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settembre, 2010

Le brutture del politicamente corretto

Se mi dovessero chiedere il significato di “politicamente corretto” risponderei che trattasi del tentativo di non offendere nessun dando a tutti parità di trattamento anche quando, palesemente, bisognerebbe liquidare certe questioni archiviandole direttamente sotto la voce “immondizia”.

Essere politicamente corretti non è sbagliato a priori, non è sbagliato cercare di guardare le cose dalla prospettiva altrui, tutt’altro,  ma è facile che la correttezza si trasformi in miopia: “Non sono razzista, non ho mia votato per (nome a piacere) però gli riconosco una certa coerenza e soprattutto gli riconosco quello che di buono ha ottenuto (treni in orario, ordine, ecc.)”. La correttezza politica lascia fin troppo spazio al benaltrismo, ci sono sempre problemi più grandi per i quali valga veramente la pena indignarsi o pretestare, e al senonaltrismo che ubbidisce alla regola di guardare ciò che accontenta immediatamente la massa – i treni in orario e l’ordine, appunto – senza disturbarsi di considerare il quadro generale.
La correttezza politica fa emergere meriti anche in chi di meriti non ne ha e non ne ha mai avuti; è il fast food dell’impegno, il sonnifero delle coscienze. Si appropria di parole che non dovrebbero appartenere al normale dialogo democratico, ammette aperture quando invece le condanne dovrebbero essere ferme e unanimi.

La correttezza politica ha poco a che vedere con la Giustizia di trattamento e la Libertà di parola, ha molto a che vedere con la politica, appunto, e con l’ipocrisia strisciante. Mi fa pensare a compromessi più o meno leciti, alla brutta abitudine di fare le banderuole che girano secondo il vento del momento, di essere in un modo e apparire in un altro.

Di essere politicamente corretta non mi interessa, mi interessa essere corretta e basta. Il dialogo a tutti i costi non è sempre auspicabile, mi auguro invece di avere la forza necessaria per seguire le mie idee, di lasciare al prossimo lo spazio per poter esprimere le sue ma, soprattutto, la coerenza di chiudere le porte quando queste devono essere chiuse. A doppia mandata, se necessario.

Parole insopportabili

Mi sono resa conto di come sempre più parole mi gettano in uno stato di profonda irritazione e avversione per chi le usa a vanvera o a sproposito, a seconda dei casi. Alcune mi sono diventate talmente antipatiche che istintivamente tendo a ritirarmi dalle discussioni con chi ne fa uso, preferendo lasciar perdere anziché raccogliere sfide dialettiche inutili. Quando invece certe parole mi capita di leggerle (o più raramente di sentirle) su testate giornalistiche accreditate, ringrazio mentalmente, e per l’ennesima volta, internet che mi dà la possibilità di trovare fonti alternative d’informazione, soprattutto non in italiano.

La prima, che trovo particolarmente indigesta è moralismo. Viene usata di solito da quelli che cercano di convincerti che chi agisce secondo suoi principi, del tutto personali e insindacabili, siano in qualche modo sbagliati, antichi, moralisti per l’appunto. La cosa buffa è che spesso e volentieri sono proprio i primi a salire sullo scranno per lezioni di morale  - la loro – non richieste e sempre fuori luogo.
A ben guardare, anche morale è una parola che mi garba poco.  Non mi piace perché ha a che fare con la parte più intima di ogni individuo e pertanto, proprio per questo motivo, assume significati diversi per ciascuno di noi. Si piega a molteplici interpretazioni, la morale, tutti noi obbediamo a una nostra personale forma di moralità.
Soprattutto, è una parola pericolosa: sono sempre troppi quelli pronti a impugnarla come un’arma o a volere imporre la propria a tutti i costi, anche a quello della libertà altrui. Sarà per questo che da sempre preferisco la parola etica, ma chissà perché questa è quasi del tutto fuori moda.

Polemica è di per sé una parola abbastanza innocua, peccato vederla usare sempre più di frequente come sinonimo di “discussione”. O meglio, la sento pronunciata e la vedo scritta da chi non ha alcuna intenzione di discutere, di confrontarsi o semplicemente di prendere in esame le idee di chi la pensa in modo diverso. Così questa parola, spesso accompagnata dall’aggettivo “sterile”, si è trasformata in un’accusa a priori e in mala fede, un modo per mettere le mani avanti ed evitare un confronto aperto e alla pari (che si perderebbe, probabilmente).

Invidia è il motore che ultimamente fa girare il mondo. Nel senso che tantissimi sono convinti sia la ragione delle azioni degli altri, come se la maggior parte degli esseri umani, di sesso femminile soprattutto, trascorresse il suo tempo a provare invidia per il prossimo. Chi solleva critiche, costruttive o meno non ha importanza, lo fa per invidia; se si esprime una opinione non gradita, è l’invidia che parla, quasi che tutti anelassero ad essere, fare, sembrare quello che non sono. Per fortuna le cose sono, per lo più, più complesse di così e basterebbe solo raggiungere livelli standard d’intelligenza per rendersene conto.

Branco è una parola che designa qualcosa di molto specifico se riferita agli esseri umani e che, sfortunatamente, vedo sempre più usare in modo sbagliato e offensivo. Non faccio parte di un branco se la mia opinione coincide con quella di altri e insieme la manifestiamo a voce alta; non ho atteggiamenti violenti verso chi la pensa diversamente da me. Non mi piace quando mi si dice, anche velatamente, che faccio parte di un branco.

Squadrismo è una parola insopportabile dell’ultima ora. Non sopporto che il significato originale sia stato traslato e manipolato al punto da indicare “dissenso e protesta” durante eventi pubblici. Voglio ricordare qui che il dissenso politico deve anche far rumore e creare caos, che non si può pretendere la correttezza politica quando altrettanta correttezza non viene nemmeno usata nelle parole, che sono, e rimangono, cariche di significati, anche pesanti, e, a quanto pare, dimenticati. Meglio, per qualcuno, sperare  e auspicarsi una platea del tutto silenziosa e inquadrata.

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