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dicembre, 2009

Una specie di post natalizio

A Natale siamo tutti più buoni. Mica vero: chi è stronzo rimane stronzo, c’ è poco da illudersi. E perché poi aspettarsi il contrario?
Piuttosto, a Natale  molti hanno un pretesto per fare pace con se stessi e un po’ anche per far tacere la coscienza con qualche soldo distribuito qua e là, se non altro perché arriva la tredicesima.
Si vede che non credo molto nei buoni sentimenti ispirati dal periodo? So per certo che, paradossalmente e nonostante tutto l’amore  che riempie i cuori, per tanti questo è il momento più difficile dell’anno, o, come dicevo, un motivo per rinnovare il loro essere stronzi.
A  Natale quindi divento più incostante del solito e mentre tutto il mondo sembra correre verso quell’unico giorno io punto direttamente al 26, che mi piace chiamare come fanno gli inglesi, boxing day. Il Natale di chi nella vita viene dopo.
È nei resti della celebrazione da parata che comincia la mia vera festa. Combattuta tra il desiderio di partire e la voglia di restare, l’eccitazione di poter godere del tempo – giorni interi anche a fare nulla se volessi, il languore dei ricordi di bambina, il piacere della casa al buio e nel silenzio e dei miei angoli preferiti. L’insonnia come una vecchia amica ritrovata. La consapevolezza che forse, finalmente, sono cresciuta anch’io. E le persone alle quali tengo.
Il Natale in fondo è questo: una somma di contraddizioni. Un po’ come l’albero che allestimmo in terza elementare: un ramo spoglio con addobbi di cartone, medaglie dalla doppia faccia con un dritto e un rovescio. Perché non posso guardare il mio bell’albero dal sapore vittoriano, rigorosamente oro e rosso per richiamare abbondanza e buona fortuna, senza pensare a chi ha poco o nulla, a chi aveva e ha perso tutto, a chi non c’è più.

Credo sia questo in fondo il valore del Natale, il suo dualismo. La morte e la nascita, la partenza e il ritorno, il vecchio e il nuovo. Simboli antichi che vanno al di là di ogni tradizione e valenza religiosa, anche per chi crede. È la magia di questo mese, dei giorni così bui e corti – in Australia com’è che fanno? – dei rituali antichi, più antichi ancora di quelli cristiani, che bene o male, fanno parte del nostro dna.

Naturalmente rimangono ancora senza risposta i grandi interrogativi che mi pongo ogni anno:

Che senso ha, per chi crede, cantare in chiesa a mezzanotte e agli altri non dedicarsi mai? Non pensare che per tanta gente questa festa e’ solo un giorno per sentirsi più soli, più poveri, più abbandonati del solito? Può bastare a un credente che il Natale si traduca solo nel pensiero del cenone, del pranzo, dei regali, del capodanno in montagna o ai tropici senza allungare mai la mano verso il prossimo? Chi non crede, chi considera il Natale solo un periodo di vacanza, il momento giusto per comprarsi l’ultimo gingillo hi-tech, in qualche modo e’ giustificato. Ma chi si professa credente e partecipa alla messa come se fosse una prima all’opera come si giustifica? Quanti la vivono con la sincerità nel cuore questa festa?” (Natale 2007).

Tanti auguri laici a tutti.

Come riconoscere un uomo vero da uno diversamente intelligente

Vorrei fare i miei complimenti più sinceri all’autore di questo articolo, non solo perché mi ha rivelato nuovi orizzonti sull’uso creativo della punteggiatura, ma soprattutto per essere arrivato a distillare in così poche righe la vera essenza dei limiti dell’intelletto umano.

Mi chiedo come riesca a distinguere un gay da un “uomo vero”. Sinceramente, sono curiosa. Non mi sono mai accorta ci fossero differenze sostanziali tra i due.  O forse non mi sono mai veramente posta il problema, non credo che essere “uomini” dipenda dal partner che si sceglie di avere nel letto. Ma mi rendo conto che questo è solo un problema mio.

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Foto di merwing✿little dear

Essendo una community, per soli uomini, preferiremmo evitare che individui gay, omosessuali, partecipassero alla vita della nostra rivista, perchè molto probabilmente non sarebbero in grado di comprendere il senso di ciò che viene presentato quotidianamente sul nostro sito”. Se è per quello, vorrei rassicurare il direttore della rivista che nemmeno io, da donna, riesco a comprendere ciò che viene presentato sul suo sito, ed è tutto dire visto che vengono anche elargite perle di saggezza su “come capire se una donna è single” e qualcosina a proposito potrei anche dirla. Ma tant’è.

Un merito a questa rivista però devo riconoscerlo: è utilissima nel caso si voglia veramente capire cosa siano volgarità, oscenità, maleducazione, mancanza di pudore, eleganza e buon gusto, rispetto per il prossimo, in poche parole tutto ciò che fa di una persona vera un persona a metà (ovviamente la metà che conta per gli uomini veri: quella dall’ombelico in giù).

Post scriptum: l’articolo linkato all’inizio di questo post è stato cancellato, probabilmente (o almeno, io lo spero) a seguito delle molte segnalazioni e dei molti commenti lasciati – e non pubblicati -. Ovviamente, la sostanza di quanto ho scritto non cambia.

Rete libera tutti

Dicono che  la rete così non va bene. Fa da cassa di risonanza ai facinorosi, dà voce a chi istiga all’odio, più altre varie ed eventuali sul tema. Bisogna limitarla, oscurarla, filtrarla.

A me pare che molti non capiscano una cosa: la rete non è un “ambiente”, non ci sono porte da chiudere o cancelli da serrare, o almeno, non nel modo che tanti pensano. La rete è in realtà un nuovo alfabeto.

C’è sempre qualcuno pronto a limitare il diritto altrui di saper leggere e scrivere. Dovremmo esserci avvezzi qui in Italia, è così da sempre. Chi crede che l’accesso alla rete vada limitato non è molto diverso da chi un secolo fa riteneva che non ci fosse alcun bisogno che il volgo sapesse leggere e scrivere. A che serviva in fondo?
C’era tutta una serie di personaggi che si occupava di dire cosa fare e come farlo, dal padrone della terra che si zappava a quello della filanda dove si lavora dodici ore al giorno, dal prete al sindaco.

Una attenzione molto italica quella per le idee del suo popolo. Una cura che ha portato come risultato il fatto di avere negli anni ’60, gli anni del boom economico, dell’industrializzazione, un maestro Manzi che insegnava agli adulti analfabeti in tv. Quarant’anni fa, non nel diciannovesimo secolo.

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Foto di Flòra

Ora si parla di limitare l’uso della rete, di “regolamentarlo”. Un po’ come dire nell’ottica contemporanea: “insegniamo a leggere solo da qui a lì, e non di più”. Oppure: “scrivere sì, ma solo alcune cose e non altre ché poi la gente legge e la scrittura  serve da cassa di risonanza per le idee balzane”.

C’è poco da girarci intorno: avere una rete libera significa oggi avere i mezzi per leggere e per scrivere; significa essere in grado di far sentire la propria voce, di dissentire, di verificare le notizie, di ricorrere direttamente alle fonti di informazione. Significa poter scegliere e non doversi accontentare.

Un paese che cerchi di limitare l’uso di questo nuovo alfabeto è un paese destinato ad arrancare e a perdere un mondo di opportunità, sia nel breve che nel medio e lungo termine.

È vero, molti scrivono cazzate, le urlano ai microfoni, ma mica per questo bisogna chiudere le tipografie e le emittenti televisive. Gli stadi sono pieni di violenza e di istigatori d’odio, eppure si continua a giocare a calcio.

Anche a volerla guardare da lontano questa storia della censura, non riesco  a fare a meno di pensare come questi siano i tentativi da parte di un paese conservatore – non solo in senso strettamente politico – di resistere al nuovo che non soltanto avanza, ma che fa già parte della vita quotidiana di tante persone. Non si tratta più di una attività a parte.

Non occorre essere particolarmente lungimiranti per comprendere che tornare indietro a vent’anni fa non si può e non si deve.

Anche io

nobd

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