- 20 giugno 2008
- Cose personali, Esperienze, Le mie riflessioni, Politica
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Avrei voluto scrivere di memoria all’indomani del 25 aprile, data importante per il vissuto collettivo di questo Paese. Per diversi motivi ho sempre rimandato; lo faccio ora, quindi, anche per ricordare Mario Rigoni Stern, scomparso tre giorni fa. Non posso fare a meno di pensare che un altro frammento importante della nostra storia recente se ne sia andato con lui, e che un altro testimone oculare venga a mancare proprio in un momento storico in cui ci sarebbe bisogno di recuperare sempre di più certi valori, invece di dimenticarsene. Al di là di ogni retorica.
Dicevo del 25 aprile, dunque. Ho scritto in quella data come venga da più parti il tentativo di rivedere, se non di negare, gli avvenimenti, o di assegnare una valenza diversa agli stessi. Riscrivere la storia, si dice. Non sempre è una operazione sana e giusta – anzi – , perché gli eventi sono quelli, stanno lì innegabili fintanto che qualcuno può testimoniare di quello che è accaduto. Il rischio più grande si ha quando i testimoni, per ovvie ragioni, vengono man mano a mancare. Per questo è di massima importanza il recupero della memoria collettiva quando c’è chi tenta di mutare la storia già scritta. Non che l’una sostituisca l’altra, ma questa può servire da aggrappante, da catalizzatore. In realtà, dovrebbero procedere di pari passo su due binari paralleli, storia e memoria. Tzvetan Todorov ha avuto occasione di scrivere ne La storia prima della memoria: “La memoria, in compenso, trattiene prima di tutto la traccia che gli avvenimenti esterni lasciano nello spirito degli individui; essa privilegia il mondo immateriale delle esperienze psichiche. Queste non esistono meno dei fatti materiali, ma sono più difficilmente accessibili, e la verifica dei racconti che vi si riferiscono non è facile (…) La memoria, non preoccupandosi della verifica, non si prende tali scrupoli; essa ci fornisce un punto di vista inedito sugli aspetti essenziali dell’esperienza.”
Ancora di più quando la memoria diventa collettiva. Jaques Le Goff ha sottolineato in Memoria: “La memoria collettiva ha costituito un’importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degl’individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i silenzi della storia sono rivelatori di questi meccanismi di manipolazione della memoria collettiva.”
E’ proprio questa la questione su cui è necessario riflettere.
Il 24 aprile, poi, è venuto a mancare mio nonno, esattamente il giorno del suo ottantottesimo compleanno. Posso ben dire che mio nonno sia stato un uomo di memoria (o di memorie). Ne ha trasmessa in grande quantità. Ha sempre raccontato della sua vita ai figli, ma soprattutto ai nipoti, a me per prima, essendo la più grande. Esperienze trasformate in storie d’avventura, racconti mirabolanti, insegnamenti mascherati da episodi da commedia. La vita durante la guerra, gli anni dell’emigrazione, il ritorno in patria.
I nonni solitamente non sopravvivono ai nipoti, è importante che in qualche modo tramandino il loro patrimonio di ricordi. E’ la storia che si compie, anche se si tratta di storia minima.
I suoi racconti sono rimasti impressi nella mia memoria come istantanee di famiglia, immagini da tramandare, da scambiare, da raccontare, da rivedere insieme. E’ questo che è successo il giorno del funerale: abbiamo condiviso memoria, anche sorridendo molto.
Ed è strano come esattamente nello stesso periodo stessi rileggendo alcune delle poesie dell’Antologia di Spoon River, di E. L. Masters. Quale altra opera riesce a restituire in modo migliore il senso della “memoria dimenticata”, quella che non ha più voce in capitolo? Quelli che dormono sulla collina parlano e trasmettono la loro voce attraverso le pagine di Masters. E’ un po’ come passeggiare tra le lapidi, leggerne le iscrizioni, fermarsi e ricordare di questo o di quell’altro.
Quello del ricordo è uno strano meccanismo, in realtà. Per molti, e io sono una di quelli, la capacità di rammentare è quasi una maledizione. Per lo più è molto meglio poter dimenticare. Non è solo un processo rimesso in moto da particolari stimoli: le madeleines di Proust, una canzone di tanto tempo prima, un nome che riemerge dal passato, un viso rivisto dopo anni. La maledizione di chi ricorda è appunto ricordare.
Anche quando si pensa che certi episodi appartengano ormai solo a ciò che è stato, questi possono riemergere dalla memoria in maniera del tutto inaspettata e con la violenza di un pugno nello stomaco.
Mi è successo questo qualche mese fa, leggendo un libro sul periodo della mia adolescenza e della mia prima giovinezza. Riconoscermi in quelle pagine e rivedermi in quegli anni ha causato un piccola crisi. Non perché abbia un passato di cui pentirmi e da rinnegare, ma perché gli esercizi di memoria necessariamente conducono a fare i conti con se stessi, la propria vita, la propria storia personale e non è sempre piacevole.










