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dicembre, 2008

Conversazioni come opportunità: Mona Nomura

Questa mattina poteva cominciare con un altro dei miei risvegli domenicali nella rete dei miei social media: occhiata veloce a posta, velocissima a Twitter, lettura dell’ultima pagina di Friendfeed, novità su Facebook, discussioni su aNobii, eccetera.
Invece, mentre la socialmediasfera italiana dormiva ancora, proprio su Friendfeed sono andata a sbattere contro una bella notizia che non solo mi ha fatto immenso piacere, ma mi ha fatto venir voglia di scrivere un post all’alba, praticamente: Mona Nomura, una delle mie “friends” d’oltre oceano, è stata assunta come blogger professionista per un nuovo progetto di Sean Percival, uno sviluppatore internet di Los Angeles, grazie ai suoi scoppiettanti post su Friendfeed.

Non c’è bisogno che dica quanto sia contenta per lei, di sicuro avrà una lettrice pure da questo lato del globo.
Ecco a cosa servono (anche) i social media: non è tutto cazzeggio quello che non luccica. Dal cazzeggio il talento emerge comunque e può anche succedere che qualcuno lo noti. E Mona è un grande talento: non solo perché posta feed simpatici, accattivanti, interessanti, ma soprattutto perché crea discussioni brillanti. Senza dubbio è la regina di FriendFeed, come scritto da  Mark Dykeman (un altro di quelli che seguo) in questo articolo dedicato a lei, e condivido il comune sentire di chi la conosce e legge: Mona è intelligente, creativa, ha uno stile personale e inconfondibile; ha un fiuto fuori dal comune per scoprire tendenze e contenuti nella jungla di internet e di crearli quando non li trova. In più, interagisce, dialoga, partecipa, non si limita mai a proporre e basta.

Bello no? Ecco come le conversazioni possono trasformarsi in – vere -  opportunità in rete.
Già, negli Stati Uniti. E in Italia?
Sarebbe mai stato possibile per Mona, fosse stata italiana, far emergere il suo talento? Non mi riferisco solo al fatto di essere notata nel posto giusto dalla persona giusta (quante “persone giuste” frequentano attivamente Friendfeed qui da noi?), ma come sarebbero stati accolti in prima battuta i post all’apparenza sconclusionati di Mona? Che reazioni avrebbero suscitato le sue foto sul bacon, sui robot Lego di guerre Stellari, le sue esternazioni al limite del surreale?

Perché non è il caso di lasciarsi trarre in inganno: Mona non è solamente una mente ipercreativa ed iperattiva in rete. E’ un’esperta di tecnologia e di internet all’ennesima potenza, ma ha deciso semplicemente di condividere il lato più piccante e meno serio dell’essere geek, come da lei stessa sottolineato. Che tipo di valore avrebbe avuto questo nel panorama di internet in Italia?

Da parte mia sono contenta due volte: per il successo di una giovane donna fuori da ogni schema solito e per il fatto che Mona la seguo da sempre o quasi su Friendfeed. Fatelo anche voi se ci siete già, o createvi un account: Mona è solo l’ennesimo buon motivo per essere parte di questo social network.

Le conferme che le donne cercano

Un amico mi ha detto l’altro giorno che le donne che cercano conferme sono pericolose.
Niente di più vero, perché una donna alla ricerca di conferme è comunque pronta ad intraprendere quelle che agli occhi del mondo appaiono  le esperienze più irrazionali/coraggiose/ardite o maggiormente prive del più elementare buon senso, tipo partire per la Terra del Fuoco o lasciare di punto in bianco il fidanzato storico.

Io le conferme più importanti le ho cercate alla fine del mio matrimonio. Dopo quasi undici anni ho sentito il bisogno impellente di mettermi alla prova e di dimostrare, a tutti oltre che a me  stessa, chi fossi.
La primissima cosa è stata prenotare un volo per gli Stati Uniti (come volevasi dimostrare). Un mese là per conto mio, per confermare di esserne capace. Sono andata da sola e sono tornata da sola. Di seguito l’acquisto dell’auto e poi quello di una casa per me e mio figlio.

Altre le conferme che ho cercato dopo: quelle relative alle persone, ai legami d’amicizia tutti da costruire, alla serenità ritrovata, al voler lavorare un terreno che permettesse poi di coltivare me stessa in prima battuta. Ho avuto la conferma che potevo essere una persona felice e completa ancor prima di essere una donna felice e completa.

Quelle che cerco ora sono diverse. Ho quasi quarantadue anni, una vita piena, qualche vittoria e qualche sconfitta al mio attivo. Non le cerco per una questione di età soltanto, ma  perché la mia vita risponde a un regime di ciclicità. Chiudo lunghi capitoli e ne apro altri; attraverso periodi di alti e bassi come se navigassi in mare aperto. Ogni volta tocco terra e ricomincio.
Credo siano comuni a tutte le donne questi momenti: alcune richiedono conferme professionali e di carriera, altre si buttano in progetti a lungo accarezzati ma mai realizzati, molte cercano rassicurazioni su se stesse, esponendosi al mondo e agli occhi di chi le guarda. Altre ancora hanno bisogno di sentirsi ancora belle e desiderabili.

I quarant’anni (circa) sono di giro di boa. E’ così per tutte, volenti o nolenti.  E’ una  specie di porta: prima  si era di là, ora si sta di qua. Non è detto che si stia peggio, anzi, ai miei trenta non tornerei. Si tende però a voler avere delle certezze, a fare qualche bilancio, anche se minimo. E no, non sto parlando delle richieste da rompiballe del genere: ma sei sicuro di amarmi? E se cambiassi idea? Ma sei sicuro sicuro? (Confesso: ho avuto un attacco qualche ora fa).

Quello che non mi piace, in realtà, è la ricerca esasperata, non solo di conferme, ma soprattutto dell’altrui approvazione. Meglio che abbia la leggerezza di un gioco, se ci deve essere, ancor meglio sarebbe cercare di prendersi non troppo sul serio.

Mica facile a farsi. Per quanto riguarda me, attualmente sto costruendo una storia d’amore. Cerco sicurezze in questo senso. Sto un po’ lottando contro la mia indole e contro modelli culturali vecchi e superati, ma che ancora resistono.
E’ la mia sfida tutta personale per l’anno che verrà (più tardi glielo chiederò comunque ancora una volta se è sicuro di amarmi, non si sa mai).

Scioperare costa

Da quando lavoro, e ormai sono tanti anni, ho sempre aderito ad ogni sciopero proclamato.
Non tanto perché iscritta al sindacato e quindi trascinata da coerenza “sindacale”, anzi tendo  sempre a soppesare le motivazioni fin troppo criticamente, quanto perché ho sempre creduto che lo sciopero sia l’unico mezzo utile per far sentire la voce dei lavoratori.

Foto di tommide

Questa volta però, a differenza di tutte le altre, la decisione di partecipare l’ho presa all’ultimo momento. Perché forse tanti non ci pensano, ma scioperare costa e costa parecchio. A una giornata di stipendio, con i tempi che corrono,  non si rinuncia con leggerezza. E’ un sacrificio. Chi lavora ha famiglia per lo più, le buste paga ultimamente si alleggeriscono in un attimo, quando non sono già leggere di loro e sono convinta che tanti in questo momento stiano facendo i conti in questo senso.
Lo ammetto: ci ho riflettuto per qualche giorno. Sono un lavoratore dipendente, ho una famiglia, per quanto piccola e delle precise responsabilità, soprattutto nei confronti di mio figlio; poi ci sono le spese mensili, il mutuo, le bollette, insomma quelle che hanno tutti. Mi sono ripetuta che forse sarebbe stato meglio pensare alle mie esigenze pratiche e lasciar perdere gli strascichi di idealismo adolescenziale, ché con quelli non si mangia.

Ebbene, non ce l’ho fatta e oggi sono in sciopero.
C’è che dice che tanto non serve a niente, che le cose non cambiano, che, visto che gli altri sindacati non ci sono, è completamente inutile. Io ho la presunzione di pensare che è l’unico modo per fare in modo che la corrente cambi il suo corso. Ho la presunzione di pensare che se il governo ha fatto qualche passo indietro rispetto alla controriforma Gelmini è solo grazie alle proteste diffuse e dello sciopero del 30 ottobre scorso.
Inoltre, c’è mio figlio. Ho cercato di insegnargli che bisogna farsi avanti e lottare per cambiare le cose che non vanno (lo so, suona come un luogo comune ormai, ma disgraziata me, ci credo ancora), se non si fa nulla tanto vale chinare la testa e tacere.
E infatti aderisco allo sciopero anche per questo: avere la soddisfazione di riprendere chi si lamenta e basta – del governo, della politica, degli stipendi troppo bassi – e non muove un dito per far cambiare lo stato delle cose. Io voglio fare la mia parte, ci metto del mio, ci metto la faccia e ci metto il sacrificio, ma questo mi dà il diritto di dissociarmi, di dissentire, di incazzarmi e pure di lamentarmi.

Ultimo ma non ultimo: sono in sciopero perché se posso rompere le scatole all’attuale presidente del consiglio, pur nel mio piccolo, lo faccio molto volentieri.

 

La foto è di Zingaro. I’m a gipsy too.

ThyssenKrupp e altri pensieri sparsi

E’ da tanto che non scrivo, lo so.
E’ che ultimamente non ho avuto testa (e cuore) per farlo, ma un post per ricordare la strage dell’anno scorso dovevo scriverlo, anche se un po’ in ritardo.

Sono fissata con questa cosa della memoria, lo so bene.
E’ importante ricordare, non tanto per il presente, quanto per il futuro, ma purtroppo ho dovuto rendermi conto di vivere in un Paese che è capace di grandi manifestazioni emotive, di grandi esternazioni di dolore collettivo salvo poi dimenticare tutto nel brevissimo termine. Certo, la vita deve andare avanti, viviamo in un momento particolarmente complesso, i problemi sono tanti e i morti rimangono comunque morti.  Dimenticarsene, però, non fa altro che ammazzarli ancora una volta.
A parte questo, trovo sia giusto parlarne. E’ una maniera per rimanere focalizzata. E’ un modo per ricordare tutti gli altri, non per ultimi quelli della mia città, tredici nel 1987, che in qualche modo hanno toccato pure la mia famiglia. E’ anche per mio papà che sto scrivendo questo, per lui che quella strage ha dovuto vederla da vicino.

Non è giusto morire di lavoro. Non è giusto morire di lavoro così. Lavorare non serve solo a guadagnare il necessario per vivere. Il lavoro ci dà una identità sociale, ci dà un ruolo e dignità. Non tanto perché nobilita, anzi, non ci ho mai creduto fino in fondo a questa storia, ma proprio perché lavorare ci compie come cittadini che sono parte di una comunità viva e attiva.

In questo senso ho sempre pensato al lavoro come ad una attività che presuppone uno scambio equo. In Italia però il meccanismo mi pare si sia inceppato o, più probabilmente, non ha mai funzionato a dovere.

Si muore troppo di lavoro, abbiamo questo primato in Europa, e questo sembra essere stato acquisito come fatto normale e ineluttabile. Non fa quasi più notizia, ci siamo abituati  a leggere ogni giorno dell’ennesima morte bianca. Quello che noto, inoltre, è come in questo Paese la concezione del lavoro e dell’imprenditoria  sia molto simile a quella ottocentesca. Mi pare che in questi ultimi anni ci sia stata una accelerazione in questo senso, ovvero quello di considerare i lavoratori unità, numeri.
Me ne accorgo quando leggo certe esternazioni (http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/thyssen/samy-gattegno/samy-gattegno.html), perché mi sembrano di una gravità inaudita pur nella loro pacatezza. Anzi, sono sicura che più di qualcuno accarezza con piacere il pensiero di mandare in campo un novello Bava Beccaris alla prima occasione.

E d’altro canto, come potrebbe essere diversamente? L’attuale governo sappiamo da che parte sta. Già si vuole mettere mano al Testo Unico varato dal governo Prodi e entrato in vigore nel maggio scorso perché troppo sbilanciato sulle pene da infliggere ai datori di lavoro in caso di infortunio. Altri segnali non mancano: l’assenza di rappresentanti del governo alla commemorazione dei caduti della Thyssen a Torino l’altra sera dice più di mille parole. Chi ci governa si è formalmente dissociato, non tanto dai morti, quanto nel voler riconoscere la causa e le responsabilità di quei morti, come se fosse un fatto che non riguarda l’esecutivo, ma solo la sfera privata di chi l’ha vissuto da vicino, fosse anche un’intera città o un’intera regione.

Tanto basta.

 

L’immagine fa parte della fotogallery del Sole 24 Ore “ThyssenKrupp, per non dimenticare”.

 

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