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marzo, 2011

Caro Friendfeed, volevo dirti…

 

Caro Friendfeed,

 

per celebrare il nostro terzo anniversario –  un traguardo importante per ogni convivenza che si rispetti, specialmente per i tempi della rete – ho sentito il bisogno di scriverti una lettera. Lo trovi strano? Non lo è così tanto, se ci pensi. In fondo, lettere ne ho sempre scritte, perché non a te dunque?

Prima di ogni altra cosa, e ci tengo moltissimo a questo: vorrei esprimerti tutta la mia più profonda gratitudine. Grazie a te ho conosciuto e incontrato persone belle e amici importanti, mi sono innamorata di un uomo con il quale sto progettando una prossima convivenza e, non per ultimo, ho avuto occasione, ogni singolo giorno per tre anni, di imparare qualcosa di nuovo, di confrontarmi, di venire a contatto con persone di idee, esperienze, sentimenti diversi dai miei.
In poche parole, con te ho trovato un mezzo formidabile di conoscenza e condivisione.
Ti ricordi com’eri allora, tre anni fa?
Chi ti ha incontrato da poco stenterebbe a riconoscerti: non c’erano i like, non c’erano commenti, nessuna discussione, solo utenti – pochi – che aggregavano i loro feed in un flusso che comprendeva Twitter e qualche suo clone, i post sui blog e pochissimo altro, tramite un’interfaccia che chiamare basic sarrebbe stato il minimo. Poi ci hai dato la possibilità di scrivere direttamente i nostri pensieri, di importare quello di cui volevamo discutere, o solo sottoporre all’attenzione dei nostri subscribers, aggiungere file e foto ed è stato bellissimo. Thread interessanti, meme simpatici e coinvolgenti (sono sicura che non hai scordato quello del  cin-cin 2.0 o quello per il Towel Day), il Giocone di Adamo, i tanti incontri “di persona”.
In un certo senso eravamo tutti uguali: si discuteva, ci si incazzava anche, i flame partivano ogni tre per due, ma eravamo, almeno la maggior parte di noi era, in buona fede. Cazzeggiavamo anche molto, ovviamente, perché non è che fossimo sempre lì a discutere dei massimi sistemi, ma pure il cazzeggio aveva un certo suo senso e una sua specifica leggerezza che lo rendevano interessante.

Quand’è che le cose hanno cominciato a cambiare tra noi?
Quando, nonostante il mio attaccamento, ho cominciato a non sentirmi più emotivamente coinvolta da te? E soprattutto, perché è accaduto?
Credo sia successo poco meno di un anno fa. Un giorno mi sono svegliata e mi sono accorta che interagire tra noi era diventato all’improvviso una fatica enorme. Non ti bastava più che fossimo com’eravamo sempre stati, ma dovevamo per forza dimostraci i più simpatici, acuti, arguti, piagnoni, fotogenici, provocatori per poter riscuotere sempre più like, sempre più commenti. E per me che non sono mai stata particolarmente simpatica, acuta, arguta, piagnona, fotogenica o provocatrice (e nemmeno gattamorta, aggiungo) quello che fino a poco tempo prima era stato un piacere,  si è trasformato ad un tratto in un’inutile gara di popolarità, con tanto di ansia da prestazione. Da parte mia, certo, ma anche di tanti altri che vedevo dispiacersi quando nessuno notava i loro post o quando nessuno li commentava.
Per fortuna, ho sempre avuto bene in mente il gioco dei ruoli tra noi due, così ho sempre accettato come regola di questo gioco il fatto che fosse statisticamente impossibile piacere o essere simpatica a tutti o che a qualcuno potesse non piacere quello che scrivevo o che lo potesse trovare noioso o risibile. Non è anche questo il bello dell’internet, in fondo?

Devo darti atto, però, caro Friendfeed, che la mia disaffezione non è dipesa da te in quanto piattaforma, anche se, a suo tempo, la storia del passaggio a Facebook destabilizzò parecchi animi. Hai avuto il (de)merito di diventare popolare e una massa di nuovi utenti si è aggiunta a chi c’era già.
E io una parola su questi utenti novelli vorrei dirtela perché è anche a causa loro se hai smesso di essere quello che eri stato fino a un certo punto: divertente. Persone che ti consideravano un mezzo dove “per lo più si cazzeggia” che contributo potevano portare? E quelle che cercavano il flame a tutti i costi per poi denunciare i conseguenti linciaggi e le “logiche da branco” (ma per favore)? Le altre alla ricerca costante di un pubblico coglionamente plaudente? E quelle che si gettavano nella mischia senza considerare dinamiche di discussione radicate e preesistenti al loro arrivo e che erano tue proprie, caro Friendfeed?
Le cose sono precipitate rapidamente: all’improvviso mi sono ritrovata senza più nulla da comunicare, proprio io, che avevo passato gli ultimi quindici anni a interagire online, anche se su media diversi. Ho smesso di postare mie foto perché non volevo dessero adito a fraintendimenti strani, vista l’aria che tirava. Dei fatti miei non ne parlavo già, se non in maniera generica, poi ho desistito del tutto: a chi potevano veramente interessare?

Le mie opinioni da utente normale, non marchettara, senza alcuna predisposizione per presenzialismo o promozione personale, le mie esperienze e contaminazioni in rete lunghe più un decennio, la mia insistenza a portare avanti un certo discorso di coerenza di pensiero potevano contare più delle fotine osé, della mancanza di leggerezza, ironia e buona fede?
Risultato: non solo non avevo più nulla da aggiungere ma trovavo del tutto inutile anche solo provare a darmi la pena di condividere il contenuto altrui che trovavo degno di nota.
È vero, probabilmente sono cambiata anch’io nel corso del tempo, non dico di no. Fortunatamente si cresce, si migliora o si peggiora, a seconda dei casi. Io, nello specifico, mi sono resa conto di un certo abbassamento  nella mia personalissima soglia di pazienza. Sono peggiorata, dunque; ho cominciato a trovare irritanti fenomeni che prima non avrei detto fastidiosi: le claque, tanto per fare un esempio; il poveraccismo di certi post, la provocazione ottusa di certi altri.
E i piagnistei, le paolecaruso, le monique e i relativi terremoti, i concorsi a premi con quelli bravi di qua e i figli di un dio minore di là, gli sfigati e le reginette della festa, quelli che pensano di aver capito tutto e invece no, le groupie e gli sbavanti ad oltranza, chi vorrebbe e non può, quelli con le doppie e triple vite, quelli che non hanno mai superato i quindici anni di età, con la testa.
Così è successo che dal non bloccare alcun utente perché “non si sa mai cosa può portare anche chi non mi piace e non seguo” (ti ricordi? Ne avevo fatto una specie di filosofia, insieme a quella cosa della serendipità come tuo punto di forza), sia passata negli ultimi dodici mesi  a una decina e più di blocchi, senza considerare gli spammer conclamati.
Ci sarebbero state ragioni a sufficienza per lasciarti definitivamente, tanti lo hanno fatto per molto meno. lo sai. E d’altro canto non puoi non aver notato come tanti altri si siano man mano ritirati dalle conversazioni e siano divenuti meno attivi, quasi circospetti.

Nonostante tutto questo, però, non riesco ad andarmene. Un po’ per una questione di correttezza: non sarebbe giusto nei confronti di chi negli ultimi tre anni ha commentato i miei thread e nei confronti di quelli ai quali ho lasciato commenti nei loro; un po’ per quella mia cosa di continuare a credere in te in quanto mezzo eccezionale di condivisione. Vero, l’80% di quello che vedo è fuffa o del tutto trascurabile, ma rimane pur sempre quel 20% che mi fa resistere. Resistere, sì, ma in silenzio, anche se continuo a leggere articoli, post, interventi da occhio silenzioso, un po’ in disparte e al di fuori da ogni desiderio di polemica. Proprio io, che ho sempre trovato polemizzare piuttosto divertente.

Chiamala saggezza, se vuoi. O stanchezza. Per il momento è così (un momento lungo un anno, già). Chissà, potrei anche cambiare domani e ritornare ad essere quella che ero quando ci siamo conosciuti. Per ora questo ti dovevo: uno sfogo e una spiegazione.
Buon anniversario, con immutato affetto.

Centocinquanta e non sentirli

 

Immagine da internet
 

Ieri stavo pensando che se non avessi abbastanza motivi per festeggiare l’Unità d’Italia, basterebbe quello che se non ci fosse stata, ora mi ritroverei nella provincia più settentrionale dello Stato Pontificio, con tanto di un papa re a capo di una vera teocrazia e con l’obbligo di mostrare il passaporto all’attraversamento della frontiera per Venezia o Firenze o Milano. O, verso sud, per passare nel Regno delle Due Sicilie. Non credo la situazione mi sarebbe piaciuta, conoscendomi.

Continuando col gioco delle sliding doors storiche, probabilmente se pure le cose fossero andate differentemente, ci ritroveremmo ugualmente con una nazione unita, magari con confini diversi, ma pur sempre un unico Stato o una confederazione di Stati, perché checché ne dicano quelli che schifano le celebrazioni per l’Unità, le radici di noi italiani del nord, del centro, del sud e delle isole, sono molto più simili di quanto a noi piace pensare. Un prova? Vedete voi all’estero se gli altri riescono a capire da dove provengono gli italiani che visitano i loro paesi. Non se lo chiedono neppure, il problema non se lo pongono perché siamo e saremo sempre “italiani”, nel bene e nel male. E con buona pace dei leghisti.

In effetti, siamo uno strano popolo. Italiani tutti, ma non compiuti. Come diceva quello? “Fatta l’Italia…”. Fare l’Italia è stata una passeggiata, tutto sommato, fare gli italiani si sta dimostrando da ben centocinquant’anni compito arduo e impervio: per ogni passo fatto in avanti, se ne fanno almeno tre all’indietro.
Forse ha ragione mio figlio, che a vent’anni sostiene che questa unità sia solo formale e molto virtuale, che mai gli italiani sono stati divisi come lo sono in questo momento storico. A leggere quello che succede e si dice in giro, mi tocca dargli ragione. Viviamo questa dualità costante: per chi ci guarda da fuori siamo tutti italiani dall’indubbia identità; tra di noi, che ci guardiamo in faccia ogni giorno, non potremmo essere più diversi. Una diversità effettiva, non solo formale.

Eppure i nostri momenti di unione li abbiamo avuti: il sogno del Risorgimento, che è stato un sogno enorme e di grandissimo coraggio per l’epoca, l’orgoglio di essere nazione, il sacrificio di chi in quel sogno ha creduto. Certo, magari avremmo meritato dei regnanti meno gretti e più illuminati, ma tant’è. E poi la Resistenza, che è stato un secondo risorgimento, in un certo qual modo. Per fortuna o purtroppo metà Italia ne è stata esclusa e ho il sospetto che questo abbia pesato, dopo, anche in termini di diversità e differenze.
Alla fine, però, mi piace tutta questa varietà sotto lo stesso tetto, sono orgogliosa di quello che è stato, di fare parte di una certa storia, di essere portatrice degli stessi geni che hanno creato e dato vita al più grande patrimonio artistico al mondo, ed è anche questo il motivo per il quale domani festeggeròi 150 anni dell’Unità d’Italia.

Il mio problema è un altro. Mi chiedo: sono orgogliosa in questo momento, mentre sto scrivendo? Risposta: no. O meglio, non sono orgogliosa di quello che siamo diventati negli ultimi anni, del senso di decadimento, di inadeguatezza, di sfacelo, di stupidità politica che avverto ogni volta che mi fermo a guardare il mio Paese. Non sono nemmeno orgogliosa di considerare, un giorno si e uno no, di andarmene da qui. Eppure resisto con i (piccoli) mezzi che ho a disposizione: partecipando alla difesa della Costituzione, celebrando domani 17 marzo, col tricolore alla finestra e le coccardine sul mio avatar nei vari social network, scrivendo questo post. Piccole cose, ma che dimostrano subito e al di fuori di ogni incertezza da che parte sto.

Viaggi e prove del nove

Foto di liquene 

Archiviata la trasferta copenaghese, Alessandro e io abbiamo trascorso parte della mattinata domenicale a parlare del prossimo piccolo viaggio che faremo. Data ancora da destinarsi, ma varie mete papabili già in lista, bisogna solo decidere quale affrontare per prima. Abbiamo preso in considerazione città in Europa facilmente raggiungibili e particolarmente adatte a dei fine settimana lunghi: avuto conferma che possiamo viaggiare insieme con parecchia soddisfazione reciproca, ci siamo scatenati, se non altro col pensiero.
Il prossimo viaggio sarà una specie di ratifica a quella che ho sempre chiamato “la prova del nove di Copenhagen”.
In effetti, non c’è nulla che metta alla prova una nuova coppia – o un gruppo di amici –  come un viaggio insieme: le dinamiche quotidiane vengono del tutto ribaltate ed è letteralmente un disastro se non si hanno lo stesso concetto e la stessa filosofia del viaggiare.  Ragione questa per la quale ho sempre preferito partire da sola o con mio figlio quand’era più piccolo. Molto più facile seguire i miei ritmi, che adattarmi con compromessi a quelli altrui; molto meglio fare quello che amo veramente, anziché seguire il resto del gruppo.
Per fortuna, sia io che Alessandro siamo viaggiatori solitari; restava da vedere se potessimo essere viaggiatori solitari insieme. Il fine settimana a Copenhagen ha confermato che non solo abbiamo lo stesso modo di concepire il viaggio (la famoso prova del nove), ma che possiamo felicemente viaggiare in due senza alcuna sofferenza: condividiamo l’interesse nullo per i villaggi turistici, terme, spiagge tropicali, la predilezione per tempi rilassati, lunghe camminate metropolitane e, su tutto, una sana curiosità per quello che succede attorno a noi.

Non è fatto scontato trovare dei compagni di viaggio compatibili, mi è capitato di sentire di liti terribili anche in famiglie e in coppie collaudatissime, per esempio discussioni e musi lunghi su un tour della Germania in bicicletta contro un rilassante soggiorno al mare, compromessi scomodi tra un viaggio in Grecia in moto e un paio di settimane in montagna . Scene di vera vita vissuta. A proposito, mi ricordo di una trasmissione di qualche anno fa che andava in onda su La7 (ma potrebbe essere stato anche un altro canale) in cui due nuclei famigliari del tutto diversi per composizione e per abitudini di viaggio, vivevano l’esperienza di uno scambio di vacanza. Due settimane da trascorrere insieme, prima secondo le modalità di una famiglia e poi secondo quelle dell’altra. Reality interessante, con risultati a volte esilaranti o tragici, con tappi – metaforici – che saltavano e pregiudizi che venivano distrutti o rafforzati, a seconda dei casi. Perché non conta solo la filosofia che sta dietro al viaggio, ma anche le destinazioni che si scelgono: alcune hanno il potere di tirare fuori il meglio o il peggio dalle persone e questo non è mai bello quando si è lontani da casa e dal proprio ambiente.

Ripensando all’esperienza di Copenhagen, ho deciso che marzo, lavoro e soldi permettendo, è un mese perfetto per le partenze: non più troppo freddo per i paesi del nord (e il freddo ha un suo fascino sottile), non ancora troppo caldo per quelli del sud. Inoltre, non sono molti quelli che viaggiano in questo mese e ci si può permettere di visitare luoghi che durante il periodo estivo sono affollatissimi per ragioni che a noi non interessano: per me le spiagge affollate hanno smesso di essere attraenti attorno ai trent’anni e la vita notturna caciarona anche prima.
Ad esempio, nella nostra lista abbiamo inserito Creta e Rodi (la Grecia mi manca del tutto e mi stuzzica), ma sarebbe più problematico – e meno divertente – visitarle col caldo e i turisti di luglio e agosto o col brutto tempo di dicembre e gennaio. Certo, è anche questione di suggestioni e atmosfere ma trovo molto più difficile lasciarmi suggestionare o farmi rapire dall’atmosfera quando imbottigliata tra villeggianti sudati, fosse solo per tre giorni.
Anche per questo, penso, prediligo mete più settentrionali, senza spiagge e senza sole cocente, dove posso sentirmi comunque a mio agio pallida e senza segni di abbronzatura, nonostante le temperature basse. Altro vantaggio: sono poco appetibili per le vacanze fighette e di tendenza, quindi poco frequentate dai vacanzieri confusionari e all-included, che entrambi sopportiamo pochissimo.
Conclusione: viaggiare è un modo meraviglioso per imparare a interagire con chi è diverso da me e per mettermi alla prova, ma con alcuni proprio non posso farcela.

Specialmente dedicato al sindaco di Guidonia: “vagina” è una parola

Di per sé non significa nulla, se non ad indicare una parte specifica dell’anatomia femminile. Il dizionario Zingarelli che ho sottomano definisce vagina come il “canale dell’apparato genitale femminile che va dall’esterno fino al collo dell’utero“. Insomma, nulla di offensivo, pruriginoso o malizioso. Anche ai bambini a scuola viene insegnato (o almeno veniva insegnato fino a qualche tempo fa, ora non so come vadano veramente queste cose nella scuola pubblica italiana), durante le  lezioni di scienze, le funzionalità degli organi del corpo umano e, tra gli altri, pure quelli dell’apparato riproduttore.

Si dice che la malizia sta negli occhi di chi guarda. O di chi legge, a seconda dei casi.

Un sindaco che arriva al punto di censurare dai manifesti  il titolo di uno spettacolo tratto da “I monologhi della vagina” in quanto garante delle “posizioni e sensibilità, non soltanto interne al centrodestra ma anche al centrosinistra, quelle rappresentate dal mondo cattolico, anche perché non è monopolio di nessuno la difesa della donna“, qualche problema di confusione di ruoli e di analisi grammaticale deve averlo.

Chi si sente veramente offeso nel leggere quella parola? Ci sono cattolici che vengono al mondo in modo diverso? E cattoliche senza vagina? Non saranno mica gli stessi che sobbalzano, sdegnati e arrossiti, alla vista di una donna che allatta per poi gongolare beati quando sentono pronunciare la parola bunga-bunga (quella sì, volgare e offensiva)? E perché mai un sindaco diviene garante della sensibilità dei suoi cittadini, decidendo, a priori, quello che sia lecito leggano oppure no? Per me è solo un altro esempio della bipolarità cialtrona di un certo modo di fare politica: si condanna la violenza sulla donne da un lato ma dall’altro si dice chiaramente che le donne dovrebbero vergognarsi di essere dotate di vagina. Così funzionano le cose.

Forse al sindaco non lo hanno detto, ma la vagina non rappresenta alcuna sovrastruttura ideologica, non ha ruoli, non è di destra né di sinistra. Esiste e basta.

 

 

 

Promemoria per la mia Costituzione

Per motivi personali, oggi non mi sarà possibile prendere parte alla manifestazione in difesa della Costituzione che si terrà questo pomeriggio alle 15 in Piazza del Popolo (quella di Ravenna. A Roma l’appuntamento è per le 14 in Piazza della Repubblica).
Ho pensato, però, di partecipare comunque con un cenno, una traccia che rimanga in questo mio spazio personale: che si veda bene che c’ero, anche se non fisicamente.

Come promemoria, ho pensato di copiare qui il discorso che Piero Calamandrei tenne il 26 gennaio 1955 ad un pubblico di universitari di Milano. L’ho scelto perché oggi non ci si ritrova nelle piazze esclusivamente per difendere la Costituzione, ma anche a difesa della Scuola Pubblica (il maiuscolo è del tutto intenzionale e d’obbligo): i due temi sono strettamente legati, come si può leggere e ascoltare dalle sue parole chiarissime.

Una chiosa finale, ché ci tengo: negli ultimi giorni mi è capitato di leggere in giro di come, per molti, a citare continuamente Calamandrei si ottenga solo di sminuirne le parole, con conseguente perdita di valore e banalizzazione delle stesse. Non sono d’accordo. Credo, invece, che di Costituzione non solo si sia sempre parlato troppo poco, ma che la maggioranza dei cittadini italiani non la conosca affatto, anche se – più o meno – sanno che esiste. Per questo si tende a sottovalutare le intenzioni di chi intende stravolgerla e cambiarla e le conseguenza di tali stavolgimenti.

Il discorso di Calamandrei agli studenti milanesi, famoso e citatissimo,  mi emoziona ogni volta che lo ascolto (qui la prima di tre parti)  perché ha la potenza di una sberla alle coscienze sonnacchiose e indifferenti. Anche alla mia: nemmeno io conosco bene questa mia Costituzione, fino a oggi – letteralmente – una delle più belle al mondo.

Un ringraziamento speciale e un bacio ad Alessandro, lui sa perché.

***

“L’art. 34 dice: ” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi.  Dice così:  ”È’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- questa formula corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia  in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.
E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un  programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!  E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili  e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.
Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce con questo che questi ostacoli oggi ci sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società  in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi  per trasformare questa situazione.
Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.
Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – un po’ una malattia dei giovani. L’indifferentismo. ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: io quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”.
Questo è l’indifferentisno alla politica. È così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci s’accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento.
È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.  Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2  giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi.
Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete – io ho poco altro da dirvi -, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato.
Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati qui in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.  Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle alte patrie”: ma questo è Mazzini, questa è la voce di Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; o quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, oh studenti milanesi, è Beccaria!.
Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti.
Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.
Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione”.


Piero Calamandrei, Milano, 1955

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