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ottobre, 2010

Chi tiene il conto delle vittime degli incidenti sul lavoro?

“Siamo qui riuniti, per ricordare un fatto che ha turbato, 7 anni fa, la coscienza pubblica del nostro Paese ed è entrato profondamente nella memoria dei lavoratori, degli operai. Un fatto che purtroppo si ripete, in modi diversi, in luoghi diversi, su donne e su uomini diversi, ma che si ripete ogni ora, ogni giorno. La tragedia della Mecnavi ebbe una sua caratteristica particolare, poiché apparve come chiara denuncia del fatto che non si fossero adottate in quel caso le misure necessarie, le misure umane possibili, per evitare la sciagura che vide lavoratori inesperti, non preparati, non avvertiti dei rischi che potevano correre, impiegati in un’attività così pericolosa. Tutto ciò è avvenuto e avviene in situazioni di crescente crisi sotto il profilo economico, situazioni nelle quali si tende a risparmiare, laddove quel risparmio non suscita facilmente reazioni. Un lavoratore meno difeso di fronte ai rischi del lavoro, spesso, troppo spesso, tace. Un lavoratore al quale viene tagliato il salario, protesta. Nel primo caso rischia la vita, nel secondo un certo peggioramento delle sue condizioni di esistenza”.

Luciano Lama, 1994

Il brano che ho riportato qui sopra è l’incipit del discorso che l’allora Senatore Luciano Lama tenne nel corso della seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Ravenna il 12 marzo del 1994, settimo anniversario della tragedia Mecnavi.

Immagine di biondine.it

Quella della Mecnavi è una vicenda che rimane indissolubilmente legata alla storia della mia città e di tante famiglie, tra le quali la mia.
È un piccolo ricordo personale per la 60ma Giornata Nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro che si celebra oggi, 10 ottobre.
Non ci sono solo i morti da dover contare ma, per fortuna e purtroppo, anche un esercito di feriti, mutilati e invalidi.
Non so quanti siano stati negli ultimi ventitré anni, non conosco nemmeno i numeri dall’inizio di quest’anno. So che sono tanti, so che non fanno più notizia perché gli esseri umani hanno una grandissima capacità di adattamento alle tragedie: se te le pongono sotto gli occhi ogni giorno poi non le vedi più, ti ci abitui e cominci a considerarle un male necessario o, più prosaicamente, un prezzo da pagare per poter lavorare. Ci si sveglia dal torpore solo quando le vittime sono tante e tutte insieme, Mecnavi, ThyssenKrupp, ma allo stillicidio quotidiano nessuno fa più caso e gli articoli a proposito si riducono a trafiletti. Le hanno chiamate “morti bianche”, che è modo di vedere la cosa, ma che non rende giustizia alle vittime, perché il bianco è un non colore, non viene definito e quindi non definisce, soprattutto i colpevoli.

Di recente è stato sottolineato che “la sicurezza sul lavoro è un lusso”, non credo di poter essere smentita se dico che è un lusso che in Italia ci concediamo poco e male, visto il primato europeo per il numero di vittime o, più che altro, un altro segno della schizofrenia di questo Paese.

Pesi e misure

Considero Facebook la cartina al tornasole di quanto succede nella testa di molti italiani.
Non è tanto per le pagine e i gruppi che vengono aperti tutti i giorni sugli argomenti più disparati, ma per ciò che molti scrivono sulle loro bacheche in occasione di particolari fatti di cronaca nera e non.

Non posso fare a meno di notare come molti di quelli che tanto si battono per la Vita, che per loro ha valore assoluto e indiscutibile, siano i primi a parlare di “rogo”, di “di corde” e altre facezie del genere. Poco importa se ci tengono a sottolineare “solo per certi crimini, però”. Quelli che si definiscono cristiani, cattolici, timorati del loro dio, che vanno a messa tutte le settimane, che sono contro la procreazione assistita – scelta che nessuno vuole imporre loro -, che sono contro il diritto di ognuno di scegliere come morire – altra scelta che nessuno vuole imporre loro -, si rivelino poi persecutori di un’idea di giustizia sommaria che dovrebbe essere lontana anni luce dalla religione che professano. E lo scrivono su Facebook, non so dire se in un gesto liberatorio o per puro amore di condivisione, esprimendo concetti che mi preoccuperebbero non poco se scoprissi il mio vicino di casa fare parte di certe compagnie.

Foto di Snapies ~ busy bee!

Mi chiedo se si rendano conto, o se in qualche modo si sentano giustificati dal loro personale senso di giustizia. Pesi e misure differenti, infatti, cosicché la morte giusta è solo quella inflitta per vendetta, non quella desiderata e liberamente scelta dai malati terminali, con buona pace del libero arbitrio e della dignità che ad ogni essere umano dovrebbe essere concesso di avere; e la vita da difendere è solo quella di un ammasso di cellule non più grande di una capocchia di spillo, secondo loro. E il senso di umana pietas? La misericordia? L’amore per il prossimo?

Quello che mi sconvolge di più, però, sono le foto dei loro profili. Ti immagineresti gente dai lineamenti tirati, occhi iniettati di sangue, smorfie di rabbia e invece vedi sorridenti signore di mezza età dalla piega perfetta, trentenni soddisfatti ai compleanni dei figli, teenagers simpatici in jeans a vita bassa e scarpe da tennis. Il volto brutto della normalità, insomma.

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