- 25 ottobre 2010
- Cose personali, Esperienze, Le mie riflessioni, Me stessa, Ricordi
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Proprio oggi, due anni fa, scrivevo sull’altro mio blog:
Il 25 ottobre di diciotto anni fa sono diventata mamma.
Di quel giorno ricordo tutto perfettamente: era giovedì, c’era la nebbia e faceva caldo, proprio come quest’anno. Ricordo le persone, e tutto l’affetto che mi hanno dato in quei momenti difficili e importanti per me.
Ricordo gli occhi del mio bimbo appena nato, come ci siamo guardati e immediatamente piaciuti, creando un legame indissolubile e perfetto.
Mi piace ricordare Paolo, un amico che proprio a quest’ora venne a trovarmi in ospedale e che disse, appena mi vide, due parole per le quali gli sarò grata per sempre: sei bellissima. Non era vero, naturalmente. Ero solo una ragazzina di ventitré anni arruffata ed esausta, con un neonato di sei ore tra le braccia, ma fu come se mi avesse fatto il regalo più bello del mondo.
Oggi mio figlio ha diciotto anni, è un uomo e io non potrei essere più orgogliosa di lui, della strada percorsa fin qua e di come siamo cresciuti insieme. Tanti auguri tesoro.
Oggi, dopo due anni, voglio segnare un’altra data importante nella via di mio figlio, quella dei vent’anni.
Mi fa effetto questo numero, molto più del raggiungimento della maggiore età, che pure è stato un traguardo. Un traguardo ideale, certo, e sicuramente dal punto di vista burocratico, ma di fatto non è che le cose siano cambiate di molto tra i 17 e i 18 anni.
I suoi vent’anni mi emozionano, invece, non solo perché ancora una volta ritorno con la memoria al giorno della sua nascita e me lo rivedo guardarmi ad occhi spalancati accoccolato sulla mia pancia, ma perché ho qui di fronte a me uno splendido giovane uomo che, proprio oggi, con questo numero, entra a far parte di una generazione diversa. È la generazione delle fondamenta, dei progetti e delle strategie. E dei sogni da realizzare, dell’impegno che occorrerà per cercare di farli avverare.
Dicevo, in quel post per i suoi diciotto anni, che non avrei potuto essere più orgogliosa di lui. Mi sbagliavo: oggi lo sono cento volte di più, per come è diventato. Maturo, ma altrettanto appassionato e generoso. Un ottimo musicista, un uomo che sa ascoltare, che assorbe i colpi, li elabora e li rispedisce indietro. Un cittadino del mondo, indipendente e desideroso di scoprire cosa c’è oltre. Un amico per tanti.
E ancora, più di tutto il resto, una persona col sorriso negli occhi e nel cuore.
Grazie per tutto quello che mi hai insegnato negli ultimi vent’anni, tesoro. Ancora una volta tanti auguri.
E una donna che reggeva un bimbo al seno disse, Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli
come voi siete.
Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli,
viventi frecce,
sono scoccati innanzi.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante, così ama l’arco che saldo rimane.
(da: “Il Profeta” di Khalil Gibran, 1923)










