Mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sul “sentimento del mondo”, sul nostro io e sul “nostro futuro momentaneamente “ibernato” nel flusso della nostra – spesso egoistica e solipsistica – quotidianità”. Argomento complesso, che si presta a mille interpretazioni e che offre altrettanti spunti di riflessione. Ci ho pensato un po’ su, non so se esista un vero sentimento del mondo, però sono sicura che, nel caso esistesse, sarebbe previlegio per pochi.
Stavo riflettendo sul fatto che siamo sovente distratti. Veniamo attirati dallo sfondo e non ci accorgiamo dei particolari in primo piano. Per recuperare il sentimento del mondo, per comprendere questo anelito che ci renderebbe parte di un tutto, forse bisognerebbe riconsiderare il nostro rapporto con l’altro e ancora prima quello con noi stessi. Partire dal concreto. Certo, fa più rumore riempirsi la bocca con dichiarazioni d’intenti senza fondamento, con critiche altisonanti al sistema, alla politica, alla società. Ma poi, quanti concludono o non si accontentano di demandare? Cominciamo da noi allora. Per dirla biblicamente: iniziamo dalla trave nel nostro occhio.
Essere meno ipocriti, per esempio. Ogni individuo dovrebbe mantenersi fedele a se stesso senza vendere o usare qualcun altro. Nessuno merita di essere usato, meno che mai per soddisfare un bisogno dell’ego. Perché è così difficile essere onesti, soprattutto quando non si ha nulla da perdere? L’ipocrisia non necessaria, il pensare che tanto vale essere qualcuno che non si è, che comunque porterà dei vantaggi prendersi gioco del prossimo, aprofittarne, come se fosse un investimento da cui trarre il massimo profitto o una speciale finanza creativa dei rapporti, ecco, io comincerei da questo.
O dall’accettazione dell’altro, cercando di liberarsi della convinzione di essere nel giusto assoluto.
Ho sentito discorsi terribili qualche giorno fa, che mi hanno lasciata sbigottita in un primo momento, ma che poi mi hanno dato la riprova di quanto cammino bisogna compiere ancora sulla strada della tolleranza e del rispetto reciproco. E che mi hanno trasmesso un senso di sgomento alla fine, perché basta poco per trasformare persone normalmente rispettabili in arbitri dell’altrui libertà, in giudici supremi di quello che deve essere socialmente accettabile o meno. Persone che considerano l’omosessualità una malattia, una deviazione pericolosa, che “avere un figlio frocio è come averlo senza un braccio o una gamba”. Per una strana associazione di idee ho ripensato a quel libro di Daniel Jonah Goldhagen uscito una decina di anni fa “I volenterosi carnefici di Hitler”. Anche in quello si parlava di gente comune.
Uno sforzo piccolo o grande? Di sicuro titanico per qualcuno. La realtà di ognuno è quella entro la quale ognuno si muove, una specie
di bolla, è difficile uscirne, posso comprenderlo, ma è anche per questo motivo mi sento spesso arrabbiata e frustrata. E’ solo a causa di un forte sentimento d’orgoglio che mi ostino nell’idealismo e nella concezione romantica della realtà – in senso filosofico, anche se non pagano quasi mai. Non resta che sperare nell’Era dell’Acquario.
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Tags: filosofia, pensieri, realtà, riflessioni, Società, vita
2 commenti a “Il sentimento del mondo e altre cose”
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Concordo sulla necessità di spostare l’analisi dagli “altri” a Noi.
Aspetto il tuo lavoro allora
Mario
Ciao, è da un sacco di tempo che non ti sento più e ora che sono venuto a cercarti sul tuo vecchio blog sono stato rimandato qui. Spero tanto che tu stia bene, io ho deciso di partire per Valencia ad inizio aprile, mi cercherò un lavoro e proverò a mantenere questa nuova esperienza.
Un saluto e un bacio
Cristian