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settembre, 2009

Donne divise

Negli ultimi giorni ho pensato a un libro letto qualche tempo fa. La fascetta lo pubblicizzava come una rivelazione nel romanzo erotico islamico, o qualcosa del genere. In realtà non è che fosse questo gran che.  “La prova del miele” non era un libro erotico, l’intreccio debole, insomma un altro di quei libri furbetti che scelgono di non essere nulla di preciso, ubbidendo a una precisa strategia di marketing, a cominciare dal titolo.

Nonostante tutto, però, non mi era dispiaciuto perché rappresentava, seppure in modo parziale, una testimonianza di come le donne musulmane vivono la loro sessualità.
Leggendolo ho capito ancora di più quanto sia difficile per le donne islamiche far coesistere certi aspetti della loro vita (ammesso e non concesso che per quelle occidentali sia facile), dove la difficoltà maggiore  sta proprio nel trovare un equilibrio tra gli slanci della modernità all’occidentale e la salvaguardia delle tradizioni legate alla propria cultura e religione, soprattutto per quelle cresciute in Europa. Dev’essere lacerante la continua ricerca di un compromesso tra l’accettazione delle giuste pulsioni, della passione, del desiderio, della carnalità e i freni posti da una cultura che vuole, in molti casi, le donne nascoste e sottomesse. E questo solo per quanto concerne un aspetto della vita di una donna.

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Foto di Daniel Zanini H.

Non è solo per la storia tragica di Sanaa ultimamente, né per quella di Hina due anni fa.  Probabilmente c’è ancora qualcuno che si accorge che le donne vengono massacrate da sempre, a prescindere dalla loro religione. I motivi sono solo profondamente culturali, non c’entrano nulla la nazionalità o la fede religiosa. La violenza in famiglia è la causa principale di morte tra le donne, di tutte, in tutto il mondo.

Altre cose ancora mi vengono in mente, per esempio un documentario dei primissimi anni ’60, uno di quelli in bianco e nero che raccontavano un viaggio nell’Italia sconosciuta di allora. C’era un gruppo di donne del profondo sud, vestite di nero, che parlavano solo in dialetto.  La loro era una storia di fatica e di sottomissione: prima da parte del padre, poi dei fratelli, quindi del marito e dei figli maschi. Donne che a trentacinque anni sembravano vecchissime, sfiancate dai parti e dal lavoro. L’ultima domanda del conduttore fuori campo: ma voi quando riposate? Quando moriamo, la risposta.
Altri collegamenti mentali mi portano al film “Il mafioso” di Lattuada con Alberto Sordi. Un racconto minimo e lucidissimo di mafia ma che fotografa anche altro: la differenza culturale tra nord e sud d’Italia nel 1962, soprattutto per le donne. Altri tempi, storie di altre immigrazioni.

Terribile e agghiacciante l’ipocrisia che in certe occasioni rende sordi e ciechi. Le donne da sempre nel nostro Paese vengono torturate e uccise per mano di quegli uomini che dovrebbero amarle: padri, fidanzati, mariti, compagni. Proprio qui in Italia, paese dalla solida tradizione cristiano-cattolica. Le famose radici…
In fin dei conti l’immaginario maschile nostrano non si nutre da sempre dell’idea che non solo la vita di una donna debba dipendere da quella dell’uomo, ma che questi ne possa disporre a suo piacere? Non era il delitto d’onore il suggello istituzionale a questa realtà? E l’abominio del matrimonio riparatore siamo sicuri sia del tutto scomparso?
Che cosa porta al desiderio di distruggere l’altro se non il terrore di perderne il controllo assoluto e totale? Controllo che si esercita non solo sulle persone, le donne, ma soprattutto sul mantenimento di uno status quo, sia questo sociale, culturale, famigliare.

E dalla parte opposta, quanto è difficile accettare chi è diverso, chi viene da fuori, oggi come ieri o l’altro ieri. Chi erano i “baluba” in Italia fino a quaranta, cinquant’anni fa? Quali erano le donne divise? Quali quelle vestite di nero e con il fazzoletto in testa?

Chi si scaglia con tanta veemenza contro il velo, a difesa della dignità delle donne islamiche, forse farebbe meglio ad impiegare altrettante energie per far approvare una legge seria contro la violenza sulle donne in Italia, per sbloccare fondi che vadano a finanziare progetti a supporto dell’integrazione culturale e dell’educazione alla convivenza pacifica. Capisco però che, visti i tempi,  politicamente pagherebbero relativamente poco.

Segnalo a proposito questo bel post di Femminismo a Sud



aNobii: quando pubblicità non fa rima con comunità

Di aNobii avevo già scritto in passato, sempre mettendo in evidenza quello che ritengo essere il suo vero punto di forza: la comunità dei suoi utenti.

aNobii, si sarà capito, è, nel social web, uno dei miei “luoghi” di riferimento, non tanto per la catalogazione dei libri, quanto per tutto quello che attorno ai libri ruota. Registrare e tenere il conto dei miei volumi inserendoli nello scaffale virtuale è stato solo il punto di partenza. Quello che fin dall’inizio mi ha appassionato è stato il resto: avere la possibilità di scoprire nuovi autori, nuovi generi, altri lettori con i quali confrontarsi, non necessariamente solo di letture. Compiere il passo seguente è stato del tutto naturale: organizzare degli incontri  di persona, fare cose insieme, trasformare la vita di comunità virtuale in vita in carne e ossa.
Su aNobii ho incontrato persone belle, amici che occupano uno spazio importante della mia vita. Tanti si sono conosciuti, innamorati, hanno intrecciato relazioni amicali, vinto la solitudine, organizzato viaggi, offerto ospitalità e punti di riferimento a chi cambiava città, casa e lavoro.

Fin qui nulla di nuovo, presumo succeda anche in altri ambiti.
Quello che rende aNobii diverso da ogni altro servizio del web 2.0 (anche se lo stesso concetto può essere applicato a tutti quei servizi che si propongono di realizzare qualcosa che poi può essere usato da altri utenti, come Wikipedia) è il fatto che questo spirito sia stato trasferito anche a diversi aspetti tecnici della piattaforma. Tutta la gestione dell’inserimento dei libri è svolta da sempre a titolo completamente gratuito da una manciata di volontari, quelli che tutti conoscono come “librarian”. Centinaia e centinaia di ore, giornate intere, senza sabati, né domeniche, né altre feste comandate passati ad esaminare, controllare e correggere  schede di libri. Lo stesso dicasi per l’”help desk” che per lo più viene svolto dagli utenti per gli utenti: quando qualcuno non capisce come funziona il tutto – perché non c’è scritto da nessuna parte – ma, soprattutto, quando c’è bisogno di verificare se un libro sia già presente o meno nel database, basta postare una richiesta di aiuto nell’apposito gruppo o mandare un messaggio a un librarian per ottenere una risposta pronta ed esaustiva. Un lavoro titanico che si può svolgere solo se spinti da una reale passione per i libri e per il “luogo” aNobii, e tutto nonostante i gravi problemi tecnici che da sempre affliggono la piattaforma.

 

Posso quindi affermare senza timore di essere smentita che aNobii è cresciuto soprattutto grazie ai suoi utenti,  i quali, nonostante le promesse di miglioramento spesso mancate, hanno continuato a lavorare, a condividere esperienza e a credere nel valore di questa comunità.

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Ora succede che da qualche giorno molti stanno ricevendo una mail in cui si annuncia che alcune loro recensioni sono state selezionate per far parte di un volume edito da Rizzoli i cui proventi saranno devoluti in beneficenza.  Nella stessa mail si chiede  una autorizzazione, da inviarsi immediatamente, affinché i contenuti degli utenti scelti vengano pubblicati a tempo indeterminato e con la piena facoltà da parte dell’editore di intervenire con tagli ove fosse necessario e a sua completa discrezione. Bello, no? Peccato che non si sappia altro su tutta l’operazione.

In mancanza di ulteriori informazioni c’è chi ha pensato bene di chiedere chiarimenti nel gruppo di aiuto-aiuto degli utenti di aNobii, scatenando una discussione con più di duecento interventi nella quale sono state sollevate diverse perplessità nei confronti di questa campagna pubblicitaria.

Perché non c’è dubbio che proprio di questo si tratta: una brillante operazione di marketing che fa leva sulla soddisfazione di molti utenti di vedere un proprio commento pubblicato su un vero libro (e d’altro canto, come biasimarli). A questo proposito è opportuno ricordare che la comunità italiana di aNobii è, di gran lunga, la più numerosa e attiva e che quindi tutta l’operazione ha perfettamente senso, dal punto di vista commerciale. Infatti, è molto più facile far crescere la comunità italiana, dove esiste una base di utenza funzionante, rispetto ad una comunità poco attiva, in cui i nuovi arrivati restino spersi. E un segnale di attività come un libro, è un veicolo molto mirato verso il “pubblico” adatto.

Restano tre considerazioni.
La prima è che il modo con cui questa operazione viene svolta convince ben poco: trovo fastidioso il fine filantropico senza una specifica destinazione, poco convincente il trasferimento di copyright, che rimane ambiguo  (il taglio per esigenze redazionali, la mancanza di indicazione di quale commento si stia effettivamente cedendo, per esempio), e trovo sospetta “l’emergenza” di fare tutto in fretta (che mi suggerisce un budget piuttosto basso per l’editor, senza tener conto che coordinare un centinaio di “autori” è cosa lunga).
Anzi, a ben guardare, sembra che proprio a causa della fretta, abbiano inviate richieste in modo indiscriminato per poi fare letteralmente quello che a loro pare meglio, non solo tagliando dove vogliono,  ma anche selezionando come vogliono. Per rendere serio questo lavoro, avrebbero dovuto individuare tutti i contributi, chiedere poi ai relativi autori e, visto che alcuni non avrebbero firmato la liberatoria, a quel punto individuare i contributi che avrebbero dovuto sostituire quelli che non potevano pubblicare e via di seguito,  con un procedimento che verosimilmente si sarebbe esaurito in 3-4 passaggi. Invece, fare così com’è stato fatto, è ovviamente molto più comodo, senza tenere conto che ci saranno persone che magari compreranno il libro online convinte di trovare un loro scritto che non ci sarà.

La seconda considerazione è che una comunità ampia come quella di aNobii ha bisogno di un supporto tecnico efficace, che garantisca rapidamente la soluzione dei vari bug, e che operi in modo da assicurare continuità di servizio (ad esempio, senza introdurre novità non perfettamente testate). Preferirei un investimento in questo senso, data la quotidiana sequela di errori e bug di sistema dei quali gli utenti sono testimoni.

L’ultima considerazione riguarda il fatto che i proprietari ad Hong Kong si sono sempre rifiutati di fornire “ufficialmente” informazioni: sul numero dei librarian e sul numero degli utenti italiani,  solo per citare due voci tra tante. Ora, è alquanto fastidioso che qualcuno venga autorizzato ad avere dati “riservati” come la classifica dei 1000 commenti più votati e gli indirizzi di posta elettronica, quando chi deve lavorare ogni giorno con le schede dei libri, per correggerle ed inserirle, non possa nemmeno sapere chi richiede le modifiche o chi aggiunge un nuovo testo (non un dato privato come l’indirizzo di posta: ma solo il link alla pagina dell’utente in aNobii. A questo proposito aggiungo che sembra manchi del tutto una policy relativa al trattamento dei dati).

Sia ben chiaro: nessuno demonizza l’operazione commerciale di per sé, i suoi utenti sanno che per far funzionare tutto l’apparato occorrono risorse, nulla di male quindi nel cercare di reperirle,  soprattutto se si considera che aNobii non non ospita pubblicità di alcun tipo. Il male sta nel modo in cui è stata condotta.

Un’ultima chiosa: qual è il target per un libro che  raccoglie commenti lasciati a libri sì, ma nell’ambito di una comunità che non vive solo di commenti? Che senso avrebbe una recensione, sempre ammettendo che venga pubblicata intera e così come il lettore l’ha scritta originariamente, estrapolata dalla libreria del lettore stesso ed eventualmente dai feedback ricevuti? Una recensione senza il suo contesto, senza la possibilità di confrontarla con le altre scritte dallo stesso autore, senza la discussione che può esserne derivata, che valore avrebbe alla fine? E non si rischia di innescare la sgradevole sensazione di una gara tra chi scrive i commenti più belli o più votati tradendo di fatto lo spirito che da sempre ha caratterizzato questa comunità?  Se lo spirito di aNobii dovesse effettivamente trasformarsi in una corsa a chi è più visibile, se si perdesse la schiettezza e la buona fede nel riportare queste impressioni di lettura, credo che nonostante tutto il lavoro degli ultimi anni comincerei a prendere in seria considerazione la possibilità di lasciarlo per trasferire la catalogazione dei miei libri altrove. Diciamocelo: le alternative esistono, ci sono, e da un punto di vista puramente tecnico sono nettamente migliori di aNobii. Forse è arrivata l’ora di tenerlo in mente.

Qui la discussione su aNobii:

aNobii: Discussioni Liberatoria

 

L’ultimo post sul RomagnaCamp 2009

Mi chiedono: ma un post sul RomagnaCamp non lo scrivi?

A una settimana di distanza cos’altro potrei aggiungere a quanto già detto? Potrei raccontare che avevo un paio di sandali bellissimi, con la zeppa bella alta, ché gli infradito li porto già da tre mesi tutti i giorni e mi piaceva mettere qualcosa di diverso per una volta (anche se poi camminare affondando nella sabbia è stato un dramma); potrei dire del vento che mi ha fatto lacrimare gli occhi per tutto il giorno, tanto da temere che si potesse pensare che l’emozione per l’evento mi commuovesse fino alle lacrime. Potrei affrontare l’argomento foto, scrivere di come, nonostante tutto, ora riesca a farmi fotografare senza sentirmi troppo a disagio perché ci sono sempre talmente tanti fotografi ai vari camp che preoccuparmi di apparire (o non apparire) è completamente inutile e quindi terapeutico.

Oppure potrei parlarne seriamente di questo camp romagnolo.
Molti ritengono che la formula del barcamp sia scaduta se non defunta del tutto.  Quel che so è che in Italia le cose, tutte, tendono sempre a prendere pieghe inaspettate e del tutto ignorate altrove. Mi dicono che all’estero i camp siano diversi, seri, molto tecnici. Probabilmente è così, sono convinta sia così pure in qua, per certi ambiti, ma un RomagnaCamp del tutto “professionale” avrebbe mai potuto esserci con il mare a dieci metri? Insomma, ci sono camp e camp.

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Foto di Giovy

I contatti sono vivi, dicono. Verissimo, e credo siano la parte più importate di tutto il carrozzone. Gli speech, sì certo, l’organizzazione, sì certo, ma quello che rende un camp un camp sono le persone, la fisicità dell’incontro e degli scambi. Non è così da sempre, dopotutto? Che poi le persone abbiano voglia di parlare tra loro, di presentare idee nuove, di confrontarsi su progetti e aspettative anche in un contesto del tutto informale e (molto) rilassato è tutto valore aggiunto. Mi piace l’idea di portare la serendipità della rete “di fuori”: cominci a parlare di gatti imburrati e ti ritrovi con la possibilità di un nuovo lavoro. Certo, più che in altre occasioni molti hanno avuto l’idea che per lo più sia stato una rimpatriata tra amici, ma non era inevitabile?

Per me è stata l’occasione di dare finalmente un volto a persone che fino a quel giorno avevo conosciuto e seguito solo online, di conoscerne di nuove, di passare qualche ora insieme a chi conoscevo già. Ho seguito qualche presentazione, ho imparato qualcosa che non sapevo ma la cosa più bella è stata vedere l’interesse dell’”altra gente”, quelli che pensavano di passare un normale sabato sulla spiaggia e si sono poi ritrovati con un centinaio di estranei col badge. Cercare di spiegare cosa fosse un barcamp e perché alcuni parlavano al microfono – sperando di esserci riuscita – a chi non ne sapeva niente del tutto è stata una sorta di ciliegina sulla torta.

Una delle parole che preferisco in questo contesto è “contaminazioni”. Rimango sempre molto affascinata quando le idee, pur viaggiando nel caos della multidirezionalità, in qualche modo vengono trasmesse e si sviluppano, magari non lì, magari non subito, ma con buone prospettive comunque.
Rimane da sciogliere il nodo delle aspettative che non sempre vengono soddisfatte o risultano soddisfatte solo in parte. Probabilmente la mia ferma intenzione di partecipare al RomagnaCamp come a una giornata di vacanza/studio (più vacanza che studio) alla fine ha pagato e dopo una settimana posso tirare le somme dicendo che è stata una giornata pienamente positiva.

Burocrazia

L’Italia è una repubblica fondata sulla burocrazia. O meglio: l’Italia è un organismo complesso che si nutre di burocrazia. La burocrazia permea ogni aspetto della nostra vita quotidiana, ne è parte integrante. Anche quelle operazioni che altrove richiedono procedure semplici dai risultati immediati in Italia si trasformano in esercizi esasperanti: passa la carta, manda la carta, registra la carta, archivia la carta. Senza soluzione di continuità e in duplice copia.

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