Posso affermare di aver trascorso tutte le estati della mia infanzia e della mia giovinezza in spiaggia.
Anche il 2 agosto del 1980 ero al mare, avevo 13 anni, capelli lunghissimi e una cavigliera di perline color oro.
C’era un bel sole quella mattina, niente vento, temperatura perfetta per il bagno. Uscita dall’acqua, mi sono seduta sulla sdraio, volevo far asciugare il costume prima di tornare a casa per pranzo. Il vicino d’ombrellone aveva la radio accesa, col volume alto tanto da sovrastare il suono tipico delle mie estati: onde, voci umane, musica lontana. Dicevano, alla radio, che c’era stata un’esplosione alla stazione di Bologna.
Non so perché, ma ricordo perfettamente quel preciso momento: mi tirai su e lasciai che dai capelli le gocce d’acqua di mare cadessero sulla sabbia. Mi rivestii che il costume era ancora bagnato e tornai a casa.
Il pranzo non era ancora pronto e accesi la tv. Mia mamma era in cucina e le dissi dell’esplosione. C’erano quelle immagini della stazione ridotta in macerie, le ambulanze. All’inizio parlavano di fuga di gas, poi dissero che era stata una bomba.
Di Ustica, solo qualche settimana prima, non dimenticherò mai la prima pagina del Resto del Carlino il giorno sucessivo. C’era questa grande foto a colori, quella che poi è diventato un simbolo della strage, con il mare blu e quel corpo che galleggiava come una bambola rotta. Di tutto il resto ho ricordi confusi.
Ma Bologna fu diverso. Sognai terroristi, attacchi armati, bombardamenti per giorni e giorni dopo. Erano sogni in bianco e nero per lo più. Nella mia mente di tredicenne quello era l’episodio più simile a una guerra che avessi mai vissuto e Bologna era talmente vicina.
Il 2 agosto 1980 segnò la fine della mia infanzia e dell’innocenza tipica dei bambini. Le persone morivano a causa delle bombe proprio vicino a casa mia. Non avrei mai più guardato alla realtà allo stesso modo; tutto quello che mi aveva fatta sentire al sicuro fino a quel giorno, il senso di protezione di cui avevo goduto in ogni momento della mia esistenza non sarebbero più bastati a tener fuori il mondo vero. È anche così che si cresce.
Alla stazione di Bologna passai un anno e mezzo dopo, in occasione della prima gita scolastica all’estero.
Il sottopassaggio era stato riaperto da non molto. Scendemmo, i miei compagni e io, per raggiungere il binario del treno per Vienna e quando ci trovammo li sotto, nella parte ricostruita, così nuova, con le pareti intonse e nude, per parecchi minuti nessuno di noi parlò più.
Tags: 2 agosto 1980, attentati, bologna, stazione di bologna, strage di bologna, terrorismo
- Elena Monteggia,
- ArMyZ e S.elene,
- Simone Biagiotti,
- Domenico C.,
- Fran,
- Sabrina Briganti,
- dielle,
- SimplyGiulia
-
Stesse sensazioni anche per me. La fine dell'infanzia alla vigilia dei miei dodici anni... Ricordo vivissimo ancora oggi.
-
I sogni di quei giorni li ricordo perfettamente, ancora oggi dopo trent'anni.
Un articolo
Per pura coincidenza, dopo aver pubblicato il mio ultimo post, mi sono imbattuta in questo articolo del Guardian dove si parla di come l’omosessualità viene rappresentata nelle trasmissioni tv preferite dai più giovani.
Stonewall è una organizzazione fondata nel 1989 per contrastare in Gran Bretagna la sezione 28 del Local Government Act (normativa contro la “promozione” dell’omosessualità nelle scuole), ma che col tempo è diventata un punto di riferimento importante per la difesa dei diritti di uguaglianza di lesbiche, gay e bisessuali. Tra gli ultimi successi ottenuti ricordo in modo particolare l’eliminazione del bando dall’esercito di gay e lesbiche e la promozione dell’adozione nelle coppie omosessuali.
Stonewall, inoltre, si occupa di promuovere la ricerca su temi come il crimine legato all’omofobia, la salute tra le donne lesbiche e il bullismo scolastico a carattere omofobico.
I dati della ricerca hanno confermato che i personaggi gay, quando non invisibili, vengono rappresentati in modo negativo o in maniera tale da sminuirli dalla maggior parte dei programmi. A tal proposito, i ricercatori hanno visionato i venti programmi più popolari tra i più giovani per 16 settimane, dallo scorso settembre fino a gennaio 2010, e hanno rilevato che lesbiche, gay e bisessuali sono stati rappresentati per un totale di 5 ore e 43 minuti. Nel 36% di questo tempo, inoltre, la rappresentazione ha avuto connotazioni solo del tutto negative. Nessuna meraviglia, commentano da Stonewall, se il bullismo a sfondo omofobico abbia raggiunto proporzioni endemiche nelle scuole superiori della Gran Bretagna. Anche quando i gay appaiono in tv, questi vengono raffigurati negativamente o sminuiti rispetto agli altri personaggi.
Sempre in Gran Bretagna, un sondaggio somministrato agli insegnati delle scuole secondarie ha rilevato che per il 71% di questi, il linguaggio anti gay così comune in tv ha effettivamente una ricaduta anche sull’incidenza del bullismo a sfondo omofobico.
Immagine da Wikipedia
Senza entrare nell’argomento del bullismo nelle scuole italiane che, sebbene non abbia il carattere “culturale” che ha nel Regno Unito (fino a qualche tempo fa veniva considerato un valido sussidio educativo), sembra diventare fonte di preoccupazione solo se Youtube viene coinvolto e assodato il fatto che di omosessualità e omofobia nella nostre scuole praticamente non si parla mai, mi sono chiesta se in Italia fossero state condotte ricerche simili sulla televisione. Mi sono bastati esattamente dieci minuti sul solito Google per avere conferma che no, niente di simile è mai stato pensato in Italia, tanto che con chiave di ricerca “omosessualità e televisione” ho ottenuto risultati vari, tra i quali nell’ordine: critiche sparse al Grande Fratello di quest’anno, un articolo vecchio di cinque anni su come nella tv italiana sia in atto “una strategia mediatica per far recepire l’omosessualità” e renderla “normale”, esternazioni sparse di Bertone su pedofilia e omosessualità, Marco Carta che nega la propria, Scamarcio e le sue Mine Vaganti e Cecchi Paone che conferma la presenza di molti conduttori gay o bisex in Rai e Mediaset.
Il resto è il vuoto assoluto. Non ci sono studi su come e quanto l’omosessualità venga rappresentata nei canali italiani per i programmi più popolari, né dati che riguardano episodi di violenze a sfondo omofobico sui più giovani, o di come l’omosessualità venga vissuta tra i teenager (studi condotti negli Stati Uniti confermano che tra gli adolescenti omosessuali siano molto più alte le percentuali di tentato suicidio).
L’omosessualità rimane territorio (volontariamente) inesplorato per la maggior parte degli abitanti e delle istituzioni di questo paese dove, più che altro, la cultura prevalente è quella che si basa sul pregiudizio. Inutile sottolineare come questo si rispecchi fedelmente anche nella televisione nostrana. Non meravigliano quindi le aggressioni – di ogni genere – sempre più frequenti nei confronti degli omosessuali, così come il piazzamento dell’Italia nella zona più bassa della classifica dell’associazione Ilga-Europe per quanto concerne i diritti degli omosessuali. Mentre il Regno Unito si colloca al sesto posto della stessa classifica con un totale di otto punti su dieci e si fanno studi sui teenager e il bullismo a sfondo omofobico, in Italia si censura Pasolini perché considerato diseducativo, scabroso e imbarazzante.
***
Una serie TV
Sempre dopo quel post e più o meno in contemporanea all’articolo del Guardian, una sera navigando su Youtube ho finito col cliccare per caso su un video tratto da Queer as Folk U.S.A. Completamente dimenticata per anni, all’improvviso mi è tornata in mente: ne avevo sentito parlare vagamente durante uno dei miei soggiorni scozzesi.
Si può parlare di colpo di fulmine in questo caso? Sì, lo so che la serie è piuttosto vecchia (cominciata nel 2000 e terminata nel 2005) e che viene trasmessa anche in Italia sui canali via satellite, sebbene a orari impossibili, ma per me non solo è stata un rivelazione in quanto non amo in generale seguire le serie tv, ma soprattutto perché in qualche modo veniva a completare il discorso che avevo cominciato nel post sulla mia presa di posizione in difesa dei diritti degli omosessuali. Mi sono immediatamente gettata in una full immersion di cinque stagioni e svariate decine di episodi. Le ferie estive servono anche a questo, dopotutto.
Immagine da internet
I motivi che me l’hanno fatta amare sono presto detti. È esplicita e al di fuori da ogni retorica. Vero, ci sono moltissime scene di sesso omosessuale che molti potrebbero considerare pornografia (non lo sono), ma sono sempre ben contestualizzate e servano almeno a uno scopo, oltre a quello di far aumentare in modo vertiginoso l’audience quando Queer as Folk uscì per la prima volta negli Stati Uniti e in Canada: quello di rendere l’omosessualità reale e umana. Insomma, siamo abituati a vedere in tv scene d’amore e sesso eterosessuale, nessuno si scandalizza per baci e carezze, ma la percezione cambia del tutto quando questi vengono scambiati tra due uomini o due donne. Le scene di sesso, in questo caso, servono anche da momento di rottura.
È una serie al di fuori degli stereotipi, anche se non del tutto e non sempre. Guardandola ci si accorge che l’omosessualità è parte della vita di tante persone e che non c’è proprio nulla di anormale o contro natura in questo, che un bacio è un bacio, che l’amore è amore e non diminuiscono di valore solo perché scambiati tra persone delle stesso sesso.
La nudità, il sesso esplicito, il linguaggio molto forte sono soltanto lo strato superficiale, quello che si nota in prima battuta e che di più fa discutere, ma al di là di questi è evidente lo spessore psicologico dei personaggi, si assiste alla loro crescita, sia per quanto riguarda le loro storie personali, sia in relazione a quanto succede attorno a loro. A questo punto, le loro vicende sono solo uno spunto per temi importanti come l’omosessualità tra gli adolescenti, il bullismo a sfondo omofobico, il matrimonio e le adozioni nelle coppie omosessuali, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, la violenza, l’attivismo e così via.
Quando Queer as folk uscì negli Stati Uniti sul canale a pagamento Showtime, generò parecchio rumore. Se ne parlò molto sui giornali, nei vari talk show, tra i conservatori e, ovviamente, nelle comunità gay, che in alcune occasioni sollevò critiche su come il telefilm avesse dipinto gli omosessuali. La discussione servì, però, ad aprire una finestra su un mondo che fino ad allora era del tutto sconosciuto ai più.
Di fatto modificò la cultura americana e aprì le porte ai gay in televisione. Non c’era mai stato qualcosa di veramente gay sulla tv americana, prima, e anche nei casi in cui gli omosessuali apparivano, questi non si discostavano mai dai vecchi cliché o, nel migliore dei casi, venivano inseriti negli show solo per attirare il loro pubblico, cercando una rappresentanza più incisiva nei media.
Gli sceneggiatori svilupparono la storia nel corso dei cinque anni accogliendo anche le osservazioni e i suggerimenti del pubblico omosessuale su argomenti precisi, ad esempio quando si trattò di parlare di coppia e positività HIV.
Fu una scossa enorme, una specie di terapia d’urto che aiutò molti ad accettare la propria omosessualità e molti altri ad accettare quella altrui.
E in Italia? In Italia buio. La serie, boicottata più volte, arrivò finalmente nel 2006 e da allora è sempre andata in onda in terza serata – se non oltre – benché su canali diversi. Non se ne parlò sui giornali, non in televisione e di sicuro, non generò alcun tipo di discussione né di confronto; ho l’impressione che ancora oggi venga più considerata una versione homo di Sex and the City piuttosto che uno schiaffo violento a quel certo clima che si respira da queste parti da troppo tempo. Ingenuo aspettarsi qualcosa di diverso, in effetti.
La situazione non sembra destinata a cambiare in meglio, anzi. Una serie televisiva vecchia di dieci anni e forse superata altrove è ancora qualcosa da non mostrare apertamente in Italia. Questo per sottolineare come qui chiusura, intolleranza e ignoranza raggiungano livelli mostruosi su questo argomento, con le conseguenze che sono quelle che si leggono – sempre con meno attenzione – sui giornali e altrove anche in rete.
Tags: bisex, diritti degli omosessuali, gay, lesbiche, omofobia, omosessualità, queer as folk usa, stonewall, The Guardian
Spesso non ci sono spiegazioni sul perché di un certo modo di sentire e percepire il mondo. A volte succede che la percezione sia frutto, tra le altre cose, di un percorso, l’epilogo di una storia personale che non tiene alcun conto dell’ambiente in cui si è nati e cresciuti, né dell’imprinting che tale ambiente ci ha imposto.
Io, ad esempio, non ricordo quando per la prima volta sentii parlare di omosessualità.
Non è che si discutesse molto di certi argomenti a casa quand’ero bambina. Così come per il sesso, non se ne parlava apertamente. Nemmeno il libro di educazione sessuale che mia madre comprò affinché io e mia sorella venissimo “illuminate” nel modo più adatto parlava di omosessualità. Altri tempi, credo. O, più prosaicamente, l’argomento veniva trattato da libri che non conoscevamo. Non era una esigenza molto sentita quella di parlare ai ragazzi di omosessualità, l’eventualità non veniva presa in considerazione, di conseguenza il problema non esisteva.
Per fortuna più tardi ci furono la scuola media e la mia insegnante di matematica e scienze. Non so se nel 1980 i programmi ministeriali lo prevedessero ma, tra le altre cose, ci parlò molto apertamente di come funzionava il nostro corpo e di cosa dovevamo aspettarci di lì a qualche tempo, senza tralasciare un paio di lezioni sulle malattie veneree. Informazione sessuale, la chiamava lei.
In prima liceo, a quindici anni, lessi il romanzo di Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino. I protagonisti avevano la nostra età più o meno e nel libro si parlava di omosessualità e prostituzione maschile. Non mi si aprì alcun mondo, a dire il vero. Considerai la cosa naturale, nessun sconvolgimento o altro.
All’inizio dell’anno scolastico successivo qualcuno portò in classe un giornalino tedesco per adolescenti. Per molti versi era molto simile ai nostri Dolly e Cioè, ma in quello, accanto alla posta del cuore, c’era una rubrica nella quale un medico rispondeva ai ragazzi che inviavano domande su sesso e altro. Fu allora che sentii parlare per la prima volta della “malattia dei gay”. Era l’AIDS, ma è così che la chiamavano loro. Sembrava, all’epoca, che colpisse selettivamente solo i gay; non erano del tutto chiaro, nei primissimi anni ’80, quali meccanismi regolassero la diffusione della malattia. In Italia non circolavano notizie al riguardo.
I nostri coetanei germanici, invece, alla ripresa della scuola dopo le vacanze estive in campeggio o al mare, si preoccupavano delle notti trascorse nei sacchi a pelo con amici e sconosciuti; chiedevano se era possibile infettarsi con un bacio, se un fidanzato che aveva fatto sesso con un amico fosse ancora sano, se le ragazze potevano prenderla anche loro. Anni luce dalle nostre letterine su come conquistare il compagno di banco.
Passati gli anni del liceo, continuavo a trovare l’omosessualità del tutto normale. Succedeva, uscendo con gli amici maschi, che qualche ragazzo ci provasse con me e qualcuno con loro, tutto rientrava nell’ordine naturale delle cose, mentre di omosessualità e di AIDS si cominciò a parlare moltissimo. Ero già mamma, quando uscì “Philadelphia”. Questo film mise tutta la questione sotto una luce completamente nuova per me. Non era tanto per il tema dell’AIDS che nel frattempo si era trasformato in tragedia, ma perché per la prima volta considerai me stessa come madre di un bambino che avrebbe anche potuto scoprirsi omosessuale un giorno.
Rimasi commossa dal modo in cui Jonathan Demme, il regista, era riuscito a disegnare i legami famigliari all’interno della vicenda principale. L’amore incondizionato e la devozione di quei genitori per il loro figlio e il suo compagno, l’affetto profondo tra i due mi fecero pensare che nulla avrebbe potuto sminuire l’amore che io stessa provavo per mio figlio, nemmeno le sue future inclinazioni sessuali.
Nel dicembre del 2001 conobbi Fraser su in Scozia. Aveva la più bella voce da radio che avessi mai sentito, calda e profonda. Era un bravo speaker, con un accento di Edimburgo molto musicale e un bel sorriso.
Ma Fraser era anche Lucy e gridava per essere accettato anche per quel suo lato. Fu grazie a Lucy che ebbi modo di assistere a una delle più grandi prove di amicizia che un uomo potesse dimostrare nei confronti di un un altro. Per Mark, Fraser rimaneva un amico a cui teneva. Rispettava le sue scelte e non si tirava indietro, nemmeno quando si trattava di accompagnarlo il sabato pomeriggio a fare shopping in Buchanan Street a Glasgow nelle vesti di Lucy: tacchi alti, vestitino, parrucca e make-up. Un amico è un amico, c’è poco da fare.
La notizia della morte di Fraser ci giunse una domenica all’inizio del marzo dell’anno dopo. Mark telefonò al mio compagno, eravamo insieme in quel momento. Fraser alla fine ce l’aveva fatta a togliersi la vita dopo tre o quattro tentativi in cui erano riusciti a salvarlo in tempo. In tanti avevano provato ad aiutarlo: Mark, ma anche quelli che a turno lo ospitavano a casa loro per stare con lui, per non lasciarlo mai solo, per dargli il supporto e il conforto che la sua famiglia, i suoi genitori non riuscivano a dargli. Se n’era andato di casa per quel motivo; coloro i quali avrebbero potuto salvargli la vita non ne volevano sapere di lui, di quello che era. Lo consideravano un affronto e un insulto.
Qualche giorno dopo il funerale, Mark mise online una pagina per raccogliere i messaggi di chi aveva conosciuto, Fraser, anche solo online, e di chi gli aveva voluto bene. Mi ricordo che scelse, per l’home page, una foto di Lucy. I genitori di Fraser lo contattarono dopo pochi giorni e gli chiesero di rimuovere tutto, non solo la foto, ma l’intero sito con tutte quelle testimonianze di affetto.
Non volevano che il loro figlio venisse ricordato “in quel modo”.
A luglio il mio compagno io andammo insieme al cimitero. Era una bella giornata di sole a Edimburgo. Non c’erano molto persone lungo i vialetti, ma ce ne rimanemmo distanti per un po’ perché i genitori di Fraser erano lì anche loro e sapevamo che non gradivano le visite di chi lo aveva conosciuto e amato anche come Lucy. Mi raccontarono che ogni giorno andavano e passavano qualche ora di fronte a quella lapide, che erano molto religiosi e devoti.
Conobbi poi Joe, uno dei migliori amici di sempre del mio compagno. Joe era uno di quelli che Ian chiamava “glitter gay”, amava gli accessori femminili e il colore rosa. Faceva il barista in un pub e non mi sembrava particolarmente girlish. Lo ritenevo bello e simpatico, un’ottima compagnia, si parlava bene con lui. Con mio figlio passammo una bella domenica tutti insieme. Lo ricordo con molta simpatia anche perché aveva qualche difficoltà nel far coesistere il lato sentimentale e quello più sensuale della sua omosessualità.
Più o meno nello stesso periodo mio figlio cominciò il liceo. Non che non avessimo mai affrontato l’argomento, ma sentii l’esigenza di riprendere il discorso, se non altro perché cominciava ad avere l’età più giusta per parlarne in un certo modo. Non era tanto il fatto che mi preoccupassi di fargli sapere, per l’ennesima volta, che non avrebbe fatto alcuna differenza se avesse preferito un fidanzato a una fidanzata, ma che volevo fosse chiaro che avrei accettato qualunque sua scelta sentimentale felicemente. Soprattutto volevo che continuasse a considerare noi, i suoi genitori, i suoi migliori alleati. L’avremmo sostenuto sempre. Io, in particolare, portavo ancora con me il ricordo di Fraser.
Nel giugno 2008 partecipai a Roma al Gay Pride. Alemanno era stato da poco eletto sindaco e molti temevano disordini e scontri per l’occasione. Fu invece l’evento più colorato, gioioso, scoppiettante a cui avevo preso parte fino a quel momento. Ritenni fosse importante esserci in quanto etero, per me, per mio figlio, per dare un segno tangibile della mia solidarietà, perché quando si tratta di manifestare per il riconoscimento di diritti fondamentali, non hanno senso certe distinzioni di “categoria”.
Questa è la mia storia. Ho sempre considerato aberrante che ci sia chi viene discriminato per le sue preferenze sessuali. Che importanza può avere il sesso di quelli con i quali dividiamo il letto? In che modo un omosessuale è peggiore come essere umano? C’è poi tutta la parte legata al diritto, del rispetto di quelli umani e civili, della dignità sociale negata, anche per le cose che normalmente consideriamo acquisite e da non mettere in discussione. Ci sono invece persone che perdono casa e lavoro, che non possono circolare tranquillamente per strada, alle quali non è consentito assistere in ospedale un compagno o una compagna bisognosi. E c’è una violenza terribile in giro, non solo quella manifesta ed evidente dei calci e dei pugni, ma pure l’altra più sottile che si insinua nei discorsi apparentemente innocenti di persone cosiddette normali, magari giovani e con istruzione medio-alta, che sostengono, anche ridendo, che “avrebbero preferito un figlio senza un braccio o una gamba a un figlio fatto così” e la violenza, anche solo di pensiero, mi spaventa molto. Vedo, in effetti, che il mondo in cui viviamo ha sempre più l’insana tendenza a prendere come riferimento concetti violenti, a voler assoggettare chi viene considerato debole in qualche modo: gli omosessuali sì, ma anche gli immigrati extracomunitari, le donne. E forse, proprio perché donna, sono particolarmente sensibile quando si tratta di discriminazione, di diritti e di libertà di scelta negati.
Al di là di ogni motivo razionale, poi, ci sono gli altri, quelli “di pancia”. Mi fa arrabbiare e mi provoca una grande tristezza pensare che persone che si amano non abbiano alcun diritto di vivere insieme, di costruire una famiglia, di fare progetti. La vita è già difficile di per sé e non è giusto, umanamente, renderla un inferno per qualcuno solo perché diverso per inclinazioni e sentimenti.
Buttandola sul lato romantico, perché anche questo ha il suo peso, trovo sia mostruoso che tanto amore vada sprecato per via dei pregiudizi altrui. Se non esistessero, Fraser sarebbe ancora vivo, forse con un compagno, forse no, ma vivo di sicuro e chissà quanti altri come lui; se questi non ci fossero ci sarebbero meno persone ammalate di solitudine e depressione, meno figli che si sentono rifiutati, meno di quelli che si sentono dire meglio morto che frocio.
Le mie ragioni sono queste, per riprendere il titolo di questo post. Tralascio volutamente ogni altro motivo più alto e meno personale, così come non voglio addentrarmi in discorsi inutili di cosa sia naturale o meno per gli esseri umani, del concetto di famiglia, di tradizioni cattoliche o di fini riproduttivi dell’accoppiamento. Non m’interessano.
Tags: diritti civili, diritti degli omosessuali, gay, gay pride, lesbiche, omosessuali, omosessualità
-
Mi salvo il post perché ci dovrò tornare sopra appena avrò un po' di tempo.
-
Dovrei rivederlo, ci sono un paio di refusi.
-
Rivedi pure.
-
Da donna e mamma grazie per averlo scritto in modo così semplice, diretto e chiaro.
-
Ci ho provato sooshee, spero sia di qualche utilità.
-
...lo trovo un post stupendo! Ci fossero più mamme come Niki ci sarebbero meno figli come me ;D
-
Un viaggio molto interessante. Di quelli che potrebbero fare in tanti e non gli farebbe male :)
-
Sì, spesso è anche questione di volersi aprire agli altri. Per altri casi spero sempre nella maniera dura, per molti ci vorrebbe una American History X dedicata.
A volte, vagando tra gli scaffali virtuali degli amici si trovano tesori che non solo vorresti possedere e leggere all’istante, ma che spalancano finestre su ricordi e pensieri. L”unica cosa che puoi fare, allora, è affacciarti con curiosità.
Questo “Panchine“, aggiunto immediatamente alla lista dei prossimi acquisti, mi ha fatto ritornare alle tante panchine della mia vita. Le panchine sono sedili all’aperto che non fanno notizia per maggior parte del tempo, ma anche luoghi dove si consumano momenti fondamentali che rimangono incisi nell’anima per sempre. Sono diventate, nell’immaginario collettivo, simboli di romanticismo perfetto o di estrema disgrazia, andando dai fidanzatini di Peynet ai senzatetto che lì sopra si addormentano. Tutto quello che scorre in mezzo è vita ed è bello che qualcuno abbia voluto scrivere un libro su questo.
Foto di Roby Ferrari
Io stessa mi sono resa conto di aver citato più volte le panchine nei miei post. In effetti, anche la mia vita ne è piena e alcune sono diventate dei veri e proprio monumenti personali, mentre altre esistono solo nei miei ricordi perché scomparse da tempo. Cosa piuttosto curiosa: quasi tutte le mie panchine sono legate a figure maschili che in qualche modo sono entrate nella mia vita per periodi più o meno lunghi.
L’ultima in ordine di tempo è sul molo di casa mia, quello che da sotto il faro si affaccia da un lato su yacht e barche a vela ormeggiati nella calma del porto turistico. Fa parte di una serie di panchine collocate proprio al centro del molo, con la doppia seduta: da una parte il Candiano e le navi che entrano, dall’altro le barche da diporto. Panchine antipatiche, devo dirlo, che non hanno alcun rispetto per l’intimità di chi si siede lì. Non so dire quale sia esattamente quella sulla quale siamo rimasti a parlare sotto il sole tiepido del primo di maggio il mio ex compagno ed io, ho rimosso del tutto quei minuti, i discorsi fatti e anche lui, nonostante siano passati solo due mesi.
Adesso ricordo solo che era il primo giorno caldo di una primavera impazzita, la mia maglietta viola, i sandali ai piedi- finalmente – e il mio viso rivolto al sole di mezzogiorno.
Andando ancora più indietro torno a Roma. Altra panchina nel marzo gelido di due anni fa, lungo Via della Domus Aurea. Erano le nove di mattina, ancora una giornata di sole e un flirt consumato con i raggi che filtravano tra i cipressi e finivano sui Ray Ban vecchio modello di lui. Solo un episodio come tanti, ma la Via della Domus Aurea mi è rimasta nel cuore, è uno dei posti dove torno sempre, la percorro in discesa e poi un po’ in salita, mi siedo all’ombra degli alberi in ‘estate, con un gelato e un libro e non so come possa succedere che il traffico mi sembra sempre distante e io sempre pazzescamente felice. Non c’è nulla da esorcizzare a Roma, nonostante tutto.
La panchina a lato della chiesa di San Francesco a Bologna è una di quelle che sono diventati monumenti. Stanno là ad imperitura memoria di un giorno speciale. Mi ricordo un lungo abbraccio, una passeggiata mano nella mano e quella panchina per tutto il pomeriggio. Era il 3 di dicembre e non faceva freddo. Pure se lo fosse stato, comunque non l’avrei sentito di certo. Il giorno successivo scrissi, su altre pagine, queste parole: “Il giorno dopo è sempre come risvegliarsi da un sogno. Il senso del tempo si modifica, era ieri ma è talmente lontano, impossibile che sia stato solo ventiquattr’ore fa. E pare incredibile che eravate proprio voi due quelli e non due adolescenti a sbaciucchiarsi su una panchina. Fino a quando è lecito sbaciucchiarsi? Parlavo della levità di certe situazioni: è bellissimo ritrovarla a quarant’anni, un giorno tra tutti gli altri, un giorno che magari si avrà dimenticato tra un anno, ma che pure c’è stato, è esistito“.
Di anni ne sono passati più di tre, tante cose sono cambiate nel frattempo, ma quel giorno non l’ho scordato. Certo, ha assunto i contorni sfumati, come sempre succede col tempo che passa, e colori meno vividi, ma altro è rimasto: l’affetto, un legame di amicizia, esperienze condivise, confidenza. Di questo sono grata.
Un’altra mia panchina si trova sul lungomare di Helensburgh, sulla costa occidentale della Scozia. Ellensburgh è una località turistica dal sapore proleterio-vittoriano. Mi raccontavano di come i glaswegians, gli abitanti di Glasgow, prima della guerra, ma anche immediatamente dopo, la domenica usassero raggiungerla a bordo del vapore Waverly per una vacanza di qualche ora: un gelato, una passeggiata sul pontile, un po’ di musica.
Non c’è mai molto folla, a dire il vero, né molto da fare, nemmeno d’estate. Qualche anziano che passeggia, ragazzetti con la faccia imbronciata e i pungi in tasca a far la fila per fish and chips.
La strada principale si affaccia sulla costa, i palazzi e i negozi su un lato e dall’altro il Clyde. Lì ho condiviso una cena con i gabbiani in una serata di luglio di qualche tempo fa: pesce, patatine e baci. E tutt’intorno, con il sole ancora alto, le colline a perdita d’occhio. Mi ricordo di essermi alzata da quella panchina guardandomi attorno e pensando “questa è la mia terra”.
Foto di ztephen
Di un’altra panchina diventata monumento avevo già raccontato. È quella alla quale non posso fare a meno di lanciare un’occhiata quando passo per quella strada, cosa che capita almeno un paio di volte al giorno. È il simbolo della mia adolescenza, di quel periodo che è un salto nel buio per molti versi, ma che bisogna affrontare per crescere. Ho ricordi dolci di canzoni, chiacchiere, sorrisi e molta timidezza. Ci ripenso come a un film di qualche anno fa, a colori, certo, ma con i personaggi fuori moda. Luca e io, che in tanti mesi di passeggiate pomeridiane non abbiamo mai osato tenerci per mano. Ma su quella panchina, almeno, stavamo vicini, jeans contro jeans, ginocchia contro ginocchia. E mio figlio, al quale ho raccontato, che mi prende in giro ogni volta.
Le ultime panchine sono quelle che non esistono più perché eliminate o perché del tutto dimenticate. Ce ne sono tante, ma le mie preferite rimangono quelle del parco pubblico di quando ero bambina: dipinte di verde scuro, con le doghe in ferro, arroventate durante i mesi estivi, scivolose e scomode sempre, tanto da farmi desiderare di rimanere seduta lì il meno possibile. A ripensarci, una vera e propria strategia.
Tags: bologna, helensburgh, panchine, ricordi, Roma, san francesco, Scozia, via della domus aurea
Lo scorso fine settimana ho finalmente coronato un mio (piccolo) sogno di sempre: passare qualche giorno a Venezia.
In realtà, non è che a Venezia non fossi mai stata, anzi torno e ritorno spesso e molto volentieri, ma fino allo scorso venerdì sempre e solo con toccate e fughe, che si traducono ogni volta con l’incubo dell’orologio e il pensiero del treno da prendere per rientrare a casa in serata
Avere la libertà di godere di ogni istante nell’arco delle ventiquattro ore è stato un regalo che mi sono fatta.
Certo, ho colto l’occasione anche per altro, ma di fondo rimaneva quel desiderio mai soddisfatto di sedermi e guardare il sole tramontare senza patemi d’animo.
Per tre giorni e due notti, quindi, la mia casa è stata un alberghetto situato in un piccolo palazzo del ’700 nei pressi di San Zaccaria, con tanto di finestre a colonne e con l’affaccio direttamente sul canale sottostante. Mi sono anche divertita a immaginare chi poteva aver abitato lì nel corso degli ultimi trecento anni, se la stanza che occupavo al terzo piano fosse una di quelle destinate alla servitù, all’istitutrice, o al maestro di musica. Facile fantasticare in posto così, dove ti chiedi per forza, prima di dormire, quale fantasma verrà a visitarti di notte.
Ho imparato tanto, durante il mio breve soggiorno, e di tanto altro ho avuto conferma, primo tra tutto il fatto che molte città hanno carattere e personalità, pochissime vivono di magia e Venezia è una di queste.
Una piccola piacevolezza è stata quella di essere svegliata ogni mattina dai gondolieri sotto le mie finestre. Ho scoperto che cantano veramente ogni tanto, e che si chiamano a voce alta l’un l’altro mentre si raccontano in dialetto stretto i fatti del giorno. Ma prima ancora dei gondolieri, quando il giorno è appena ai suoi inizi, sono gli uccelli a farsi sentire: tanti, con suoni diversi, tutti insieme che sembra di stare in una voliera o in una giungla tropicale, non in una città d’acqua e mattoni.
Altra scoperta: Venezia è un buco nero, una sorta di scherzo spazio-temporale. Ci sono intere aree in cui i cellulari sono completamente inutili, i gps non rispondono, il wi-fì inesistente. L’ho verificato di persona, intorno alle dieci di sera, da sola, dispersa tra rughe e salizade deserte, finita per sbaglio in corti che, se non fosse per la diffusione della corrente elettrica nelle abitazioni, hanno subito ben pochi cambiamenti negli ultimi cinquecento anni. Ed è proprio in quei momenti che ci si accorge della magia, che qualcosa ci deve pur essere nell’aria di questa città, a parte i miasmi che vengono su dai canali, per farla sopravvivere ancora oggi così com’è sempre stata, fantasmi compresi.
Ho sempre pensato che il modo migliore per visitare Venezia sia perdercisi con un paio di scarpe comode, lontano dalle piste battute dai turisti. Farlo di notte ne aumenta il valore.
Lo dicevo alla mia amica Daniela: a Venezia puoi venirci una volta al mese nell’arco di un anno e scoprire ogni volta una città diversa. E lo stesso fenomeno si ripete nel corso di una giornata: è come rimanere seduti di fronte a uno schermo cinematografico con un film sempre diverso a seconda dell’ora. Le cinque di mattina, un quadro impressionista; le sette puro oro bizantino; mezzogiorno, verde acqua e canicola; gli arancioni e gli azzurri pomeridiani; le sfumature del tramonto sul bacino di San Marco; le luci che si rispecchiano sulla laguna appena cala la notte lungo la Riva degli Schiavoni e quelle che si riflettono nei rii e sotto i ponti di cui nessuno ricorda il nome.
Altra stramberia veneziana: i turisti. Ti aspetteresti che tutti quelli che riempiono le calli allo stato brado durante il giorno continuassero la movida del dopo cena fino a tardi, come si conviene ad ogni altra città che di turismo di massa vive. Roma per esempio, ha una sua vita notturna fatta di rumore e di folla, Venezia no. Non so dove finiscano tutti, ma già da poco prima della mezzanotte la città si svuota e rimangono in pochi, magari seduti a qualche tavolo dei rari locali ancora aperti, o a camminare di fretta per chissà dove.
Uno dei piaceri offerti dalla città, dopo aver allenato l’occhio con qualche visita, è notare le differenze tra i vari sestieri. Sono differenze notevoli, un po’ come scoprire mondi diversi. Cannaregio è totalmente diversa da Castello e Santa Croce lo è da San Marco. Lo si nota specialmente guardando verso l’alto, l’architettura è diversa, diversa la forma delle calli. Lo faccio spesso di fermarmi e guardare all’insù, si notano particolari nuovi ogni volta (insieme a tanti occhi che ti seguono da dietro i gerani e al di là degli scuri). A Cannaregio c’è anche il Ghetto, che è un altro mondo a sé, con i suoi palazzi alti e le Sinagoghe nascoste. Uno dei luoghi che preferisco in assoluto a Venezia.
Questa è stata la mia piccola vacanza, arricchita dalla felicità – e non è un’esagerazione – di aver potuto trascorrerla in compagnia di belle persone. Ho chiacchierato tanto e sorriso ancora di più perché, non l’ho detto prima, Venezia era uno dei luoghi che dovevo esorcizzare. C’erano ricordi che andavano rinnovati, promesse da dimenticare e propositi da riconfermare. Un viaggio catartico? No, solo un’occasione colta, insieme al desiderio di lasciarmi alle spalle quello che è stato e continuare ad essere quella che sono. Anche Venezia, in fondo, fa lo stesso da secoli.
-
Mi piace la vena cronachistica :)
-
E' vero, pensa che per noi che ci abitiamo è un pochino lo stesso. Venezia è uno stato dell'anima, soprattutto :)
-
No Fata, lei parlava di Venezia Venezia :)
-
Grazie palms, è del tutto non voluta, ossia sono episodi su cui ragionavo mentre mi succedevano, per esempio i gondolieri, pensavo fosse un luogo comune, invece cantano e lo hanno fatto proprio sotto le mie finestre. E Cannaregio, così "popolare", non so... mondi diversi, appunto, non avrei potuto vederli se fossi rimasta meno a lungo :)
-
:) , molto bello, mi dai il nome del b&b? la finestra con la colonna in stile mi incuriosisce (cerco un posto stiloso dove portare la mamma ;) )
-
Ti scrivo il link in privato, ho anche scritto una recensione su Venere, il posto è affascinante e un po' shabby ma considera che ci sono scale ripide e strette, senza ascensore, ma è comodissimo per visitare la città :)
-
Oi Palms, io risiedo nel Comune di Venezia e ci sono nata :)
-
il nostro b&b era molto vicino a quello di Niki e trovo che quella parte di castello sia veramente perfetta per dormirci
-
eccerto! tutti a dire chebellachebella e poi mi lasciano sola qui, 'st'impuniti!
-
Vero, anche Stefania e Carlo erano vicinissimi, veramente comodo :) Dania, ma poi torno eh :) Anzi, mi venite a trovare voi in autunno per la Notte d'Oro? :)
-
certo! Ma prima ci si vede per la grande inaugurazione della casa :D
-
Ovvio! Quella bisogna bagnarla :)
-
Notte d'oro?
-
Questa http://www.nottedoro.it/ Il sito è dell'anno scorso, ma stanno organizzando l'edizione 2010 :)
-
che bello! cerco di arrivare :)
-
Nessuno più che cerca di venire ;)
-
Sono così contenta che tu sia stata bene! A Venezia si è sempre soli e nudi di fronte alla propria anima, questa è la magia e il segreto...almeno per me :)
-
Benissimo Fata! :) Michela io sono stata benissimo e molto contenta di aver passato una bella giornata tutti insieme e non sai quanto sia vero anche per me quello che dici di Venezia :)
-
Devo decisamente andarci :-)
-
Decisamente sì :)
-
Beh, questo 3D ci obbliga a cambiare location per veneziacamp 2011... Così poi non ve ne andate più per davvero... ( e non è una minaccia... :). )
-
un posto ch3e non sia in culo ai lupi e ritorno , ad esempio mi avrebbe dato modo di riuscire a salutarvi tutti alla ggd, pur essendo arrivata con un volo da roma in ritardo di un ora e mezza
-
pm10@ nessunissima volontà di fare polemica, però dall'aereoporto con 9,5 euro c'è un motoscafo di linea (http://www.alilaguna.it/lineablu.html e dopo le 20:00 puoi usare anche la arancio cambiando a fondamenta nuove) che in 45 minuti ti porta dritto dritto a 50 metri dall'ingresso del veneziacamp, e per altro era anche segnalato sul sito (http://www.veneziacamp.it/dove/)... sul fatto che serva una location più "easy" (a cominciare dall'offerta sulla ristorazione e sulla possibilità di trovare da dormire nelle vicinanze) siamo d'accordo... oltre all'aria condizionata... :)
-
Allora, nessunissima volontà di fare polemica nemmeno da parte mia e premetto che adoro l'Arsenale, ma anche io ho perso la GGD per un motivo analogo a quello di pm10. L'ultima corsa utile da San Zaccaria per l'Arsenale parte alle 20.01, poi più nulla fino alla mattina dopo (ho scoperto che sono pochissime le corse che proseguono per tutta la notte a Venezia, con mia grande sorpresa). Ho cercato di farla a piedi ma per una persona che viene da fuori non è il posto più facile del mondo da raggiungere, specialmente di notte. Detto questo, a me la location piace, è stata perfetta l'anno scorso alla fine di ottobre, semplicemente non è adatta per eventi serali e/o notturni e con certe temperature. Quello che è andato storto quest'anno è stato ben altro, come ho avuto occasione di scrivere altrove.
-
la verità è che di notte la città torna in possesso dei suoi abitanti, come scrivi anche tu nel tuo post, e noi veneziani non andiamo mai da san zaccaria a fondamenta nuove / arsenale coi battelli, si va a piedi ( come per altro si va a piedi quasi ovunque oppure si usa il battello per tagliare dei percorsi, tipo san marco - san tomà), per i pochi turisti che restano in giro c'è la linea notturna che percorre il canal grande... l'arsenale non va bene nemmeno per questo, è davvero un luogo "troppo lontano" anche per noi: conosco un sacco di gente che non era mia entrata in arsenale da una finestra sino al primo veneziacamp...
-
Mi conforta sapere che allora non è stato un problema mio. Ti giuro che non è stato per nulla simpatico trovarsi da sola, alle dieci di sera in certi punti dove non c'è Venezia digitale che tenga, dove il cellulare non prende, dove non passa un'anima. Va beh, è andata così, spero nella prossima volta, ma forse sarebbe bastato un servizio analogo a quello dello scorso anno, con un battello dedicato come navetta. Comunque, a me è dispiaciuto non incontrare le mie amiche alla GGD, ma sono contenta per chi c'era e per le ragazze che ci hanno messo così tanto impegno e passione. Mi rifarò.
-
@Andrea la pagina che hai linkato è ben fatta, ma ad esempio a me che ero iscritta solo alla GGD (e non ero andata sul sito del veneziacamp) era completamente sfuggita. dal mio b&b (in campo santi apostoli) ci arrivavo tranquillamente a piedi, se avessi avuto la piantina. alla fine ci sono arrivata lo stesso, ma dopo un giro assurdo. non lo scrivo per farne una polemica, magari la prossima volta si potrebbe mandare una piantina insieme alla conferma della prenotazione.
-
a me è capito di stare a venezia alcuni giorni, alcuni anni fa (3?), è meravigliosa. e contro il luogo comune è una città in cui ci vivrei.
-
astrid@ da qualche parte ho già scritto che quella pagina ( che si può anche migliorare per altro...) andava linkata ovunque, compreso il voucher di prenotazione sia per la GGD che per gli eventi del veneziacamp. se vogliamo è l'ennesima applicazione del proverbio cinese che " un fiume in piena non porta tanta acqua ma fango" a dimostrazione che ci sono troppe informazioni da recepire "nel fiume" e quelle davvero utili tendi a non vederle nel "fango"
-
niki@ questa edizione è stata anche funestata dal budget e la navetta è stata una delle cose che abbiamo dovuto sacrificare non senza rammarico...
-
byb, io ci torno spesso perché è una delle città che più amo in assoluto. Viverci non so, dovrei provare per un po', ma di sicuro ci passerei volentieri qualche settimana. Andrea, ma guarda che io avrei pagato volentieri anche il servizio di navetta, non pretendo nulla gratis, ma almeno di avere la sicurezza di arrivare (problema che non si pone ovviamente prima delle 20). Pensa che ho anche indagato sul costo del taxi per arrivare ma davvero era troppo costoso per le mie tasche.
-
@Andrea in parte è anche colpa mia :) ho letto che la cena era all'Arsenale e ho pensato "ok, l'arsenale so dov'è, vado fin lì e poi chiamo le mie amiche e mi faccio spiegare l'ultima parte di strada" e invece così l'ho allungata...







