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marzo, 2010

In amicizia

Gli adulti parlano poco di amicizia. Si perdono in lunghi discorsi sull’amore o sul sesso, ma sull’amicizia no.
Ho visto persone piangere per la rottura di una storia d’amore, ma mai per la rottura di una amicizia. Forse perché si pensa che degli amici si possa fare a meno? O che quelli che si chiamano amici non sono altro che conoscenze transitorie destinate comunque a perdersi? Non l’ho mai capito.
Di sicuro l’amicizia è un sentimento sottovalutato, anche dai libri. Ho fatto una prova su ibs.it: 397 titoli trovati per “amicizia” (compresi Barbie amiche per sempre, un manuale per trovare amicizia, amore e sesso in chat e il solito Alberoni) contro i 4.491 per “amore”. D’altro canto, lo dicevano gli antichi: amor vincit omnia. Dell’amicizia non è dato sapere.

Mi torna sempre in mente quella canzone di Riccardo Cocciante che uscì quando ero ragazzina, “Per un amico in più”. Mi è sempre piaciuta la parte in cui diceva che per un amico sarebbe andato “a piedi certamente a Bologna”, mi faceva ridere questa cosa di voler andare a Bologna per forza camminando, quando c’erano molti altri modi per arrivarci più rapidamente.
Al di là del mio buon senso di bambina però, sono arrivata alla conclusione che gli adulti sono intimoriti dall’amicizia perché è vero che le amicizie più grandi e perfette si possono vivere solo negli anni dell’infanzia e della prima giovinezza. Sono quelle che rimangono per sempre, che resistono all’usura del tempo perché vivono nel nostro immaginario.

“Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?” [Cit.]


Foto di freeparking

Crescendo si fa spesso l’errore di voler considerare le amicizie con il metro di quegli anni, forse alla luce di un inconscio ottimismo. Le amicizie dell’età matura possono essere ugualmente intense, ma nascono da presupposti diversi.
Un paio di anni fa scrissi: “Da ragazzina avevo solo amiche femmine, come credo sia normale, poi dal liceo i miei migliori amici sono stati i maschi, uno su tutti, Stefano, il miglior amico di sempre. Pure ora ho poche amiche donne e più amici uomini. Stefano l’ho perso di vista da diversi anni ma credo sia uno di quegli amici che una parte nella mia vita l’avranno sempre”.

Oggi mi ritengo un cane sciolto dell’amicizia. Ho rapporti fraterni con amiche e amici a migliaia di chilometri di distanza. Quelli più vicini variano dai 200 ai 500, non ci sentiamo tutti i giorni, non ci vediamo una volta a settimana, non organizziamo uscite di shopping compulsivo insieme, ma è bello ritrovarsi ogni volta come se il discorso tra noi continuasse da un mese all’altro. La vita di tutti i giorni scorre a lato: il lavoro, i figli, i problemi personali, separazioni, i lutti, le nuove unioni. Ci conosciamo, è questo quello che conta. So che ci sono, sanno che ci sono io e questo conta anche di più. È ancora più bello per le amicizie nate nella maturità, quasi per colpi di fulmine o per predestinazione. Le vivo con pieno trasporto, con maggiore libertà, con rinnovata consapevolezza, anche quelle ritrovate dopo tanti anni, quasi trenta, grazie ad internet. Esattamente al punto in cui le avevo lasciate allora.

Domani 20 marzo la giornata dedicata alle vittime delle mafie

Sono fissata con le date e le ricorrenze, non quelle personali che appartengono a una zona privata della quale non parlo spesso su questo mio blog, ma quelle che sono diventate patrimonio collettivo.
Credo nel dovere del ricordo e nel bisogno di non dimenticare. Quello della memoria è un fardello che mi porto addosso, un ingombro pesante del quale a volte vorrei potermi liberare. Altre volte questa mia capacità di non dimenticare la vivo come una benedizione, un modo per non interrompere un discorso e conservare un patrimonio intimo, famigliare, di comunità.

D’altra parte ne avevo già scritto. È per questa ragione che continuo a credere nell’importanza di annotare qui certi giorni ogni anno: per quanto non mi piaccia l’8 marzo è una data che va ricordata; per quanto cerchino in tutti i modi di sminuirne l’importanza il 25 aprile è una giornata che va celebrata e rinnovata ogni giorno; il Giorno della Memoria deve rimanere simbolo di quel che è stato e che potrebbe sempre ripetersi.

Ma dicevo della memoria. La memoria è un motore che si accende immediatamente al manifestarsi di certi eventi. Me lo immagino proprio così: un meccanismo spontaneo sì, ma che richiede impegno e di essere continuamente alimentato. Solo in questo modo la memoria può diventare patrimonio comune e non rimanere confinata nella sua dimensione di valore personale.

Domani, 20 marzo,  sarà celebrata la XV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Copio e incollo direttamente dal sito di Libera: “Milano sarà protagonista dei giorni del 19 (con l’incontro tra i familiari delle vittime e a seguire momento ecumenico di ricordo delle vittime) e del 20 (con la marcia al mattino e i seminari). Sarà come sempre importante coinvolgere tutta la rete di Libera, gli studenti, la cittadinanza e le associazioni piccole e grandi”.
Sono tanti 900 nomi.
Volendo dedicare tre secondi a pronunciare ognuno, senza prendere nemmeno un momento di respiro, occorrerebbe quasi un’ora.

Al di fuori di ogni retorica, bisogna non dimenticarli questi nomi, perché quello delle mafie è un problema che riguarda tutti, anche quelli che, come me, lo guardano da lontano e non lo vivono sulla loro pelle. Tutti ne siamo coinvolti perché il pensare mafioso è entrato a far parte dei luoghi comuni e del modo di concepire, non solo a sud, la cosa pubblica.
Io non so cosa significa vivere con la mafia sulla porta di casa.
Quando sono stata in Sicilia di mafia non ne ho vista, non è una vernice che si attacca alle persone. Forse si respira, ecco, è più che altro una sensazione, delle voci, cose che ho sentito, magari, e che non sempre sono riuscita ad interpretare nella giusta maniera.
Proprio perché non si riconosce, la mafia, le mafie si innestano ovunque ci sia una possibilità di ritorno economico.

Per chi è a Milano, quindi, domani l’appuntamento è alle 9.00 a Bastioni Porta Venezia; il corteo partirà alle 10.00. Qui tutte le informazioni sul programma della giornata e sui seminari.

Approfitto di questo post anche per segnalare una iniziativa della quale volevo raccontare da tempo: se per la vostra spesa abituale (ma potreste anche andare appositamente) vi servite della Coop, da qualche tempo, accanto all’espositore delle schede per le ricariche telefoniche, si possono trovare anche le schede per “ricaricare” i progetti contro le mafie proposti da Libera Terra.

La cosa funziona così: si prende un tagliando e al momento di pagare alla cassa l’importo da donare (ho visto due tagli, da uno e da cinque euro) viene sommato alla spesa e devoluto a Libera. Facile e comodo, il tagliando non si esaurisce ma può essere usato quante volte si desidera. Al momento dell’emissione dello scontrino, viene emesso anche quello a ricevuto della somma versata. Un piccolo gesto concreto che costa poco e che può fare tanto, per fare di un altro metro quadrato di terra, terra libera (tra l’altro i prodotti alimentari con marchio Libera Terra sono ottimi, provateli).

Rovesci televisivi

Ormai ho capito che il mondo si divide in due grandi categorie: chi ritiene fondamentale guardare la TV e chi no.
La cosa non sarebbe degna di nota se non fosse che sovente i primi tendono ad affibbiare ai secondi tutta una serie di etichette che va dal fighetto-finto-intellettuale al vagamente-rincitrullito-che-non-sai-nemmeno-chi-ha-vinto-il Grande-Fratello.

Vai a spiegare loro che la TV, almeno quella generalista (non ho l’abbonamento a Sky), ti annoia in quanto completamente inutile. Che se non fosse per qualche film la sera ogni tanto starebbe spenta per mesi interi. Che esiste una alternativa ai telegiornali fatti così (genericamente parlando).
Che quelle trasmissioni belle e importanti per approfondimento non ce la fai più a guardarle perché ti fanno stare male. I vari Ballarò e Anno Zero ti causano versamento di bile alternati ad attacchi d’ansia; le inchieste di Report e di Riccardo Iacona, giornalista di straordinarie bravura e delicatezza, ti buttano in uno stato di prostrazione profonda con conseguenti crisi d’insonnia. Tolto poco altro in onda ad orari impossibili per chi lavora, il resto è solo blabla di sottofondo. Insomma, che si può vivere bene anche senza la maggior parte di quanto viene trasmesso.


Foto di ~sparklystardust

“Ma tu stai su internet e internet è lo stesso della tv”. Me lo hanno detto l’altro giorno.
Mi chiedo se questa sia una percezione diffusa.
Forse dipenderà dal fatto che sempre di più un monitor si identifica con un apparecchio televisivo – e viceversa – e per chi osserva da fuori tutta questa differenza non c’è, ma è una posizione questa che  sottintende non solo che “internet” sia del tutto superfluo, ma che, in quanto superfluo, se ne possa fare a meno.

Intendiamoci, non è che io sia contro la TV tout court, è che avendo visto un po’ come funziona all’estero quella di casa nostra mi pare quasi senza qualità. In poche parole, il mio ideale sarebbe più Discovery Channel e meno Italia1, con un tocco di BBC qua e là, almeno per quella di Stato.
E, aggiungerei, meno editti bulgari e più pragmatismo anglosassone.

A proposito di TV di Stato: trovo piuttosto avvilente che a casa nostra vengano acquistati programmi prodotti da quelle degli altri Paesi perché vengano poi ritrasmessi qui dai canali a pagamento; che si importino format su format e non se ne esporti nemmeno uno.
C’è da rifletterci su, non è vero?

Ancora le voci delle donne: una mia lettura da “I monologhi della vagina”

Ne avevo parlato nel post dedicato all’8 marzo di questa iniziativa di Collettivovoci. Le letture stanno continuando anche in questi giorni, con un respiro più ampio di quello concesso da un’unica data simbolica.

La mia è qui.
Ho scelto questo brano perché è un pugno nello stomaco. Leggerlo non è stato semplice perché parla di donne cancellate. Non a caso Eve Ensler ha messo insieme, le une accanto le altre, le donne di Islamabad e di Ciudad Juárez.

In fondo, nascere in un luogo invece che in un altro è solo questione di buona o cattiva sorte. Avrei potuto essere io, a nascere in Messico o in Pakistan, o a ritrovarmi perseguitata e minacciata da un uomo violento.
Mi hanno molto emozionato quelle parole, spero trasmettano a chi ascolta le stesse sensazioni che hanno trasmesso a me, non per ultima la voglia di  saperne di più.

Immagine da internet

Quella di “punire” le donne sfigurandole con l’acido solforico è una pratica diffusa in Pakistan e in Bangladesh, ma si registrano casi anche in Nepal e Afghanistan. Basta pochissimo: un innamorato rifiutato, un disaccordo sulla dote della sposa, un marito geloso, un padre contraddetto. O semplicemente, spesso è sufficiente essere troppo belle.
L’acido in pochi secondi brucia la pelle, distrugge tendini e muscoli, intaccando le ossa. I danni, terribili, sono permanenti e spesso conducono alla morte, anche per suicidio.
Il vetriolo cancella queste donne non solo nei lineamenti, ma anche per la famiglia di origine e per la comunità, dalle quali vengono rigettate. Non esistono più, la polizia si rifiuta di intervenire e nella maggior parte dei casi difende gli aggressori.
Smileagain è l’associazione che in Italia si prende cura di queste donne: “Non ci si limita ad agire per rimediare ai danni commessi da individui irresponsabili, ma s’intende soprattutto denunciare la violenza intrinseca in tali gesti in quanto offesa al genere femminile in primo luogo, ed al genere umano evidenziando in tal modo il problema di un microcosmo femminile che, purtroppo, oltre a vivere in una regione già interessata da molteplici contrasti e difficoltà, viene ghettizzato ulteriormente da una violenza che tende a colpire la donna nel suo essere e nell’intrinsecazione dell’individualità femminile”.

Le donne a Juárez vengono fatte sparire, letteralmente, a centinaia. Portate via e ritrovate, a volte, ridotte a brandelli nel deserto. Torturate, uccise e scaricate come rifiuti. Non esistono colpevoli, nella maggior parte dei casi. Dal 1994 sono stati ritrovati corpi a centinaia. Anche per loro è facilissimo sparire: semplicemente non si rientra dal turno in fabbrica la sera. Nessuno sa niente, nessuno vede niente. La polizia è collusa con i carnefici nel peggiore dei casi, inefficiente e disattenta nel migliore. Per le donne di Juárez è stato coniato il termine “femminicidio”; restituisce l’idea del genocidio silenzioso, questa parola.
Le donne di Juárez sono vittime due volte: della povertà che le spinge verso la frontiera in cerca di un lavoro sottopagato nelle maquilas, le fabbriche locali, e vittime dei loro torturatori: stupratori, narcotrafficanti, produttori di snuff movies.
Le madri delle ragazze scomparse o assassinate si sono riunite nell’associazione Justicia Para Nuestras Hijas e insieme chiedono verità e giustizia per le loro figlie.

Foto di jimw

Per approfondire l’argomento segnalo questi i libri:

L’ inferno di Ciudad Juárez. La strage di centinaia di donne al confine Messico-Usa di Victor Ronquillo, ed. Baldini Castoldi Dalai, € 16,50

Il deserto delle morti silenziose. I femminicidi di Juárez di Alicia Gaspar de Alba, ed.  La Nuova Frontiera, € 18,00

La città che uccide le donne. Inchiesta a Ciudad Juárez di Marc Fernandez e Jean-Christophe Rampal, ed. Fandango Libri, € 16,00.

E il film Bordertown di Gregory Nava, con Antonio Banderas e Jennifer Lopez

Molti forse si chiederanno perché mi stanno a cuore i fatti di donne tanto geograficamente distanti da noi; in effetti non è che qui, nel nostro Paese, oggi, non manchino casi di donne violentate, brutalizzate e uccise, anzi. La situazione è sotto gli occhi di chi vuole vederla, in termini di abusi e in termini di discriminazione.
Sono convinta però che sia importante considerare il tutto nel suo insieme. Il quadro è un mosaico formato da innumerevoli tessere, rimanere nei limiti di una visione particolare rischia di rendere incomprensibile l’intero rappresentato, ossia l’esistenza di una questione femminile che travalica i confini e che si manifesta in forme diverse, ma che riguarda tutte in qualche modo.

Odio l’8 marzo

Ho preso ad odiare questa giornata, lo dico a chiare lettere. Ogni anno spero sia l’ultimo, che non ce ne sia più bisogno di avere una giornata dedicata alle donne. Al contrario, mi piacerebbe che ci fossero 365 giorni dedicati alla Persona. Un bel sogno.

Mi dispiace molto, e mi fa anche vagamente imbestialire, quando molti e molte prendono l’8 marzo come un festa. Non lo è. Non si celebra niente oggi, non c’è nulla da celebrare, se non il fallimento. Il fallimento di cambiamenti culturali che dovevano essere e non sono stati del tutto, il fallimento di tante speranze. Lo vedo negli atteggiamenti, lo sento e leggo nelle parole di tanti uomini ma anche di tante donne, specialmente di quelle più giovani.  La spinta propulsiva dei reggiseni bruciati, delle lotte per l’autodeterminazione e per il diritto di scelta – divorzio e aborto – si è esaurita, impantanata nel torpore generalizzato di questi ultimi trent’anni.

Foto di lchjejag

Odio che che in questa giornata si pensi alle bisbocce tra amiche e agli spogliarelli maschili quali segni di una uguaglianza becera e falsa e odio che per tanti sia più che altro un contentino, un’ora d’aria tra diritti negati, scelte difficili e obbligate, etichette e mercificazione. E, per favore, niente auguri: mi suonano sempre come una sottile presa per i fondelli.

Quello che mi rattrista di più è che molte non hanno la percezione che essere donne ancora significa essere cittadine di serie B. Mi duole riconoscere che spesso sono proprio le più giovani, come dicevo, a non vedere il problema.
Non sono una di quelle che pensano che le donne sono le naturali nemiche di loro stesse, anzi, ma l’impressione che ho è che il gap generazionale abbia creato un ulteriore “noi” contro “loro”.
E la colpa è anche nostra, di chi era bambina negli anni ’70. Non siamo state protagoniste delle lotte, ne abbiamo solo respirato l’aria da lontano. Non avendole provate sulla nostra pelle, siamo cresciute con la convinzione che tutto quanto era  stato conquistato fosse nostro di diritto, mentre non è mai stato così.
Lo senti nei discorsi di certi uomini, lo vedi nei tentativi reiterati di togliere alle donne per legge il diritto di decidere del proprio corpo, nei dati delle statistiche, nella  sottocultura di voler relegare le donne in ruoli che non sono frutto di  scelte personali, ma sempre e solo imposti.

Nel fatto che la principale causa di morte, tra le donne di tutto il mondo, è la violenza. Odio l’8 marzo anche per questo: non si fa abbastanza, non si sa abbastanza.
Per questa ragione sono stata contenta di aderire all’iniziativa di lettura collettiva di Collettivovoci: i brani scelti sono stati tratti da “I monologhi della vagina”, niente di meglio per prendere coscienza di noi stesse, nel bene, nel male, in quello che  siamo, in quello che potremmo essere. Dentro e fuori.

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