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agosto, 2009

Friendfeed, Adamo Lanna e il suo Giocone: ovvero una piccola meraviglia in rete

Vorrei raccontare questa piccola storia per due ragioni: la prima è per dare una smentita a chi pensa che internet sia il male, che venga usato per lo più per commettere illeciti e che ci ruba l’anima; la seconda è per ringraziare Adamo Lanna, che con il suo GioconeFF sta allietando l’estate a molti utenti di Friendfeed. Mi piaceva porre l’accento sul fatto che nonostante tutto c’è ancora qualcuno che riesce a trovare il tempo per gli altri senza pretendere alcun tornaconto, che è veramente possibile fare qualcosa per niente.

Di questo social network ho avuto occasione di parlare altre volte: la sua peculiare caratteristica è quella di aver creato una dimensione sociale e di relazione tra utenti al di là della condivisione dei contenuti. Discussioni quindi, conversazioni su più livelli, non solo strettamente tecniche o impegnate – anzi – ma anche di puro cazzeggio e di divertimento intelligente.

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Immagine di Adamo Lanna

In questa ultima categoria rientra il GioconeFF che Adamo ha ideato e regalato ai suoi “friends”. Certo Adamo è un esperto di giochi e passatempi, ha un suo blog molto popolare sull’argomento, ma soprattutto è una persona generosa, dotata di passione e pazienza,  si vede che si diverte facendo divertire gli altri nonostante il tempo e l’impegno dedicati a concepire nuovi giochi, seguire di persona tutti i giocatori e sistemare via via il regolamento.

Non bisogna fare l’errore di pensare, comunque, che questo sia come uno dei tanti (non tutti, per fortuna)  che si trovano su Facebook: no, il Giocone richiede una combinazione di abilità, logica, pazienza, memoria e fortuna (e un po’ di tempo da spendere). Si va dall’enigmistica classica, al colpo d’occhio, ai giochi di carte e chissà cos’altro inventerà di nuovo Adamo per i prossimi livelli. Ho detto che il tutto non costa assolutamente nulla? Basta essere avere un account su Friendfeed per poter partecipare e mettersi alla prova.

Un piccolo consiglio: una volta iscritti al suo feed, non si può non seguirlo nelle sue Cronache di Parmia, dove si incontrano personaggi reali di piccole storie di pura poesia, e leggerlo nell’altro suo blog personale, A come Adamo.

Grazie Adamo.

Post scriptum: per chi non lo avesse notato, sul blog A come Adamo, in alto a destra, c’è il pulsante per poter effettuare delle donazioni. Ecco, magari un pensiero in questo senso non sarebbe male: l’impegno e la qualità dei contenuti andrebbero sempre ricompensati.

La sottile arte di scegliersi i contatti su Facebook

Doveva succedere prima o poi.
Questa mattina ho bloccato uno dei miei contatti su Facebook. Non è che mi abbia dato fastidio la pubblicazione di foto scaricate da qualche sito porno, con tanto di vagine aperte in primo piano, quanto il suo voler associare quel tipo di immagine e di concetto alle “donne normali”.

Prima di bloccarlo ho lasciato un messaggio sulla sua bacheca (pubblica), dicendogli che non tutte si identificano in quel modello, non tutte smaniano per essere considerate cose e non persone e che, soprattutto, certe immagini non solo potevano risultare offensive ma che erano del tutto fuori contesto (e naturalmente anche contro i termini di utilizzo di Facebook).

Prescindendo dalla risposta che ho ricevuto, questo episodio mi ha fatto pensare che un aspetto forse trascurato dell’attività social – su Facebook specialmente – è quello della scelta dei contatti da aggiungere alla propria rete. Insomma, il vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” non potrebbe essere più attuale.

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Immagine di Cobalt123

Sono stata incauta, lo ammetto. L’utente bloccato non faceva parte della mia rete abituale di frequentazioni, non proveniva dagli altri servizi di social networking ai quali sono iscritta, non lo conoscevo di persona. Avevo accettato la sua richiesta di contatto perché aveva un profilo abbastanza neutro e non andava contro quelle che sono le regole che mi sono data per aggiungere nuove persone alla mia pagina. Non avevo esaminato altro e questo è stato un errore.
Probabilmente se lo avessi fatto avrei visto che ci sono alcune cose che lo interessano particolarmente, come collezionare contatti esclusivamente femminili in altri social network, scrivere di pornografia, cercare un certo tipo di esperienze, ossia esattamente ciò che non mi è mai interessato di trovare in rete.

Insomma, quello che mi preme sottolineare è che quel tipo di persona nella mia vita di tutti i giorni non l’avrei frequentata e che quindi non avevo motivo di aggiungerla su Facebook.

So che per molti questo mia atteggiamento potrebbe sembrare esagerato e un filino paranoico. Niente di tutto questo, è che la reputazione in rete è una cosa importante, soprattutto quando ci si opera con nome e cognome e quando non c’è una reale distinzione tra vita “di carne” e vita virtuale.
Non mi interessa collezionare contatti solo per far crescere il relativo contatore; mi interessano le persone in quanto tali se posso avere con loro motivo di condivisione di idee, di esperienze, di vita vissuta, di future opportunità. Non frequenterei mai chi dovesse appartenere ad associazioni neonaziste o chi propugnasse il rogo per i Rom o la discriminazione per gli omosessuali, ad esempio. Non mi interessa essere accomunata a pornografi manifesti e morbosi, nemmeno se mascherati da pseudo intellettuali difensori del libero pensiero; litigherei con chi mi considerasse solo come un oggetto e non come soggetto pensante.

E questo anche per quanto riguarda Facebook.

La nostra reputazione di cittadini della rete non dipende quindi solo dalle nostre azioni in questo contesto, ma anche dalle frequentazioni che si hanno.

È morto John Hughes

Qualche giorno fa, il 6 agosto scorso, a causa di un infarto è venuto a mancare John Hughes. Lo so che la notizia non è di quelle che fanno tremare i polsi e che probabilmente in pochi sanno chi fosse, ma mi piaceva ricordare quello che è stato un simbolo della mia giovinezza.

John Hughes era il più importante tra i registi di quelle commedie giovanilistiche che tanto successo ebbero per tutto l’arco degli anni ’80. Film come The Breakfast Club, Pretty in pink, Un compleanno da ricordare certamente non entreranno nella storia come capolavori della quinta arte, ma sono film che in qualche modo hanno dato connotazione a un’intera generazione, la mia.

Non so dire se oggi avrebbero lo stesso successo tra i teenager. Noi eravamo diversi dagli adolescenti di oggi – ogni generazione pensa di esserlo rispetto a quelle che la precedono o la seguono – ma noi eravamo veramente più  imbranati con sogni un po’ ingenui, ma probabilmente con qualche speranza in più. Noi, che abbiamo avuto quell’età negli anni ’80, non avevamo tantissimi punti di riferimento. Se gli adolescenti degli anni ’60 avevano avuto il boom economico e le grandi lotte sociali, se quelli degli anni ’70 le loro battaglie politiche, noi al massimo potevamo identificarci nella filosofia degli yuppie e in certe favole moderne. Nulla di più.

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The Breakfast Club (foto da internet)

In effetti, nessuna generazione è stata più di “mezzo” della mia. Nessuna più di transizione. Tutti i grandi sconvolgimenti, che pure per qualcuno ci sono stati, sono stati avvenimenti subiti e non partecipativi.

I film di John Hughes hanno contribuito a dare leggerezza ad anni già molto leggeri (anche in negativo). Erano film senza pretese, dove il lieto fine era quasi d’obbligo, intrisi di buoni sentimenti e che probabilmente oggi verrebbero considerati insulsi da un qualsiasi sedici/diciassettenne. Certo, noi avevamo meno. Niente internet, solo tv. E il cinema con le sue favole.

Li ricordo con tenerezza e con tenerezza li guardo ancora oggi. In fondo sono una specie di ritratto per interposta persona: anche io allora ero un po’ così e un po’ così probabilmente sono ancora oggi. Non si spiegherebbe altrimenti perché a distanza di tanti anni ricordi ancora bene una frase che John Hughes fa pronunciare a una delle protagoniste di uno dei miei preferiti di sempre, Breakfast Club: “Quando cresci, il tuo cuore muore”.

Chissà perché passati gli anni ’80 film come quelli non ne abbiano fatti più.

A cercare il Ruyi a Venezia di notte

Un paio di anni fa, nel breve periodo in cui questo blog era localizzato altrove, scrissi un piccola cosa su Venezia.

Dicevo allora “...nessuna sensazione che non fosse il normale stupore che provo ogni volta al cospetto di questa città. Sono secoli che Venezia è così: la stessa gente, le stesse voci, lo stesso movimento.
I canali fangosi, i rifiuti negli angoli, l’odore forte della decadenza. I mercanti e i compratori, popoli d’oriente e d’occidente.
Venezia è una città di fantasmi. Si mescolano ai turisti, camminano con loro per le calli, si aggrappano ai muri umidi con i polpastrelli scarni. Forse è per questo che è rimasta uguale a se stessa per così tanto tempo.
Venezia è fedele, non cede ai secoli che passano. Il tempo è inesorabile per ogni condizione umana, ma non per questa città che respira la stessa aria del passato. Se si ascolta attentamente, se si spiano gli angoli nascosti con la coda dell’occhio, è ancora possibile vedere le cortigiane, gli schiavi scalzi nel fango, i dottori della peste con il becco bianco e il mantello nero, i mercanti coperti di broccati. Sono ancora tutti lì. Nei rari momenti di silenzio, se si sentono risuonare dei passi, sono i loro. Se si apre lo sguardo, se si guarda lontano, al di là del primo ponte, non è quella che il Canaletto vide e dipinse?
Per questo mi affascina così tanto: in nessun altro luogo presente e passato si toccano fino a creare un tempo proprio, una quinta dimensione fatta di riflessi che si perdono nell’acqua. I volti che ci si specchiano non sono solo i nostri, ma anche i loro.

Nonostante il tono un po’ aulico del mio vecchio post, non ho cambiato opinione. A Venezia ho sempre quella sensazione di straniamento che mi porta a divagare sul passato.  Quasi che la città fosse permeata da un qualcosa che per forza mi fa dimenticare  la massa dei turisti sudati, i ratti che passeggiano sulle banchine, il rumore di sottofondo.

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Foto di Astridula

Non è per caso quindi che sabato scorso ho partecipato ad una bellissima riunione notturna tra amici a Venezia. Il tutto è partito come uno dei tanti raduni che si organizzano su aNobii, comunità online di lettori e appassionati di libri – e di amici, per quanto mi riguarda -, ma questo nello specifico aveva per oggetto una caccia al tesoro, quella al Ruyi, fantomatico scettro portato in occidente da Marco Polo.

La caccia al Ruyi è ben più di un gioco dove storia e fantasia si mescolano: è un modo per scoprire i segreti di una città, per guardarla con occhi diversi, per non essere semplici turisti ma curiosi visitatori. Soprattutto significa meravigliarsi di continuo.

Il Whaiwhai, piattaforma della quale fa anche parte la ricerca del Ruyi è in definitiva una storia interattiva.  Si ripercorrono giocando luoghi, episodi, personaggi antichi e spesso sconosciuti di una città. Attraverso la risoluzione di enigmi e misteri e la caccia ad indizi nascosti si entra nel vivo nelle sue leggende, si percorrono sentieri poco battuti, si diventa protagonisti di una scoperta “viva”.  Insomma, in questo caso la X indica sempre il punto dove è nascosto un tesoro.

È naturalmente un gioco dove la tecnologia è coinvolta, ma non in maniera esasperata; occorrono un cellulare normale, anche vecchio, che sia in grado di mandare e ricevere sms e un piccolo investimento ( 27 euro) per l’acquisto del quaderno di gioco. Solo questo per un vero viaggio nel tempo. È stata questa la sensazione che mi ha accompagnato per tutta la notte sabato scorso a Venezia: una città completamente fuori da ogni riferimento temporale, diversa da quella solita. Ho percorso calli dove i turisti non passano mai, ascoltato il silenzio,  sperimentato lo strano sortilegio di certi luoghi (provate a sostare in Corte Nova alle tre di notte), imparato cose che non sapevo prima e ho avuto solo per me una piazza S. Marco completamente deserta. Anche questa è una vera magia.

Oggi, dopo due giorni, ricomincerei d’accapo, subito. E non solo di nuovo a Venezia, ma anche a Roma, Firenze e Verona, le città dove per il momento è possibile giocare a Whaiwhai.
Il gioco ha anche dei piacevoli effetti collaterali (almeno per me): la voglia di saperne ancora di più, di leggere altre storie e quindi di comprare libri sulla località che vado via via scoprendo. È una risorsa interessante anche per gli insegnanti, tanto è vero che nel sito del Whaiwhai c’è una sezione interamente dedicata a loro.

Per ogni informazione www.whaiwhai.com

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