Un piccolo bilancio personale a un anno dalla Legge Levi

A un anno esatto dall’introduzione della Legge Levi (quella che doveva salvare piccoli editori e librerie) ecco un piccolo bilancio personale. Personale perché riguarda me, in quanto lettrice, ossia consumatrice finale del prodotto libro. Il mio punto di vista insomma, non una disamina generale di grandi numeri.
Quanto sono cambiate le mie abitudini di acquisto da un anno a questa parte?
Molto.
L’ultimo grosso ordine su Amazon risale alla fine dell’agosto dell’anno scorso, proprio in previsione dell’entrata in vigore della legge. Avevo approfittato, allora, degli ultimissimi veri sconti e fatto un po’ di scorta di libri cartacei. Una decina di libri in tutto. Da allora solo due piccoli ordini, a marzo e a luglio di quest’anno, per l’acquisto di qualche guida turistica. Niente narrativa, niente saggistica, niente acquisti multipli spalmati nel corso dell’anno: troppo costoso mantenere le vecchie abitudini.
Diretta conseguenza di questo, la mia lista desiderati si è allungata considerevolmente. Continuo ad aggiungere libri rimandandone continuamente l’acquisto. A ben pensarci non è una cosa del tutto negativa, questa: in un anno ho messo a bada quasi del tutto la mia sindrome da acquisto compulsivo di libri – non senza una certa sofferenza e mortificazione da parte mia, lo ammetto.
Per una serie di ragioni che non hanno niente a che fare con la Legge Levi anche i miei ritmi di lettura si sono notevolmente rilassati nell’ultimo anno, ma posso dire che forse, potendo comprare liberamente come facevo prima, qualche libro in più lo avrei anche letto. Per fortuna ci sono sempre i regali che hanno rimpolpato in modo considerevole la pila sul comodino, regali grazie ai quali ho potuto scoprire libri e autori che normalmente non avrei comprato (sempre sia benedetto il mio compagno) e tutti quelli comprati negli anni precedenti e mai letti (vedi sindrome di cui sopra).

Abitudini cambiate anche per quanto concerne le librerie fisiche. Prima delle legge mi capitava di acquistare i libri anche in libreria (sovente e molto volentieri), soprattutto durante viaggi o visite estemporanee alle mie preferite o, occasionalmente, al reparto libri del mio supermercato. Da un anno a questa parte credo, e non ne sono nemmeno sicura, di aver comprato solo un paio di libri, esclusi i due o tre trovati su certe bancarelle romane. Sempre con enorme sofferenza da parte mia, certamente, ma dovendo guardare anche alle mie tasche e non solo a quelle dei librai, preferisco aggiungere quello che mi piace alla mia wish list di Amazon e attendere offerte e tempi migliori lì.
Offerte che spesso arrivano via ebook. A dicembre sono diventata la felice e fiera proprietaria di un lettore Kindle che conta, al momento di 120 libri, il 90% circa dei quali comprati su Amazon o Bookrepublic, gli altri scaricati gratuitamente dagli stessi siti. Ecco chi ha veramente guadagnato dalla legge Levi: il mercato del libro elettronico. Cosa che mi rende contenta, confesso.
Approfitto spessissimo delle offerte, libri che in libreria pagherei a prezzo pieno, in formato ebook posso scaricarli per pochi spiccioli e leggerli subito. Ho un mio limite psicologico fissato a cinque euro, è vero, ma se il libro ne vale veramente la pena posso arrivare a spenderne fino a dieci per un ebook. Se il costo è superiore, rinuncio, perché non congruo, secondo me. Metto in wishlist e attendo occasioni migliori (questo per dire, che il prezzo la differenza la fa, eccome). Altro vantaggio offerto dagli ebook è che cogliendo le offerte proposte si ha l’occasione di leggere cose non abituali a pochi soldi. Se va male, pazienza per i pochi centesimi spesi, se va bene un altro bel libro o autore interessante aggiunti alla collezione.

Dopo un anno, quindi, ho avuto la conferma che: la legge Levi sia stata soprattutto una legge contro Amazon (ci sono finiti in mezzo anche IBS e gli altri, ma pazienza); non ha minimamente aiutato i piccoli editori, né i piccoli librai, né arginato lo strapotere delle grandi catene, vista la crisi dell’editoria di cui si parla tanto sui giornali. Ha favorito il diffondersi degli ebook (evviva!) anche con un loro mercato sotterraneo, a tutto discapito di quelle case editrici che hanno sempre criticato e attaccato il medium elettronico e che si ritrovano ora a piangere e lamentarsi sui quotidiani. Di quell’articolo, risalente alla scorsa primavera, riporto qui sol un commento di un lettore: “Da imprenditore dovresti sapere che sul mercato ci rimani solo se vendi prodotti buoni, se sai cogliere le opportunità offerte dall’innovazione, dalla tecnologia, e se i tuoi prezzi sono competitivi. Invece di lamentarti del Governo e delle Banche, avresti dovuto fare in modo che la tua Società fosse tra le prime a vendere e-book, tra le prime a innovare nel mondo dell’editoria, a stare al passo col mondo che cambia. Hai continuato a vendere libri di carta, per di più a prezzi fuori mercato per poi lamentarti? Per quale motivo dovrei comprare un libro da te che mi costa 20 euro, quando lo stesso su Amazon me ne costa 9?”

Vorrei solo aggiungere un’ultima riflessione a proposito delle piccole librerie indipendenti. Mi piacciono molto. Mi dispiace quando sono costrette a chiudere ma se non riescono a fornire un servizio diverso e complementare a quello offerto dal megastore di una qualsiasi grande catena, saranno destinate a soccombere del tutto. Il vantaggi di Amazon o di Feltrinelli (tanto per fare due nomi a caso) è che possono disporre di un catalogo sterminato o di spazi enormi. Il loro svantaggio è che dispongono di un catalogo sterminato o di spazi enormi. Ecco, qui diventa difficile trovare la diversità, l’autore particolare non di massa, il saggio importante ma che nessuno pubblicizza. Facile trovare qualcosa di cui si è già a conoscenza, impossibile se non se ne sa nulla. Ecco cosa dovrebbero fare i piccoli librai: farmi trovare quel che è difficile trovare altrove, mettendomelo sugli scaffali, davanti al naso. A questo punto sarei disposta a spendere qualcosa in più anche per loro.

La scelta più difficile: pensieri in ritardo sul 25 aprile

Sono cresciuta, tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, con pane, Nutella e Bella Ciao. Allora certe canzoni era normale cantarle a scuola, tutti insieme, tutto l’anno.
Da idealista cocciuta, non riesco ancora a non stupirmi di quanto sia successo negli ultimi vent’anni: un sistematico annacquamento della memoria che ha condotto a porre sullo stesso piano, nella testa di molti, chi era dalla parte del giusto e chi no. Anzi, sempre per questi molti, la Resistenza sarebbe un episodio da superare, da cancellare, anche in nome di un’attualità più urgente.
C’è anche chi vorrebbe appropriarsene, del 25 aprile, con il ritornello della “festa di tutti”; c’è chi non desidera i simboli di partito alle manifestazioni; chi vorrebbe, in questa giornata, ricordare anche gli altri morti, in parte per mala fede, in parte appellandosi alla buona fede di chi scelse la parte sbagliata, allora. Come se decidere da che parte stare fosse un particolare trascurabile, dopo tutto.

Non era mica tanto facile decidere di stare nel giusto. Lo dice quel vecchio partigiano sul Lungarno: agli altri davano una bella divisa e qualche soldo da mettere in tasca. Chi andava in montagna, chi entrava in clandestinità lo faceva spesso con le tasche vuote. Non si riceveva niente, se non di finire, spesso, appesi a un albero o fucilati contro un muro.

E insomma, per me il 25 aprile, così come il Primo Maggio sono due punti fermi. Due paletti, oltre ai quali non si deve andare (non uso il condizionale a proposito). Queste due date sono una barriera psicologica formidabile: è per quello che negli ultimi anni una precisa parte politica ha tentato in tutti i modi, da quelli più sibillini del ricordo condiviso, a quelli forzosi del revisionismo storico e della cancellazione a norma di legge. Un notevole dispiego di energia per due date che col presente non hanno nulla a che fare.

Poi ci sono quelli che ogni anno, puntualmente, spolverano l’argomento delle Foibe e del triangolo rosso. Li ho letti anche quest’anno, in commenti sparsi ai vari articoli e post sul 25 aprile. A questi vorrei dire: ma davvero vogliamo metterci a fare la conta dei morti? Siete sicuri che qualche episodio, possa cancellare vent’anni di dittatura, una guerra e tutti i suoi morti innocenti, i milioni di vittime dei campi di sterminio e le tante carneficine per mano delle truppe naziste e della repubblica sociale? Li vogliamo nominare tutti, per nome, e contarli alla fine per vedere da che parte pende la bilancia e capire, una volta per tutte, chi era nel giusto e chi no?

Senza considerare lo sfacelo di un’intera generazione nata e cresciuta senza libertà né democrazia.

 

Verso ovest: i colori di Lisbona

Non avevo un’idea particolare su Lisbona prima di partire. Non la conoscevo, non ho mai letto gli scritti di Pessoa e Saramago sulla loro città, non ho fatto indagini approfondite online. Ho sempre saputo, però, di amici e conoscenti che l’amano in modo appassionato, tanto da tornare là regolarmente. Il primo impatto, quindi, è stato un’esperienza di suggestioni pure e immediate.
Mentre Alessandro e io viaggiavamo sul bus che dall’aeroporto ci portava verso Cais do Sodré, guardavo la città dal finestrino: mi pareva di essere altrove, in un paese tra Sudamerica (dove non sono mai stata), e Europa del nord. Palme, villette in stile coloniale ristrutturate in colori pastello e un’aria di ordine e di placida efficienza anglosassone. Una specie di non-luogo che mi ricordava altre città: un po’ Madrid, un po’ Copenaghen. Un po’ anche Venezia, in certi suoi vicoli.

Poi ho capito. Lisbona è una città irresistibile, dal fascino sottile. Poteva non colpirmi? E non è solo per la simpatia che provo a prescindere per le città di mare e di porto, o perché l’ho trovata accogliente e amichevole.
Lisbona è, su tutto, una città di contrasti, di vuoti e di pieni, di luce e di ombra.

Non credo esista un altro luogo così,  dove semplicità e pulizia nordiche si fondono al calore e al colore latini; dove passato e presente convivono senza soluzione di continuità; dove tradizione e modernità si alternano senza disturbarsi a vicenda.
I quartieri popolari paiono paesi all’interno della città, col bucato steso alle finestre e i vasi sui davanzali; qui nessuno sembra andare di fretta,  gli anziani arrancano col bastone sulle salite,  i bambini giocano per strada, i bottegai si affacciano alle porte dei loro negozi, come succedeva nell’Italia degli anni ’50 e ’60.
Di Lisbona mi è piaciuto quel lieve senso di decadenza che si respira nell’aria. La si nota, in effetti, per via degli antichi palazzi sventrati o con le aperture murate. Eppure non è oppressiva, non è deprimente. Lisbona vive la decadenza da un passato glorioso come fatto assodato e quotidiano; lo fa senza compiacimento, senza intellettualismi, senza grancassa. È una capitale ma sembra provincia. Questo, credo, me l’ha fatta amare.

Come spesso succede nelle vecchie città europee, anche Lisbona va vissuta camminando, magari di mattina presto in un giorno feriale, o durante le ore pigre di un sabato pomeriggio di primavera. Basta dotarsi di curiosità, voglia e scarpe comode. Lo spettacolo offerto dalla gente che si incontra è imperdibile, lungo strade e stradine, alla fermate del bus, ai banconi delle pastelarias. O sull’Electrico 28.
Per me e Alessandro le corse sul tram 28, le curve a gomito, le salite e le discese folli sono diventate una  specie di simbolo di questo viaggio. Non so più quante volte lo abbiamo preso da Rua da Conceiçao o da Praça Luís de Camões, su fino al Cemitério dos Prazeres. All’inizio perché era “una delle dieci cose da non perdere di Lisbona”, come raccomandato da tutte le guide in nostro possesso, più tardi per puro divertimento e perché infinitamente più comodo che tornare in albergo a piedi. Alla fine l’Electrico 28 è entrato a far parte dell’elenco dei miei posti speciali  di questa città.
Mi sono resa conto che questi sono tutti luoghi in cui il passato pesa più del presente, dove lo scorrere del tempo diventa elemento tangibile. Luoghi di contrasti, come dicevo prima, di luci e di ombre, di emozioni inattese. L’Electrico 28, luogo in movimento, nello spazio e nel tempo; il chiostro della Cattedrale del Sé, dove bastano due Euro e cinquanta per tornare indietro di qualche secolo – almeno finché non si è riportati alla realtà da orde di turisti vocianti -; il cimitero dos Prazeres, capolinea del 28 e dell’esistenza terrena di tanti lisboneti, in cui il tempo sembra sospeso nel silenzio quasi assoluto. Impossibile non lasciarsi trasportare dalla fantasia o non sentire quel certo brivido lungo la schiena mentre si passeggia tra le lapidi e le tombe di famiglia a forma di villini, con tanto di tendine a porte e finestre.

Lisbona è tutto questo e molto altro ma, fondamentalmente, io l’ho percepita come una città dall’animo schietto e genuino. In fondo, rassomiglia molto ai dolcetti che sono diventati uno dei suoi simboli più famosi: i pasteis de nata. Pochi ingredienti, quelli più semplici e basilari, uova, zucchero, latte, farina, ma combinati in modo di creare una crosta croccante e un cuore dolce e cremoso, in un ulteriore gioco di contrasti. Non per niente credo sia impossibile amare questa città se non si è davvero dei puri di spirito o dei golosi senza speranza.

È di nuovo l’8 marzo

Non è una data che mi fa piacere ricordare perché, alla fine, questa data, oggi, rappresenta un fallimento.

Bisognerebbe avere la decenza di non festeggiare, di non lasciarsi andare a comportamenti sguaiati, di non fare auguri a destra e manca come se oggi si celebrasse qualcosa di bello.

Oggi è la giornata per fare l’ennesimo punto della situazione: sulla violenza, sulla discriminazione, sui femminicidi, su una cultura arcaica che dovrebbe essere retaggio del passato e così non è.

Bisognerebbe, ogni anno, prima di qualsiasi evento dedicato all’8 marzo, ricordare a voce alta, uno per uno, i nomi delle vittime, come si fa per quelle delle stragi e degli attacchi terroristici.

 

Da L’Espresso, 8 marzo 2012

A proposito di associazioni, è grazie a loro se si ha un’idea di quanti omicidi di donne avvengano, perché di dati ufficiali dalla Questura non ce ne sono, tanto per dare la misura di quanto sia considerato il problema. E’ grazie al loro lavoro, per esempio, che si sa che delle 127 donne che hanno perso la vita nel 2010, 114 sono state uccise da membri della famiglia, di cui 68 erano partner della vittima, mentre 29 ex partner. Il che ha delle conseguenze sorprendenti riguardo alcuni luoghi comuni sulle violenze: intanto che avvengono per lo più dentro casa, e non per strada

I nomi

2011 (dato parziale)

Silvia Elena Manastirenau
20 anni
uccisa da un cliente

Stefania Noce
24 anni
uccisa da ex fidanzato

Antonietta di Palma
50 anni
uccisa da un vicino

Maria Donata Menchise
20 anni
uccisa da un vicino

Silvia Elena Manastireanu
20 anni
uccisa da un cliente

Rosa Allegretti
48 anni
uccisa da un cliente

Daniela Bertolazzi
60 anni
uccisa dal convivente

Elsa Boni
67 anni
uccisa dal marito

Rosanna Piattino
65 anni
uccisa dal marito

Paola Carosio
44 anni
uccisa dal fidanzato

Giuliana Massei
anni
uccisa dal figlio

Augusta Alvelo
50 anni
uccisa dal compagno

Rachida Radi
35 anni
uccisa dal marito

Mirella La Palombara
43 anni
uccisa dal marito

Romina Acerbis
29 anni
uccisa dal marito

Maria Rosa Perrone
51 anni
uccisa da ex marito

Santina Perin
85 anni
uccisa dal figlio

Neila Burekaite
24 anni
uccisa dal convivente

Claudia Ornesi e la sua bimba
2 anni 42 anni
uccise dall’ex compagno

Emilia Cupone
50 anni
uccisa da automobilista

Galyna Dotsyak
56 anni
uccisa dall’amante

Tiziana Rupena
48 anni
uccisa dal convivente

Elena Para
35 anni
uccisa dal marito

Adriana Sestito
30 anni
uccisa dal convivente

Gabriella Petrolati
42 anni
uccisa da ex convivente

Elisa Rossi
69 anni
uccisa dal figlio

Wen Algin
30 anni
uccisa da un uomo

Valeria Mariani
27 anni
uccisa da ex fidanzato

Margherita Carollo
51 anni
uccisa dal marito

Rosa Colusso

86 anni
uccisa dal marito

Nidia Trevisani
68 anni
uccisa dal marito

Elsa Martelli
27 anni
uccisa dal marito

Carmela Rea
29 anni
uccisa da ??

Cibele Maria Johnson de Assis
50 anni
uccisa da ex compagno

Marianna Ricciardi
35 anni
uccisa dall’amante

Anamaria Ferariu
22 anni
uccisa ??

Marisa Vecchione
35 anni
uccisa dal compagno

Giuseppa Caruso
91 anni
uccisa da un vicino

Stella Paroni
91 anni
uccisa da un vicino

Yara Gambirasio
14 anni
uccisa da ??

Anna Maria Valobra
68 anni
uccisa dal figlio

Stefania Moranda
46 anni
uccisa dal marito

Elettra Rosso
46 anni
uccisa da ex convivente

2012

Cristina Andrea Marian
23 anni
uccisa da ??

Maura Carta
di 58 anni
uccisa dal figlio

Sara Marquez
28 anni
uccisa dal compagno

Enza Cappuccio
33 anni
uccisa dal marito?

Rosetta Trovato
38 anni
uccisa dal marito

Sharna Abdul Gafur
18 anni
uccisa dall’amante

Lucia Manca
53 anni
uccisa dal marito?

Lenuta Lazar
23 anni
uccisa da un cliente

Grazyna Tarkowska
46 anni
uccisa dal marito

Antonella Riotino
21 anni
uccisa da ex fidanzato

Fabiola Speranza
45 anni
uccisa dal marito

Yuezhu Chen
43 anni
uccisa da un cliente

Stefania Mighali
40 anni
uccisa dal ex marito

Nunzia Rintinella
77 anni
uccisa dall’ex genero

Daniela Mighali
9 anni
uccisa dal padre

dati forniti da ‘Casa delle Donne per non subire violenza’ di Bologna

L’Espresso, 8 marzo 2012


 

In Italia una donna su due non lavora

Nascere di sesso femminile in Italia è una sfortuna.

Certo, una sfortuna minore rispetto a tanti altri luoghi, ma in termini di confronto con gli altri Paesi europei, volendo tenere la questione circoscritta, non è proprio come vincere un terno al lotto.
In Italia una donna su due non lavora. Non è un dato di cui mi sorprendo, anzi, è solo la riprova di quanto sia anomalo questo Paese. Non c’è solamente la sempiterna questione nord/sud, ma pure qualcosa di culturalmente più sottile e radicato, molto al di là dei dati economici nudi e crudi. Perché così tante donne in Italia non lavorano (fuori casa – doverosa precisazione)?È vero che in Italia si fa poco per sostenere le donne e il loro lavoro. In maniera scientifica, oserei dire, e  nonostante un ministero ad hoc, quello delle Pari opportunità, restano scarsissimi (non da ora) gli investimenti nello stato sociale – appena l’1,3% del Pil – e nelle politiche a sostegno delle famiglie, dove “sostegno alle famiglie” significa, di fatto, anche maggiori opportunità per le donne di un impiego fuori casa.
Ma, appunto, ci devono essere anche altre ragioni. Non si spiegherebbero altrimenti le differenze nelle percentuali di donne lavoratrici di certe regioni e province, ad esempio, e l’enorme divario tra noi e i nostri vicini in Europa. Non sarà, quindi, anche questione di mentalità e cultura, oltre che di effettive difficoltà economiche e del lavoro che manca, sia per gli uomini che per le donne?

Foto da Wikipedia

In Italia permane, trasversalmente, l’idea del lavoro delle donne come attività di emergenza: trascurabile in generale, ma utile per far fronte alle necessità accidentali. Di sicuro, di minor valore rispetto a quello di un uomo, tanto da venire retribuito mediamente un 20% in meno.

Insomma, dopo l’entrata in massa nel mondo del lavoro per motivi bellici durante la prima guerra mondiale, la cacciata durante il ventennio fascista con il conseguente ritorno “di regime” a ruoli prettamente femminili, con un nuovo rientro ob torto collo allo scoppio della seconda, più tardi la cultura generalmente diffusa fu quella che le donne lavoravano solo se povere, nell’attesa di un matrimonio salvifico, o brutte e quindi condannate sia allo zitellaggio che a provvedere a se stesse. Ve lo ricordate “Il segno di Venere”, film del 1955 di Dino Risi con Franca Valeri e Sophia Loren, ad esempio? O certi altri film dei primi anni ‘50 con ragazze belle ma povere costrette a servizio per mantenersi?
Questo tipo di cultura è quella che mi pare permanga in alcune aree d’Italia, ossia che il lavoro delle donne non viene vissuto come un aspetto normale della vita di una persona, ma solo come attività sussidiaria a cui ricorrere quando non si hanno altre possibilità di sostentamento. Mi aveva colpito, a proposito, dopo la tragedua delle operaie di Barletta, come chi le conosceva tenesse a sottolineare che tutte le vittime erano costrette a lavorare in quel laboratorio perché sole con figli, quindi senza nessuno che provvedesse a loro economicamente.
Altro pensiero diffuso è quello che il lavoro delle donne toglierebbe spazio agli uomini, o che il lavoro delle donne sia sacrificabile, perché superfluo, quasi queste fossero delle intruse nella società che si appropriano di spazi non dedicati a loro, spesso per puro capriccio, mentre il loro vero posto è altrove.

Per quanto mi riguarda, non ho mai pensato di poter fare a meno di avere un lavoro. Non ho mai pensato fosse condizione normale per una donna occuparsi solo della casa, del marito/compagno e degli eventuali figli. Scelta, questa, che non condividevo, magari, ma mai vista come condizione connaturata nell’essere di sesso femminile. D’altra parte, l’idea di svolgere una professione non è mai stata solo legata all’aspetto economico, ma anche alla soddisfazione personale e al senso di compiutezza che ne deriva, senza contare libertà e indipendenza psicologica e di spazi. E poi, non è detto che un matrimonio duri per sempre e che non si debba poi inventarsi un modo per guadagnarsi da vivere.
Mi chiedo quanto abbia influito essere nata dove sono nata (e cresciuta).
In Emilia Romagna esiste una storia ben precisa del lavoro femminile. Una storia spesso controversa e difficile – perché anche qui, accanto alle donne occupate da sempre nelle campagne, nelle fabbriche, organizzate in leghe e associazioni, c’era chi, pure in tempi molto recenti, ancora pensava che per una donna fosse inutile proseguire gli studi e imparare un mestiere visto che poi si sarebbe sistemata col matrimonio –  ma che senza dubbio costituisce un patrimonio importante di progresso ed esperienza in questo senso.
Rimane da capire se nelle aree con più alta concentrazione di donne occupate questo succeda grazie a una particolare attenzione da parte delle amministrazioni locali alle problematiche legate alla famiglia, o se un’offerta maggiore di servizi sia stata scelta obbligata visto l’altro numero di donne occupate.

Inutile ribadire che la situazione generale è disastrosa, nonostante siano moltissime le donne che ogni giorno combattono, in maniera letterale, contro licenziamenti, svendita dei diritti – e le donne sono spesso le prime a pagarne le conseguenze – perdita di dignità professionale.
A volte mi sembra una battaglia contro i mulini a vento: come se essere al penultimo posto in Europa non fosse già abbastanza vergognoso, a suggello ecco le dichiarazioni di Domenico Scilipoti, “responsabile” e parlamentare della Repubblica italiana: “Siamo entrati in una nuova era per la figura e il ruolo della donna, il cui compito sarà necessariamente quello di rimettere al centro la sua figura di Mater”.

La soluzione ideale per un Paese in crisi.

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