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gennaio, 2009

Quarantadue (e non è la mia taglia)

Eppure il mio viso non è tanto cambiato da quando avevo sedici anni, è sempre quello, lo riconosco. Anche gli occhi sono gli stessi, continuano a gonfiarsi come allora se mangio troppe patatine fritte o troppa cioccolata, ma ho pianto e riso così tanto nel corso degli anni che qualche segnetto è spuntato.
Mi ci sono affezionata a questi segni sulla faccia (non che li ami, dubito sempre di chi dice di amare le proprie rughe), ognuno ha un suo motivo d’essere e tutti insieme hanno disegnato quella che sono ora, qui, in questo momento.
Mi piaccio così tanto che indietro non tornerei, non a sedici, non a ventisei, non a trentasei anni. D’altro canto, ho cominciato a spacciarmi per quarantenne quando ancora ne avevo trentotto.

E’ una bella età la mia, mi si adatta, mi ci sento bene.
Il mio solito amico la scorsa settimana mi ha chiesto se fossi pronta al mio compleanno. Come non esserlo? Ogni anno che passa è una vittoria, un traguardo conquistato. A quarant’anni mi sono sentita finalmente liberata dall’inesperienza, prima di tutto, poi dall’essere sempre sembrata più giovane di quello che fossi: non m’interessa più adesso; ma la cosa più bella e che ho ancora la possibilità di fare cazzate, ma le posso fare con un bagaglio adeguato e nessuno, nessuno che possa dar colpa all’età, finalmente, nemmeno io stessa.

Per la prima volta mi sento compiuta. Il tempo ha arrotondato certi spigoli del mio carattere e mi ha reso più morbida, più curvilinea, con meno asperità e ruvidezze, non solo nella figura. Riconosco molte più sfumature di grigio tra il bianco e il nero, sono maggiormente disposta a scendere a compromessi, ma stranamente più determinata in quella che sono, perché finalmente posso dire di conoscermi bene. A quarantadue anni.

Ci sono voluti un po’ di tempo, qualche vittoria e qualche fallimento. Non ho mai pensato veramente molto al mio compleanno come quest’anno, a parte quello di passaggio dai ventinove ai trenta che ho vissuto come una vera e propria tragedia.
Quello dei quaranta è stato una ratifica, niente di più niente di meno, come mettere un timbro su un atto già in essere. L’anno scorso, e un po’ mi vergogno pure a dirlo, il mio compleanno me lo sono completamente dimenticato. Quest’anno ne scrivo.
Per la prima volta comincio un anno della mia vita con uno schermo tutto vuoto di fronte: non so ancora che film verrà proiettato. Conosco i punti fermi, mio figlio, la mia famiglia, gli affetti, ma tutto il resto no…
Non è una brutta sensazione, forse un po’ destabilizzante all’inizio, ma di sicuro è come avere qualcuno alle spalle che mi spinge in avanti, che mi sprona a cercare cose nuove e nuove esperienze.
Soprattutto mi costringe ad essere ottimista per quello che verrà:  qualunque cosa sia, tanti auguri a me.

Marcovaldo e la crisi

Il mio primo incontro con Marcovaldo risale a quando avevo dieci anni. Le sue storie stavano sul libro di lettura della quarta elementare.

Mi sono innamorata di Calvino allora, penso, proprio per Marcovaldo che faceva cose fantastiche e improponibili per la mia testa di bambina: raccoglieva, per esempio, funghi in città, quando tutti lo sapevano che quei funghi, oltre ad essere velenosi, erano pure inquinati e che nelle aiuole ci fanno la pipì i gatti; oppure si faceva pungere dalle vespe che raccoglieva in barattoli di marmellata appiccicaticci, e questo di sicuro era ben strano. Insomma,  Marcovaldo era una specie di eroe in tuta blu.

Così lo immaginavo:  perennemente in una tuta blu da operaio (anche se Marcovaldo di mestiere faceva l’uomo di fatica alla Sbav), una specie di Mimì Metallurgico con famiglia, sempre su uno sfondo di muri grigio-bruni, illuminato da quelle lampade al neon col saliscendi che si trovavano in molte cucine degli anni ’70.

A distanza di trent’anni ho riletto le sue Stagioni in città e il Marcovaldo della mia infanzia non l’ho più trovato. Ho trovato, al suo posto, un disadattato che non fa sorridere.

Mi ha fatto tristezza questa figurina d’uomo. Soprattutto perché Calvino ha scritto Le stagioni in città nei primi anni ’60, descrivendo l’ansia di vivere di allora: gli anni dell’industrializzazione, lo spaccatura tra la vita “di prima” e quella nuova, la desolazione, ma io ho ci ho riletto, con un piccolo shock, tutta la miseria di questi primi anni 2000. Marcovaldo è diventato per me il simbolo della recessione, quella di oggi.

So bene che Calvino voleva significare altro, che la crisi economica, in quegli anni del boom, non era tra i suoi pensieri, anzi, probabilmente gli stavano a cuore la speculazione, la crescita ossessiva, un certo modo di vivere quel tipo di sviluppo. Marcovaldo era l’immigrato che lasciato il paese si trovava a vivere – e combattere – in un mondo non suo, che gli era totalmente estraneo, dove comunque cercava di recuperare il rapporto con gli elementi naturali – un cielo stellato, un fiume, la neve – senza riuscirci mai. Questa era la sua frustrazione. La mia è stata quella di riconoscere nel suo disadattamento il disadattamento di una bella fetta della società italiana di questi giorni.

Perché diciamocelo: certo, la recessione è globale, ma ognuno conosce la propria. Leggo sui quotidiani dei cassintegrati, di chi perde lavoro, di chi non arriva a fine mese, dei precari e rivedo in loro Marcovaldo a dormire in cinque in una stanza, a raccogliere funghi in città, ad inventarsi piccole strategie di sopravvivenza quotidiana. O portare la famiglia a spasso al supermercato perché “essendo senza soldi, il loro spasso era guardare gli altri fare spese; inquantoché il denaro, più ne circola, più chi ne è senza  spera: «Prima o poi finirà per passarne anche un po’ per le mie tasche». Invece, a Marcovaldo, il suo stipendio, tra che era poco e che di famiglia erano in molti, e che c’erano da pagare rate e debiti, scorreva via appena percepito“.
Appunto.

Feste finite

Avevo scritto un bel post, leggero e scanzonato, sulla fine delle feste.

Poi ho visto queste e non mi è più sembrato il caso (Qui il sito di Save the Children)

Aggiungo alcune considerazioni.

Sono d’accordo con Gilioli: se non parla lui, da professionista, di quel che non conosce, figuriamoci se posso parlare io da dilettante che conosce ancor meno. Qualche cosa la so però.

So che, sebbene i morti siano di qua e di là, alcuni morti sono più morti di altri; so che ci sono realtà in cui israeliani e palestinesi vivono insieme in pace; so che ci sono madri di figli ammazzati da entrambe le parti che, insieme, chiedono la pace; so che ci sono tanti Refusnik di cui non si parla mai.

So quel mi raccontò anni fa un amico di rete, israeliano di Tel-Aviv: non riusciva a concepire una vita senza essere in guerra, senza essere nemico di nessuno, perché quella era la realtà in cui era nato. L’unica possibile, secondo lui.

E questa mi è sembrata la cosa più spaventosa.

La donna che guarda i film d’amore

Ossia io. A dire il vero non è che guardi solo quelli, anzi, nella mia classifica personale delle preferenze cinematografiche stanno al quinto o sesto posto;  come se non bastasse, sono appena uscita da una lunghissima sessione di film catastrofici, che adoro e colleziono.
E’ solo che ultimamente, complici anche i giorni di vacanza, ho avuto tempo e modo di guardarne più del solito.

E’ anche questione di umore giusto, o di umore non giusto, a seconda dei punti di vista.
Mi si dice che non vanno mai visti da sola. Ma io questi riesco a guardarmeli solo quando sono da sola. Non è una cosa che mi vien voglia di fare quando il mio compagno è con me. Anzi, guardo film d’amore proprio perché lui non è con me.
Li cerco solo con lieto fine, però. O almeno ci provo, salvo poi arrivare con gli occhi sbarrati al termine per scoprire epiloghi disastrosi e del tutto sconfortanti.

Sono una specie di terapia d’urto. Le commedie romantiche mi costringono al buon umore anche quando sarei di tutt’altro avviso. Provate a non ridere guardando Il diario di Bridget Jones o come osate non sentirvi meglio dopo L’amore veramente?
Con buona pace di degli studiosi della Heriot Watt University di Edimburgo.
Sembrerebbe, come riportato da questo articolo della BBC, che la visione di commedie romantiche abbia un effetto disastroso sulla nostra vita amorosa. Gli psicologi del laboratorio di relazioni famigliari e personali di questa università, analizzando 40 campioni d’incassi del genere romantico dal 1995 al 2005, hanno rilevato come i temi conduttori di questi film siano del tutto irreali.

Ma va? E d’altro canto, perché studiare solo i film? La letteratura è piena di romanzi d’amore a lieto fine ed è ben più collaudata dell’arte cinematografica. Insomma, non gliel’ha detto nessuno a questi studiosi che sono le favole degli adulti? Commedie, appunto, prodotti di fantasia.

Hanno lo stesso effetto della cioccolata gustata lentamente: si sa che una eccessiva quantità va  a depositarsi direttamente  sulle cosce, ma la soddisfazione e il benessere che lascia non hanno eguali.

E poi non è bello ogni tanto sognare? Non è la vita di tutti i giorni troppo “reale”? Non è bello per un’ora e mezza credere veramente che da qualche parte ci sia la persona veramente destinata a noi, anche se non è il classico principe azzurro? Che ci sia anche per noi un Parterperfetto.com? Chi seriamente può credere  che una storia d’amore non sia costruita anche sull’impegno, sul compromesso, sulla quotidianità?

Per questo la visione dei film romantici è un rito che consumo in  assoluta pace e solitudine; nemmeno un gruppo di amiche sarebbe adatto in questo caso, perché il momento consolatorio  si risolverebbe – ne sono sicurissima – in una specie di pianto comune sulle sfighe amatorie di questa o di quella. Andrebbe benissimo invece una coppia di amici gay, perché manterrebbero l’aplomb tipicamente maschile (che apprezzo in tantissime occasioni), con una particolare sensibilità verso il sentire femminile, non sarebbero più di tanto disturbati da improvvisi picchi d’umore e inarrestabili e incomprensibili crisi di pianto. Oppure un amico-amico, di quelli che ti conoscono e ti riempiono di coccole, bomboloni e nomignoli del tutto innocenti.

Tanto per la cronaca: la Heriot Watt University sta conducendo uno studio online su media e relazioni, e tutti possono partecipare qui, rispondendo alle domande del test.

Buon anno e buon lieto fine a tutti (il video è quello della scena finale di Partnerperfetto.com, uno dei miei preferiti).

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Aggiungo una nota: buone notizie per chi crede nell’amore che dura tutta la vita. Una equipe di ricercatori della Stony Brook University di New York è giunta alla conclusione che in alcune coppie è effettivamente possibile (circa il 10% delle coppie mature).
Ai romantici impenitenti non resta che incrociare le dita.

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