Questa è una frase del Talmud. Mi piace perché esprime, in mezza riga, più di quanto potrebbero fare mille libri o mille ragionamenti filosofici.
Nel Giorno della Memoria, oggi, si ricordano le vittime. Io amo ricordare anche tutti quelli che a rischio della loro stessa vita si adoperarono per salvarne tante altre.
Persone del tutto normali.
Hitler ebbe dalla sua un esercito intero di volenterosi carnefici, che non furono solo gli affiliati al partito nazista o gli ufficiali delle SS: non sarebbero mai bastati, da soli, a perpetrare lo scempio che fu la Shoah. Poterono contare su “tedeschi comuni, uomini (e donne) che brutalizzarono e assassinarono gli ebrei per convinzione ideologica e per libera scelta, sovente con zelo e con gratuito sadismo. E che, per di più, si comportarono così non perché costretti, né perché ridotti alla stregua di schiavi, né perché tremende pressioni sociali e psicologiche li inducessero a adeguare la loro condotta a quella dei compagni. Lo fecero perché l’antisemitismo germanico era talmente diffuso, maligno, nutrito nei secoli di miti razzisti e false teorie scientifiche, da disumanizzare gli ebrei, da trasformarli nell’immaginario collettivo in una sorta di malattia…” (*).
Non so dire se questo corrisponda completamente al vero. So che da un giorno all’altro tanti si videro perseguitati da chi era sempre stato amico, collega, cliente, vicino di casa. E allora qualcosa dev’essere pur successo per indurre persone del tutto normali a guardare altrove, a non sentire, a non parlare, a far finta di non capire quanto stava avvenendo sotto i loro occhi.
Tanti, tuttavia, scelsero diversamente. E così, come il male poté manifestarsi nella più disarmante banalità, quella dei rapporti quotidiani, in maniera simile poté il bene e con forza altrettanto dirompente.
In quel piccolo libro straordinario che è “La banalità del bene” (**), dove Enrico Deaglio raccoglie – più che raccontare – la vicenda di Giorgio Perlasca, tutto è riassunto perfettamente dalle parole che aprono questa storia, quelle dello stesso protagonista, un uomo qualunque: “Lei, cosa avrebbe fatto al mio posto?”.
È tutta lì l’essenza di una scelta, tra il fare e il non fare, tra vedere e voltarsi dall’altra parte. Lo racconta lo stesso Perlasca: “Perché non potevo sopportare la vista di persone marchiate come degli animali. Perché non potevo sopportare di veder uccidere dei bambini. Credo sia stato questo, non credo di essere stato un eroe. Alla fin dei conti, io ho avuto un’occasione e l’ho usata”.
Giorgio Perlasca, nel pieno di un evento straordinario, in un paese straniero, nell’inverno del 1944, salvò migliaia di persone perché scelse. Questa è anche la dimostrazione che allora era impossibile non vedere, che intraprendere un percorso invece di un altro non era impossibile, difficile, d’accordo, ma non impossibile, non al di sopra delle umane possibilità.
È proprio la questione della scelte che ognuno di noi si trova a fare ogni giorno che mi sta a cuore. Il Giorno della Memoria dovrebbe servire anche a questo: aiutare a fare delle scelte. Scegliere di non stare in silenzio, per esempio. Scegliere di indignarsi invece di fare spallucce. Scegliere di non accettare come normalità tutta una serie di notizie, di esternazioni di personaggi pubblici – politici e non -, di piccoli e grandi avvenimenti che, ho paura, passano sempre più sotto silenzio. Il male è nell’uso di certe parole invece che di altre, anche di quelle su una bustina di zucchero, perché le parole non sono mai fini a se stesse, ma arrivano sempre gravide di simboli e significati.
Il male si banalizza anche così ed è sempre un male per tutti, che per forza non ricade solo su quelli che lo producono.

Immagine di lecucurbitacee
Se è vero che chi salva una vita salva il mondo intero, infatti, allora dev’essere vero anche il contrario: ognuna delle sei milioni di vite interrotte (alcuni storici ritengono siano state sette milioni, in realtà) ha significato la fine di un mondo, la perdta di infinite possibilità per quelli che sono venuti dopo. Quindi anche per noi.
Le conseguenze di quel che accadde settant’anni fa verranno scontate anche dalle generazioni future.
Alla mia generazione non resta che passare il testimone, cercando di trasmettere quanto più bene sia possibile, anche tramandando la voce di chi visse quegli anni sulla propria pelle. Non si cambia certo quello che è stato in questo modo, ma si contribuisce a fare da controcanto a chi tenta in tutti i modi di revisionare, minimizzare, cercare significati e forse, sotto sotto, giustificazioni, cosa che accade sempre più spesso, mi pare.
Una nota a piè di pagina: tra quattro giorni, il 31, giorni Giorgio Perlasca avrebbe compiuto cento anni. Un motivo in più per ricordarlo oggi e per rivolgere un pensiero e un ringraziamento a tutti quelli che tanto fecero in quegli anni ma ai quali toccò la sorte di rimanere sconosciuti.
(*) I volenterosi carnefici di Hitler – I tedeschi comuni e l’Olocauso di Daniel Jonah Goldenhagen, Mondadori 1997
(**) La banalità del bene – Storia di Giorgio Perlasca di Enrico Deaglio, Loescher 1993
Related posts:
Tags: 27 gennaio, giorgio perlasca, giorno della memoria, olocausto, ricordo, shoah
1 commento a ““Chi salva una vita salva il mondo intero””
Lascia un commento
Additional comments powered by BackType



Bellissimo post, Niki… andrebbe stampato e fatto leggere a tutti quelli che, quotidianamente, fingono (o cercano deliberatamente) di ignorare quello che è successo.
Un abbraccio grande.