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settembre, 2008

Arte, libri e strani personaggi

Ieri ho passato un pomeriggio piuttosto piacevole visitando Artelibro a Bologna; ne ho scritto ieri notte sull’altro mio diario. Stizzita, bisogna che lo dica.

Visto che, come da saggezza popolare la notte spesso porta consiglio, quest’oggi ne posso scrivere anche qui con ritrovata calma, magari approfondendo la riflessione sul mondo dell’arte e dei libri e su certi eventi a cui mi piace intervenire.
Premetto: Artelibro è un festival che attendo ogni anno con impazienza. Il perché è presto detto: ho una insana passione sia per i libri che per l’arte figurativa, di conseguenza la combinazione delle due la la vivo come una specie di paradiso di beatitudine. Con qualche neo.

E’ lodevole il tentativo di far avvicinare la gente comune al mondo dell’arte e dei libri in genere. Se solo questi costassero meno. In poche parole: ad Artelibro espongono e vendono direttamente le case editrici, perché solo pochissime hanno applicato sconti reali sui prezzi di copertina? Perché solo pochissime pubblicano (anche) “low cost”? E qui ritorno a parlare della solita Taschen, che letteralmente adoro.

Taschen snobbata e ritenuta “improponibile” da chi fa cultura “alta”, ma che ha avuto il grandissimo merito, secondo mia modestissima opinione, di far scendere l’arte dal piedistallo dove molti tenderebbero a metterla, e dove per molti visitatori di Artelibro è giusto che stia. Basta soffermarsi un momento su simili personaggi, o su alcuni incaricati agli stand che sembrano brutte copie di yuppy anni ’80, che ti guardano  storto se parli senza birignao e se sei vestita con jeans e giacca di pelle.

L’arte non deve essere un affare di èlite. Il gusto per il bello, il piacere di capire un’opera pittorica, il gusto di lasciarsi trasportare da un quadro, da una scultura, dal lavoro di un artista devono poter appartenere a tutti, soprattutto a chi non ha né avrà mai la possibilità di visitare di persona il MOMA di New York o il Musée d’Orsay a Parigi. Credo dunque sia importante per chi stampa pubblicazioni d’arte rendere almeno queste il più accessibili possibile, abbassandone i prezzi come prima cosa, soprattutto in occasione di  eventi come  Artelibro.  Non potrà che venirne premiato sulla lunga distanza (probabilmente neppure tanto lunga).

L’arte al popolo, alle persone comuni, ai non addetti ai lavori. L’arte divulgata con passione, con linguaggio comprensibile e incoraggiante. L’arte dei mercanti che accolgono e non respingono, anche se non sei vestito Gucci.

Vergognarsi è poco

Scrivo veloce questa volta, non lo faccio mai. Lo faccio soprattutto per condividere questo post di Barbara-Black Cat. Letto qualche minuto fa con mia subitanea reazione di pancia.

Sono una mamma, ho un figlio, so cosa può aver provato Barbara in quel momento. Ma soprattutto sono una persona con una coscienza. Sono una persona che pensa che prima di tutto, prima di ogni altra cosa, a tutti è dovuto rispetto e considerazione e nessuno, mai, dovrebbe permettersi di ledere la dignità umana del prossimo.

A maggior ragione se questo è un bambino.

Allora, da parte della direzione del Carrefour di Assago vergognarsi è troppo poco. Si vergognino e in qualche modo paghino, anche con lo sputtanamento pubblico. Che imparino a trattare con gli esseri umani. Tutta la mia solidarietà a Barbara come mamma, donna, persona quindi, ma non solo: è veramente il momento d’incazzarsi questo.

Sono social

Nella pagina introduttiva di questo blog, quella denominata “Chi sono”, ho scritto, tra le altre cose, che sono una grande fan del web 2.0. E’ questa una parte importante della mia attività online e di rete, specialmente da un anno e mezzo a questa parte e ne vorrei raccontare un po’ anch’io, ultima tra tanti, dopo qualche riflessione e molti scambi di idee nelle settimane passate.
Premessa doverosa: questo non è un articolo tecnico. Ne scrivo perché mi è capitato di parlarne con persone che non ne sanno nulla e, soprattutto, con la mia amica Anna, donna deliziosa, curiosa e interessata, che sta cercando di capire questo mondo misterioso di cui ogni tanto le parlo durante le nostre interminabile telefonate notturne.

Foto di hanspoldoja

A mio modo di vedere, il web 2.0 è una creatura con molte facce ed è, prima di tutto e più di tutto, una filosofia, un modo di concepire la rete e i suoi abitanti. Mi piace e mi pare molto calzante la definizione che ne dà Wikipedia: “…il trend nell’uso della tecnologia del world wide web e del web design, che tendono ad esaltare la creatività, la condivisione delle informazioni e la collaborazione tra utenti. Questi concetti hanno condotto allo sviluppo e all’evoluzione delle comunità di rete e servizi quali siti di social networking, di condivisione video, wikis, blogs e folksonomies“. A questo naturalmente si aggiungono tutti i servizi di ultima generazione, quelli mirati al life streaming per esempio e tutti i social media in genere. Come dire: il lato umano della rete.

Per questa ragione trovo il web 2.0 e i social media particolarmente congeniali; si fondano sulla condivisione, in ogni sua accezione. Il “mettere a disposizione” prevale sul semplice sfruttamento di servizi, l’interazione sull’uso passivo, la collaborazione sull’egoismo. Non per ultimo, il web 2.0 parte dal basso, dagli utenti per gli utenti. Ma più di ogni altra cosa mi piace perché è socializzante, crea relazioni, reti di connessioni tra persone prima ancora che tra risorse. E’ proprio questo che trovo più affine con il mio modo di essere e di concepire il mondo anche fuori dalla rete. La diffusione dei social media e delle piattaforme di lifestreaming ha reso tutto questo ancora più incisivo, trasformandole in vere e proprie centrali di raccolta di informazioni di ogni genere.

Perché in effetti, attualmente è possibile condividere e mettere a disposizione del prossimo ogni aspetto della nostra vita: quello che si sta facendo, i libri che si leggono, la musica che si ascolta, notizie, fotografie, filmati, progetti e obiettivi da raggiungere, acquisti, siti web preferiti, idee ed opinioni, esperienze professionali, addirittura la lista della spesa, solo per citare i principali. Tutto finisce nel flusso di quello che fa “noi” in rete (e fuori). La cosa interessante è seguire ciò che fa “gli altri”. Gli altri rappresentano un patrimonio inestimabile di conoscenza, non immediatamente spendibile forse, ma che comunque rappresenta motivo di arricchimento. Il valore aggiunto è che ci sarà sempre qualcuno che troverà utile o di particolare interesse quello che noi abbiamo messo liberamente e gratuitamente a disposizione.
E’ talmente forte la spinta propulsiva verso questo aspetto del web che anche i servizi non tradizionalmente “sociali” si stanno attrezzando in questo senso.

Non tutto nel web 2.0 è bello e buono, però. Tanto per cominciare, i social media richiedono tempo ed energia; inoltre, possono diventare estremamente caotici e ridondanti e ancora le connessioni sono sempre tra le stesse persone anche se in ambienti diversi, con il rischio di creare conventicole, cerchie ristrette di conoscenti che difficilmente si ampliano verso l’esterno. In più, e non è un aspetto da sottovalutare, non tutti pur usando internet e la rete in genere, sembrano pronti per l’approccio al web 2.0. E’ quello che Gino Tocchetti di Knowledge Ecosystem chiama “modello 1.1“, il livello “bacato” del web.
E’ questo l’approccio egoistico, quello che considera la rete semplicemente una risorsa da sfruttare o addirittura una specie di riserva di caccia in cui sparare nel mucchio. O un modo per affermare il proprio egotismo.

E ancora: la privacy. Moltissimi tra quelli che “assistono” dall’esterno si preoccupano molto di questo aspetto. In realtà, ritengo sia solo un finto problema. Non esiste quando si sceglie deliberatamente quali e quante informazioni personali mettere in rete. Anzi, più l’identità online è definita, meno rischi per la privacy esistono. Per questa ragione ho sempre scelto di usare il mio nome reale e la mia fotografia per tutte le mie “cose” del web. Internet e i social media in genere sono ancora strumenti relativamente nuovi in Italia, il fatto di essere continuamente rintracciabile e in qualche modo esposti – in realtà non è così – sembra disturbare parecchio il sonno di qualcuno. Lo stesso accadde una decina di anni fa con l’avvento del telefono cellulare: ricordo articoli su articoli sui rischi di essere sempre sotto l’occhio vigile di un fantomatico controllore che avrebbe seguito nel dettaglio ogni spostamento segnalato dal telefonino acceso. Nel 2008 siamo arrivati ben oltre e non pare darci tanto fastidio.

E’ un peccato però che tutto questo patrimonio di conoscenza condivisa rimanga effettivamente ad uso e consumo di pochi in Italia. Il digital divide è un dato di fatto ed esistono resistenze molto tenaci nell’introduzione del web 2.0 anche in quegli ambienti che ne potrebbero trarre giovamento. Mi vengono in mente alcuni settori della pubblica amministrazione, dell’istruzione, aziendali, ecc. Ma non solo.
In questo articolo del blog NewMediologo si auspica un modo più “alto” di relazionarsi in internet: “L’essere social dovrebbe estendersi nel mondo esterno e non rimanere in rete, l’essere social dovrebbe poi voler dire riuscire a finalizzare la propria presenza 2.0 in maniera tale che anche questa esca dalla rete per manifestarsi in relazioni amichevoli o professionali nel mondo reale.”

Questo è, in realtà, quello che mi piace fare di più: provocare contaminazioni “fuori”, mescolamenti e conoscenze reali.

 

Oltre a Knowledge Ecosystem e New Mediologo, di web 2.0 e social media ne hanno parlato anche, tra gli altri Webeconoscenza e Maddalena Mapelli e ancora di più in questa discussione su FriendFeed, con spunti molto interessanti. Buona lettura.

iPhoneography

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