Niki, 6 febbraio 2010

Non posso dire che sia una novità. Sono diversi giorni ormai che le immagini  della nuova Ornella Muti appaiono sulle prime pagine delle testate online. Io non riesco ad abituarmi. Non è per il biondo dei capelli o per il look rinnovato: è proprio che quella faccia non riesco ad associarla al nome che porta.

Immagino sia diverso per chi lavora nel mondo dello spettacolo (almeno per qualcuno), per chi guadagna anche grazie all’aspetto fisico il tempo che passa deve essere una grossa preoccupazione; trovo però del tutto straniante che si arrivi a dover cambiare completamente i lineamenti fino a diventare un’altra persona. Probabilmente c’è dell’altro, una spinta più intima e profonda, comunque più forte di ogni esigenza professionale, per volersi separare dal viso con il quale si è nate.

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La foto di Ornella muti castana è presa da internet, la bionda da www.corriere.it

Mi sono chiesta: tu lo faresti? Confesso, come già scritto  qui anche in altra occasione, che non sempre ho un rapporto sereno con il tempo che passa (senza alcuna pretesa di paragonarmi a Ornella Muti). Le rughe non mi rendono felice ma ad alcune sono affezionata. Potendomelo permettere, è vero, a qualche ritocchino qua e là cederei, ma il viso sarebbe proprio l’ultimo che vorrei vedere modificato. Avrei paura di non riconoscermi più allo specchio, di non sapere più chi sono.

Ho l’assoluta certezza che la nostra identità, quella interiore, sia definita anche dall’aspetto che ci accompagna man mano. Non per niente chi si sottopone a interventi chirurgici che comportano una radicale trasformazione in questo senso deve poter contare anche su un adeguato supporto psicologico. Non dev’essere facile entrare in un nuovo “sé”.
Sarebbe arduo per me accettarmi con una faccia diversa da questa che mi ritrovo; io sono io anche grazie a questo viso; le esperienze che ho vissuto fin qui  sono state tali anche per merito o a causa sua.
Ho questa rughetta accanto al sopracciglio sinistro che rimane a ricordo di un grande dolore qualche anno fa, ma che rappresenta anche una rinasciata e una vittoria. Se domani sparisse, sparirebbe un segmento della mia storia. E lo spazio tra gli incisivi lo riconosco come mio segno distintivo, anche dalle foto da bambina piccola: sarei ancora quella se venisse chiuso?

E pure se dovessi dimostrare quindici anni di meno con gli zigomi riempiti, le rughe stirate e le labbra inturgidite, non vorrei mai che le persone che mi amano e mi apprezzano per quella che sono non mi riconoscessero più.
Voglio bene a quella che sono, oggi più di dieci anni fa.
Sicuramente non era lo stesso per Ornella Muti, nonostante le fosse toccato in sorte di invecchiare con una certa grazia. Peccato.

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Qualche giorno fa, leggendo la notizia dell’inaugurazione della nuova linea del Malpensa Express, non ho potuto nascondere una risata. Non che la cosa fosse comica in sé, non credo nemmeno fosse una una notizia particolarmente degna di nota, se non fosse che in Italia ci vuole un niente per trasformare gli avvenimenti più banali in tragicommedie.
Ho immaginato, quindi, questo treno pieno di autorevoli tromboni filare via verso Malpensa, seguito dal suo trenino di scorta, mentre capistazione affannati facevano fermare col fischietto ogni convoglio che potesse intralciarne il passaggio e il conseguente record assoluto di velocità. Episodio degno del ventennio in cui tutti i treni arrivavano in orario.

Non per niente, mi ha fatto pensare questa notizia, a quella bella commedia di Luigi Zampa del ‘62, “Anni ruggenti“. La situazione mi è parsa analoga a quella del podestà nel paesino del sud negli anni ‘30 che, ansioso di compiacere quello che riteneva essere un un gerarca in visita d’ispezione  da Roma, per sfoggiare l’alto livello di efficienza e qualità delle stalle locali faceva man mano spostare sempre gli stessi animali da una masseria all’altra, cercando di nascondere il fatto che di vacche grasse ce n’erano ben poche checché ne dicesse il regime.

Triste pensare che ciò che veniva criticato e fatto oggetto di satira nel 1962, sia diventato oggi, a distanza di cinquant’anni, la norma nel modo di fare certa politica. Quella che previlegia le fabbriche degli applausi: i treni superveloci, le inaugurazioni strategiche, le grandi opere inutili.

Gli applausi si fabbricano con poco: basta metter su una scenografia, un po’ di musica e collocare gli attori nei punti giusti affinché la messinscena si svolga senza incidenti. Non c’è nemmeno il problema di dover replicare perché tanto la normalità del dopo spettacolo rimane solo a chi la vive tutti i giorni.

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Questa è una frase del Talmud. Mi piace perché esprime, in mezza riga, più di quanto potrebbero fare mille libri o mille ragionamenti filosofici.

Nel Giorno della Memoria, oggi, si ricordano le vittime. Io amo ricordare anche tutti quelli che a rischio della loro stessa vita si adoperarono per salvarne tante altre.

Persone del tutto normali.

Hitler ebbe dalla sua un esercito intero di volenterosi carnefici, che non furono solo gli affiliati al partito nazista o gli ufficiali delle SS: non sarebbero mai bastati, da soli, a perpetrare lo scempio che fu la Shoah. Poterono contare su “tedeschi comuni, uomini (e donne) che brutalizzarono e assassinarono gli ebrei per convinzione ideologica e per libera scelta, sovente con zelo e con gratuito sadismo. E che, per di più, si comportarono così non perché costretti, né perché ridotti alla stregua di schiavi, né perché tremende pressioni sociali e psicologiche li inducessero a adeguare la loro condotta a quella dei compagni. Lo fecero perché l’antisemitismo germanico era talmente diffuso, maligno, nutrito nei secoli di miti razzisti e false teorie scientifiche, da disumanizzare gli ebrei, da trasformarli nell’immaginario collettivo in una sorta di malattia…” (*).

Non so dire se questo corrisponda completamente al vero. So che da un giorno all’altro tanti si videro perseguitati da chi era sempre stato amico, collega, cliente, vicino di casa. E allora qualcosa dev’essere pur successo per indurre persone del tutto normali a guardare altrove, a non sentire, a non parlare, a far finta di non capire quanto stava avvenendo sotto i loro occhi.

Tanti, tuttavia, scelsero diversamente. E così, come il male poté manifestarsi nella più disarmante banalità, quella dei rapporti quotidiani, in maniera simile poté il bene e con forza altrettanto dirompente.

In quel piccolo libro straordinario che è “La banalità del bene” (**), dove Enrico Deaglio  raccoglie – più che raccontare – la vicenda di Giorgio Perlasca,  tutto è riassunto perfettamente dalle parole che aprono questa storia, quelle dello stesso protagonista, un uomo qualunque: “Lei, cosa avrebbe fatto al mio posto?”.
È tutta lì l’essenza di una scelta, tra il fare e il non fare, tra vedere e voltarsi dall’altra parte. Lo racconta lo stesso Perlasca: “Perché non potevo sopportare la vista di persone marchiate come degli animali. Perché non potevo sopportare di veder uccidere dei bambini. Credo sia stato questo, non credo di essere stato un eroe. Alla fin dei conti, io ho avuto un’occasione e l’ho usata”.
Giorgio Perlasca, nel pieno di un evento straordinario, in un paese straniero, nell’inverno del 1944, salvò migliaia di persone perché scelse. Questa è anche la dimostrazione che allora era impossibile non vedere, che intraprendere un percorso invece di un altro non era impossibile, difficile, d’accordo, ma non impossibile, non al di sopra delle umane possibilità.

È proprio la questione della scelte che ognuno di noi si trova a fare ogni giorno che mi sta a cuore. Il Giorno della Memoria dovrebbe servire anche a questo: aiutare a fare delle scelte. Scegliere di non stare in silenzio, per esempio. Scegliere di indignarsi invece di fare spallucce. Scegliere di non accettare come normalità tutta una  serie di notizie, di esternazioni di personaggi pubblici – politici e non -, di piccoli e grandi avvenimenti che, ho paura, passano sempre più sotto silenzio. Il male è nell’uso di certe parole invece che di altre, anche di quelle su una bustina di zucchero, perché le parole non sono mai fini a se stesse, ma arrivano sempre gravide di simboli e significati.
Il male si banalizza anche così ed è sempre un male per tutti, che per forza non ricade solo su quelli che lo producono.

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Immagine di lecucurbitacee

Se è vero che chi salva una vita salva il  mondo intero, infatti, allora dev’essere vero anche il contrario: ognuna delle sei milioni di vite interrotte (alcuni storici ritengono siano state sette milioni, in realtà) ha significato la fine di un mondo, la perdta di infinite possibilità per quelli che sono venuti dopo. Quindi anche per noi.
Le conseguenze di quel che accadde settant’anni fa verranno scontate anche dalle generazioni future.
Alla mia generazione non resta che passare il testimone, cercando di trasmettere quanto più bene sia possibile, anche tramandando la voce di chi visse quegli anni sulla propria pelle. Non si cambia certo quello che è stato in questo modo, ma si contribuisce a fare da controcanto a chi tenta in tutti i modi di revisionare, minimizzare, cercare significati e forse, sotto sotto, giustificazioni, cosa che accade sempre più spesso, mi pare.

Una nota a piè di pagina: tra quattro giorni, il 31, giorni Giorgio Perlasca avrebbe compiuto cento anni. Un motivo in più per ricordarlo oggi e per rivolgere un pensiero e un ringraziamento a  tutti quelli che tanto fecero in quegli anni ma ai quali toccò la sorte di rimanere sconosciuti.

(*) I volenterosi carnefici di Hitler – I tedeschi comuni e l’Olocauso di Daniel Jonah Goldenhagen, Mondadori 1997

(**) La banalità del bene – Storia di Giorgio Perlasca di Enrico Deaglio, Loescher 1993

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Niki, 16 gennaio 2010

Finalmente ci sono arrivata!
Adesso voglio veramente vedere se è vera la storia di quella lettrice di Donna Moderna che una decina di anni fa scrisse al giornale  per lamentarsi dei 43 anni. Sono dieci anni giusti che me la tengo sullo stomaco: esattamente oggi dovrei, secondo lei, entrare in una specie di buco nero, nel quale tutte le donne sono destinate a non essere più guardate, ammirate, corteggiate dagli uomini. L’inizio della fine, insomma.

Invece eccomi qua, mi presento ai 43 con questa faccia. Niente di che, mi si dirà. Vero, ma intanto oggi mi concedo il lusso di festeggiare insieme alla mia autostima e con una punta di orgoglio. Idealmente questo è anche l’anno in cui passo il testimone: ho un figlio che tra qualche mese compirà vent’anni e che si sta misurando per la prima volta con la sua vita da adulto. Questa di per sé è già un’ottima ragione per considerare questo anniversario speciale.

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E poi ci sono io. Avevo già in mente una tiritera sulle sicurezze acquisite, sui progetti per il prossimo futuro ma credo che questi li salterò per concentrarmi su una incontrovertibile verità: una donna a 43 anni ha ancora molto da dire,  a qualunque uomo. Altro che buco nero – e non scendo in ulteriori particolari -. L’importante è esserne coscienti per prime.

Per farla breve: buon compleanno a me e grazie a quello che ogni giorno mi fa sentire l’essere più affascinante e sexy di questa terra.

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  • 16 January 2010 at 02:50 marcella
    auguri di cuore Niki. I miei 43 si prospettano come uno degli anni più importanti della mia vita, spero lo stesso per te :)
  • 16 January 2010 at 02:52 3llyss
    tantissimi auguriiiiii...
  • 16 January 2010 at 09:04 Niki Costantini
    Marcella grazie mille, tutto in positivo spero e in bocca al lupo per te :) Grazie 3llyss!!! :D
  • 16 January 2010 at 09:06 Gilgamesh
    Auguri, bellissima :o)
  • 16 January 2010 at 09:07 Niki Costantini
    Grazie Gilga :D
  • 16 January 2010 at 09:19 Ale♫nastrorosa
    Auguri Niki :)
  • 16 January 2010 at 09:20 ziomau
    Auguronissimi Niki! :)
  • 16 January 2010 at 09:26 Marco Dal Pozzo [mdp]
    Buon Compleanno :)))
  • 16 January 2010 at 09:48 CaramellaMenta
    tanti affettuosi auguri. ciao Niki :)
  • 16 January 2010 at 09:59 Paolo Feadin
    auguroni!
  • 16 January 2010 at 10:09 Catriona
    Auguri!
  • 16 January 2010 at 10:12 Paola Bonomo
    Auguri!
  • 16 January 2010 at 10:26 Christian (Simply X)
    Bella come sempre. (yes, I don't actually speak Italian, but I'd learn for you, :P )
  • 16 January 2010 at 10:39 Alessandra
    Auguri bellissima Niki!
  • 16 January 2010 at 10:47 Michela Cimnaghi /cimny
    Buon compleanno
  • 16 January 2010 at 10:52 Max (il Triso)
    auguri! :)
  • 16 January 2010 at 10:53 Ciocci
    auguri!
  • 16 January 2010 at 10:58 Barbara-BlackCat
    Auguri Niki!!!
  • 16 January 2010 at 11:02 Adamo Lanna
    tanti cari auguri!
  • 16 January 2010 at 11:05 lele
    e io che pensavo facessi l'università! 'guri eh :-)
  • 16 January 2010 at 11:08 Niki Costantini
    Mille grazie a tutti :D :*
  • 16 January 2010 at 11:09 Paolo Frattini ⏏ docpap
    Auguri di cuore! :*
  • 16 January 2010 at 11:10 Niki Costantini
    Grazie Paolo :*
  • 16 January 2010 at 11:12 Michele Perone▲
    Azz', ma quante volte all'anno compi gli anni? Non dirmi che è trascorso un anno dall'ultima volta! Nell'attesa di smentita ufficiale, AUGURI!
  • 16 January 2010 at 11:16 abel
    auguri.
  • 16 January 2010 at 11:20 Niki Costantini
    E sì Michele, come dicevo, dai 18 ai 28 è stato un soffio ;) Grazie. E grazie a te abel :)
  • 16 January 2010 at 11:25 elena chesta
    Auguri!
  • 16 January 2010 at 12:01 Niki Costantini
    Grazie mille Elena!!
  • 16 January 2010 at 12:29 Marco Fabbri
    Auguri Niki!!! :)
  • 16 January 2010 at 12:31 Niki Costantini
    Grazie Marco! :D
  • 16 January 2010 at 12:34 Mitì Vigliero
    Buon compleanno, splendida! :-*
  • 16 January 2010 at 12:36 Niki Costantini
    Grazie Mitì! :*
  • 16 January 2010 at 15:39 Alessandra Farabegoli
    e chi avrebbe detto che a 43 si è da rottamare?
  • 16 January 2010 at 16:28 Niki Costantini
    Alessandra, avevo letto una cosa dieci anni fa. Non vedevo l'ora di arrivarci per capire se era vero :)
Niki, 8 gennaio 2010

Uno degli aspetti peggiori dell’essere italiani è il retaggio del “lei non sa chi sono io”. Magari non sono più in molti a dirlo, ma sotto sotto e nemmeno tanto nascostamente, sono in molti a pensarlo. Quando ci penso io, mi tornano alla mente certi film degli anni ‘50, quei ritratti dell’italietta del dopoguerra con il cummenda, il palazzinaro, la servetta e l’immancabile onorevole che appunto tutti erano tenuti a sapere chi fosse.

Certe cose sono dure a morire. In tanti sembrano avere buone ragioni per salire su un piedistallo – anche se alto pochi centimetri – dal quale guardare chi sta più in basso. Basta diventare mediamente popolari per trasformarsi in una Vanda Osiris che scende la scala, nella convinzione radicata che popolarità significhi sempre importanza.
Altro aspetto del fenomeno è lo strano birignao della prima persona plurale, a sottolineare l’appartenenza a una élite: noi artisti, noi giornalisti, noi guru. Insomma il caso classico della miss di provincia che si rivolge al suo pubblico cominciando ogni frase con “noi attrici”. O quello di un noto scrittore di romanzi gialli che dopo la pubblicazione del suo primo libro si atteggiava a maître à penser dell’intellighenzia italica, salvo poi dare in escandescenze ad ogni critica – legittima – appellandosi alla solita invidia che il prossimo dovrebbe provare nei suo confronti.
O ancora, di chi, per dirla con parole di sordiana memoria, io so’ io e voi non siete un cazzo.

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Immagine da internet

Sarò fuori standard, ma trovo certi atteggiamenti imbarazzanti e vagamente comici.

Nella nostra lingua esistono parole che non vengono più usate spesso, ma che varrebbe la pena riscoprire, “sobrietà”, per esempio.

Non è un valore per educande dei bei tempi andati, ma un modo di essere che dovrebbe essere trasmesso ed insegnato e che tanti dovrebbero fare proprio. È una parola che, guarda caso, fa rima con dignità e che si accompagna bene al senso della misura, alla concretezza della sostanza invece che alla forma. La sobrietà è quella che non ama i toni urlati, il presenzialismo esasperato, l’ostentazione forzata.

Essere sobri non significa essere modesti nel senso deleterio del termine, ossia essere sobri non corrisponde a essere falsamente modesti, la falsa modestia è un inganno alla fine. Non corrisponde nemmeno ad una certa ritrosia o, addirittura, a una certa povertà di spirito, come tanti sembrano ritenere. Conosco persone brillantissime, con belle teste pensanti, ma che sono ugualmente molto sobrie. Alcune di queste hanno un senso dell’umorismo fulminante e dissacrante ma non cedono a sbrodolamenti fuori luogo.

Se dovessi fare un paragone, direi che la sobrietà si accomuna a un vecchio maglione di pura lana, magari un po’ liso sui gomiti, ma sempre elegante, caldo, pieno di classe e che racconta qualcosa di chi lo indossa, senza mai gridarlo.

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  • 8 January 2010 at 21:08 Alessandra Farabegoli
    Non so perché ma il tuo post mi ricorda un paio di thread di oggi, che ho nascosto per sfinimento..
  • 8 January 2010 at 21:14 Federì
    condivido: ci vedo la differenza fra Lord Bret Sinclair e Danny White... ;)
  • 8 January 2010 at 21:19 Niki Costantini
    Corsi e ricorsi Alessandra. Il post era in coda da circa un mese. Evidentemente certi argomenti non scadono mai :) Federì, ecco, la sostanza è quella, con la differenza che Danny White era piuttosto simpatico :)