Negli ultimi giorni ho pensato a un libro letto qualche tempo fa. La fascetta lo pubblicizzava come una rivelazione nel romanzo erotico islamico, o qualcosa del genere. In realtà non è che fosse questo gran che. “La prova del miele” non era un libro erotico, l’intreccio debole, insomma un altro di quei libri furbetti che scelgono di non essere nulla di preciso, ubbidendo a una precisa strategia di marketing, a cominciare dal titolo.
Nonostante tutto, però, non mi era dispiaciuto perché rappresentava, seppure in modo parziale, una testimonianza di come le donne musulmane vivono la loro sessualità.
Leggendolo ho capito ancora di più quanto sia difficile per le donne islamiche far coesistere certi aspetti della loro vita (ammesso e non concesso che per quelle occidentali sia facile), dove la difficoltà maggiore sta proprio nel trovare un equilibrio tra gli slanci della modernità all’occidentale e la salvaguardia delle tradizioni legate alla propria cultura e religione, soprattutto per quelle cresciute in Europa. Dev’essere lacerante la continua ricerca di un compromesso tra l’accettazione delle giuste pulsioni, della passione, del desiderio, della carnalità e i freni posti da una cultura che vuole, in molti casi, le donne nascoste e sottomesse. E questo solo per quanto concerne un aspetto della vita di una donna.

Foto di Daniel Zanini H.
Non è solo per la storia tragica di Sanaa ultimamente, né per quella di Hina due anni fa. Probabilmente c’è ancora qualcuno che si accorge che le donne vengono massacrate da sempre, a prescindere dalla loro religione. I motivi sono solo profondamente culturali, non c’entrano nulla la nazionalità o la fede religiosa. La violenza in famiglia è la causa principale di morte tra le donne, di tutte, in tutto il mondo.
Altre cose ancora mi vengono in mente, per esempio un documentario dei primissimi anni ‘60, uno di quelli in bianco e nero che raccontavano un viaggio nell’Italia sconosciuta di allora. C’era un gruppo di donne del profondo sud, vestite di nero, che parlavano solo in dialetto. La loro era una storia di fatica e di sottomissione: prima da parte del padre, poi dei fratelli, quindi del marito e dei figli maschi. Donne che a trentacinque anni sembravano vecchissime, sfiancate dai parti e dal lavoro. L’ultima domanda del conduttore fuori campo: ma voi quando riposate? Quando moriamo, la risposta.
Altri collegamenti mentali mi portano al film “Il mafioso” di Lattuada con Alberto Sordi. Un racconto minimo e lucidissimo di mafia ma che fotografa anche altro: la differenza culturale tra nord e sud d’Italia nel 1962, soprattutto per le donne. Altri tempi, storie di altre immigrazioni.
Terribile e agghiacciante l’ipocrisia che in certe occasioni rende sordi e ciechi. Le donne da sempre nel nostro Paese vengono torturate e uccise per mano di quegli uomini che dovrebbero amarle: padri, fidanzati, mariti, compagni. Proprio qui in Italia, paese dalla solida tradizione cristiano-cattolica. Le famose radici…
In fin dei conti l’immaginario maschile nostrano non si nutre da sempre dell’idea che non solo la vita di una donna debba dipendere da quella dell’uomo, ma che questi ne possa disporre a suo piacere? Non era il delitto d’onore il suggello istituzionale a questa realtà? E l’abominio del matrimonio riparatore siamo sicuri sia del tutto scomparso?
Che cosa porta al desiderio di distruggere l’altro se non il terrore di perderne il controllo assoluto e totale? Controllo che si esercita non solo sulle persone, le donne, ma soprattutto sul mantenimento di uno status quo, sia questo sociale, culturale, famigliare.
E dalla parte opposta, quanto è difficile accettare chi è diverso, chi viene da fuori, oggi come ieri o l’altro ieri. Chi erano i “baluba” in Italia fino a quaranta, cinquant’anni fa? Quali erano le donne divise? Quali quelle vestite di nero e con il fazzoletto in testa?
Chi si scaglia con tanta veemenza contro il velo, a difesa della dignità delle donne islamiche, forse farebbe meglio ad impiegare altrettante energie per far approvare una legge seria contro la violenza sulle donne in Italia, per sbloccare fondi che vadano a finanziare progetti a supporto dell’integrazione culturale e dell’educazione alla convivenza pacifica. Capisco però che, visti i tempi, politicamente pagherebbero relativamente poco.
Segnalo a proposito questo bel post di Femminismo a Sud
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Tags: diritti delle donne, donne, donne islamiche, donne musulmane, immigrazione, integrazione culturale, islam, religione, violenza sulle donne



Hai ragione, eccome
Me la sono presa calma per postare questo. Ho seguito un po’ di collegamenti mentali e la conclusione è stata che esiste sempre qualcuno su cui riversare le proprie frustrazioni sociali, mentre non solo si dimentica quello che è stato, ma soprattutto si perde di vista il vero punto della situazione. Com’era la storia del dito e della luna?
Hai ragione, eccome