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marzo, 2011

Verso nord: la luce di Copenhagen

La primissima cosa che ho visto della Danimarca, ancora sull’aereo, è stato il mare ghiacciato. Dall’alto si vedeva questo ghiaccio bianco che per metri e metri ricopriva il blu scuro dell’acqua, a partire da una costa sabbiosa e frastagliata. Lo so che potrà sembrare una sciocchezza, ma io il mare ghiacciato non l’avevo mai visto prima, sono abituata a un mare diverso, all’Adriatico che non gela mai, nemmeno in quell’inverno dell’85 quando le temperature scesero per giorni a parecchi gradi sotto lo zero.
La seconda cosa che mi ha colpito, poi, è stata la luce del cielo riemergendo dalla stazione metro di Kongens Nytorv a Copenhagen. Già virava all’indaco della sera, ma era limpido, cristallino, senza veli di foschia. E freddissimo. Probabilmente non è stata solo suggestione di luce, ma anche di silenzi: in quel momento la città mi è sembrata stranamente senza rumori o, meglio, senza il rumore tipico del grande agglomerato urbano, quel boato di sottofondo che è impossibile escludere del tutto.
 

 
Oggi, a qualche giorno di distanza, se avessi a disposizione solo qualche parola per raccontare quello che ho amato di più di questa città credo userei proprio “acqua, ghiaccio e luce”.
L’acqua è quella del mare e il mare me lo porto nel DNA. Mi sento sempre come a casa nelle città di mare, con le loro banchine, gli attracchi, e, sullo sfondo, gru e magazzini; hanno un profumo diverso e Copenhagen non fa differenza, anche se qui è più sottile, forse a causa del freddo.
I suoi canali bianchi di ghiaccio sono diventati il simbolo di questo viaggio. Mi piaceva affacciarmi dai ponti e vedere sotto quell’acqua solida e immobile, mi rendeva felice come una bambina guardare i frammenti galleggianti che riflettevano la luce del sole mentre passeggiavamo, Alessandro e io, lungo le banchine. Ed è piuttosto strano questo perché, pur soffrendo moltissimo il freddo, qui mi pareva di non sentirlo tanto, nonostante le temperature piuttosto basse. Sospetto addirittura che ad averla visitata in una stagione diversa, chessò, in piena estate, l’avrei trovata quasi banale, non molto differente da altre città affacciate sui mari del nord.
 
E invece è bella Copenhagen in questo periodo, con i suoi contorni netti e i suoi colori accesi. È una città che ti accoglie e non respinge, così piccola l’ho sentita subito amica.
Mi ci sono trovata bene, immediatamente, non solo perché ho una speciale predilezione per le latitudini più settentrionali, ma anche perché tutto sembra scorrere più lentamente, in modo ordinato e secondo un meccanismo collaudato e infallibile.
Mi ci sono riconosciuta nella sua freddezza atmosferica e nel contrasto del calore degli interni, che non è solo questione di riscaldamento acceso, ma soprattutto di grazia, di accoglienza, di amore per i dettagli e per le atmosfere raccolte. Per una storia passata affascinante come una fiaba ma ancora viva nel presente.
È una città fatta per camminare, come piace a me, dove forse non ci si perde, ma che riserva belle sorprese: piazzette nascoste, localini seminterrati, negozi dal sapore antico.
Anche qui ho adottato degli angoli, anonimi per chiunque altro, ma che per qualche ragione ho sentito subito miei: Havnegade, Holmens Bro e Gammel Strand con il canale che scorre lì accanto.
Acculturata, ma senza ostentazione, è ricchissima di musei e di gallerie d’arte che sono la mia passione sempre e ovunque, e mi è rimasto il rimpianto di non aver avuto abbastanza tempo per visitarli tutti, a tappeto, in special modo quelli dedicati al mare e alla marineria. Qui i musei sono luoghi vivi e aperti, mantenuti con cura e molto accoglienti, probabilmente anche perché rappresentano un bel modo di trascorrere il tempo nelle giornate invernali, che qui sono lunghe – e buie – per davvero.

 
Alla fine del viaggio mi sono chiesta come sarebbe viverci in una città così, dove la tradizione si unisce senza rotture e senza traumi alla modernità ipertecnologica e super efficiente, le biciclette e le piste ciclabili alla metropolitana senza conducente, gli smørrebrød alla cucina francese.
Mi sono chiesta cosa devono aver provato alla vista di Roma i liceali danesi con i quali abbiamo condiviso il volo di ritorno in Italia: erano stati sufficientemente preparati al caos, all’affollamento, al frastuono della capitale, a questa città dove spesso mi sento fuori posto anche io, pur amandola tanto? Confesso, il confronto non è stato indolore.
Con Copenhagen il discorso è rimasto in sospeso, torneremo senza dubbio, lo abbiamo già deciso, magari in un altro periodo dell’anno, se non altro per assaggiare gli smørrebrød e poter dire che sì, la Sirenetta l’abbiamo vista.

8 marzo: niente auguri, per piacere

Per favore, non fatemi gli auguri, non è il caso. Non è una festa, questa. Non si celebra, piuttosto si fa il punto della situazione, si raccolgono idee ed energie per continuare una lotta che, vista da qui, oggi, è ben lontana dall’essere giunta alla conclusione.
Avevo già scritto perché l’8 marzo non mi piace.
Quest’anno, però, voglio pensare che la storia sia diversa, che questa giornata, entrata negli usi e costumi di molte come sinonimo di trasgressioni scollacciate e pecorecce, abbia soprattutto un altro significato.
C’è un filo rosso che si dipana da una data all’altra: dal 25 novembre, giornata contro le violenza sulle donne, al 13 febbraio, con l’urlo di “Se non ora, quando?” (ed è stato un urlo terribile e bellissimo),  l’8 marzo, il 12, giorno dedicato alla difesa della nostra Costituzione che di fatto sarà anche una giornata per ribadire i diritti delle donne, proprio in virtù di quell’Art. 3 che in così poche parole rende tutto lo spirito e l’importanza della nostra Carta costituzionale, anche perché le donne sono diventate cittadine con la Costituzione e con il diritto di voto.
Cittadine, sì, ma ancora oggi di serie B.
Io, come persona prima e come donna poi, insisto nel desiderare un risveglio collettivo delle menti, affinché risulti finalmente chiaro a tutti quanto sia desolante, frustrante e faticoso per le donne in Italia essere quello che sono.
Vedo solo paura, invece; paura che spessissimo non mi pare genuina, ma espressione e risultato di calcoli sottili e di sottili strategie perché, secondo la legge dell’equilibrio, per qualcuno che acquisisce più potere nelle stanze dei bottoni – o soltanto più diritti, quelli che altrove non sono nemmeno messi in discussione -, qualcun altro per forza ne deve perdere un po’. O farsi un po’ più in là, affinché ci sia  spazio per tutti.
Esattamente quello di cui avrebbe bisogno questo paese: un sano rimescolamento contro la stagnazione e l’immobilismo sociale che sembrano essere diventati il marchio indelebile che ci contraddistingue dal resto dei Paesi europei.
Sogno un 8 marzo così, dove ci sia la voglia di discutere e di pensare in grande; di considerare per una volta, soprattutto da parte di certe donne, che il mondo non comincia e finisce con la loro storia personale, con la loro esperienza di persone liberissime, bravissime e con palle grossissime.
Sogno di non venire derisa, strumentalizzata, giudicata, inquadrata ed etichettata ad ogni mia scelta, da cosa indossare a come combattere le mie battaglie (e sì, stupitevi, si possono portare tacchi altissimi e nel contempo impegnarsi in quanto donne per le donne).
Sogno soprattutto che ci sia meno indifferenza tra di noi, meno spalle alzate e occhiate di sufficienza. Questo già sarebbe un grandissimo risultato per quest’8 marzo.
Quindi no, grazie, degli auguri non so che farmene: preferisco i fatti concreti.

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