- 29 ottobre 2008
- Attualità, Esperienze, Politica
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Ho sempre creduto che ci sono dei settori della cosa pubblica che non dovrebbero mai sottostare alla logica industriale della produzione e del guadagno ad ogni costo, ma a quella di essere in grado di dare un servizio al cittadino, efficiente e di qualità, anche se in perdita. L’istruzione è uno di questi.
Questa mattina la legge Gelmini è stata approvata. Una legge ingiusta che di fatto non considera la pubblica istruzione come un patrimonio da salvaguardare ma come un problema economico da risolvere, una specie di male necessario ma fastidioso, non una risorsa, ma un covo di riottosi da ridurre all’ordine.
E’ una legge nata per recuperare fondi che servono a tappare buchi. E’ nata per un Paese che invece di andare avanti si vuole che guardi indietro. Ed è nata perché l’istruzione, quella che forma i cittadini, che insegna loro a pensare, che dà loro gli strumenti necessari affinché diventino membri attivi e critici della società, sia ridotta al minimo. Perché entri, nel normale ordine delle cose, che non siamo tutti uguali: c’è chi può, e c’è chi non può, condannato, quest’ultimo, a non potere mai e a vivere di fatto in una posizione di svantaggio, psicologicamente più debole, come quelli che una volta si toglievano il cappello quando parlavano al dottore o all’avvocato.
In un paese come questo, dove l’immobilismo sociale ha già smesso da tempo di essere un fenomeno per diventare un problema, si sta creando una scuola di serie A e una di serie B.
E’ una legge questa, fatta perché si torni agli anni ’50: classi da trenta alunni, classi differenziate per chi è diverso, orari di lezione ridotti, senza considerare che non siamo più quelli di cinquant’anni fa. Una scuola che invece di puntare all’innalzamento dell’obbligo scolastico, perché si sa, più s’impara e maglio è, e di combattere la dispersione (in molte aree è ancora tragica la quantità di alunni che lasciano la scuola dopo quella dell’obbligo e in diversi casi anche durante), conta a comprimere le ore di insegnamento.
La legge Gelmini è destinata ad avere ripercussioni gravi per tutta la società, come noi oggi la conosciamo.
Piero Calamandrei ebbe a dire proprio nel 1950, durante il discorso pronunciato al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma:
“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”
Per questo domani sarò a Roma. Insieme a mio figlio manifesterò contro questa legge: perché la scuola pubblica si pubblica veramente, ma soprattutto di qualità e degna del futuro di chi a un futuro deve poter aspirare.
Voglio poter dare un segnale importante in questo senso, anche da genitore.
Sono nata alla fine degli anni ’60 e non ho vissuto il ’68, non ho preso parte alle proteste degli anni ’70. Sono stata una studentessa liceale negli anni ’80, anni tranquilli, di benessere, ma che, per molti versi, hanno contribuito a creare l’illusione che non ci dovesse essere più motivo di manifestare dissenso, di impegnarsi, di tenere la guardia alta. Vado a manifestare con mio figlio, domani, perché credo sia importante fare tutto quello che posso per cercare di cambiare le cose, in prima persona.









