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gennaio, 2011

Una provinciale a Roma

Ora che ho preso a visitare Roma spesso e molto volentieri, più che mai ho di questa città una visione caleidoscopica che per forza di cose va a sovrapporsi all’immagine che avevo fino a qualche mese fa: girando il tubo i frammenti si spostano, generando disegni diversi di volta in volta.

Capisco molto meglio, per dirne una, il rapporto di amore/odio che lega molti abitanti di Roma alla loro città e io stessa, pur continuando a credere che questa sia una di quelle poche città che possiedono un’anima, sono maggiormente disposta a concedere che di quest’anima facciano anche parte zone d’ombra. Che poi queste spesso si identificano con quello che di Roma – e dei romani – non riesco a comprendere del tutto.
Ho ancora, com’è ovvio, gli occhi e l’atteggiamento tipici della provinciale di fronte alla grande città, guardo tutto con stupore, traggo conclusioni che non sempre mi piacciono, che a volte mi fanno sorridere molto e altre volte molto meno, ma che comunque non riescono ad intaccare il senso di meraviglia che provo ogni volta.
Di certo vedo in maniera più chiara perché artisti e scrittori nel corso dei secoli abbiano potuto esprimere così tanto, nel bene e nel male, nella magia e nel veleno, tanto per citare un bel libretto di Valerio Magrelli, su questa città. Da parte mia, però, sono meno categorica, un po’ perché sono sempre disposta a concedere a Roma un’ennesima occasione di redenzione, un po’ perché, tutto sommato, per quanto mi riguarda i suoi lati positivi superano di buona misura quelli negativi. Proprio perché provinciale, posso godere in piena libertà di quei piaceri che la città e i suoi abitanti riescono ancora a regalare.

Di sicuro a Roma mi sento sempre molto zen, in modo particolare nei confronti del traffico, che in genere mal sopporto nella piccola città in cui vivo. Non che si possono fare paragoni tra i disagi che il traffico comporta a Ravenna e quelli a Roma, se non altro perché qui non sono costretta a guidare, né sono assoggettata agli orari di una normale vita lavorativa. Mi posso dunque concedere una calma quasi ascetica a qualunque coda, deviazione obbligata, perdita di tempo per spostamenti dai vari punti A in città ai relativi punti B, senza mancare di chiedermi, ad ogni modo, come reagirei a dover affrontare i tempi morti ogni giorno e come possano, i romani, non cedere all’isteria collettiva quando devono cercare un parcheggio in centro e zone limitrofe.
O forse sì, isterici lo diventano: riprova ne sono gli esempi di parcheggio estremo e creativo che si possono ammirare in ogni angolo di strada.

Sempre da provinciale, mi diverto a osservare e registrare questo mondo che mi sfila davanti. Roma è un pianeta a  sé, così come succede con New York è a parte e si nutre delle sue stesse peculiarità.
Per esempio, è l’unico posto al mondo dove la quasi totalità delle commesse di grandi magazzini, supermercati e centri commerciali, oltre ad avere quell’aria di perenne incazzatura, ha le unghie rifatte con campionari di nail art di mirabolante fantasia. Io, che sono abituata all’aria pacioccona e materna delle commesse Coop (non so se le scelgano così di proposito, ma non credo), non esattamente ventenni né con pettinature tutte uguali ispirate alle troniste defilippiane, confesso che mi sento sempre confusa di fronte alla ruvidezza di certi modi, tanto da chiedermi se io stessa, per prima, debba rivedere il mio modo di comunicare con loro.

Tornando a parlare di spostamenti in città, solo a Roma ho la costante preoccupazione di venire investita nell’attraversare strade e vicoli. Non è una vera paura, ma un vago timore di venire stesa da quelle auto o da quegli scooter che si materializzano dal nulla all’ultimo secondo, proprio dove non te li aspetteresti mai. Debitamente istruita a suo tempo, sono il prodotto di diverse scuole di pensiero sull’argomento. Il fatto è che non so mai quale metodo seguire, quello del “buttati ma non li sfidare con lo sguardo mentre attraversi” o quell’altro del “vai tranquilla perché si fermano se passi con fare deciso sulle strisce“. Ciò che mi impensierisce di più, comunque, è attraversare a un incrocio dopo aver notato che spesso ai semafori succede che pedoni e auto abbiano contemporaneamente il verde di via libera.

Sotto certi punti di vista, nonostante tutto, Roma è anche la capitale di un certo provincialismo anni ’50 che evidentemente ancora resiste, ma che emerge solo in alcune occasioni e solo se ci si fa caso. Te ne accorgi, per esempio, negli orari di chiusura di certi esercizi pubblici. Te ne accorgi soprattutto la domenica sera, quando trovare un ristorante aperto per cena diventa impresa epica.
Ora, è vero che proprio in questa giornata la città si svuoti di molti dei suoi abitanti, ma è anche vero che Roma è popolata anche di chi la vive occasionalmente, visitatori, viaggiatori e turisti che di fatto appartengono alla città e questa a loro. Sono quelli che la domenica restano e che sbattono tristemente la faccia contro le saracinesche abbassate.

Eppure, a dispetto dell’irritazione per la caccia al tesoro domenicale, le acrobazie nel traffico, la scontrosità delle commesse dei centri commerciali, le sue mille contraddizioni e tutto quanto non capisco, Roma ha il potere di rendermi felice perché mi accoglie ogni volta. C’è sempre un angolo da scoprire e di cui prendermi cura, storie e personaggi da affidare al mio personale Pantheon, pregiudizi da sfidare e nuovi giudizi da costruire. E un passato vivo, non morto e macerato (non per niente si dice “eterna”), al quale devo prendere continuamente le misure; il suo provincialismo che si scontra con il mio, la vita delle piccole cose, i fasti della Grande Storia e il fascino di quella minima e segreta, stratificate nei secoli che, alla fine di tutto, è quanto amo di più di questa città.

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