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febbraio, 2008

Lettera a un (amico) maschio sulla crisi del maschio italico

Mio caro,

quando mi hai parlato di crisi dell’ uomo ieri sera, devo confessare che mi si è rizzato il pelo manco fossi un gatto, mi sono messa subito sulla difensiva. E’ un mare di emerite cazzate questo in cui tanti maschi si immergono con il solo scopo di nascondersi e di evitare di affrontare le cose. Non è l’uomo ad essere in crisi, anzi c’è una enorme richiesta di uomini, è il maschio, o meglio l’idea che molti maschi hanno di loro stessi nei confronti della società tutta che è miseramente crollata. Questo beneamato maschio è in crisi, è quello che dicono tutti, lo scrivono sui giornali, lo ribadiscono sui notiziari, rimbalza sui blog.  Ve lo dite da soli, lo sbattete in faccia a compagne, amiche, amanti, lamentandovi della contemporanea mascolinizzazione della femmina. Lo hai sbattuto in faccia a me, anche se nella maniera gentile e scanzonata che ti è solita e che mi piace tanto.

Mascolinizzazione delle donne? No, altra stupidata. Le donne non si sono mascolinizzate, hanno cominciato ad avere nella società il ruolo di “persone”, quello status che inconsciamente (o no) molti ancora riservavano agli esseri umani di sesso maschile.

Mio caro, sei caduto anche tu in questa trappola. Se i maschi non sono in grado di cambiare con la cultura che cambia, con il tipo di società che cambia, saranno sempre in crisi, perché in effetti non sanno attingere ad altre risorse che a quelle strettamente legate alla loro mascolinità. Le donne questo processo hanno dovuto affrontarlo da tempo, a livello personale e a livello sociale. Se hanno voluto far sopravvivere loro stesse e la loro prole (perché per questo siamo state geneticamente disegnate) hanno dovuto attingere anche a quelle risorse che erano più culturalmente maschili che femminili. Un sempio? Chi mandava avanti l’economia dei paesi in guerra, quando la guerra era (ed è) faccenda prettamente fallocratica?
Pensavano veramente i maschi che finita l’emergenza le donne se ne potessero tornare al focolare domestico senza protestare? Che riunuciassero ad avere un ruolo attivo nella società civile?
E in tempi più vicini alla nostra generazione di quarantenni,  che rinunciassimo all’indipendenza conquistata, al poter fare e pensare liberamente, a desiderare un uomo che sia tale e non solo maschio? Qualcuno da ascoltare e che ci ascolti?

Insomma, quel ruolo così scevro di emotività di tuo nonno  e del mio, quella divisione così rigida di quanto doveva competere a un uomo e a una donna poteva andare bene allora, ora non più. Se i maschi rimangono ancorati a certi stereotipi è solo per una sorta di pigrizia mental-culturale. Che lasciassero perdere certi modelli di riferimento, non ne vogliamo di latin lover claudicanti, diventassero uomini, come noi abbiamo dovuto diventare donne e non limitarci ad essere femmine.

E’ difficile, ne sono cosciente, soprattutto richiede intelligenza e pazienza. Ma fatelo questo sforzo, anche per noi. Tu fallo per me, perché mi sono stufata di leggere certe esternazioni, non ci fate una bella figura. Siete in tanti ad essere uomini e allora fatene un punto di forza della vostra capacità di ascoltare, di porgere la spalla alle nostre lacrime ormonali, di saper interpretare i silenzi e ancora di più certe parole non dette, certe frasi sibilline che ci vuol poco a comprendere se si pone attenzione. Il vero maschio alfa è questo ora, non quello che comanda il branco, che sbava sulle riviste per soli uomini, che segretamente invidia gli addominali di David Beckham, l’aggressivo che non chiede mai ma che poi porta a lavare le camicie alla mamma.

Un uomo è quello che condivide le sue idee, i suoi progetti, il suo entusiasmo, che sa benissimo che comunicare è difficile ma non ci rinuncia, che vive in beta sopportando stoicamente gli incidenti capricornini.

Con tanto affetto.

Gli anni ’70 in televisione (di qualità)

Sono figlia degli anni ’60, del boom economico e demografico, dell’ottimismo. I bambini nascevano,  si cantavano le canzonette e c’era una reale voglia di leggerezza e di investire nel futuro. Peccato non sia durato a lungo, che poi si sia entrati in un altro decennio. Tutt’altra musica.

Non penso spesso agli anni ’70. Non c’è nemmeno molto di cui pensare in realtà, è stato il decennio della mia infanzia. Una infanzia molto tranquilla e normale, in un paese di mare del nord Italia. Ho molti ricordi, tutti in bianco e nero, come le immagini televisive di allora. Solo con uno sforzo di concentrazione rivedo i colori delle giornate in spiaggia, delle serate d’estate all’aperto, dei giochi con mia sorella.
Degli avvenimenti importanti, quelli raccontati dalla tv e dai giornali, non capivo molto.
Rammento vagamente il referendum abrogativo sul divorzio. Ne parlavano alla televisione sicuramente, ma l’immagine che mi è rimasta è quella dei manifesti che tapezzavano le strade, con questi grandi sì e no, dove però – me lo avevano spiegato – sì voleva dire no e il no era un sì.
Della strage di Piazza della Loggia a Brescia non ricordo nulla. Solo una piccola manifestazione di studenti l’autunno sucessivo, all’inizio dell’anno scolastico. Anche quello era un giorno in bianco e nero.
E il colera a Napoli, solo perchè anche da piccola mi piacevano le cozze e tutti dicevano che non si potevano mangiare più.
Di tutto il resto non ricordo nulla.
I nomi li rammento tutti, invece. Venivano ripetuti sera dopo sera al telegiornale, quelli mi sono famigliari più di ogni altra cosa. Un rosario in cui le vittime e carnefici di quegli anni si susseguivano indistinti.
Ho ricordi più chiari del rapimento Moro e di quando a scuola vennero a dirci che era stato ritrovato il corpo. Ma ancora, solo nomi e folle in grigio.
Fino al 1980. Lo spartiacque, la fine dell’infanzia e dell’innocenza per me, sono cresciuta quel 2 agosto. La strage di Bologna è stata tutta a colori.

Per me gli anni di piombo sono questi. C’ero e non c’ero. Lo so, sono accaduti, ho letto, ho viste mille volte le immagini delle cariche della polizia, delle manifestazioni, degli scontri armati, dei funerali. Ma sono anni che di fatto non mi appartengono. Ho l’impressione che sia così per molti della mia età. Sono stati anni scomodi, di cui dopo non si è parlato più molto. O forse se n’è parlato, ma non nel modo giusto.

In questi ultimi giorni, invece, ne ho sentito molto raccontare.

La scorsa settimana con lo speciale di Ballarò dove è stato proposto lo spettacolo teatrale “Passa una vela… spingendo la notte più in là”, con la regia di Luca Zingaretti. Una lettura di brani tratti da ”Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo”, il libro scritto da Mario Calabresi, figlio del commissario di polizia assassinato il 17 maggio 1972 a Milano.
Ieri sera su La7 con la diretta dello spettacolo di Marco Paolini “Album d’Aprile. Rugby, donne, politica e terra” al Fillmore, il ritrovo di Cortemaggiore nel piacentino.

Mi piace sentirne parlare così, di questi anni ’70, pur con tutto il loro grigio e la loro violenza; è un modo per rendermeli meno distanti ed estranei.
Una bella trasmissione, quella con Mario Calabresi, dai toni molto pacati, senza grida, senza insulti e finalmente senza politicanti. Solo le vittime, attraverso le voci dei loro figli. Non ho letto il libro, ma ho condiviso il sentire di Luca Zingaretti  “ammirato e commosso dalla serenità e dalla pacatezza, sarei tentato di dire la dolcezza, con cui Mario Calabresi parla di temi che non sono sicuramente nuovi, ma che in questo libro assumono un significato e una potenza finora sconosciuta”.

Marco Paolini, è un pittore di parole, un narratore di storie minime che diventano collettive in un affrasco naif. Lui parla, il ritmo cadenzato, musicale e ti ritrovi nel fango del campo, con la prima linea. O nella politica di quegli anni, rossi, neri, gli eskimo e le randellate.  I compagni, le assemblee di partito, la politica partecipata, la sensazione di contare, piccoli titani di periferia, in uno scenario superiore. E su tutto l’amicizia, l’atmosfera della provincia, i legami e il rugby.

Tutto diverso da noi che siamo arrivati dopo. Da figli del boom economico ci siamo ritrovati in pieno edonismo reganiano negli anni ’80.  Gli anni di piombo rimossi, trascurati,  anche al liceo, dove pur essendo tanto vicini, non ce ne hanno parlato mai; anche in tv, dove erano più adatte altre canzonette.

E’ ora di passare ai fatti: invasione!

Rispondo all’appello accorato di MenteCritica (grazie OdiAmore).

Stavo seriamente considerando di andarmene io. Molto meglio così, il beneficio sarebbe indubbiamente per tutti.

 

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