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febbraio, 2008

A proposito di WVeltroni

Non ho ben compreso una cosa: per quale motivo nella pagina Twitter di WVeltroni campeggia una bella foto di Barack Obama? Posso capire che questo sia il felice ideatore della nuova politica del Yes We Can (niente di veramente nuovo comunque, J. F. K. era stato in grado di fare altrettanto alla fine degli anni ’50), posso capire il parallelismo tra i due modi di fare politica, posso capire che WVeltroni ne sia stato ispirato anche per quanto riguarda l’uso della rete e del social networking, ma perché non metterci una foto sua?

Personalmente non apprezzo molto questo continuo rimando all’altro lato dell’oceano. Meglio concentrarsi sul qui, ora e sul prossimo aprile. Perché al di là di ogni similitudine di ideologie o di idee, Obama non deve risolvere i problemi della politica italiana, la monnezza di Napoli, la moratoria sulla 194, il precariato, la sicurezza sul lavoro (solo per citare qualcosa a caso). Qui, più che bisogno di credere nella nostra abilità di portare un reale cambiamento a Roma (tanto per parafrasare il motto sulla homepage di Obama) c’è bisogno, prima di tutto, di un recupero di sobrietà, coerenza, giustizia e laicità da parte di chi è chiamato a governarci. Mettendoci la faccia, anche su Twitter.

Il senso della fuga

Sono una che scappa.  Ho bisogno spesso di fuggire, di lasciarmi alle spalle per qualche giorno cose e persone. Questo si traduce nel comprare biglietti: di aereo, di treno, non ha importanza. L’importante è staccarmi da una situazione in cui annaspo e ritrovarmi tra visi che non conosco, meglio se non parlano la mia lingua, e luoghi non abituali.

Adoro gli aeroporti. Adoro l’energia che emanano, il movimento, le espressioni delle persone, gli esempi di varia umanità, le situazioni che prendono vita di fronte ai miei occhi. Adoro la luce fredda ad ogni ora e le grandi vetrate da cui lo sguardo spazia. Adoro il senso di precarietà, tutti sono di passaggio in un aeroporto, nessuno è lì per fermarsi. Forse riconosco la mia vita in questo e trovo confortante sapere che tutto quanto lì accade è in continua evoluzione e mai uguale a se stesso. Basta scegliere una destinazione, una qualunque per cominciare tutto daccapo.

Parto quando sono infelice, parto quando sono confusa, quando non trovo altro modo per ricordarmi chi sono e cosa voglio. Quando ho bisogno di difendermi e di raccogliere le forze. E’ così da quando ero bambina. C’è stato un lungo periodo della mia vita in cui non mi è stato possibile viaggiare. Per anni,  notte dopo notte, ho sognato di prendere aerei da cui vedevo New York dall’alto o l’oceano sotto di me. Sono sogni che non mi hanno mai abbandonato, neppure dopo, che tanti aerei li ho presi davvero.
Mi basta prendere un treno. Una città diversa dalla mia, strade nuove da percorrere con passo deciso, anche il sole così sembra differente. Mi piace perdermi, sedere a un tavolino e ascoltare suoni e rumori, sbirciare i passanti, fare schizzi dei disegni che farò. Mi piace mescolarmi alla gente e parlare con le persone, dire loro: io non sono di qui. Mi vedo seduta su dei gradini, con le gambe distese al sole, tra i turisti.

Può sembrare poco onorevole questo desiderio di fuga, una specie di rigurgito dell’infanzia nel voler scansare le mie responsabilità. Non è così. E’ invece una  sorta di meditazione allargata che coinvolge anche lo spazio geografico. Parto per tornare. Parto per riguadagnare la giusta prospettiva, per tenere il mondo di nuovo a distanza di sicurezza, per esserci ancora.

I cinguettii della politica

La cosa che ho apprezzato da parte di Veltroni, subito dopo la decisione di far correre il Partito Democratico da solo alle prossime elezioni, è stata quella di mandare De Mita a fare l’ottuagenario che è.

Il suddetto De Mita si è sentito insultato. Ora bisognerebbe indagare per quali recondite ragioni una persona mediamente normale dovrebbe sentirsi insultata se le viene ricordata la bella età che ha raggiunto (che siano altri i veri motivi?), ritengo che il suo allontanamento sia stato un gesto significativo. Lo è anche di più se si considera che potrebbe risultare non proprio conveniente dal punto di vista strategico vista la regione di provenienza di questo escluso eccellente. E’ stata un’azione di rottura nessaria e utile a lanciare un messaggio forte, qualcosa di nuovo, un liberarsi di certe ragnatele e da certe facce. Di fare politica in un modo diverso – finalmente.

La politica in Italia necessita di questo: azioni concrete. Ha bisogno di avvicinarsi alla gente, a chi è al di fuori dei meccanismi del potere costituito e consolidato, deve liberarsi della spocchia di chi vuol morire facendo comizi e percorrere i sentieri ancora poco battuti dei nuovi mezzi di comunicazione. Non è tanto voler copiare il modello americano, ma capire che il linguaggio è cambiato. Il Partito Democratico ha compreso le potenzialità di certi territori finora inesplorati nel nostro Paese. Dice Walter Veltroni su Twitter: “Contento per l’accordo raggiunto con i radicali. Dispiace che Ciriaco esprima quei giudizi. Ma a tutto c’è un limite, serve credibilità”. Credibilità.
Sarà per questo che nella realtà parallela del web 2.0 Veltroni e’ nettamente avanti a Berlusconi? Veltroni fa community, Berlusconi fa portale. Come ci sarebbe stato Ciriaco De Mita su Twitter?

Detto questo, trovo abbastanza offensivo per la mia intelligenza di cittadino italiano votante l’atteggiamento di De Mita. Non è che sia una figura di puro candore della nostra storia politica recente. Quello che aveva da dire ha avuto modo di esprimerlo in questi ultimi 45 anni anni. Non credo gli sia andata poi tanto male. Altro che cinismo. E d’altro canto, come affermato da Veltroni ”…l’impegno politico non è legato alle candidature”. Sennò che ci staremmo a fare in quasi 11.500 iscritti nella web communiy del PD?

Il sentimento del mondo e altre cose

Mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sul “sentimento del mondo”, sul nostro io e sul “nostro futuro momentaneamente “ibernato” nel flusso della nostra – spesso egoistica e solipsistica – quotidianità”. Argomento complesso, che si presta a mille interpretazioni e che offre altrettanti spunti di riflessione. Ci ho pensato un po’ su, non so se esista un vero sentimento del mondo, però sono sicura che, nel caso esistesse, sarebbe previlegio per pochi.

Stavo riflettendo sul fatto che siamo sovente distratti. Veniamo attirati dallo sfondo e non ci accorgiamo dei particolari in primo piano. Per recuperare il sentimento del mondo, per comprendere questo anelito che ci renderebbe parte di un tutto, forse bisognerebbe riconsiderare il nostro rapporto con l’altro e ancora prima quello con noi stessi. Partire dal concreto. Certo, fa più rumore riempirsi la bocca con dichiarazioni d’intenti senza fondamento, con critiche altisonanti al sistema, alla politica, alla società. Ma poi, quanti concludono o non si accontentano di demandare? Cominciamo da noi allora. Per dirla biblicamente: iniziamo dalla trave nel nostro occhio.

Essere meno ipocriti, per esempio. Ogni individuo dovrebbe mantenersi fedele a se stesso senza vendere o usare qualcun altro. Nessuno merita di essere usato, meno che mai per soddisfare un bisogno dell’ego. Perché è così difficile essere onesti, soprattutto quando non si ha nulla da perdere?  L’ipocrisia non necessaria, il pensare che tanto vale essere qualcuno che non si è, che comunque porterà dei vantaggi prendersi gioco del prossimo, aprofittarne, come se fosse un investimento da cui trarre il massimo profitto o una speciale finanza creativa dei rapporti, ecco, io comincerei da questo.
O dall’accettazione dell’altro, cercando di liberarsi della convinzione di essere nel giusto assoluto.

Ho sentito discorsi terribili qualche giorno fa, che mi hanno lasciata sbigottita in un primo momento, ma che poi mi hanno dato la riprova di quanto cammino bisogna compiere ancora sulla strada della tolleranza e del rispetto reciproco. E che mi hanno trasmesso un senso di sgomento alla fine, perché basta poco per trasformare persone normalmente rispettabili in arbitri dell’altrui libertà, in giudici supremi di quello che deve essere socialmente accettabile o meno. Persone che considerano l’omosessualità una malattia, una deviazione pericolosa, che “avere un figlio frocio è come averlo senza un braccio o una gamba”. Per una strana associazione di idee ho ripensato a quel libro di Daniel Jonah Goldhagen uscito una decina di anni fa “I volenterosi carnefici di Hitler”. Anche in quello si parlava di gente comune.

Uno sforzo piccolo o grande? Di sicuro titanico per qualcuno.  La realtà di ognuno è quella entro la quale ognuno si muove, una specie
di bolla, è difficile uscirne, posso comprenderlo, ma è anche per questo motivo mi sento spesso arrabbiata e frustrata. E’ solo a causa di un forte sentimento d’orgoglio che mi ostino nell’idealismo e nella concezione romantica della realtà – in senso filosofico, anche se non pagano quasi mai. Non resta che sperare nell’Era dell’Acquario.

Metto le mani avanti

Lo so, sono in anticipo per S. Valentino, ma essendo sempre stato per me un giorno come un altro, tanto vale parlarne oggi.

Mi pare di aver notato in questi ultimi giorni un particolare stato di schizofrenia avanzata su quotidiani, riviste e rotocalchi vari, anche online, che non avevo notato gli anni scorsi. Non mi riferisco agli aspetti prettamente commerciali, le pubblicità di cioccolatini, profumi, viaggi esotici e via discorrendo, ma proprio alle campagne di pseudo informazione su questa ricorrenza, ai veri e propri servizi su questo santo ignaro, sugli usi e costumi della festività, cosa fare e non fare, che regalare, dove andare. Anche sulle testate tradizionalmente più serie e insospettabili. Lo confesso: anche io mi sono lasciata irretire dalla sdolcinatezza, rispondendo come prima cosa questa mattina al sondaggio del Corriere online sul film d’amore preferito.

Cosa c’è di diverso quest’anno nell’aria? Perché interessarsene tanto? Dipenderà anche dal fatto che la situazione in Italia al momento è tutt’altro che rosea? Allora molto meglio aggrapparsi ai buoni sentimenti, al romanticismo di plastica, ai cuori rossi e alle manette di pelo color fucsia. Meglio appassionarsi alla soap in salsa francese del momento che, con un tempismo perfetto, ci racconta le pene d’amor perduto del povero Nicolas Sarkozy, piccolo e meschinello, altro che grandeur d’oltralpe.

Mi è venuto in mente che io non l’ho mai festeggiato S. Valentino; e dire che dai sedici anni in poi sono sempre stata la fidanzata di qualcuno, la ragazza di qualcuno, l’amante di qualcuno, la moglie di qualcuno (in puro ordine casuale), mai una cenetta romantica, una fuga d’amore, niente di niente. Nemmeno a sorpresa, perché io me ne dimentico puntualmente ogni anno di questo giorno fondamentale.

Non serve nemmeno dichiararsi single. Proprio ieri ho imparato che è stato nominato un santo anche per noi, i grandi esclusi di  questa scoppiettante bagarre. Il povero san Faustino, mesto anche di nome, il santo del giorno dopo.

Il mio film d’amore

I ponti di Madison County

 

 

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