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aprile, 2011

Non a caso si chiama “equilibrio tra i poteri”

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”
(Art. 1 della Costituzione della Repubblica italiana).

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La notizia di oggi, tra altre nefandezze varie, è la proposta di variare l’art. 1 della nostra Costituzione.

Dice questo Ceroni che il Parlamento, “titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale“ è troppo debole, “tenuto sotto scacco da magistratura e Consulta“.
Ma non è mica un caso che l’abbiano pensato così i Padri costituenti, quella volta. Gente che veniva da vent’anni e passa di dittatura vecchio stile, con tanto di randellate, galera e confino, da una guerra mondiale e da una Guerra di Liberazione, aveva una vista lunghissima e bruciature che ancora facevano male.
Sono stati particolarmente attenti a non rendere il parlamento “titolare supremo”, proprio perché avevano previsto che, vista la natura degli italiani o semplicemente per lungimiranza politica, ci potesse essere ancora qualcuno pronto a cadere in tentazione.

Perché, pur dando per scontate elezioni democratiche, metti che un giorno venga eletto a maggioranza un partito politico rappresentato da uno stronzo qualunque, uno che, una volta salito al potere, decida di farsi le leggi come gli pare, per proteggere interessi suoi o di una piccola parta di popolazione, che governi il Paese e la cosa pubblica come se fossero il suo parco divertimenti personale, allora meglio introdurre dei meccanismi per dargli l’alt a questo stronzo qualunque.

Una democrazia giovane ha bisogno di tutori per crescere forte e sana. La nostra è solo adolescente e pure piuttosto immatura, c’è ancora chi confonde libertà e democrazia, potere del popolo e rispetto delle leggi, e si sa come sono gli adolescenti: capaci di grandi voli di fantasia e speranze, ma anche piuttosto impressionabili e sensibili alle promesse roboanti.

D’altro canto,  basta vedere come ci sia chi crede e faccia credere che il fatto di venire eletti sia una specie di patente per una immunità che travalica tutte le regole  e il necessario rispetto delle stesse.

 

Di varie miserie umane

Ho sempre pensato di vivere in una città tutto sommato aperta. Aperta nel senso di accogliente, aperta nei confronti del prossimo, aperta come solo le città di mare e i porti sanno essere, che sul via vai di stranieri e visitatori basano la loro ragione d’essere. Pensavo: dove non arriva l’apertura culturale delle grandi città, può arrivare la tradizione e il senso di comunità di quelle di provincia. 

E invece mi accorgo che Ravenna è una città che si sta chiudendo su se stessa. Me ne accorgo solo ora, mentre avrei dovuto accorgermene da tempo, ormai.
Nonostante gli sforzi in senso contrario, nonostante la candidatura a Capitale europea per la cultura nel 2019.
Insomma, me ne sono sempra vantata un po’ della qualità della vita di qui, se messa in confronto con altre realtà urbane (anche se rimango della mia idea su altre questioni).
Ieri però mi è successo di leggere questa lettera e ho scoperto una città che ha paura, imbarbarita e incattivita. Ci sono rimasta male e mi sono vergognata per i commenti di certi miei concittadini, anche se avrei dovuto aspettarmeli. È stato un brusco risveglio, per così dire.

Non so in quale città vivano chi ha scritto quella lettera e molti dei suoi commentatori, perché nella mia non mi è mai capitato di venire molestata o disturbata nei parcheggi dei supermercati, tenuto conto che il più delle volte a fare la spesa vado sola, spesso la sera, e nonostante abbia subito anni fa un furto molto simile nelle modalità a quello subito dall’autore della lettera al giornale. Non posso nemmeno contare su un aspetto particolarmente minaccioso, sono alta 1.65, di una certa età, mi limito ad applicare quelle che sono le normali norme di cautela richieste dal caso.

E a proposito di falsi moralismi, quelli che specificano di non “essere razzisti” ma che poi si dilungano in mille distinguo e articolazioni di pensiero farebbero una migliore figura se ammettessero di esserlo: ci guadagnerebbero, se non altro, in onestà intellettuale.
Perché la malafede qui è evidente:  la sovrapposizione fra uno che, semplicemente, è stato poco accorto (il che significa anche che non ha visto nulla, quindi ha come unica specifica realtà a cui far riferimento la propria leggerezza) e il rinvenimento immediato di un colpevole che per forza deve essere tra la “gente inutile a  spasso per i parcheggi della città”.

Ravenna è una città che comincia a farmi paura, ma di certo non a causa di quelli che chiedono l’euro del carrello.

Ultimamente mi è capitato di riflettere su cosa significhi essere poveri. O meglio: riflettevo su cosa ci voglia per non essere definiti poveri. Quello che ho capito è che tanti della miseria hanno un concetto distorto o meglio, considerano la cosa osservandola attraverso una lente rovesciata che produce una visione bifocale: una società avanzata, quella in cui viviamo, con bisogni avanzati e, di contro, parametri che definiscono l’indigenza per com’era all’inizio del ventesimo secolo.
Per loro se riesci solo a sopravvivere non sei povero. Se mangi due volte al giorno, se hai di che coprirti, un tetto sulla testa non sei povero. Finché non arrivi alla Caritas o ai pasti a base di bucce di patate allora non hai nessun diritto di lamentarti di non riuscire ad arrivare a fine mese, perché “la vera povertà è ben altro”. La vita vera, per loro, si limita al galleggiamento a pelo d’acqua, quello che sta sopra è superfluo, non necessario, e quindi non pretendibile.
E io mi chiedo come sia solo possibile pensare che così come la società è cambiata nel corso dei decenni in Europa e in Italia, non sia di conseguenza cambiato anche ciò che “fa” un povero.

I bisogni sono mutati e parlo di quei bisogni che consideriamo generalmente sacrosanti. Avere il bagno in casa era un lusso fino a una sessantina di anni fa mentre, oggi, non potremmo concepire di dover scendere in cortile e usufruire di un bagno condiviso con tutto il condominio.
E se era la norma, un tempo, che i figli anche piccolissimi lavorassero nei campi, in fabbrica o in officina invece di andare a scuola tutti i giorni, non è normale – e sacrosanto – pretendere ora che i nostri figli abbiano il diritto di studiare il più a lungo possibile? O poter permettersi una pizza fuori ogni tanto, una mostra o una settimana di villeggiatura all’anno?
Perché in un paese che si dice moderno e avanzato molti sono arrivati a considerare un lusso ciò che altrove è visto come normale standard in una classe media o medio-bassa e chi rivendica certi bisogni ingrato, pigro e non degno?
Quand’è che siamo diventati un paese calvinista (o di grandissimi stronzi, come mi ha detto qualcuno)?

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