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luglio, 2009

Il problema della riconoscibilità in rete

Chi mi conosce sa quanto mi piaccia colloquiare online.

Se fino a qualche anno i fa i “luoghi” dove poterlo fare erano in numero limitato, con la nascita dei media sociali le possibilità di scambio e di dialogo sono cresciute in modo esponenziale. Mi sono accorta però che, per quanto mi riguarda, tengo a voler conservare un rapporto di tipo “umano” nonostante il mezzo, ossia ho sempre e comunque bisogno di riconoscere chi ho di fronte e non m’interessa la conversazione per la conversazione.

Non ho sempre la pretesa di voler conoscere i miei interlocutori con nome e cognome, né di volerli associare ad un volto che sia il loro reale, ma quella di poterli rintracciare e quindi di attribuire loro una riconoscibilità ben precisa.

Nonostante abbia delle regole diverse per stabilire contatti a seconda dei vari social network che frequento, in tutti ho bisogno di dare una connotazione ben precisa ai nick, agli avatar, ai nomi di quelli con i quali mi trovo a scambiare i miei pensieri. A seconda delle piattaforme che mi trovo ad utilizzare, ci sono diversi modi per attribuire una personalità agli utenti che non conosco ancora. Su aNobii guardo principalmente i libri che leggono, i commenti che scrivono, gli interventi che fanno nei gruppi di discussione; su Friendfeed, similarmente, leggo i post sui loro blog personali, gli articoli condivisi, guardo le loro foto su Flickr (che strumento formidabile è Friendfeed per scoprire cose nuove!); su Facebook la prima discriminante è nome e cognome, poi controllo il profilo personale, gli eventuali amici in comune, ecc.

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Foto di piccadillywilson

Cosa succede quando non è possibile associare ad un utente una identità perché non si hanno elementi per poterlo in qualche modo riconoscere? Ci sono delle regole di comportamento non scritte che andrebbero osservate da tutti in questo senso? Chi intende avvalersi di un medium sociale come luogo di conversazione non dovrebbe come prima cosa rendersi in qualche modo riconoscibile con una specie di “mappa di identità personale” che sia più articolata di un semplice nickname? È difficile conversare pubblicamente di fatti anche solo vagamente personali se non selezionando gli interlocutori in base a elementi che danno loro una qualche connotazione. Certo, nella maggioranza dei casi si creano rapporti reciprocità, ma questo non può avvenire in tempi brevissimi e servono comunque costanza e attenzione.

Vorrei precisare ancora una volta che non sto parlando degli identificativi legati alla vita offline. Un nick name ha la stessa valenza e lo stesso significato di nome e cognome se in quel modo un utente è universalmente riconosciuto, non importa quale ruolo abbia nella vita di tutti i giorni. Certamente, per me l’ideale rimane quello di una perfetta corrispondenza tra la persona off line e quella online. Mi pare, però, che sempre di più si tenda a questo tipo di modello: nonostante tutte le difficoltà, internet sta diventando parte della vita di tante persone,  non solo come mezzo, ma anche come messaggio, così da trovare sempre più corrispondenza tra modo di essere nella vita di tutti i giorni e modo di essere in rete. Non a caso sono nati particolari “biglietti da visita”, dai servizi che aggregano tutte le identità online di una persona (Google Profiles, ad esempio), o veri e propri dispositivi elettronici per lo scambio reale di tutte le informazioni che “fanno” una persona nella rete e fuori (Poken e simili).

Rimangono comunque quelli che per qualche motivo preferiscono mantenere separate le due realtà, scelta rispettabilissima e necessaria in alcuni casi. Allo stesso modo però, chi opta per questa condizione deve poter essere riconosciuto e collocato, non si può limitare a un identificativo qualsiasi esclusivamente per scrivere parole tramite tastiera. L’atteggiamento che era tipico delle chat line è stato ampiamente superato negli ambienti dei media sociali e non può che suscistare diffidenza chi lo “usa” in questi ambienti, specialmente se connotati da una forte interazione “personale”.

Oggi alzo la voce (e non sciopero) contro il decreto Alfano

Premessa doverosa: nella giornata di oggi, parlare di sciopero per quanto riguarda i blogger non professionisti (ossia quelli che non vengono pagati per scrivere su un blog), categoria della quale faccio parte, ritengo non abbia molto senso. Già è sbagliato il termine. Sciopero è una parola che porta con sé un carico enorme di significati, prima di tutto quello del sacrificio. Perché scioperare costa. Non si va in vacanza quando si è in sciopero, ma si rinuncia a una parte di stipendio, guadagno o quello che è.

Nello specifico, non scrivere oggi a me non sarebbe costato nulla, anzi. Questo è un blog di tipo personale sul quale scrivo a titolo del tutto gratuito (non c’è nemmeno la pubblicità) quello che mi piace condividere. Non ho alcuna pretesa di fare scoop o di trasmettere verità rivelate.  Parlo di quello che vedo e di come lo vedo. Insomma, ai fini della protesta di oggi potrebbe essere benissimo incasellato sotto la voce: “mi si nota di più se scrivo o se esco per negozi?”. Per questo non aderisco allo sciopero: non mi costerebbe nulla aderire. Ho scelto invece di aderire a una protesta scrivendo, e questo sì mi costa, perché ora come ora preferirei certamente fare altro. Ritengo però importante aggiungere la mia voce alle altre, per quanto flebile e ininfluente possa essere se presa singolarmente.

All’inizio di quest’anno avevo già scritto di come la tendenza generale in Europa e nel resto del mondo occidentalizzato (Australia e Nuova Zelanda) fosse quella di tentare di limitare le libertà personali in rete, anche adducendo motivazioni che a prima vista potevano sembrare del tutto ragionevoli ai fini di sicurezza e legalità.
In Italia, si è tentato – di nuovo – con il decreto Alfano.

A differenza di quanto succede all’estero, il decreto Alfano non interviene solo per quanto concerne le cose di rete – e già questo sarebbe grave – ma mette mano a quello che è uno dei capisaldi di ogni democrazia: la libertà di stampa (o di quello che ne rimane, visto che d’Italia stiamo parlando). È questa la ragione principale per la quale oggi aderisco alla protesta contro il decreto, non standomene in silenzio sul blog, ma scrivendo queste parole. È una protesta contro una normativa che giudico ingiusta, nella sua interezza, per principio e che mi riguarda da vicino, non solo come blogger, quanto come cittadina italiana.

Ingiusta e pericolosa, aggiungo. Leggi che regolano l’informazione già ci sono, a che pro un’altra e per di più come questa? È una legge talmente mal fatta da lasciare troppi spazi a interpretazioni anche molto fantasiose (e perverse) ed è questo che veramente mi preoccupa. La libertà di stampa (e di espressione) è garantita dall’art. 21 della Costituzione. Per Reporters sans frontierès nel 2008 l’Italia si è piazzata al 44mo posto per libertà di stampa.

Qui un parere sulla legge da parte di due giuristi esperti rispettivamente in diritto costituzionale e diritto penale.

Post scriptum: tengo a sottolineare che, pur non aderendo allo “sciopero”  di oggi come forma di protesta (non condivido la forma, appunto, non la sostanza), rispetto ogni tipo di altra scelta in questo senso, che non ridicolizzo chi ha preferito il silenzio, che non la considero una forma stupida di manifestare dissenso, ma solo un atto simbolico diverso dal mio.

Ikea: not in my name (ovvero ridate gli sgabelli ai commessi!)

Lo dico chiaramente da cliente Ikea: a me che un commesso stia all’impiedi con una smorfia di stanchezza e di dolore a causa dei piedi gonfi mentre mi dà tutte le informazioni sulla libreria Leksvik non mi restituisce affatto l’idea di una “maggiore efficienza e sollecitudine” nei miei confronti. Anzi, mi augurerei che in quel preciso momento non mi stia maledicendo in cuor suo.

Ci sono tante ragioni per le quali Ikea mi è sempre stata simpatica, non solo perché la mia anima un po’ nordica (e il mio portafogli) mi fa apprezzare lo stile fresco e pulito dei suoi mobili e  le polpettine con la salsa di mirtilli, ma soprattutto per la sua tradizionale politica di attenzione nei confronti dei clienti, del lavoro e dell’ambiente.

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Foto di yassan-yukky

Mi ha quindi stupito e un po’ seccato leggere la storia degli sgabelli negati agli addetti ai punti d’ascolto. Che cosa sta succedendo? Forse che in Italia Ikea è un po’ meno Ikea, un po’ meno corretta politicamente? Un po’ meno interessata al benessere dei suoi dipendenti? Sinceramente le motivazioni addotte dalla dirigenza mi lasciano quanto meno confusa: non credo proprio che un commesso incaricato della cura dei clienti  trasmetta loro la sensazione di essere più sollecito ed efficiente  perché in posizione eretta.  Sono state condotte ricerche di mercato sul livello di percezione dell’efficienza dei dipendenti Ikea? I commessi di un grande centro commerciale quale Ikea è con l’affluenza di pubblico di Ikea, non devono avere vita facile; non sarebbe quindi il caso di facilitare loro il compito di essere cortesi e solerti, magari anche amichevoli, invece di torturarli nel mio nome?  I piedi che fanno male non favoriscono di certo il sorriso e la gentilezza nei confronti della clientela: pensateci dirigenti delle relazioni con il pubblico.

Mi chiedo inoltre come la scelta di far sparire gli sgabelli si concili con la normativa vigente in materia di  salute  e sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori nei luoghi di  lavoro; mi pare comunque un peccato che un’azienda altrove così sensibile a certe problematiche in Italia stia subendo un imbarbarimento, cedendo a quelle dinamiche che sono tanto diffuse e accettate  in Italia ma che non ci fanno di certo onore.

E poi su, andiamo, Ikea che requisisce i seggiolini è a dir poco ridicolo.

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