italia1, con un tocco di BBC qua e là, almeno per quella di Stato.
E, aggiungerei, meno editti bulgari e più pragmatismo anglosassone.
A proposito di TV di Stato: trovo piuttosto avvilente che a casa nostra vengano acquistati programmi prodotti da quelle degli altri Paesi perché vengano poi ritrasmessi qui dai canali a pagamento; che si importino format su format e non se ne esporti nemmeno uno.
C’è da rifletterci su, non è vero?
Tags: conversazioni, internet, televisone, tv
Ne avevo parlato nel post dedicato all’8 marzo di questa iniziativa di Collettivovoci. Le letture stanno continuando anche in questi giorni, con un respiro più ampio di quello concesso da un’unica data simbolica.
La mia è qui.
Ho scelto questo brano perché è un pugno nello stomaco. Leggerlo non è stato semplice, perché parla di donne cancellate. Non a caso Eve Ensler ha messo insieme, le une accanto le altre, le donne di Islamabad e di Ciudad Juárez.
In fondo, nascere in un luogo invece che in un altro è solo questione di buona o cattiva sorte. Avrei potuto essere io, a nascere in Messico o in Pakistan, o a ritrovarmi perseguitata e minacciata da un uomo violento.
Mi hanno molto emozionato quelle parole, spero trasmettano a chi ascolta le stesse sensazioni che hanno trasmesso a me, non per ultima la voglia di saperne di più.
Immagine da internet
Quella di “punire” le donne sfigurandole con l’acido solforico è una pratica diffusa in Pakistan e in Bangladesh, ma si registrano casi anche in Nepal e Afghanistan. Basta pochissimo: un innamorato rifiutato, un disaccordo sulla dote della sposa, un marito geloso, un padre contraddetto. O semplicemente, spesso è sufficiente essere troppo belle.
L’acido in pochi secondi brucia la pelle, distrugge tendini e muscoli, intaccando le ossa. I danni, terribili, sono permanenti e spesso conducono alla morte, anche per suicidio.
Il vetriolo cancella queste donne non solo nei lineamenti, ma anche per la famiglia di origine e per la comunità, dalle quali vengono rigettate. Non esistono più, la polizia si rifiuta di intervenire e nella maggior parte dei casi difende gli aggressori.
Smileagain è l’associazione che in Italia si prende cura di queste donne: “Non ci si limita ad agire per rimediare ai danni commessi da individui irresponsabili, ma s’intende soprattutto denunciare la violenza intrinseca in tali gesti in quanto offesa al genere femminile in primo luogo, ed al genere umano evidenziando in tal modo il problema di un microcosmo femminile che, purtroppo, oltre a vivere in una regione già interessata da molteplici contrasti e difficoltà, viene ghettizzato ulteriormente da una violenza che tende a colpire la donna nel suo essere e nell’intrinsecazione dell’individualità femminile”.
Le donne a Juárez vengono fatte sparire, letteralmente, a centinaia. Portate via e ritrovate, a volte, ridotte a brandelli nel deserto. Torturate, uccise e scaricate come rifiuti. Non esistono colpevoli, nella maggior parte dei casi. Dal 1994 sono stati ritrovati corpi a centinaia. Anche per loro è facilissimo sparire: semplicemente non si rientra dal turno in fabbrica la sera. Nessuno sa niente, nessuno vede niente. La polizia è collusa con i carnefici nel peggiore dei casi, inefficiente e disattenta nel migliore. Per le donne di Juárez è stato coniato il termine “femminicidio”; restituisce l’idea del genocidio silenzioso, questa parola.
Le donne di Juárez sono vittime due volte: della povertà che le spinge verso la frontiera in cerca di un lavoro sottopagato nelle maquilas, le fabbriche locali, e vittime dei loro torturatori: stupratori, narcotrafficanti, produttori di snuff movies.
Le madri delle ragazze scomparse o assassinate si sono riunite nell’associazione Justicia Para Nuestras Hijas e insieme chiedono verità e giustizia per le loro figlie.
Foto di jimw
Per approfondire l’argomento segnalo questi i libri:
L’ inferno di Ciudad Juárez. La strage di centinaia di donne al confine Messico-Usa di Victor Ronquillo, ed. Baldini Castoldi Dalai, € 16,50
Il deserto delle morti silenziose. I femminicidi di Juárez di Alicia Gaspar de Alba, ed. La Nuova Frontiera, € 18,00
La città che uccide le donne. Inchiesta a Ciudad Juárez di Marc Fernandez e Jean-Christophe Rampal, ed. Fandango Libri, € 16,00.
E il film Bordertown di Gregory Nava, con Antonio Banderas e Jennifer Lopez
Molti forse si chiederanno perché mi stanno a cuore i fatti di donne tanto geograficamente distanti da noi; in effetti non è che qui, nel nostro Paese, oggi, non manchino casi di donne violentate, brutalizzate e uccise, anzi. La situazione è sotto gli occhi di chi vuole vederla, in termini di abusi e in termini di discriminazione.
Sono convinta però che sia importante considerare il tutto nel suo insieme. Il quadro è un mosaico formato da innumerevoli tessere, rimanere nei limiti di una visione particolare rischia di rendere incomprensibile l’intero rappresentato, ossia l’esistenza di una questione femminile che travalica i confini e che si manifesta in forme diverse, ma che riguarda tutte in qualche modo.
Tags: ciudad Juárez, collettivovoci, diritti delle donne, donne, femminicidio, i monologhi della vagina, smileagain, violenza sulle donne
- Stego,
- Iskah,
- giuseppe c. | markgreene,
- gattostanco,
- candy,
- lasacco,
- Lawrence Oluyede
-
Dove spiego i perché di una scelta.
-
ammetto che non conoscevo la storia delle donne di Juárez e apprezzo ancora di più la tua scelta. e ancora una volta ti ringrazio per non farmi ignorare. anche se è davvero terribile
-
Grazie a te lasacco. La storia delle donne di Juárez non è molto nota, in effetti. Terminata la lettura mi è venuto il dubbio che molti non sapessero veramente di cosa stessi parlando, e così ho pensato di spiegare un po'.
-
Niki, in effetti la seconda parte della lettura mi aveva "incuriosito" (non riesco a trovare un altro termine, scusa) e cedo che sarei andata a cercare. mi hai facilitato la ricerca
Ho preso ad odiare questa giornata, lo dico a chiare lettere. Ogni anno spero sia l’ultimo, che non ce ne sia più bisogno di avere una giornata dedicata alle donne. Al contrario, mi piacerebbe che ci fossero 365 giorni dedicati alla Persona. Un bel sogno.
Mi dispiace molto, e mi fa anche vagamente imbestialire, quando molti e molte prendono l’8 marzo come un festa. Non lo è. Non si celebra niente oggi, non c’è nulla da celebrare, se non il fallimento. Il fallimento di cambiamenti culturali che dovevano essere e non sono stati del tutto, il fallimento di tante speranze. Lo vedo negli atteggiamenti, lo sento e leggo nelle parole di tanti uomini ma anche di tante donne, specialmente di quelle più giovani. La spinta propulsiva dei reggiseni bruciati, delle lotte per l’autodeterminazione e per il diritto di scelta – divorzio e aborto – si è esaurita, impantanata nel torpore generalizzato di questi ultimi trent’anni.
Foto di lchjejag
Odio che che in questa giornata si pensi alle bisbocce tra amiche e agli spogliarelli maschili quali segni di una uguaglianza becera e falsa e odio che per tanti sia più che altro un contentino, un’ora d’aria tra diritti negati, scelte difficili e obbligate, etichette e mercificazione. E, per favore, niente auguri: mi suonano sempre come una sottile presa per i fondelli.
Quello che mi rattrista di più è che molte non hanno la percezione che essere donne ancora significa essere cittadine di serie B. Mi duole riconoscere che spesso sono proprio le più giovani, come dicevo, a non vedere il problema.
Non sono una di quelle che pensano che le donne sono le naturali nemiche di loro stesse, anzi, ma l’impressione che ho è che il gap generazionale abbia creato un ulteriore “noi” contro “loro”.
E la colpa è anche nostra, di chi era bambina negli anni ‘70. Non siamo state protagoniste delle lotte, ne abbiamo solo respirato l’aria da lontano. Non avendole provate sulla nostra pelle, siamo cresciute con la convinzione che tutto quanto era stato conquistato fosse nostro di diritto, mentre non è mai stato così.
Lo senti nei discorsi di certi uomini, lo vedi nei tentativi reiterati di togliere alle donne per legge il diritto di decidere del proprio corpo, nei dati delle statistiche, nella sottocultura di voler relegare le donne in ruoli che non sono frutto di scelte personali, ma sempre e solo imposti.
Nel fatto che la principale causa di morte, tra le donne di tutto il mondo, è la violenza. Odio l’8 marzo anche per questo: non si fa abbastanza, non si sa abbastanza.
Per questa ragione sono stata contenta di aderire all’iniziativa di lettura collettiva di Collettivovoci: i brani scelti sono stati tratti da “I monologhi della vagina”, niente di meglio per prendere coscienza di noi stesse, nel bene, nel male, in quello che siamo, in quello che potremmo essere. Dentro e fuori.
Tags: 8 marzo, collettivovoci, diritti delle donne, donne, femminismo, i monologhi della vagina
-
sottoscrivo in pieno. grazie per dirlo molto meglio di me!
-
Alla fine dei conti non è una giornata allegra. Grazie a te lasacco.
-
No, non è una giornata allegra, vista la sua origine. Però proprio per questo, secondo me, è l'occasione per ricordare tutte le donne che con fatica, coraggio, costanza, fierezza, sofferenza e serietà sono diventate -in vari campi- motivo d'orgoglio per l'umanità, senza rinunciare mai al loro essere donne. E pensando a loro, ci si sente più forti; sono uno stimolo ad andare avanti, a migliorarsi, a non aver paura.
-
mi piace. Anche io ho detto la mia:)
-
mitì tesora :) io la vedo un po' fuori tempo sai? e parlo della festa, non delle motivazioni sottese, sia chiaro. Questo è il senso che ho dato al mio post/riflessione.
-
A me, che vivo una vita da uomo dall'età dell'asilo in poi, queste parole fanno bene, molto bene. Che se ne accorgano le signorine tutte tacchi e ticchettio. Grazie.
-
"signorine tutte tacchi e ticchettio" è una figura che presumibilmente userò, in futuro. grazie. :)
-
Grazie a tutti :) Fairy, è proprio quello che intendevo: una delle cose più odiose è quella di voler chiuderci all'interno di ruoli che spesso non accettiamo per libera scelta, ma per una imposizione (culturale, psicologica, ecc.) Quando si può scegliere invece, va bene tutto perché siamo in grado di fare tutto: lavori tradizionalmente maschili (ma non è detto che le tradizioni non possano essere cambiate) e camminare sui tacchi quando ce n'è l'occasione. :)
Oggi pomeriggio, tramite il blog di Alessandro Gilioli “Piovono rane”, Andrea Celli, proprietario del marchio John Ashfield, ha risposto a Sybelle.
Copio qui sotto la lettera aperta affinché, come sempre, ognuno possa trarne le debite conclusioni, anche in relazione a quanto avvenuto in precedenza.
Cara Sybelle
Mi chiamo Andrea Celli e sono il titolare del marchio John Ashfield, oggetto del suopost.
Ho deciso di scriverLe perché sono rientrato ieri sera da un viaggio d’affari all’estero e appena informato dai miei collaboratori sull’accaduto di questi giorni, sono rimasto sinceramente sconvolto da tutto quello che era successo in Internet, in seguito alla richiesta da noi inviata a WordPress per la rimozione dei commenti di quelle persone di cui non conosciamo l’identità e che, non qualificandosi e in modo anonimo, sul suo blog volevano chiaramente non portare una critica costruttiva, ma solo danneggiare intenzionalmente la mia azienda.
Le ribadisco, come Le è stato già spiegato in una nostra precedente lettera aperta, che ritengo questi commenti anonimi fortemente lesivi e diffamanti del marchio John Ashfield perché non corrispondono sicuramente alla realtà della mia azienda, un’azienda a cui io ho dedicato e dedico tuttora la mia vita, con grande passione per questo brand John Ashfield che, con grande sacrificio mio e dei miei collaboratori, è diventato una realtà mondiale realizzando in tal modo il mio sogno.
Io non conosco nulla di Lei, né ho il piacere di conoscerLa personalmente, ma presumo che Lei sia una ragazza giovane, piena di capacità e sicuramente tecnicamente molto preparata per muovere critiche costruttive ad una immagine pubblicitaria, tuttavia non posso accettare che nel Suo blog Lei permetta di pubblicare commenti non alla sua critica, ma affermazioni anonime sulla nostra azienda, lesivi e diffamanti della nostra immagine e della nostra organizzazione aziendale e produttiva, di cui Lei non sa e non può sapere nulla, senza che Lei ne abbia controllato la veridicità.
Questa è una Sua responsabilità, perché gettare fango ad una azienda è troppo facile rimanendo nell’ anonimato e sfruttando il Suo blog per tali scopi.
Dato che La ritengo una ragazza sagace, spero Lei comprenda di aver fatto degli errori gestendo con leggerezza un blog sul mio marchio e permettendo di trattare in esso una materia a Lei sconosciuta, errori di cui noi pagheremo le conseguenze.
Quindi Le chiedo sinceramente di aiutarmi in prima persona a far cessare tutto questo casino che è scaturito dal mondo di Internet contro la mia azienda.
Vorrei comunque anche avere l’opportunità di conoscerLa meglio per capire perché ha fatto questo e quale vantaggio può esserle venuto da questa situazione.
Se posso darLe comunque un mio consiglio per il futuro, Le dico che nella vita non basta aprire un blog per realizzarsi criticando quello che fanno gli altri, perché, come Lei saprà, lavorando si può anche sbagliare, ma forse è meglio investire le proprie energie cercando di creare un proprio progetto facendolo con passione e sacrificio come io ho sempre fatto in questi anni.
Andrea Celli
P.S.: tengo a precisare che noi non produciamo capi in Bangladesh, ma che siamo produttori ed esportatori in tanti paesi nel mondo (sempre nel rispetto delle leggi locali), tra cui Germania, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Stati Uniti, Messico, Bulgaria, Romania, Olanda, Belgio, Austria, Svizzera, India, Cina. I dati riportati in Camera di Commercio sono relativi all’iscrizione effettuata anni fa, a cui è seguito un forte incremento della produttività con relativa modifica della geografia della nostra produzione.
I nostri capi infine riportano tutti in modo trasparente l’etichettatura di origine (in modo che il cliente sappia sempre dove questi sono stati prodotti): quindi non capisco dove possa essere il problema nell’avere diverse aree di import produttivo.
A me rimane qualche perplessità. Confesso che questa lettera ho dovuto leggerla un paio di volte per poter mettere a fuoco con la necessaria serenità quanto scritto dal Sig. Celli. La prima impressione, ad ogni modo, è stata quella di una operazione condotta con qualche ingenuità e senza conoscere come in effetti funzionano “le cose di rete”. Non credo sia questa una questione di poco conto per un’azienda che opera in campo internazionale, anche nel settore dell’e-commerce.
Al di fuori di ogni eufemismo, le misure prese per difendersi da un unico commento considerato “lesivo e diffamatorio” sono state del tutto fuori misura, sarebbe bastato chiedere direttamente a Sybelle di rimuovere quell’unico commento anziché entrare con la forza di un ariete direttamente in Wordpress.com.
E proprio l’operato di Wordpress.com ha suscitato l’ondata di reazione di molti blogger, in prima battuta, non tanto quello di John Ashfield.
Peccato per il prosieguo però. Il Sig. Celli sicuramente saprà che esprimere un giudizio estetico, del tutto personale, su una immagine – una pagina di pubblicità, in questo caso – è del tutto legittimo da parte di chi quella pubblicità la guarda, anche non volendo. Quando si opera pubblicamente, per fortuna o purtroppo, si è sempre criticabili, nel bene o nel male. Le critiche tecniche di Sybelle erano critiche costruttive e generate proprio dall’apprezzamento dei prodotti John Ashfield e di una certa affezione al suo marchio.
Sbagliare fa parte del gioco; non ricevere l’apprezzamento del pubblico ne fa altrettanto parte. Ognuno investe le proprie energie nella maniera che crede più idonea e opportuna. Non mi risulta che Oliviero Toscani ad ogni campagna Benetton pesantemente criticata – e ce ne sono stata diverse – abbia alzato il dito e fatto lezione su come e dove chi lo criticava dovesse investire le sue energie.
Mi stupisce inoltre il voler insistere su un eventuale vantaggio che Sybelle avrebbe ricevuto con il suo post (che risale circa a un anno fa, vorrei ricordare). Mi incuriosisce questo voler cercare il complotto a tutti i costi, quando quanto successo è di una chiarezza disarmante quasi.
Una chiosa finale: dall’esterno a me pare che John Ashfield abbia mancato una grande occasione per avviare una campagna all’insegna della trasparenza e del dialogo aperto con i suoi clienti, anche potenziali. A questo punto, quindi, posso solo osservare – e consigliare – che alla ditta John Ashfield oltre che un bravo professionista della grafica serva anche un esperto di comunicazione via web, ne trarrebbe giovamento. Li consideri alla stregua di un investimento per il futuro.
Aggiornamento del 24/02/10
Questa sera, sempre tramite il blog di Alessandro Gilioli, Andrea Celli ha dato un ulteriore riscontro dopo il tam tam sul web dei giorni scorsi. Incollo qui la lettera con il mio commento su “Piovono rane”.
Riprendiamo nuovamente la nostra lettera aperta per ribadire un concetto che forse non siamo riusciti a chiarire fino a qui.
Innanzitutto non abbiamo mai richiesto né voluto provocare la chiusura del blog di Sybelle da parte di WordPress.
Siamo un’azienda italiana che opera dal 1982 in Italia ed all’estero, siamo produttori di abbigliamento e in questo abbiamo una grande esperienza, ma certamente non siamo esperti di blog e relativa tutela degli utenti di tale servizio.
Senza ombra di dubbio abbiamo sbagliato nel rivolgerci a WordPress anzichè scrivere direttamente a Sybelle, ma questo (che ci si creda o no) è stato dettato proprio dalla nostra inesperienza in questo settore. Abbiamo sbagliato e questo ci aiuterà a capire meglio per il futuro come muoverci in questi casi.
Non ci vogliamo ergere a giudici di nessuno nè tantomeno ci vogliamo mettere su un piedistallo come siamo stati accusati di fare. Siamo un’azienda aperta a tutte le critiche, ma non certamente alle offese gratuite soprattutto se anonime e fatte per colpire la nostra immagine e il nostro lavoro.
Abbiamo sempre operato, in tutti questi anni di attività, nel pieno rispetto delle regole del nostro Paese e del mercato in cui operavamo.
Siamo nell’epoca dell’economia globale ed operiamo a livello mondiale sia in export che in import, ma oltre il 65 per cento della nostra produzione è ancora creato in Italia e nei nostri laboratori e quando operiamo con laboratori sui territori esteri, la loro organizzazione e le direttive della produzione sono fornite dalla nostra sede.
Abbiamo ottenuto il riconoscimento da parte della Camera di Commercio come azienda che crea capi su misura nei nostri laboratori di sartoria. Abbiamo sempre regolarmente etichettato i nostri capi con la loro reale provenienza come è previsto dalle norme di legge.
Non disconosciamo quanto si trovi scritto in generale sulle aree import ed export della Camera di Commercio relativamente alla nostra compagnia, ma si tratta di descrizioni generali, fornite alla Camera di Commercio ancora all’inizio della nostra attività e da allora mai aggiornate, in quanto per noi non determinanti della qualità di un’azienda, anche perchè da allora le realtà aziendali sono variate molto e si sono ampliate.
Inoltre tali diciture riportano semplicemente le possibili aree import ed export di un’azienda, non certamente quanta parte di vendite o di produzione queste zone citate rispecchino sulla totalità del fatturato o della produzione aziendale.
Riteniamo di avere sempre operato con correttezza ed abbiamo molti collaboratori che lavorano con noi dall’inizio della nostra attività e che, crediamo meritino il giusto rispetto della propria attività e degli sforzi che compiono per mantenere alta l’immagine del nostro marchio.
E’ anche per questo motivo che non possiamo accettare offese gratuite ed anonime , per quanto invece accettiamo le critiche, meglio se costruttive e se fatte da persone che hanno esperienza del nostro settore. Riteniamo che , nonostante la nostra lunga esperienza, in ogni settore ci sia sempre da imparare.
Non ultimo dovremo anche imparare le regole del Web
Il mio commento:
Noto con piacere che dall’ultima sua lettera aperta il sig. Celli ha cambiato del tutto tono e registro. Un solo appunto: non esiste migliore difesa contro le offese gratuite (anonime o meno non fa differenza) che la realtà dei fatti. Rinnovo al sig. Celli l’invito che gli ho fatto tramite il post sul mio blog, ossia di investire in professionisti sia per quanto riguarda la sua campagna pubblicitaria che per la comunicazione via web.
Tags: Alessandro Gilioli, andrea celli, censura, john ashfield, piovono rane, pubblicità, sybelle
-
mah. che tristezza.
-
Concordo. La parola "provincialismo" mi risuona in testa con una certa insistenza.
-
non ho commentato la vicenda finora, sperando che non finisse nel legale. c'è una grandissima insegna luminosa con la scritta "occasione persa" sopra questo epilogo. molta amarezza, molte cose che non hanno funzionato e la consapevolezza che siamo ancora considerati "quel branco di coglioni che sta su Internet".
-
vero Davide, verissimo. Noi sappiamo però di essere solo un branco... :)
-
eggià, ogni tanto abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi che siamo pure coglioni.
-
e doveva arrivare JA? :-) ahah prendiamola a ridere dai
-
up, per chi dei miei follower non avesse seguito la faccenda (da leggere)
-
io sono indeciso se rispondergli visto che ha commentato sul mio blog. Cmq mail lasciato per il commento, whois di tale dominio e contatti del dominio JA sembrano avvalorare la veridicità del messaggio anche se mi sembra surreale
-
ArMyZ, Gilioli ha telefonato alla JA, hanno confermato che il messaggio proviene da loro.
-
hanno confermato altro, tipo... perchè?
-
ArMyZ, scusami?
-
Niki, ragionavo a voce alta: hanno anche confermato anche perchè hanno gestito la vicenda così male?
-
altra cosa che non capisco, è perchè JA non si sia mai premurata di contattare personalmente Sybelle (non mi risulta che l'abbia fatto, se mi sono sbagliata chiedo scusa)...
-
ArMyZ, ho l'impressione che loro ritengono di averla gestita nel migliore dei modi la vicenda. Tutto si può leggere in quella lettera tranne la consapevolezza di aver commesso un passo falso dopo l'altro. Marta, no, non l'hanno mai fatto, con la motivazione con non trovavano i contatti sul blog di Sybelle, quando in realtà sono ben visibili (vedere precedente lettera aperta firmata John Ashfield).
-
-
@Niki, questa a casa mia si chiama malafede... :)
-
Roberto, infatti l'intera storia ha preso il via più che altro per la condotta di Wordpress.com. Diciamo che poi l'attenzione si è focalizzata su JA per come ha gestito l'intera faccenda. Nell'ordine generale delle cose, checché ne dicano in JA, non credo che la loro immagine de risulterà danneggiata più di tanto, penso comunque che parlarne sia importante, per tutta una serie di ragioni. Inoltre, non sono sicura che il paragone con WallMart sia quello più giusto...
-
Marta, anche. Non so, ho la sensazione che abbiano sottovalutato un po' di cose, soprattutto per mancanza di cognizione di causa...






