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novembre, 2008

Ma a chi fanno paura i blogger?

Poco più di un anno fa, appena aperto questo blog, mi trovai a scrivere un post piuttosto appassionato sull’allora disegno di legge Levi-Prodi che aveva lo scopo, come molti ricorderanno, di istituire uno speciale registro, il ROC,  per tutti i prodotti editoriali che avessero “finalità di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso”. Ci fu una mobilitazione generale tra il popolo della rete e il disegno incriminato alla fine non passò, non so dire se proprio a conseguenza di tutto il clamore generato.

Sinceramente: non è che mi fossi veramente illusa che dopo lo scampato pericolo di un anno fa nessuno ci avrebbe più riprovato; è che speravo, ingenuamente, che dopo un anno le cose fossero un minimo cambiate nella percezione che la politica ha del web. Pare non sia così, o forse è così pure troppo, perché, come ho appreso da un articolo sul blog di Antonio Di Pietro, l’hanno rifatto.

Il sei novembre scorso, quattro giorni fa, senza che trapelasse nulla dalla stanza dei bottoni, la Levi-Prodi è stata riesumata, rivestita con un nuovo testo (C-1269) e assegnata alla VII Commissione Cultura della Camera, senza sostanziali cambiamenti da quella dell’anno scorso. Dice Di Pietro: “Su questo disegno di legge non ci sarà nessun margine di discussione né con il centrodestra né con il centrosinistra. Qualora dovesse passare potrebbe dare come unico risultato la disobbedienza civile“.
E’ bello vedere come, su certe questioni, maggioranza e opposizione trovino sempre un comune terreno di dialogo (e sì, sono sarcastica).

Ora tutto dipende da una risposta dell’Agenzia delle Entrate. Il busillis sembra sia quello della pubblicità presente sugli spazi blog. L’articolo 3 del disegno di legge versione 2008 specifica che: “Sono esclusi dall’obbligo dell’iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione i soggetti che accedono alla rete internet o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro“. Una interpretazione sembra essere quella che la presenza di banner e annunci pubblicitari possa essere equiparata ad una attività continuativa a fini di lucro e quindi costituire impresa.
Di fatto questo porrebbe fuori legge tutti i blog con pubblicità non iscritti al ROC e li assoggetterebbe a tutta la normativa che regola gli organi di stampa tradizionali.

Un anno fa mi chiedevo che bisogno ci fosse di una legge come questa. Me lo sto chiedendo di nuovo ora. A chi fanno veramente paura questi blogger? Non stride ancor di più oggi? Se da un lato si plaude al modello di interconessione tra web, politica e società che ha portato all’elezione di Barack Obama negli Stati Uniti, se si legge e rilegge del divario digitale tra Italia e resto d’Europa, se il nostro Paese è sempre quello che arranca in fatto d’uso dei nuovi media e delle nuovo tecnologie, dall’altro si tende a voler esercitare un controllo sempre più pressante su chi usa la rete per esprimere liberi pensieri e punti di vista. Un anno fa mi capitò di parlare con giornalisti che auspicavano l’introduzione della Levi-Prodi: a salvaguardia della loro professionalità, mi si disse. E ora?

Ora ho paura che lo scenario sia ben diverso. Stiamo attraversando un periodo di particolare tensione sociale, probabilmente tra i peggiori degli ultimi quarant’anni. Le notizie, “quello che succede veramente”, corrono in rete in tempo reale. L’informazione si genera dal basso, si buttano sassi per creare onde nello stagno. E nessuno, al momento, ha la possibilità di controllare questo, com’è giusto che sia. I media di informazione tradizionale non solo non riescono a stare al passo, ma sono tutti, chi più chi meno, addomesticabili o addomesticati. Non dimentico infatti le dichiarazioni di qualche giorno fa di Marcello dell’Utri: «Le notizie, certo, bisogna darle, sennò si torna al fascismo, ma c’è modo e modo di comunicarle». In quest’ottica, una legge che di fatto limiterebbe il flusso di notizie, nella migliore delle ipotesi, ha una sua logica. E nella peggiore: quanti blogger continuerebbero a scrivere con la minaccia continua di incorrere nel reato di diffamazione a mezzo stampa senza la copertura legale che solo le maggiori testate possono garantire a chi scrive per loro?

Sign for No alla Legge AntiBlog

Abbronzati e wop (ovvero carinerie)

 

In un primo momento, all’ultima battuta umoristica – o carineria – del presidente del consiglio Berlusconi, ho pensato che, probabilmente, non si è mai trovato nella posizione di essere lui stesso oggetto di analoghe piacevolezze; ho provato poi ad immedesimarmi in una persona di colore: avrei trovato quella boutade offensiva? Ho anche tentato di trasferirla su di me, ossia, mi sono chiesta quale commento io avrei trovato razzistico e offensivo. Personalmente non credo che Berlusconi se ne sia uscito con quella frasetta, a dir poco infelice, per sottolineare una inferiorirità di qualche tipo derivante dal colore della pelle di Obama, questi è pur sempre il prossimo presidente degli Stati Uniti, e se c’è una cosa che Berlusconi sa riconoscere è l’odore del potere.
Che però l’effetto sia stato contrario a quello desiderato non mi meraviglia. Ci sono sempre significati che vanno al di là della mera etimologia delle parole e questo posso dirlo per esperienza personale.

Mi è successo in diverse occasioni di essere oggetto di uscite del genere non proprio piacevoli (per me).
La primissima volta, mi ricordo, è stato a Londra e avevo sedici anni. Una graziosa vecchietta, una specie di Miss Marple con il turchino nei capelli, mi chiese se fossi spagnola. Quando risposi che no, ero italiana, ripeté la parola con una smorfia: ah! Italian…  Non è che usò termini ingiuriosi nei miei confronti, non fu quello che disse, ma come le disse.

Immagine di Kheel Center, Cornell University

Qualche anno fa mi capitò con la nonna del mio ex compagno scozzese, una signora molto gentile e buona d’animo, alla quale ero sinceramente affezionata, ma che ebbe modo di chiamare gli italiani wops, durante un simpatico pomeriggio con té e biscotti. Sono sicura non c’era alcuna intenzione di offendermi o di essere razzista nei miei confronti, ma suo nipote si sentì comunque in dovere di correggerla perché, per chi non lo sapesse, “wop” è il termine dispregiativo con cui nei paesi anglosassoni vengono chiamati gli italiani o chi ha origini italiane.

E poi in tante altre occasioni di normale quotidianità, all’estero per lo più, ma anche in Italia. A volte lascio perdere, altre volte rispondo per le rime, di sicuro non rimango indifferente.

E anche la rete, questo universo meraviglioso, non ne è immune. In alcuni ambienti del web non solo gli italiani non sono ben visti, ma non entrano neppure, proprio perché italiani.

La “carineria” del presidente del consiglio potrebbe non essere offensiva, ma è prima di tutto una caduta rovinosa e senza appello di stile, è una di quelle azioni che vanno contro la normale educazione “che è quella cosa che ti impedisce ti metterti le dita nel naso prima di dare la mano a qualcuno, o di ruttargli in faccia mentre ti sta parlando, o di palpare il culo alla sua signora mentre te la presenta” come ebbe a dire una mia amica. In secondo luogo pone l’accento sul metro usato per giudicare un capo di stato: non che sia capace, autorevole, coerente e degno di fiducia, ma che sia “giovane, bello e abbronzato”. Per ultima, la cosa più grave, è che pur ritenendo vero, come dice Gian Antonio Stella nel suo articolo a proposito delle disavventure comiche del nostro premier, che Barack Obama “è da quando era piccolo che come tutti i neri sente spiritosaggini del genere: «cioccolato», «carboncino», «palla di neve»… Non ci avesse fatto il callo non sarebbe arrivato alla Casa Bianca”, è pur sempre vero che si tratta della forma più subdola e strisciante di razzismo, ancora più pericolosa perché si insinua nelle pieghe del linguaggio quotidiano e diventa normalità d’espressione e fatto acquisito.

 

I have a dream…

E così Barack Obama ha vinto ed è, di fatto, il 44mo presidente degli Stati Uniti.
Si è avverato un sogno, l’America ha girato pagina, il cambiamento è di quelli epocali, senza alcun dubbio. Ma mi piace pensare a chi, per primo, in questo sogno ha creduto.

Il 28 agosto del 1963 Martin Luther King Jr. pronunciava il suo famoso discorso al Lincoln Memorial di Washington. Quarantacinque anni possono essere una enormità o solo un soffio, in termini di tempo. Oggi sono felicissima e piena di speranza per la vittoria di Obama proprio perché solo cinquant’anni fa la segregazione e la discriminazione razziale erano legge in più di una decina di Stati del sud e solo un quarto della popolazione di colore era iscritta alle liste elettorali.

E’ all’impegno di Martin Luther King, e al suo sogno, che si deve la definitiva abolizione della segregazione nel 1964. Obama ne è la realizzazione, un uomo nero, appertenete a una minoranza, investito del ruolo più importante al mondo. L’assegno è stato finalmente incassato.

“…Five score years ago, a great American, in whose symbolic shadow we stand today, signed the Emancipation Proclamation. This momentous decree came as a great beacon light of hope to millions of Negro slaves who had been seared in the flames of withering injustice. It came as a joyous daybreak to end the long night of their captivity.

But one hundred years later, the Negro still is not free. One hundred years later, the life of the Negro is still sadly crippled by the manacles of segregation and the chains of discrimination. One hundred years later, the Negro lives on a lonely island of poverty in the midst of a vast ocean of material prosperity. One hundred years later, the Negro is still languished in the corners of American society and finds himself an exile in his own land. And so we’ve come here today to dramatize a shameful condition.

In a sense we’ve come to our nation’s capital to cash a check. When the architects of our republic wrote the magnificent words of the Constitution and the Declaration of Independence, they were signing a promissory note to which every American was to fall heir. This note was a promise that all men, yes, black men as well as white men, would be guaranteed the “unalienable Rights” of “Life, Liberty and the pursuit of Happiness.” It is obvious today that America has defaulted on this promissory note, insofar as her citizens of color are concerned. Instead of honoring this sacred obligation, America has given the Negro people a bad check, a check which has come back marked “insufficient funds.”

But we refuse to believe that the bank of justice is bankrupt. We refuse to believe that there are insufficient funds in the great vaults of opportunity of this nation. And so, we’ve come to cash this check, a check that will give us upon demand the riches of freedom and the security of justice.

We have also come to this hallowed spot to remind America of the fierce urgency of Now. This is no time to engage in the luxury of cooling off or to take the tranquilizing drug of gradualism. Now is the time to make real the promises of democracy. Now is the time to rise from the dark and desolate valley of segregation to the sunlit path of racial justice. Now is the time to lift our nation from the quicksands of racial injustice to the solid rock of brotherhood. Now is the time to make justice a reality for all of God’s children.

It would be fatal for the nation to overlook the urgency of the moment. This sweltering summer of the Negro’s legitimate discontent will not pass until there is an invigorating autumn of freedom and equality. Nineteen sixty-three is not an end, but a beginning. And those who hope that the Negro needed to blow off steam and will now be content will have a rude awakening if the nation returns to business as usual. And there will be neither rest nor tranquility in America until the Negro is granted his citizenship rights. The whirlwinds of revolt will continue to shake the foundations of our nation until the bright day of justice emerges.

But there is something that I must say to my people, who stand on the warm threshold which leads into the palace of justice: In the process of gaining our rightful place, we must not be guilty of wrongful deeds. Let us not seek to satisfy our thirst for freedom by drinking from the cup of bitterness and hatred. We must forever conduct our struggle on the high plane of dignity and discipline. We must not allow our creative protest to degenerate into physical violence. Again and again, we must rise to the majestic heights of meeting physical force with soul force.

The marvelous new militancy which has engulfed the Negro community must not lead us to a distrust of all white people, for many of our white brothers, as evidenced by their presence here today, have come to realize that their destiny is tied up with our destiny. And they have come to realize that their freedom is inextricably bound to our freedom.

We cannot walk alone.

And as we walk, we must make the pledge that we shall always march ahead.

We cannot turn back.

There are those who are asking the devotees of civil rights, “When will you be satisfied?” We can never be satisfied as long as the Negro is the victim of the unspeakable horrors of police brutality. We can never be satisfied as long as our bodies, heavy with the fatigue of travel, cannot gain lodging in the motels of the highways and the hotels of the cities. We cannot be satisfied as long as the negro’s basic mobility is from a smaller ghetto to a larger one. We can never be satisfied as long as our children are stripped of their self-hood and robbed of their dignity by a sign stating: “For Whites Only.” We cannot be satisfied as long as a Negro in Mississippi cannot vote and a Negro in New York believes he has nothing for which to vote. No, no, we are not satisfied, and we will not be satisfied until “justice rolls down like waters, and righteousness like a mighty stream.”

I am not unmindful that some of you have come here out of great trials and tribulations. Some of you have come fresh from narrow jail cells. And some of you have come from areas where your quest — quest for freedom left you battered by the storms of persecution and staggered by the winds of police brutality. You have been the veterans of creative suffering. Continue to work with the faith that unearned suffering is redemptive. Go back to Mississippi, go back to Alabama, go back to South Carolina, go back to Georgia, go back to Louisiana, go back to the slums and ghettos of our northern cities, knowing that somehow this situation can and will be changed.

Let us not wallow in the valley of despair, I say to you today, my friends.

And so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream. It is a dream deeply rooted in the American dream.

I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal.”

I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves and the sons of former slave owners will be able to sit down together at the table of brotherhood.

I have a dream that one day even the state of Mississippi, a state sweltering with the heat of injustice, sweltering with the heat of oppression, will be transformed into an oasis of freedom and justice.

I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin but by the content of their character.

I have a dream today!…”

Marthin Luther King Jr. 28 agosto 1963

Io vorrei celebrare la speranza questa mattina, anche per quanto riguardo in nostro Paese. E’ vero che sono loro ad aver potuto, ma è anche vero che il presidente degli Stati Uniti ha il potere di influenzare con la sua politica la politica del resto del mondo, e in modo particolare quella dell’Europa. E l’Italia, per fortuna, è in Europa.

Ultimo ma non ultimo, Obama sarà il più libero tra tutti i presidenti, e non è cosa da poco. La sua campagna di  è stata finanziata per lo più dalla raccolta fondi tra gli americani: oltre 3 milioni e 100mila persone hanno contribuito con le loro donazioni, anche piccolissime, tenendo fuori le grosse lobby.

I giorni dopo la protesta

La mia intenzione era quella di scrivere un post il giorno dopo la manifesazione di Roma.
L’avrei fatto a caldo per raccontare i timori, la preoccupazione per eventuali disordini e cariche della polizia, in fin dei conti c’era anche mio figlio con me e i figli di tanti altri genitori rimasti a casa; l’avrei fatto poi per dire della bellissima esperienza, di una giornata miracolosamente senza pioggia dall’inizio alla fine della manifestazione, dell’entusiasmo, dell’allegria, della volontà forte e limpida di far sentire la propria voce.
Ma soprattutto avrei scritto per parlare della gente, delle centinaia di miglia di persone che si sono riversate nelle strade del centro di Roma, ovunque, un fiume in piena che ha continuato a scorrere per ore e ore, delle manifestazioni autorizzate all’ultimo momento perché troppi erano i partecipanti perché potessero essere contenuti tutti nel percorso ufficiale, delle decine di corriere bloccate sul grande Raccordo Anulare, dei canti, della musica degli studenti, dei lavoratori della scuola, ma anche dei genitori con i passeggini e palloncini colorati.

E’ stata la nostra protesta. Ed è stato un bene che non ne abbia scritto il 31 ottobre ma lo stia facendo oggi, perché già dopo tre giorni il clamore sembra, per la maggior parte, essersi spento. Non dovrebbe essere così. Certo, finiscono le occupazioni, non ci saranno forse più cortei, ma credo sia indispensabile che di scuola e protesta si continui a parlare e non seguire, per una volta, quella curiosa abitudine italiana di accendersi in un attimo e di dimenticare tutto immediatamente dopo.

Soprattutto non si devono dimenticare i fatti di piazza Navona (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-4/camion-spranghe/camion-spranghe.html). Non bisogna far cadere quello che è accaduto nel dimenticatoio collettivo, perché al di là della gravità dell’episodio in se stesso (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-5/ltestimonianza-prof/ltestimonianza-prof.html), tutto quello che l’episodio nasconde è infinitamente più grave e pericoloso. Di questo bisognerebbe continuare a parlare, magari anche tenendo a mente le parole di Di Pietro:

Nel Cdm abbiamo fatto un applauso corale al ministro Gelmini per avere affrontato in questi giorni un’ondata di falsità e disinformazione”, lo ha detto con incredibile faccia tosta il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
Questo governo sta scrivendo una triste pagina della democrazia italiana. Un Parlamento esautorato, i media piegati a palinsesti attentamente costruiti per generare consenso, giornali con le redazioni sempre più politicizzate ed un’informazione indipendente relegata solo a chi può accedere alla Rete.

Quello che il sottosegretario all’Interno Francesco Nitto Palma ha dichiarato mostra una bassezza mediatica legata al tentativo di attribuire la colpa dei tafferugli di Piazza Navona a giovani dei collettivi di sinistra. Eppure le poche foto, sapientemente pubblicate e fatte passare e ripassare in tutti i tg, testimoniano che le violenze sono state perpetrate da un gruppo di ragazzi dell’ultra destra muniti di mazze tricolore. Ragazzi stranamente lasciati agire indisturbati finchè magari non si è generata qualche scontata reazione di manifestanti pacifici, stranamente armati di bastoni in una piazza blindata, stranamente chiamati per nome da alcuni esponenti delle forze dell’ordine, come mostrano alcuni filmati.”

E’ un clima che mi spaventa, l’ho già scritto diverse volte qui. Mi spaventano certe esternazioni, mi spaventa le falsità di chi governa. E non per ultimo, mi spavento se le notizie scivolano sempre più in fondo nelle pagine dei giornali e se non si sentono più alla televisione. Per questo, per una volta sono felice di stare scrivendo questo post oggi, in una domenica di festa. Non sono giornalista, non è il mio lavoro raccontare fatti di cronaca, ma sono una di quelli che c’erano e vorrei che tra una settimana si parlasse ancora dell’importanza di una scuola pubblica statale che sia libera e di qualità; ma che soprattutto sia la casa di tutti, perché la scuola pubblica è l’unico laboratorio di vita che supera le differenze di classe sociale, di razza, di nazionalità, di lingua, di territorio.

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