- 30 novembre 2010
- Cose personali, Esperienze, Le mie riflessioni, Social Networking
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Di come la parola “invidia” faccia parte del mio personale dizionario di parole insopportabili ho già scritto su questo blog.
Più che altro mi sorprendo sempre di come persone che si ritengono d’intelligenza superiore alla media possano poi ricondurre ogni critica verso di loro all’invidia altrui. Perché cadono di continuo in questa trappola? Ma davvero pensano che chi parla contro di loro sia invidioso e non mosso magari da altro?
Me lo chiedo perché gli invidiosi, quelli veri, raramente parlano e dicono a voce alta, ma si limitano ad agire in modo sotterraneo e molto poco plateale. Mi meraviglio anche di come persone che fondano molta della loro vita, pure professionale, sul fatto di apparire sicure di se stesse poi mandino il messaggio diametralmente opposto quando tirano fuori dal loro cappello l’invidia del prossimo nei loro confronti. Alla fine è proprio così: leggo “tutta invidia” e traduco automaticamente “bambina/o insicura/o e superficiale che stringe i pugnetti e batte i piedini per terra”.
Oppure, come dice il mio amico Hardcore Judas: non è invidia, è rottura di cazzo. Fatevene una ragione.
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Quest’ultimo fine settimana è stato per molti versi illuminante. Ho capito che la solidarietà sociale, una certa visione di ciò che è giusto e di ciò che non lo è, è anche qualcosa che respiri insieme all’aria del posto in cui nasci e cresci. Te le spalmano sul pane assieme alla Nutella quando sei bambino, le apprendi giocando sugli scivoli e le altalene, ti vengono trasmessi dalle strade, dalla scuola, dalle piccole esperienze di vita quotidiana, giorno dopo giorno.
Dico spesso che sono stata fortunata a nascere dove sono nata. Ho frequentato una scuola, quella vecchia, elementare, che è stata una palestra di condivisione e di contatto con bambini che, nei primissimi anni ’70, provenivano da ogni parte d’Italia. In classe si parlava tutti assieme e con accenti tutti diversi, nord e sud, est e ovest, isole comprese.
Posso dire di aver imparato proprio allora una certa visione del mondo: gli altri, quelli che vengono da fuori non sono i nemici, non tolgono nulla, non il posto di lavoro, non i diritti. Che ha molto più senso lavorare insieme che divisi, che il razzismo, di qualsiasi genere, soprattutto quello “illuminato” ma ugualmente sotterraneo e strisciante, rappresenta più che altro uno spreco di energie e di occasioni, non uno strumento di difesa.
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E poi ci sono le persone che vorrebbero farsi i fatti altrui, quelle che soffrono di ficcanasismo cronico e incurabile, che non riescono nemmeno a farlo con un minimo di onestà intellettuale ed eleganza.
Non sono una maniaca della privacy, non ho veramente nulla da nascondere, anzi, penso malissimo di chi è ossessionato dalla riservatezza e impaurito dai pettegolezzi e dalle malelingue. So per esperienza che a chi preme nascondere le cose è perché ha effettivamente cose da nascondere. Non ho problemi, quindi, a parlare della mia vita privata, entro certi limiti. Quando ho sentito il bisogno di farlo in pubblico e per iscritto su internet, ho aggiunto una password di protezione al post in questione; parlo di cose molto personali con qualcuno, non affiggo i manifesti sulla pubblica piazza di Facebook, ma continuo ad essere pubblicamente limpida circa i miei pensieri e sentimenti.
Così mi arrabbio quando ci sono persone che non conosco e non frequento che non solo si sentono autorizzate ad indagare sui fatti miei in modo subdolo e piuttosto ridicolo ma, non ancora contente, si sentono anche in dovere di appiccicare etichette non richieste e del tutto fuori luogo alla mia vita.
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Chi si appresta a combattere certe battaglie, anche di principio, deve avere come punto fondamentale quello della chiarezza e della trasparenza. Altrimenti si rischia di trasformare tutto in una soap opera ridicola sullo stile di “armiamoci e partite”. A proposito dei diritti dei lavoratori: ero a Roma il 27, la manifestazione della CGIL era intitolata “Il Futuro è dei giovani e del lavoro. Diritti e più democrazia”. Non ho visto nessuno dei sostenitori delle proteste “dal-basso-dell’internet”, solo la mia amica Giuliana, che per l’ennesima volta non sono riuscita a incontrare.
L’idealismo è un altro di quei principi nutritivi che mi sono stati trasmessi assieme al pane e Nutella di cui dicevo sopra. Sabato mattina, appena scesa dal bus con le mie bandiere, una signora, aprendo il portone di casa, mi ha chiesto per cosa andavo a manifestare. “Per il diritto al lavoro, allo studio e alla legalità”, ho risposto io. Mi ha fissato per un paio di secondi e poi mi ha detto che tanto non cambia niente.
Io non so se cambierà qualcosa, ma intanto non voglio andare a dormire ogni sera con la sensazione di non aver fatto nulla del tutto. Dico a mio figlio di andarsene dall’Italia, io resto, non accetto e protesto.
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“Ridondanza” è una parola che non mi è particolarmente antipatica per come suona. È una parola che disegna esattamente quello che da qualche tempo sopporto sempre meno: la sovrabbondanza di chiacchiere inutili, di starnazzamenti senza grande significato, di una stanchezza, da parte mia, di immergermi nei piagnistei, nella ricerca esasperata di attenzioni, di pacche sulle spalle compiacenti, di vacuità. Mi manca la leggerezza del cazzeggio disinteressato e sorridente, non sono fatta per i palcoscenici e le associazioni di groupie entusiaste e rumorose che, insieme all’invidia del mondo, sono sempre pronte a nascondersi dietro il feticcio dell’autoironia.
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Ieri sera è morto Mario Monicelli, probabilmente molti questa dipartita se l’aspettavano da un momento all’altro.
La sensazione che ho è quella di un altro pezzetto di cultura che se ne va. È stato un uomo che ha avuto la fortuna di dare molto, di vivere a lungo e di scegliere il come e il quando. Il mio pensiero va a chi non riesce a farlo con altrettante libertà e dignità, in questo Paese.
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Vasco Rossi diceva, in un suo brano molto anni ’80, che le canzoni sono come i fiori. Parafrasandolo a mio comodo, dico che certi miei post sono come la peggior gramigna: spuntano al di fuori di ogni programmazione, infestano i miei pensieri e resistono a tutto, anche al mio tentativo di non vederli pubblicati. Praticamente si pubblicano da soli.











