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aprile, 2010

25 aprile, Schegge di Liberazione, Resistenza e Voci di memoria

L’articolo che segue è quello che ho scritto per  Schegge di Liberazione. Lo ripropongo qui come mio post per il 25 aprile e per ringraziare il Many che ha organizzato il tutto.

Non è un racconto di fantasia ispirato ai fatti dell’epoca, non è la trascrizione dei ricordi di nonni e zii, è semplicemente il mio personalissimo percorso di memoria. Del resto lo dico anche nell’articolo: mi sono accorta di non riuscire ad inventare su questo argomento. Dopo numerosi tentativi, ho dovuto ammettere che era una specie di senso di colpa quello che sentivo, quasi che immaginare certi avvenimenti, io che non ho mai avuto veramente fame,  freddo, paura, fosse un atto irriguardoso nei confronti di chi allora si trovò a viverli. Il risultato lo potete leggere qui sotto.

Così come me, tanti altri hanno aderito all’iniziativa Schegge di Liberazione. Tutti i post, i racconti, i pensieri, i disegni e perfino un monologo teatrale sono stati raccolti in un e-book che potete scaricare qui e qui (in una versione più “leggera” ed ecologica).

Aggiungo, in questa occasione, un appello a tutte le A.N.P.I., agli Istituti Storici della Resistenza, ai Centri Studi, ai Musei (tra i quali quello di casa mia,  Il Museo della Battaglia del Senio di Alfonsine), di liberare documenti in loro possesso.
Diffondeteli, per favore. Aprite i vostri archivi, rendeteli disponibili alla consultazione in internet, pubblicateli in e-book, distribuiteli gratuitamente con le licenze Creative Commons. Fate in modo che le idee circolino e che siano sempre più visibili.
Viviamo tempi cupi, oggi vietano – ancora una volta – “Bella ciao”, domani cos’altro? Mostrate a tutti di cosa furono capaci allora, fate in modo che i giovani ne siano orgogliosi.

Voci di memoria

per Schegge di Liberazione 2010

È difficile raccontare storie di Resistenza per chi non l’ha vissuta. Per noi che siamo nati lontano da quegli anni si tratta perlopiù di fare esercizio di immaginazione. Non posso dire di non averci provato: ho trascorso ore e ore in compagnia di vecchi film sull’argomento – li preferisco a quelli più recenti -, da Roma città aperta a Le quattro giornate di Napoli, ma non riesco ad andare più in là del tentativo di immedesimarmi per empatia e di chiedermi “com’era viverla veramente”?

Per me, che a inventare storie non sono brava, è come cercare di rimettere insieme i frammenti di una lettera strappata: ci sono i ricordi dei nonni, le mie tante letture, le vecchie fotografie, anche quelle dei luoghi dove vivo e che riconosco, pur sembrando così diversi e lontani.

Ci sono i documentari che la televisione degli anni ’70 trasmetteva più spesso di quanto non faccia ultimamente, con le immagini in bianco e nero di italiani dalle guance scavate e con abiti troppo larghi e gli applausi lungo i corsi delle città liberate. Ci sono le foto di chi non poté festeggiarla la Liberazione e le centinaia di lapidi sparse nelle province d’Italia a tener conto dei nomi dei morti.

Ci sono poi i miei luoghi della memoria, piccoli e personalissimi: gli alberi lungo un bel viale a Bassano del Grappa, con i nomi dei partigiani che lì vennero impiccati; il cimiterino sull’Appennino con le piccole targhe commemorative attaccate ai muri di mattoni rossi, i monumenti ai martiri della mia città, Ravenna.
Avrei voluto raccontare della mia terra e della sua Resistenza, tra le valli e le pinete di casa mia. Avevo pensato a storie minime di uomini e di donne, ché sono quelle che mi piacciono di più e che più si prestano a questi luoghi fatti d’acqua, di nebbia e di gente schietta. Mi sono accorta che per quanto scrivessi, per quanto tentassi di mettere insieme le parole, non riuscivo a restituirle come volevo. Come potevo rendere il terrore per i rastrellamenti e le rappresaglie nell’estate del ’44 o i giorni di quell’autunno terribile di pioggia e di fango? Non riesco a inventare su questo e non posso riportare le esperienze altrui senza correre il rischio di sminuirle, perché è facile per chi non c’era cadere nella pomposità e nella retorica da commemorazione, nei discorsi altisonanti ma in fondo sempre un po’ vuoti di chi ha avuto la fortuna di nascere che la guerra era finita da più di vent’anni.

Così ancora una volta ho preferito lasciar parlare chi c’era.
Dal 1997, un libro trovato e letto quasi per caso è diventato uno dei miei più cari, quello che racchiude le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. È tutto lì dentro il significato del 25 aprile, nelle loro parole più intime, private e sincere, quelle non destinate a un pubblico postero ma alle persone amate, incise sui muri delle prigioni, scritte di fretta su fogli abbandonati lungo i sentieri, in lettere scarabocchiate a mogli, figli, compagni di battaglia e madri, spesso tracciate reggendo il lapis con le mani ferite e le ossa spezzate dalle torture, affidate a sconosciuti con fede e speranza. Quelle stesse parole che tanti altri hanno solo potuto recitare in silenzio o gridare negli ultimi istanti.

“Com’era viverla veramente”?

Ogni anno faccio parlare Cesare Dattilo dal carcere di Marassi a Genova, e me lo immagino con gli occhi vivaci a ventitré anni, battuto ma non vinto che si preoccupa dell’opinione che la fidanzata e la famiglia di lei possano avere di lui: “I tuoi genitori sono al corrente di noi due? Certamente si faranno un brutto concetto di me, sapendomi a Marassi. Capirai, un fidanzato in prigione. Ma sappi Nucci, che non ho nulla da pentirmene per il motivo di cui mi trovo a Marassi“; Leone Ginzburg da Regina Coeli che scrive d’amore e speranza alla moglie Natalia: “Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone attorno a me (e qualche volta io stesso), perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza, di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori, scriva e sia utile agli altri. (…) Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero Natalia?” Faccio parlare le donne, le madri come Paola Garelli di Savona e la vedo torcersi le mani mentre pensa alla sua bambina affidata agli zii: “Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo“. Gli operai, i contadini, gli intellettuali, gli studenti. Faccio parlare tutti loro e taccio io, perché le mie parole potrebbero essere d’intralcio, filtrate da una realtà che quella realtà riconosce a fatica.

Mi siedo, chino la testa e ascolto. A volte piango ancora, e lo ammetto a fatica, nonostante quelle lettere le abbia lette e rilette nel corso degli anni. E raccolgo il testimone, che non è solo quello di mantenere vivo il ricordo di quello che fu la Resistenza, e di rinnovarne i valori, ma soprattutto quello di fare una scelta anche a nome di chi allora non la fece e di quelli che ritengono di non scegliere ora “perché sono fatti lontani”, “la guerra è finita da sessantacinque anni”.
È un po’ come riannodare il filo di un discorso iniziato in quei giorni, guardare mio figlio e pensare che tanti alla sua età si trovarono coinvolti in quell’evento straordinario così più grande di loro. Come si resiste a vent’anni a 36 ore ininterrotte di tortura? Come si nasce e si cresce nella repressione, nei diritti civili cancellati, nelle libertà individuali calpestate? E come si può, nonostante tutto, negli ultimi giorni o perfino minuti che rimangono prima di morire, non avere un dubbio, un ripensamento sulla bontà delle decisioni prese?

“Com’era viverla veramente”?

Le risposte le ritrovo ogni volta tra le pagine delle “Lettere”.

Faccio mio quanto mi scrisse un caro amico, proprio per il 25 aprile di due anni fa: “Forse dovremmo cominciare a non dare più per scontato cosa ricorre il 25 aprile. È triste anche solo pensare che non bastino più quelle due parole per indicare qualcosa che a noi sembra così notorio da essere pleonastico aggiungere che si tratta dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo.
Il rischio in caso contrario e che si trasformi in festa di riconciliazione e di ricordo di tutti i morti (anche fascisti), che diventi una sorta di nazional-popolare “volemose bene” e che lo diventi, prima ancora che con legge, nella percezione che ne hanno gli italiani. Se corriamo questo rischio, lo dobbiamo anche ad una certa “sinistra” che, tra scopi personali da perseguire e insipienza politica, sembra non capire che così facendo scava il terreno su cui poggia la nostra Costituzione.
E allora lo prendo come un proposito per il futuro: ricordare – ché i ricordi non sono solo personali, ma collettivi – quegli anni, ricordare quei fatti, ricordare quei morti e quei feriti, proprio ora che per motivi anagrafici i testimoni diretti diventano ogni anno sempre meno numerosi. Grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi non abbiamo bisogno di fucili per resistere alla barbarie; ci bastano le parole e dovremmo sentirci moralmente costretti ad usarle non fosse altro che per rispetto verso coloro che hanno rischiato e pagato prezzi altissimi per darci la possibilità di adoperarle, le parole”.

Caro professore,

la mattina del giorno 11.5.44 il destino ha segnato per me la fine. Io, come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.
Voi che mi conoscete potete ripetere che il mio carattere si spezza e non si piega. Abbiatemi sempre presente in tutti i Vostri lavori e specialmente in tutte le opere che compirete per il bene della Patria così martoriata.

Muoia tutto – Viva la nostra Italia.

Tuo aff. Peppino Testa“.

(Giuseppe Testa, 19 anni. Da “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945″. Einaudi.

Una discussione sul femminismo

In questi giorni sto seguendo con molto interesse il dibattito(*) che si è sviluppato attorno all’articolo di Susanna Tamaro sul femminismo che il Corriere ha pubblicato qualche giorno fa.

Non ho molta simpatia per la Tamaro, nemmeno la amo particolarmente come scrittrice e il suo articolo non ha fatto altro che confermare l’idea che a suo tempo mi ero fatta di lei.
Sulle prime ho pensato che i suoi presupposti fossero semplicemente sbagliati, finendo, come si dice, col guardare il dito anziché la luna.  Mi sono resa conto, invece, della sua malafede di fondo. Con una specie di virtuosismo logico non solo ha inteso screditare il significato del movimento di allora,  ma soprattutto lo ha reso responsabile – e quindi responsabili quelle che del femminismo di allora furono le promotrici – di una certa condizione nella quale verserebbero le giovani donne oggi.

Fortunatamente le sue parole non sono rimaste lettera morta e le risposte sono arrivate. Sarebbe stato un peccato se non avesse suscitato la giusta indignazione di quelle che veramente fecero e agirono nel movimento femminista negli anni ’70.

Foto di hidden side

Io sono nata nel 1967, troppo tardi quindi per vivere gli anni delle grandi battaglie sociali e delle grandi aspettative sul futuro prossimo. Non faccio parte della generazione di chi ha vissuto il femminismo storico, l’attivismo delle manifestazioni, delle riunioni per la consapevolezza di  sé, dell’utero è mio e me lo gestisco io. Non so nulla di come fosse prima se non per sentito dire. Non conosco direttamente l’impegno e le difficoltà delle donne di allora.
Sono una che era adolescente negli anni ’80 e che le conquiste delle donne – divorzio, aborto, considerazione sociale – le ha già trovate belle e pronte, vissute dunque come dato di fatto.  La prima generazione dopo quella di chi aveva combattuto. Da bambine siamo cresciute così, in un clima ancora pervaso dall’eccitazione della conquista. Per noi la strada era già spianata. Non ci era preclusa alcuna possibilità, potevamo scegliere, o almeno così pareva allora.

La Tamaro, che negli anni ’70 era già adulta, invece, non può non ignorare cosa fosse la vita delle donne prima del movimento femminista. In un Paese che aveva visto il diritto di voto esteso alle donne solo una trentina di anni prima, che prevedeva i motivi d’onore per giustificare chi le ammazzava, che le considerava non in grado di decidere per sé per legge, vedi  patria potestà e potestà maritale, non può dire in buona fede che le donne oggi siano meno libere di allora e che il movimento fosse  sbagliato in origine, se non altro perché altrove non lo è stato.

A me pare piuttosto che il discorso cominciato con il  femminismo non solo non si è concluso, ma è rimasto sospeso, in potenza, senza giungere ai risultati che le donne avevano auspicato per se stesse e le loro figlie. Cominciarlo, quel discorso, è stato sacrosanto. Portarlo a termine è affare che riguarderà soprattutto le generazioni future.

Nel frattempo abbiamo peccato di distrazione. Lo hanno fatto le protagoniste di quegli anni  e pure le mie coetanee. Le prime hanno mancato nel fare in modo che il cambiamento fosse culturale, che  investisse tutti i settori della società. Noi abbiamo sbagliato nel pensare che quelle battaglie non ci riguardassero, che fossero ormai superate.
Questi errori li stiamo pagando oggi. Le donne subiscono tutti i giorni il pregiudizio, il sessismo becero di buona parte degli organi di informazione, lo strapotere di una certa morale cattolica che non è mai stato veramente messo in discussione. Le donne rimangono indietro e non perché non siano brave e capaci, è il sistema che le penalizza sul lavoro, nella politica, nella vita di tutti i giorni. Te ne accorgi dai discorsi apparentemente innocenti di certi uomini, dalla violenza in crescita costante, dagli attacchi continui affinché alle donne venga tolto il diritto di decidere del loro corpo, dall’immagine che alcuni, per esempio Susanno Tamaro, vogliono dare delle giovani di oggi.

Ecco quello che mi rattrista di più: il fatto che il femminismo, anche da parte di molte donne, sia stato interiorizzato come un evento negativo, che ha tolto loro qualcosa invece che restituirglielo. Mi è capitato spesso di sentir puntualizzare durante discussioni sull’argomento che “no, io non sono femminista, intendiamoci”, quasi a voler chiedere scusa in anticipo, quasi che a pronunciarla quella parola ci si dovesse vergognare di qualcosa. Come se si sentissero meno donne, nella migliore delle ipotesi; meno “appetibili” nella peggiore.

Non sono molto ottimista su quello che ci aspetta, lo ammetto.

(*) Qui le risposte di Barbara Mapelli, Bia Sarasini, Maria Laura Rodotà, Cristina Comencini, Alessandra Di Pietro e Paola Tavella

Il significato nascosto dei baci

Un inizio difficile per me oggi, ma poi durante il rito mattutino della lettura dei titoli dei quotidiani (online), la mia attenzione è stata catturata dalla foto di un bacio.
Un bel bacio pieno di trasporto, con gli occhi chiusi, dato d’istinto, uno di quelli che non ti importa dove sei, di quanta gente hai intorno perché, semplicemente, tutto il resto non esiste più.
Come dovrebbe sempre essere: viso tra le mani e labbra sulle labbra.

Non so nulla di questa coppia, se non quello che ho trovato scritto nella didascalia all’immagine. Si chiamano Gary Neville e Paul Scholes, sono due giocatori del Manchester United. In realtà non mi interessa indagare oltre.

Foto da Repubblica.it

Mi piace immaginare, dietro a quel bacio, una grande storia d’amore tenuta nascosta e finalmente esplosa come un fuoco d’artificio. Mi piace immaginare di due persone come tante, un momento di pura felicità fermato per sempre.
Non voglio sapere cos’è successo dopo, quando si sono staccati.
Voglio continuare a non saperne nulla. La mia sceneggiatura è perfetta così: un film romantico con un bel lieto fine.

Prima o poi ce lo meritiamo tutti

Qualche parola sul CivisCamp di Faenza

Ieri ho preso parte al CivisCamp che Alessandro “Morloi” Grazioli ha organizzato al Clandestino di Faenza.

Foto di Carlo Reggiani

Mi è piaciuto molto. Presentazioni brevi, nessuna ridondanza, molta sostanza e discussioni partecipate. Bella atmosfera, soprattutto. Grazie al numero non altissimo dei partecipanti e al clima da chiacchierata tra amici, credo sia stato uno dei pochi veri barcamp, ossia un reale scambio di esperienze e idee, non solo tra gli abitué.

Come sempre mi ha fatto molto piacere rivedere alcune persone e conoscerne delle altre. Come già scritto in altre occasioni, il valore aggiunto di questi eventi sta proprio nei rapporti che si creano tra individui, ed è uno dei motivi per i quali mi piacciono.
Il tema del CivisCamp non era tra i più facili da affrontare, bisogna sottolinearlo. Il rapporto tra nuove tecnologie (o nuovi strumenti) e pubblica amministrazione è faccenda particolarmente complessa in quanto sono diverse e molteplici le realtà che formano l’amministrazione della cosa pubblica. Difficile, quindi, affrontare l’argomento, non solo perché viene vissuto con modalità estremamente eterogenee all’interno delle varie aree, ma perché  le esigenze del settore pubblico sono del tutto diverse da ufficio a ufficio.
Nel suo piccolo e senza la  pretesa di dare risposte, il Civiscamp è stato una occasione di confronto. Non sono tra quelli che pensano che la discussione per la discussione sia in fondo inutile.  Non sempre è possibile giungere a delle conclusioni alla fine delle chiacchiere, ma le chiacchiere possono rappresentare comunque un arricchimento.

Un unico piccolo rammarico: che la pubblica amministrazione sia stata il grande convitato di pietra al Clandestino. Pur essendo presenti diversi operatori del settore, infatti, ho sentito la mancanza di quelli che effettivamente hanno potere decisionale negli uffici pubblici in merito alle nuove tecnologie; se non per altro, avrebbero potuto cogliere una buona occasione per raccontare come funzionano i meccanismi operativi al di là degli sportelli, ho il sospetto non sia cosa nota a tutti.
Spero dunque in una prossima edizione, nel frattempo complimenti all’ideatore, allo staff organizzativo e ai relatori.

Aggiungo un pensiero dell’ultimo momento: mi piacerebbe molto se un barcamp di questo genere potesse avvenire in un luogo più aperto al “pubblico casuale”. Non perché mi piacciano gli happening da vetrina, ma perché ancora ricordo con piacere quanto fosse stato stimolante al RomagnaCamp lo scorso settembre, rispondere alle domande di chi per caso si era trovato ad assistere alle presentazioni.

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