Mi chiedono: ma un post sul RomagnaCamp non lo scrivi?

A una settimana di distanza cos’altro potrei aggiungere a quanto già detto? Potrei raccontare che avevo un paio di sandali bellissimi, con la zeppa bella alta, ché gli infradito li porto già da tre mesi tutti i giorni e mi piaceva mettere qualcosa di diverso per una volta (anche se poi camminare affondando nella sabbia è stato un dramma); potrei dire del vento che mi ha fatto lacrimare gli occhi per tutto il giorno, tanto da temere che si potesse pensare che l’emozione per l’evento mi commuovesse fino alle lacrime. Potrei affrontare l’argomento foto, scrivere di come, nonostante tutto, ora riesca a farmi fotografare senza sentirmi troppo a disagio perché ci sono sempre talmente tanti fotografi ai vari camp che preoccuparmi di apparire (o non apparire) è completamente inutile e quindi terapeutico.

Oppure potrei parlarne seriamente di questo camp romagnolo.
Molti ritengono che la formula del barcamp sia scaduta se non defunta del tutto.  Quel che so è che in Italia le cose, tutte, tendono sempre a prendere pieghe inaspettate e del tutto ignorate altrove. Mi dicono che all’estero i camp siano diversi, seri, molto tecnici. Probabilmente è così, sono convinta sia così pure in qua, per certi ambiti, ma un RomagnaCamp del tutto “professionale” avrebbe mai potuto esserci con il mare a dieci metri? Insomma, ci sono camp e camp.

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Foto di Giovy

I contatti sono vivi, dicono. Verissimo, e credo siano la parte più importate di tutto il carrozzone. Gli speech, sì certo, l’organizzazione, sì certo, ma quello che rende un camp un camp sono le persone, la fisicità dell’incontro e degli scambi. Non è così da sempre, dopotutto? Che poi le persone abbiano voglia di parlare tra loro, di presentare idee nuove, di confrontarsi su progetti e aspettative anche in un contesto del tutto informale e (molto) rilassato è tutto valore aggiunto. Mi piace l’idea di portare la serendipità della rete “di fuori”: cominci a parlare di gatti imburrati e ti ritrovi con la possibilità di un nuovo lavoro. Certo, più che in altre occasioni molti hanno avuto l’idea che per lo più sia stato una rimpatriata tra amici, ma non era inevitabile?

Per me è stata l’occasione di dare finalmente un volto a persone che fino a quel giorno avevo conosciuto e seguito solo online, di conoscerne di nuove, di passare qualche ora insieme a chi conoscevo già. Ho seguito qualche presentazione, ho imparato qualcosa che non sapevo ma la cosa più bella è stata vedere l’interesse dell’”altra gente”, quelli che pensavano di passare un normale sabato sulla spiaggia e si sono poi ritrovati con un centinaio di estranei col badge. Cercare di spiegare cosa fosse un barcamp e perché alcuni parlavano al microfono – sperando di esserci riuscita – a chi non ne sapeva niente del tutto è stata una sorta di ciliegina sulla torta.

Una delle parole che preferisco in questo contesto è “contaminazioni”. Rimango sempre molto affascinata quando le idee, pur viaggiando nel caos della multidirezionalità, in qualche modo vengono trasmesse e si sviluppano, magari non lì, magari non subito, ma con buone prospettive comunque.
Rimane da sciogliere il nodo delle aspettative che non sempre vengono soddisfatte o risultano soddisfatte solo in parte. Probabilmente la mia ferma intenzione di partecipare al RomagnaCamp come a una giornata di vacanza/studio (più vacanza che studio) alla fine ha pagato e dopo una settimana posso tirare le somme dicendo che è stata una giornata pienamente positiva.

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  • 11 September 2009 at 08:33 mc
    Bello, condivido la tua opinione
  • 11 September 2009 at 08:36 Niki Costantini
    Grazie Massimiliano.
  • 11 September 2009 at 08:40 Giovy
    Assolutamente d'accordo con tutti, Niki... :-)
  • 11 September 2009 at 08:43 palmasco
    Due fatti in linea con la tua bella riflessione: 1. molte persone vanno a molti barcamp. 2. La maggior parte delle critiche che si leggono, premettono onestamente che "dall'esterno" non si capisce questo, non si capisce quello, non si vede l'utile. Le critiche dall'interno invece sono in larghissima maggioranza proposte di miglioramenti. # Se questi sono i dati su cui riflettere, come a me pare che siano, dobbiamo arrivare alla conclusione che: il motore del barcamp è impermeabile agli sguardi esterni; i materiali che descrivono l'esperienza hanno una forza narrativa limitata al cerchio interno; l'oggetto condiviso dai partecipanti è frammentario. Cosa cerchiamo e cosa ci troviamo dovrebbe essere dedotto dalle evidenze. Mi spiace se suona forse un po' intellettuale, ma più semplice di così non mi riesce di sintetizzarlo.
  • 11 September 2009 at 08:46 bloggo
    palmasco son giorni che leggerti mi vien voglia di darti una cattedra in sociologia, altro che fotografare le pheeghe in giro peil mondo.
  • 11 September 2009 at 11:42 Niki Costantini
    Concordo sulla "impermeabilità" del sistema barcamp: da fuori non se ne coglie l'essenza perché tutto si alimenta (e si consuma) nel suo stesso ambito. Quello che passa è per lo più la parte godereccia e di relazioni tra i soliti amici e amici degli amici. Le critiche interne dipendono soprattutto dalle aspettative che si hanno nei confronti dei contenuti, nei confronti delle persone. A me pare però che il fatto di lasciare sempre qualcosa in sospeso e non risolto (quindi migliorabile) sia la spinta per fare meglio la volta dopo o per provare a proporre qualcosa di diverso, ovvero un po' quello che è successo con il post di Gaspar dopo il Romagnacamp.
  • 11 September 2009 at 13:09 palmasco
    Tutti sanno, o almeno molti lo sanno, che dietro ogni scoperta di laboratorio, ci sono ore e ore, e ore e ore di noiosissime routine, nelle quali le menti che ci lavorano cazzeggiano nei modi più stupidi e producono artefatti che se paragonati alle scoperte finali, sembrano inutili cazzate. Saranno pure inutili, ma senza di quelle il tempo necessario ai processi necessari, sarebbe invivibile. Non voglio certo paragonare la conoscenza prodotta dai barcamp alle scoperte scientifiche, ma solo affermare che non c'è altra via, quando si percorre una strada nuova, che produrre artefatti insignificanti, come all'esterno sembrano gli aspetti più superficiali del barcamp. Questo significa, secondo me, che uno non va ai barcamp per ricevere il verbo, ma per partecipare alla sua creazione. Basta intendersi sulle finalità e sulle proporzioni, per non essere delusi, secondo me.