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2009

2012, un film che è la fine del mondo

Scusandomi per il gioco di parole nel titolo – una stupidata –  segnalo che questo post, pur non contenendo informazioni specifiche sulla trama del film, può rappresentare uno spoiler per chi non sia ancora andato a vederlo. Tornate quindi a leggerlo dopo, se volete.

Lo dico fin da subito: adoro John Cusack, da sempre. Lo seguo, guardo i suoi film, leggo quello che scrive in giro (ha un blog su Huffington Post), è un attore piuttosto raffinato ed è  impegnato politicamente – dalla parte giusta -. È vero, di solito non si produce in film d’azione, non è il tipo Chuck Norris, tanto per capirsi, ma è anche vero che in quanto a ruoli ha spaziato parecchio.
Fin da subito dico anche che amo i film catastrofici in genere: incendi, terremoti, inondazioni, naufragi e attacchi alieni, non mi faccio mancare nulla. Anche se ultimamente mi provoca sempre un po’ d’ansia assistere a scene di morte e distruzione, non riesco a resistere.

Mi duole dire quindi, soprattutto dopo il clima di attesa creato attorno alla sua uscita, che 2012 è uno dei film con la trama più scontata e retorica che abbia mai visto, un bel contenitore di luoghi comunissimi.

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Immagine  da internet*

Gli effetti speciali sono incredibilmente spettacolari, è vero, ma non c’è niente di più, tanto da far pensare che il biglietto lo si debba pagare solo per quelli.
Mi aspettavo qualcosa di diverso, un film epico, forse, visto l’argomento trattato; magari anche un tocco di misticismo non ci sarebbe stato male, il tema è di per sé affascinante, ma non l’ennesima replica dei buoni buoni, dei cattivi cattivi, dei buoni che sopravvivono, i cattivi che periscono, con in più il messaggio della sacralità della famiglia mamma-papà-figli e l’eliminazione fisica del terzo incomodo.

L’acme dello stereotipo però è stato raggiunto quando si è fatto scegliere di far trapassare il primo ministro italiano “raccolto in preghiera”  [cit.] in Piazza San Pietro (con subitaneo scoppio di risate in sala). Umorismo del tutto involontario da parte degli sceneggiatori, presumo, ma degno del migliore Zelig.

E anche un po’ di politica estera furbetta ci ho visto, in questo 2012. I cinesi saranno sì comunisti, ma improvvisamente tutti belli, buoni e bravi: se la specie umana si salva è solo grazie a loro. Insomma, i mercati si allargano, gli equilibri cambiano; tutti guardano all’est come nuovo paese di Bengodi, giusto tenerne conto anche nell’Apocalisse.

Non dubito: sarà un successo. Alla fine abbiamo tutti bisogno di esorcizzare. La paura più grande, quella che in qualche modo segna il nostro DNA di esseri umani, dev’essere in qualche modo risolta, specialmente ora che ci stiamo avvicinando alla data fatidica, specialmente ora che da ogni lato giungono quotidianamente notizie su una eventuale fine del mondo (un esempio? Questo è l’ultimo) ma certo si poteva fare in maniera meno prevedibile e noiosa (dovendo dare per scontato l’epilogo).

*Mio personale omaggio a John Cusack

Nodi e croci

In questi ultimi giorni ho letto e sentito dire così tanto su croci e crocifissi da aver bisogno di scriverne per mettere in ordine le idee. Almeno una cosa ce l’ho ben chiara però: tanti ne parlano a sproposito e in malafede.

Quello che mi dispiace è che, al di là di ogni opinione personale, il tutto si sia trasformato in una guerra di religione, un muro contro muro – secondo alcuni – che vede contrapposte due parti: questi e quelli.
Molti si sono improvvisamente scoperti difensori della croce, paladini della fede contro ipotetici nemici che tenderebbero ad attaccare i cattolici e a usurparne il diritto di confessione. Ho letto sproloqui su Eurabia,  gente che dovrebbe tornarsene a casa sua, mani mozzate e auspici di morte violenta per chiunque tocchi i crocifissi o, nel migliore dei casi, tacciare di ipocrisia chi mangia il panettone a Natale e la Colomba a Pasqua se d’accordo con la sentenza  di Strasburgo.

Insomma, di tutto, di più e molto altro ancora, mentre a me le cose sembrano di una semplicità estrema.
Se ognuno a casa propria è giusto che agisca nella più ampia libertà (e intendo proprio “casa” nel suo significato di abitazione o spazio privato) anche per quanto riguarda i simboli religiosi, gli uffici pubblici devono rimanere territorio neutro, ossia manifestazione della laicità dello Stato. Uno Stato laico per sua definizione è lo Stato di tutti, non fa differenze tra cattolici, luterani, musulmani, ebrei, atei, agnostici, pagani e così via.
Se in un ufficio viene esposto un simbolo religioso (qualunque simbolo religioso) si sottintende che in qualche modo la credenza religiosa che quel simbolo esprime prevale sulle altre, ha maggiore dignità e i suoi valori devono essere assunti a valori anche da parte di chi non ci si riconosce. Di fatto, quindi, si creano delle distinzioni, anche se solo inconsce e non esplicitate.

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Foto di Cane Rosso

Ci si appella alle tradizioni (non millenarie, comunque, al massimo vecchie di un centinaio d’anni o poco più) e alla identità di un popolo. Le tradizioni, tuttavia, non sono quelle che “fanno” un paese. Le tradizioni, come ogni altra cosa, non rimangono mai uguali a se stesse, muoiono, vengono soppiantate da altre, mutano. Nessuno, peraltro,  tende a rinnegarne l’importanza nel passato, ma il progresso non è mai legato allo conservazione di uno status quo e il progresso qui sta proprio nel recepire che chiunque, di qualsiasi credo o non credo deve essere uguale per lo Stato italiano.
Per quanto concerne il crocifisso come simbolo dell’identità culturale di un popolo, di quale popolo si parla esattamente? Posso pensare che gli italiani del 1860 fossero diversi da quelli del 1914, e questi ultimi ancora diversi da quelli del 1929 e del 1984. E un popolo completamente differente quello del 2009, che si muove in un contesto – sociale, culturale, storico, economico  - che più nulla ha a che fare con il passato, anche mediamente recente.

In tutta questa vicenda altre questioni m’incuriosiscono. Per esempio mi piacerebbe chiedere a chi si batte così tanto contro la sentenza di Strasburgo in che modo la mancanza di una statuetta da uno spazio pubblico non destinato al culto minerebbe la libertà dei cattolici. Di che cosa si sentono depauperati? Si impedirebbe loro di prendere parte alla vita della loro comunità, di coltivare i valori della loro dottrina?  Ecco, i valori, quelli che in molti sentono il bisogno di difendere anche con la violenza o per lo meno con una estrema violenza verbale.

Ma la religione, la fede, non dovrebbero essere qualcosa di diverso? Non dovrebbe mantenersi viva al di là di ogni icona o feticcio? Non dovrebbe essere custodita sempre e comunque come un bene prezioso che si ha per sé e non come un fatto da dover dimostrar al prossimo (o di cui ricordarsi a fasi alterne)? Quanti di quelli che si riconoscono nell’articolo di Marco Travaglio a difesa della croce nelle aule sono pronti a seguire quell’esempio di ribellione, di gratuità, di amore fraterno e universale? Non sono per caso gli stessi che “TU STACCHI IL CROCIFISSO …….IO TI STACCO LA TESTA come pari opportunità e in segno di accoglienza” (non cito l’autore come atto di benevolenza nei suoi confronti e perché tanti dovrebbero essere perdonati perché non sanno quel che fanno)?
Il crocefisso, quel povero pezzo di legno, è diventato il paravento dietro al quale si nascondeonola peggiore politica, gli istinti più bassi, le paure più grandi. La veemenza di certe reazioni ne è la riprova. La rapidità con la quale il discorso è virato sugli stranieri ospiti a casa nostra e quindi tenuti a rispettarne usi, costumi e tradizioni ne è la conferma. Vedo ovunque una grande confusione e molta incoerenza. Opportunismo, soprattutto. C’è sempre qualcuno pronto a combattere certe battaglie, sempre e solo con le parole, però, ché i fatti direbbero altro.

Un’ultima curiosità: ma com’è che solo in Italia i cattolici si sentono così toccati sul vivo? Non mi risulta ci siano state sollevazioni di popolo nei paesi europei dove i simboli religiosi sono vietati per legge negli uffici pubblici (Francia, Germania, Regno Unito e anche la cattolicissima Spagna). E pure dove esiste una religione di Stato, quella anglicana per l’Inghilterra, ci si guarda bene dall’esporre una croce nei tribunali o nelle scuole. Sono dunque credenti peggiori?

Mi piace pensare che tra coloro che si dichiarano cattolici non ci siano solo quelli per i quali il crocifisso è unicamente un gioiello da esporre su petti villosi e tra tette in mostra, ma ci siano anche altri che condividono e fanno proprio il pensiero di questo prete: “Il Crocifisso è il simbolo della fede. Non è un simbolo culturale o un collante di identità etniche e nazionali. Ridurlo a questo vuol dire depauperarlo, svuotarlo, impoverirlo di significato; ed è quello che è esattamente avvenuto: abbiamo aule scolastiche e aule di tribunali piene di crocifissi appesi al muro e vuote di cristiani, veri ed autentici…“.

Una nota finale: ho preso in prestito il titolo di questo post da un bel romanzo di Ian Rankin che nulla ha a che fare con la vicenda del crocifisso, Knots and Crosses (“Cerchi e croci” in italiano). Mi piaceva, mi sembrava adatto e l’ho usato anche per omaggiare uno scrittore che amo.

1982

Ho la sensazione che il 1982 sarebbe stato un anno scialbo come tanti se l’Italia non avesse vinto quell’estate i mondiali di calcio.
Per me è stato un anno importante per altri motivi, un anno da non dimenticare, proprio come il titolo di uno di quei film giovanilistici che tanto andarono di moda negli anni ’80.
In effetti, pure il 1980 fu fondamentale per ragioni diverse e non solo perché chiuse un periodo storico ben preciso per aprirne un altro. Ci fu la strage di Bologna quell’agosto e prima ancora Ustica. Per me rappresentò il passaggio, lo spartiacque tra l’infanzia e la giovinezza. Dopo quell’estate, a tredici anni,  non fui più una bambina e credo proprio che per tanti della mia età fu lo stesso. L”80 fu un anno complicato per molti.

L”82 tutt’altra cosa. Presi consapevolezza di quel che ero.
Fu l’anno del primo viaggio all’estero senza genitori, del primo bacio (dato appunto all’estero) a cui seguì il secondo e il terzo. Fu l’anno della scoperta dei maschi, intesi proprio come esseri umani di sesso maschile tanto interessanti da esserne completamente incuriosita e attirata. E  terrorizzata, in qualche misura. Quelli furono gli anni di Luca, che veniva in Vespa da Bagnacavallo verso il mare per vedermi.

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Mi accorgo che ultimamente penso spesso a quel periodo, e forse non è una coincidenza che di recente abbia ritrovato a casa dei miei il mio diario di scuola proprio dell”82. E anche queste giornate d’autunno mi riportano alla mente quei giorni: le passeggiate di interminabili chiacchiere con le mie amiche,  le distese di foglie secche, le gallerie di platani e pini, la luce già bassa dopo i compiti; le ore passate con Luca camminando per chilometri e finire sempre sulla nostra panchina. Non ci siamo mai nemmeno tenuti per mano, eravamo proprio imbranatissimi.
Non sono, per carattere,  una che indulge spesso alla nostalgia del bel tempo che fu; sono stata un’adolescente molto felice, ho vissuto anni splendenti di spensieratezza, specialmente quell’anno e specialmente quell’anno devo averlo portato dentro di me tutto questo tempo. Un bel po’ di emozioni sopite in effetti.
Peccato, lo dico ora con un po’ di rimpianto, che non abbia molte fotografie di allora; non se ne facevano tante quante oggi. E perché poi fotografare dei giorni che per noi erano del tutto normali?

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A proposito di fotografie. A differenza della mia amica Rosella, non ho mai particolarmente amato Baglioni, nemmeno allora, ma c’è una sua canzone che riascoltata ora mi provoca strane sensazioni. Ogni volta mi sembra di tornare ad avere 15 anni, quasi come attraversare una porta che mi conduce dritta a quei giorni. Sarà che Rosella la cantava sempre.
Ci ripenso e mi si riempie il cuore di tenerezza per com’eravamo, tutti noi. Credo non ci sia una generazione più tradita della nostra e con aspettative più deluse delle nostre.

Adesso ricordo e ritrovo quelle ore in questi primi giorni di freddo. Anche se sono molte le cose cambiate intorno a me quelle fondamentali sono ancora lì. La mia panchina, per esempio, e pini. Di Rosella, nonostante nel frattempo sia arrivata internet con Facebook, gli annessi e i connessi e il mondo sia diventato molto più piccolo di come fosse nel 1982, ho perso le tracce anni fa; Luca lo vedo ogni tanto, uno splendido quarantacinquenne brizzolato, con gli stessi occhi di allora. Ci salutiamo ancora, sempre un po’ ammiccando, come dire: mi ricordo, non mi sono dimenticato. Fotografie di Baglioni l’ho riascoltata spesso, anche ora mentre sto scrivendo ce l’ho in sottofondo.

Non ho mai pensato di voler rivivere quelle giornate, è un’età alla quale non tornerei. Con gli anni ’80 si è chiuso anche un capitolo della mia vita. Nel 1990 mi sono sposata e ho avuto mio figlio e sono andata avanti. Rimane la nostalgia, ogni tanto, delle ore passate con Rosella a parlare di ragazzi e a cantare e per come eravamo: fiduciosi.
Resisto stoicamente ad ogni tentativo di ritrovarsi oggi dopo tanti anni. Non credo molto nelle operazioni “com’eravamo”: le poche esperienze degli anni anni scorsi mi fanno pensare che sia molto meglio conservare il ricordo che affrontare quello che siamo diventati nel frattempo. Inoltre non è mai divertente vedersi invecchiati negli occhi degli altri, specialmente dopo ventisette anni.
Ecco, ad avere una Delorean volante (l’unica vera macchina del tempo per noi ragazzi degli anni ’80), magari una capatina ogni tanto ce la farei nel 1982, solo per rinfrescarmi la memoria e sorridere nel rivedermi. Non pensavamo molto al nostro futuro allora, già non assomigliavamo più ai nostri genitori. Assomigliamo ai nostri figli invece, quasi che il gap generazionale tra noi e loro si fosse man mano colmato. Devo ancora  decidere però se sia una cosa positiva o no, ma ovviamente questa è tutta un’altra storia.

Tirando le somme (con compleanno mancato)

Domenica di consuntivi dopo qualche bilancio.

Ho trascorso i giorni passati ancora trasportata dall’energia del mio sabato romano. Giornata intensa e sfiancante, tredici ore di viaggio per quattro ore di manifestazione in Piazza del Popolo ma sono felice e molto orgogliosa di averlo fatto. Bisognava esserci, fisicamente. Bisognava riempirla quella piazza e per fortuna le aspettative – anche le mie – non sono state tradite.  Tra tutti gli interventi me ne sono rimasti nel cuore due, quello di Neri Marcoré con la lettura di un brano di Alexis de Tocqueville sulla democrazia e quello di Jasmine Trinca con un bel ricordo di Anna Politkovskaya.

Sentire le parole di Anna, in quel momento, in quel particolare frangente è stata una specie di illuminazione. Ne ho parlato poi con alcuni dei miei compagni di viaggio – un manipolo di simpatici vecchietti molto agguerriti – sul perché avessi voluto esserci, nonostante tutto: non voglio avere nulla da rimproverarmi se le cose andassero per la via sbagliata. Non voglio vivere con la sensazione di aver potuto fare qualcosa, per quanto piccola, e non averla fatta. Non voglio che mio figlio e i figli di mio figlio debbano pensare che ho consegnato loro un paese meno democratico senza aver nemmeno tentato di contrastare il meccanismo perverso che si è innescato in Italia. Se mi dovessero chiedere di rendere conto delle mie azioni, in un prossimo futuro, voglio poter dire che non me ne sono stata alla finestra a guardare.

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Foto di Mikuzz

La mia fugace partecipazione alla manifestazione è stata anche un pretesto per respirare un po’ di Roma dopo un anno che mancavo. Ne ho il bisogno fisico di tornarci ad intervalli regolari. Roma è una delle città dove sono sempre incredibilmente felice.

Lunedì scorso poi, ho celebrato in silenzio il secondo compleanno di questo blog.  Anche quest’anno ho registrato le modifiche di percorso, per così dire: sempre meno post che raccontano pensieri e sentimenti, sempre più quelli che riguardano il  mio “mondo esterno”. Mi mancano un po’, in effetti, i miei discorsi su uomini e donne. In compenso ho sempre più voglia di scrivere del passato, di cercare di trasmettere il senso del ricordo. Anche in questa ultima settimana ho composto nella mia testa almeno una decina di articoli diversi su questo. Ultimamente non posso non notare come le cose stiano cambiando velocemente intorno a me – luoghi, persone – e fermare su questo quaderno virtuale certe immagini del mio passato sta diventando un bisogno sempre più impellente. Vedremo se riuscirò a dare seguito a questa necessità. Sento dire spesso che il blog, come mezzo di espressione in rete, stia esalando i suoi ultimi respiri. Non so se sia vero, per me si tratta di una esperienza relativamente recente, ma per quanto mi riguarda, non ho mai scritto tanto come in questi ultimi mesi. Pubblicare quello che scrivo e tutt’altra storia però. Ho in coda un’ottantina di post e so già che tanti di questi non vedranno mai la luce perché, nonostante tutto, sono e rimango anarchica e disordinata anche nella scrittura. D’altro canto lo scrivevo pure l’anno scorso e non sono cambiata di una virgola da allora “Scrivere continua ad essere una gran fatica per me, ma mi dà gioia, mi tiene nei ranghi, mi costringe a pensare con calma e ordine. Mi ha insegnato il metodo e la pazienza. Non una cosa da poco per una come me che pensa decisamente troppo e che tende a lasciarsi trasportare dalle leggi del caos”.

Ieri sera poi la Notte d’Oro qui a Ravenna. Una magnifica serata anche quest’anno, davvero un’aria diversa nella mia piccola città di provincia, con musica e parole in ogni angolo e una marea di gente. Ne ho approfittato per liberare qualche libro alla Biblioteca Classense, visitare mostre e monumenti che di solito sono chiusi al pubblico, passeggiare tra la folla e per una puntatina alla Feltrinelli dove, nonostante l’enorme disagio che provo ogni volta entrando in una loro libreria, sono riuscita anche a fare qualche acquisto. Non so come mai, ma l’unica che sento veramente “casa” è quella di Largo Argentina a Roma. Guarda caso.

Fare la libertà

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, art. 19

Iniziai ad andare a scuola nel grigio profondo dei primi anni ’70, in bianco e nero come la tv dell’epoca.
In terza elementare, nel ’75,  arrivò una nuova maestra e il mio piccolo mondo si aprì a  Sciascia, Calvino, Brecht, Levi, Gandhi.

Il mio libro di lettura non conteneva filastrocche o favole. Parlava di mafia, di lavoro minorile, di inquinamento, della guerra in Mozambico. Un’altra cosa che la maestra introdusse fu il giornalino di classe, anzi, i giornalini. Ce n’erano cinque, uno per ogni gruppo in cui eravamo divisi, e un’edizione speciale che raccoglieva il meglio di tutti due volte l’anno. Il sabato ci esibivamo in un “telegiornale dal vivo”: leggevamo gli articoli scritti durante la settimana con il commento degli inviati speciali. Si organizzavano interviste da raccogliere con il magnetofono (una bella parola desueta) tra gli abitanti del mio paesello di mare, suonando ai campanelli, entrando nei negozi, fermando i passanti. Gli argomenti erano quelli di sempre: l’inquinamento, la pace, la lotta al razzismo – nei confronti allora di chi proveniva da altre regioni d’Italia -.

Questa fu la mia scuola. Mi insegnò la  libertà.

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La libertà necessita di essere insegnata. Non nasciamo con la predisposizione ad essere liberi, quasi fosse una caratteristica fissata nel DNA. Se si dà per diritto acquisito e immutabile nel tempo,quello di essere liberi, si corre il rischio di non riconoscere quando si comincia a non esserlo più o ad esserlo meno.

Oggi a Roma manifesterò perché stampa ed informazione di questo paese possano tornare ad essere quello che dovrebbero essere:  pluraliste, giuste, più libere e legittimate a svolgere la funzione che hanno in tutti i paesi democratici. Manifesterò prima di tutto come cittadina italiana, poi come blogger/utente che usa la rete per scriverci sopra. Non sono giornalista, non sono pubblicista, ma riconosco l’anomalia pericolosa che stiamo vivendo.
Non sono solo “rogne tra giornalisti” come ho sentito dire, che pure ci sono ma che non m’interessano e non m’interessa chi cerca di svicolare l’attenzione e sminuire l’importanza di una manifestazione come quella di oggi con le battute del genere “sono come le zoccole che manifestano a favore della verginità”. Chi lo dice non può che essere in malafede sapendo di esserlo.

Sono egoista: manifesto per il mio diritto a non vivere in un paese di fatto imbavagliato, dove c’è chi deve rendere conto del suo operato e non lo fa, dove i giornali non si chiudono ma si denunciano, i giornalisti si licenziano, dove si minaccia di togliere la tutela legale ai pochissimi che fanno ancora giornalismo d’inchiesta serio, dove, se non hai la possibilità di informarti altrove, la tv per lo più ti fa credere che tutto va bene madama la marchesa. Dove ogni tre per due provano a far passare leggi per imbavagliare l’unico canale di espressione e di diffusione delle notizie ancora veramente libero: internet. Dove si sta pianificando per modificare l’art. 21 della Costituzione.

Lo avevo già scritto nel post contro il decreto Alfano: si sta giocando con uno dei capisaldi che fanno di un paese un paese democratico. C’è chi dice che la manifestazione di Roma nulla abbia che vedere con la libertà di stampa, che è solo politica, come se questo fosse una ragione per diminuirne valore e valenza. Certo che lo è, ma non nel modo che si vorrebbe lasciare intendere. Il significato di una manifestazione come questa è profondamente politico, ma in modo trasversale. Dovrebbe far capire che il problema riguarda tutti, che non si tratta solo dei nostri panni sporchi, ma di una questione molto più ampia che da mesi sta interessando anche gli organi di informazione esteri, che per molti versi sono diventati il termometro del profondo malessere che stiamo vivendo qui. Per fortuna.

Sarà una giornata importante.

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