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marzo, 2008

Ed ora alcune considerazioni

Ho letto e riletto il dialogo tra Lui e Lei numerose volte, quasi non l’avessi scritto io quel post. Non mi convince del tutto.

Condivido l’idea di fondo: il Principe Azzurro non esiste, così come non esiste la Ragazza Dei Sogni. Sono stereotipi tipici di una certa età, ci si crede non tanto a causa di una certa morale cattolica (mr. right guy  esiste anche nei paesi anglosassoni fondamentalmente non cattolici) ma perché, pur essendo prodotto di un certo background culturale, sono anche un fenomeno fisiologicamente normale del processo di crescita sentimentale.

Però. Però nonostante si cresca e si riaggiustino i parametri sulla base di una certa maturazione, i famosi benchmarks, la speranza della “persona giusta” permane. Irrazionalmente. O forse no: dopotutto chi sceglierebbe scientemente qualcuno che si sa essere sbagliato? Quindi, non il Principe Azzurro, destrorso e maschilista, ma qualcuno che ci rassomigli tanto da non dovercisi adattare a forza, che non richieda un continuo misurarsi con le sue aspettative perché per qualche strano fenomeno di sincronicità queste coincidono con le nostre.

Per quanto mi riguarda niente illuminazioni, niente strategie di sopravvivenza sentimentale. Solo onestà e buona fede, verso me stessa in primo luogo e poi verso l’altro. Perché a quarant’anni il minimo è essere coscienti di come si è e di cosa si vuole, a dispetto di qualunque sindrome di Peter Pan. Ha ragione Lei quando dice che siamo quello che siamo, e quello che siamo è certamente il risultato di un percorso di esperienze positive e negative,  di successi e fallimenti ed difficile rinunciarci. I compromessi sono ostacoli insormontabili spesso.
D’altra parte, sono convinta che una certa apertura mentale può essere d’aiuto. Il che significa darsi delle possibilità prendendo le cose come vengono, e non solo per scopare più di una volta l’anno, ma anche perché se non si gioca non si rischia di vincere.

Parlando di donne italiane, che siano tendenzialmente misogene è fatto risaputo, ma in questo caso probabilmente sono soltanto disilluse e deluse. E gli uomini italiani? In crisi, parrebbe (ho scritto di questo in altro intervento) e può essere che la loro crisi dipenda proprio dal fatto che queste donne così complessate e vagamente schizofreniche abbiano resettato il loro benchmark da “principe azzurro” a “uomo normale”. In ultima analisi, penso di poter dire dal basso dei miei quarant’anni che quando una storia sentimentale non ha un esito felice  spesso non è colpa di nessuno, capita e basta. Può succedere dopo poche settimane o dopo molti anni, non esiste una  formula sicura di successo.

Vorrei lanciare una piccola provocazione: e se Lui stesso fosse un Principe Azzurro, l’Uomo dei Sogni di qualcuno, anche se non gioca come Totti? E a Lei: è veramente sicura che proprio tutti cerchino una stiratrice di camicie e non un’amica, un’amante, una compagna di avventura? Mi viene di pensare che lo scollamento pernicioso non  sia tra l’ideale e la realtà, ma tra questa è la mancanza di coraggio, con la tendenza ad indulgere a una certa ipocrisia, questa sì conseguenza diretta della morale religiosa di cui si diceva.

Ma chi lo vuole il principe azzurro??

Immaginate una bella mattina di sole a primavera, due amici che parlano (va be’ chattano) delle cose della vita, dei sentimenti, di uomini e di donne. Di relazioni. Di Principi e Principesse.

Immaginate due quarantenni così, Lui e Lei, una generazione strana di per sè, con qualche fallimento alle spalle e la voglia comunque di confrontarsi, nonostante le cicatrici. Il linguaggio è piuttosto esplicito, devo avvisarvi: se siete sensibili meglio passare oltre. E no, non è uno stralcio di qualche libretto per giovani intellettuali di sinistra anni ’70, non sono due Rocco e Antonia qualunque,  siamo in questo secolo. E’ solo un sabato mattina, marzo 2008…

Lei: ti faccio una domanda fondamentale: il principe azzurro è di destra o di sinistra?

Lui: il principe azzurro è di destrissima, è maschilista, funziona così:

Lei: allora ho ragione io

Lui: è lo spauracchio col quale si convincono le ragazze a conservarsela per chissà chi tipo babau, o uomo nero coi bambini, ma più paraculo

Lei: un babau paraculo

Lui: non abita nello spazio dello spavento, ma in quello della lusinga. E’ uno dei meccanismi col quale la famiglia nucleare ha provato a difendersi ipocritamente dall’avvento di una società più consapevole

Lei: concordo

Lui: il risvolto femminile è la donna ideale

Lei: quella che non esiste, la ragazza dei sogni

Lui: stuoli di nerd metallari coi brufoli innamorati della biondina che non c’è. Sì, sono benchmarks in finale, se fai benchmark sul principe azzuro finisce che scopi una volta l’anno :D

Lei: oddio ci sarà pure, ma non è bionda, c’ha i brufoli pure lei, è lagnosa e non la da nemmeno morta

Lui: idem sulla donna dei sogni

Lui: e alla nostra età è sconveniente, cioè a sedici anni

Lei: scopare una volta l’anno?

Lui: decisamente

Lei: credo pure io alla fine. Però, seguimi un momento…

Lui: c’è un sovraccarico di aspettative, questo intendo, in sostanza che vanno puntualmente a fare in culo alla prima occasione

Lei: ovvio, funziona così, sullo scopare però…

Lui: dai è chiaro che la principessa dei sogni e il principe azzurro sono deterrenti sessuali

Lei: ammetterai che tra scopare con uno che ne vale la pena e scopare a cazzo (scusa il francesismo) c’è la sua differenza… perché magari ti capita uno che è stronzo, di destra e scopa pure male, tanto vale comprarsi il rampant rabbit

Lui: concordo, non voglio dire che bisogna darla/o alla prima/o che capita

Lei: allora un minimo di selezione ci vuole

Lui: ma da lì al principe azzurro c’è di mezzo il pianeta terra

Lei: per il resto concordo su tutto: il principe azzurro è una sega mentale

Lui: le mie storie serie… anche se erano donne fantastiche, emancipate, colte, bonissime… alla fine erano tutte, ma dico tutte vittime del complesso del principe azzurro, di conseguenza, delle stracciacazzi atomiche con le quali mi sono sentito comparato secondo per secondo con un modello di uomo che non esiste

Lei: a me è stata preannunciata tutta una serie di sventure da uno psicologo proprio perché NON sono l’angelo del focolare (durante una chiacchierata); perché io non sono una moglie: non voglio stirare camicie, se non le mie

Lui: ma questo c’entra poco, questo è come sei

Lei: c’entra, perché io non voglio essere identificata con la donna ideale

Lui: il problema è il benchmark maschile che ti dai e quello femminile che si danno i maschi con cui provi ad interagire

Lui: ma le donne italiane al 99% fanno così

Lei: io appartengo all’1%

Lui: poi si stupiscono che 7 milioni di italiani pagano per scopare

Lei: come faccio ad essere una principessa se non voglio un principe

Lui: siamo un paese cattolico, c’è una deterrenza agghiacciante sul sesso. E’ l’Italia. E dunque alla gente comune dai in pasto la donna ideale e il principe azzurro, che poi al raduno dei papa boys a Tor Vergata raccolsero mille mila miliardi di profilattici usati. Dunque c’è uno scollamento tra ideale e realtà

Lei: è contro natura dici

Lui: che spiega l’ipocrisia del matrimonio, i tradimenti, Sircana, tutto

Lei: non so, non parlo di matrimonio

Lui: era per dire

Lei: ma ci credo che per qualcuno possa andare benissimo

Lui: dico che l’intera società è basata su uno scollamento pernicioso tra ideale e materiale

Lei: ma questo sì

Lui: se prendi benchmarks del genere quando fai impresa fallisci in un mese, è ineluttabile. Scusa, sono marxista :D

Lei: e ineludibile. Io sono molto di sinistra e romantica, il che non va male insieme, un po’ byroniana anche

Lui: ma figurati, niente contro il romanticismo, ho solo orrore dell’idealismo

Lei: ma non ti eri definito un romantico anche tu? O eri in vena di cazzate? (il mio è comunque letterario, niente fiori, o cose così)

Lui: sono romantico

Lei: be’ il fatto di essere romanista…

Lui: sto cercando di implementare il mio romanticismo dentro un framework marxista :D Il che è complicato, ma confido…

Lei: vedo. Ma è fondamentale?

Lui: sì, altrimenti degenera in idealismo. E vivi di merda

Lei: ma anche no, io non vivo di merda, sono idealista ma concreta

Lui: a un certo punto ho avuto una rivelazione

Lei: e non cedo al cinismo

Lui: ho scoperto che ho avuto soltanto relazioni sentimentali sbagliate e ho pensato che era colpa mia

Lei: quante ne hai avute?

Lui: poi ho scoperto che era colpa loro. Poche

Lei: io non ho mai pensato che fosse colpa mia

Lui: due essenzialmente, ma ci ho investito tutto

Lei: non è un campione statisticamente rilevante

Lui: sedici anni diciamo. Sarà statisticamente rilevante, ma sedici anni sono sedici anni

Lei: va be’, io due pure. Non è mai stata colpa mia

Lui: non voglio MAI PIU’ nella mia vita dovermi misurare con le aspettative di una donna, ma manco di un uomo, voglio misurarmi con le aspettative MIE

Lei: ognuno è quello che è

Lui: è la mia vita non la loro

Lei: ma va?

Lui: poi sto male io mica loro, eh

Lei: ma va?

Lui: tu dici così, ma io ci arrivo adesso

Lei: senti, io ci sono arrivata per forza, per strade diverse, dopo essere stata male come una bestia. Quindi: è la mia vita, faccio come meglio è per me, perché voglio stare bene io per prima. Ma di contro non aspettarti cazzate da parte mia, ossia palle per indorarti la pillola.

Lui: mica ho capito :s

Lei: voglio dire che io ci sono arrivata per altre vie a capire che se le cose non funzionavano non era colpa mia. Sono così, ho una vita così ed è la mia vita, e prima di tutto devo e voglio stare bene io per me.

Lui: sì ma io dicevo una cosa più specifica: stare bene o male non è garantito

Lei: lo so cosa dicevi. No, non è garantito, ma me la gioco a viso aperto

Lui: voglio dire, possono capitare cose che mi fanno stare male e pace ma non voglio soffrire di inadeguatezza rispetto al modello nevrotico di una donna della quale sono innamorato

Lei: inadeguatezza, bella parola

Lui: se contro hai il principe azzurro… mi pare il minimo. E’ come giocare a pallone contro Totti tutti i minuti

Lei: capisco

Lui: una vita di frustrazioni

Lei: certo, per le donne è un po’ diverso

Lui: poi questo manco esiste

Lei: loro devono essere sante, madri, mogli e puttane tutto insieme, e io non riesco

Lui: gli uomini devono pure, anzi, molto di più, fidati, è identico

Lei: mi fido

Lui: sei semplicemente vittima delle aspettative di una persona immatura, che poi quando lo trova questo famoso principe azzurro e si leva dal cazzo è sempre troppo tardi

Lei: ma come lo trova se non esiste?

Lui: CAZZI SUOI :D

Lui: che poi aspetta, ho capitoooo!

Lei: cosa hai capito?

Lui: è come dicevo ieri

Lei: ovvero?

Lui: io la do solo al principe azzurro, quindi siccome te l’ho data discende utomaticamente che sei il principe azzurro, e se non lo sei lo devi essere, cioè lo diventerai, ad ogni costo, con ogni mezzo necessario :D E’ competitivo tra donne

Lei: è paranoico

Lui: lo vedi? Io l’ho trovato e tu no-o, pappappero! No, non paranoico, complessato e narcisista, vittime della pressione sociale. Ti realizzi tramite il principe azzurro, di una auto-misoginia imbarazzante. Nessuno è più misogino di una donna italiana comunque. Manco un uomo italiano, che non scherza.

Ci sarebbero diverse considerazioni da fare, ma credo le rimanderò al mio prossimo post: ho bisogno di pensarci un po’ su prima.

Emozioni romane

Non scatto fotografie solitamente, non mi piace. Ho notato però che ho la tendenza a seminare ricordi.

Me ne sono resa conto l’altra sera: abbandono piccole cose dei momenti felici sul fondo di borse, tasche, tra le pagine dei libri. Sono biglietti di musei, dépliant, sassolini, carte di caramelle, foglie e fiori. Poi me ne dimentico; loro, questi oggetti così normalmente banali, saltano fuori dopo mesi, da una stagione all’altra, conducendomi in un viaggio a ritroso nel tempo, direttamente là dove sono stata felice. O infelice, a volte.

Roma è sinonimo di felicità. Lo è sempre stata. Oggi, che ne sono appena tornata, ancora di più. E’ la gioia della sua luce alle sette di mattina, del cielo blu cobalto, del sole che filtra tra i muri e li dipinge di color oro rosso. Della pioggia.
Ho sempre ritenuto che con la pioggia diventasse brutta e tetra. Non è così, ho avuto modo di constatarlo i giorni scorsi. Nemmeno gli acquazzoni repentini, l’acqua sottile, le nuvole che coprono il cielo all’improvviso arrivando da nord, quasi fosse in riva a un oceano questa città, riescono a spegnerne i colori.
Firenze, Venezia con il grigio diventano grigie anche loro, Roma si stempera in tonalità pastello che tornano a risplendere al primo raggio. Allora ogni goccia d’acqua funziona come uno specchio minuscolo che riflette la luce mille e mille volte; i marmi rilucono, i sanpietrini rispecchiano, l’aria diventa trasparente.

Roma va “camminata”. Niente autobus nè metro,  solo passi. E’ l’unico modo per coglierne l’essenza e per non distrarsi.
Bisogna perdersi, affidarsi al senso dell’orientamento, chiedere indicazioni per poi tornare sulla giusta strada, che a Roma non c’è, perché ogni angolo è un tesoro nascosto che colpisce l’occhio. E ogni tanto bisogna ricordarsi di guardare in alto verso i tetti: spesso le meraviglie stanno lassù.

Non che per me sia facile tutto questo. Ho l’abitudine di camminare veloce, ho ritmi serrati nella vita di tutti i giorni, tante cose da fare, spesso tutte insieme. Roma è stata una sorta di esercizio zen, un elogio al ritmo disteso, un riappropriarmi di una lentezza senza contropartite che non mi è più abituale. Ho dovuto reimparare il gusto di perdere tempo senza sensi di colpa. E insieme a questo il gusto per l’ascolto; camminare assaporando il suono delle parole di chi mi stava accanto, preferendo per una volta il mio silenzio. E su tutto le voci della città.

Mi ha riempieta di regali in tre giorni, è stata generosa. Mi ha donato persone meravigliose, storie da raccontare, momenti di felicità pura, mi ha colmato gli occhi di stupore, immersa in prati di margherite, fatto respirare la calma della notte, sentire muri antichi sotto le dita, ma, sopra ogni altra cosa, mi ha restituita a me stessa. Anche a questo serve seminare ricordi.

Una piccola riflessione su una notizia di oggi

In Italia i mezzi di informazione di massa sembra si muovano sempre sull’onda della pura emotività: esaurito lo tsunami mediatico, tutto torna al solito stato di torpore, quasi un rilassamento post orgasmico

E’ solo di qualche settimana fa tutto il clamore nato attorno all’episodio vergognoso del blitz della polizia al Nuovo Policlinico di Napoli, le manifestazioni spontanee delle donne nelle varie città a condanna di questo rinnovato clima di caccia alle streghe e a difesa della Legge 194, i dibattiti e gli speciali televisivi, la proposta di moratoria sull’aborto; che fine ha fatto tutto questo? Come mai non se ne parla più?
E’ di oggi, invece, una notizia che dovrebbe far riflettere non tanto chi sostiene e difende la 194 e vorrebbe vederla applicata, quanto quelli che si stanno impegnando così tanto per smontarla e abolirla. Mi riferisco all’inchiesta sugli aborti clandestini a Genova.

E’ un bene che questa notizia sia apparsa sulle prime pagine delle maggiori (spero anche minori) testate giornalistiche. Al di là dell’umana pietà per il gesto compiuto dal dott. Rossi (il ginecologo coinvolto) che non mi permetto di giudicare e del fatto che nessuno è colpevole fino a prova contraria, è una vicenda che merita attenzione. Mi piacerebbe, ad esempio, sentire l’opinione di G. Ferrara a proposito o quella del cardinale A. Bagnasco. Perché con l’abolizione o solo con la modifica della 194 gli aborti clandestini aumenterebbero in modo esponenziale, aprendo la strada a un commercio osceno e a una speculazione sulla pelle delle donne di cui questa vicenda è solo un esempio minimo.
Prima dell’introduzione della legge nel ’78, gli aborti clandestini ammontavano a più di 250.000, la maggioranza dei quali praticati, soprattutto per le donne povere, in ambienti assolutamente non adatti e mancanti delle necessarie precauzioni di sterilità. Le donne morivano di setticemia dopo qualche giorno dall’intervento. Diverso il discorso per le donne che potevano permettersi di pagare le parcelle delle cliniche private dove i famosi “cucchiai d’oro” lucravano.

A questo si vuole ritornare? Non solo sarebbe un balzo a ritroso di decenni, ma di fatto si negherebbe un diritto civile fondamentale alla maggior parte della popolazione femminile di questo Paese: quello di scegliere.
Ci sarebbe, nella sostanza, il ritorno a una divisione – non che la situazione sia allegra al momento, basta vedere il pasticcio fatto con la legge sulla procreazione assistita – tra cittadini di serie A e serie B, tra chi può e che non può, tra chi potrà solo sperare di non rimetterci la pelle e chi potrà rivolgersi a medici compiacenti in discreti studi privati o partire per un breve soggiorno all’estero.

Altra cosa fastidiosa riguardo la vicenda di Genova: le numerose dichiarazioni da parte dei famigliari del medico coinvolto. Sarebbe stato apprezzabile un silenzio dignitoso, almeno fino al completo accertamento dei fatti.

Anzi no: faccio outing e parlo d’amore

Un paio di mesi fa ho aperto su aNobii una discussione ponendo una domanda ben precisa: come ci si innamora?  Ammetto, come avevo già ammesso in quel post, di non averci ancora capito molto di quell’argomento. Per aggiungere un tocco letterario alla questione,  ho anche incollato la lettera d’amore di Montone a Capra tratta da “La lettera d’amore” di Cathleen Schine, perché mi è sempre piaciuto il modo in cui almeno tre aspetti dell’amore vengono evidenziati: la banalità dell’innamoramento, l’egocentrismo di chi lo prova, il fatto che è un sentimento sopravvalutato. In poche parole, è una lettera straordinaria.

Cara Capra
come ci si innamora? Si casca? Si inciampa, si perde l’equilibrio e si cade sul marciapiedi, sbucciandosi un ginocchio, sbucciandosi il cuore? Ci si schianta per terra, sui sassi? O è come rimanere sospesi oltre l’orlo di un precipizio, per sempre? So che ti amo quando ti vedo, lo so quando ho voglia di vederti. Non un muscolo si è mosso. Nessuna brezza agita le foglie. L’aria è ferma. Ho cominciato ad amarti senza fare un solo passo. Senza neanche un battito di ciglia. Non so neppure quando è successo.
Sto bruciando. E’ troppo banale per te? No, e lo sai. Vedrai. E’ quello che capita, è quello che importa.
Sto bruciando.
Non mangio più, mi dimentico di mangiare, mi sembra una cosa sciocca, che non c’entra. Se ci bado. Ma non bado a niente. I miei pensieri straripano furiosi, una casa piena di fratelli, legati dal sangue che si dilaniano in una faida:
“Mi sto innamorando”
“Tipica scelta stupida”
“Eppure….. l’amore mi tormenta come fosse dolore”
“Sì, continua così, manda a puttane la tua vita. E’ tutto sbagliato e lo sai. Svegliati. Guarda le cose in faccia”.
“C’è una faccia sola, l’unica che vedo, quando dormo e quando non dormo”.
Stanotte ho buttato il libro dalla finestra. Ho provato a dimenticare. Tu non vai bene per me, lo so, ma quello che penso non mi interessa più, a meno che non pensi a te. Quando sono accanto a te, davanti a te, sento i tuoi capelli che mi sfiorano la guancia anche se non è vero. Qualche volta guardo altrove. Poi ti guardo di nuovo.
Quando mi allaccio le scarpe, quando sbuccio
un’arancia, quando guido la macchina, quando vado a dormire ogni notte senza di te, io resto come sempre
Montone

Confesso: sono sempre stata una curiosa dell’innamoramento. Mi è capitato di guardare la persona che avevo accanto e chiedermi: perché lui tra tutti? 

E’ vero che ci si innamora delle piccole cose: i gesti, le rughette attorno agli occhi, quel dente sbreccato, le fossette sulle guance. Prima non lo eri e poi lo sei. E nulla di nulla cambia intorno a te, tranne la tua vita e il tuo modo di percepirla. L’egocentrismo degli innamorati che pensano che il mondo si fermi solo per loro. L’amore non è il centro del sentire umano. E’ solo il centro di chi ama. Nulla si sposta di una virgola. Ed è sempre diverso. Se qualcosa è emerso da quella famosa discussione con le 378 risposte che sono seguite è che l’amore è un blob che sfugge a qualunque definizione; si racconta, si razionalizza, si accetta, si ignora, ma non raggiunge mai una forma certa e dai contorni precisi. E’ la più imperfetta di tutte le verità. E ti colpisce quasi sempre a tradimento.

L’ultima volta che mi sono resa conto di essere innamorata è successo nel bel mezzo della notte, come un attacco repentino d’insonnia, uno dei tanti. Mi sono svegliata all’improvviso e ho capito che ad un certo punto avevo superato quella linea invisibile che separa il non amore dall’amore. Senza che potessi prevederlo, senza che potessi fare molto per evitarlo. Ma poi: si può veramente evitare? Sarebbe bello poter scegliere di non amare affatto (o di amare). L’amore non è il più sublime dei sentimenti.

Qualche giorno dopo questa presa di coscienza, mi sono lanciata in una difesa ad oltranza del sentimento per il sentimento. Ho scritto al riguardo: “A proposito di amore. Alcuni giorni fa credo di aver raggiunto il limite massimo delle cazzate (passatemi il termine) in un discorso solo. E il bello è che lì per lì ci credevo pure mentre lo facevo. Mi sono inerpicata sul sentiero erto del “l’importante è amare, non importa se ricambiati o no”.
Bene, dopo qualche giorno ripensandoci mi sono resa conto che il mio discorso assolutamente articolato e perfettamente logico non poteva avere senso. Perché  l’amore non vive di se stesso, ha comunque bisogno dell’altro per compiersi. L’amore di cui stiamo parlando qui, almeno. Quindi alla fine NON è meglio amare pur che sia, è meglio amare ed essere riamati; NON è meglio provare comunque dei sentimenti, meglio non provarli affatto se questo ci fa stare bene, NON è vero che l’amore dà energia, ce la dà solo quando si compie e si completa. Non dico che bisogna essere dei cuori in inverno, dico solamente che ho capito che l’amore deve farci stare meglio di come staremmo se non fossimo innamorati. Altrimenti molto meglio non esserlo, meglio non accontentarsi”.

Ecco, se potessi scegliere ora, preferirei non esserlo. Non sempre ci si innamora della persona giusta, la “mia” non poteva essere più sbagliata e non per un motivo solo. Però. Però ho fatto il test segnalato da OdiAmore ¿Cuál es tu capacidad de amar? (è in spagnolo ma comprensibile anche per chi come me non lo parla) e il risultato è stato che ho un bel 92, con questo giudizio (traduzione di OdiAmore):

In generale, sei una persona in grado di stabilire vincoli affettivi stabili e solidi; non ti spaventa l’impegno e provi piacere nel relazionarti con gli altri; mantieni o sei capace di mantenere una relazione di coppia matura, basata sul rispetto, la comprensione, l’impegno e la passione. Non arretri di fronte alle difficoltà e quando cadi ti rialzi senza guardare indietro.

Sai che quasi tutto, nella vita, ha un lato positivo, il che non necessariamente significa che la vita ti sorride ma che tu, questo sì, sorridi alla vita.

Sei un individuo intellettualmente curioso, con senso dell’umorismo e con un’autostima ben radicata; sai valorizzarti e, in effetti, sei valorizzato senza che questo ti porti a essere concentrato soltanto su te stesso: al contrario, sei sensibile ai problemi e alle difficoltà di chi ti circonda.

In effetti, sei il compagno e l’amico che tutti vorrebbero avere.

Va be’, è solo un test, ma non è bello e molto consolatorio?

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