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maggio, 2011

A proposito di gattemorte

Confesso che le gattemorte, intese come esseri umani di sesso femminile, non mi sono mai piaciute molto. Non è per un fatto ideologico o per partito preso, ma perché distantissime dal mio modo di essere. Dopo aver letto diversi articoli sull’uscita di questo libro, però, mi sono diventate quasi simpatiche.

A dire il vero, non ho un’idea precisa della specie, ma ne ho incontrate più d’una nel corso degli anni così ho potuto constatare che, tralasciando le varie sfumature intermedie, esistono fondamentalmente due tipi di gattemorte: le inconsapevoli e le consapevoli.
Le prime fanno poco testo, sono gattemorte per nascita e senza consapevolezza di esserlo.  Vivono in una dimensione parallela che rimane al di fuori dei limiti di comprensione degli altri comuni mortali. Inutile dire che queste vengono identificate come gattemorte di rango solo se dotate di un aspetto gradevole, altrimenti sprofondano nella condizione di normali bruttine svampite nel migliore dei casi, di tristi e patetiche nel peggiore.

Altra storia sono le consapevoli. Perché non è vero che il gattamortismo sia solo una dote naturale, come sembra sostenere l’autrice del volume, anzi, la maggior parte lo acquisisce col tempo,  a coronamento di un preciso percorso strategico e molta applicazione. Non dev’essere un compito facile, di questo bisogna dar loro atto e merito, perché il risultato finale sarà un altro esemplare di felina languida, sempre vagamente annoiata, elegante, sorniona, costantemente presente a se stessa e mai al di fuori delle righe.

Quello che meraviglia non è tanto il fenomeno in sé – le gattemorte esistono da sempre –  quanto il fatto che ciclicamente sia di tendenza parlarne – tanto da scriverne libri a proposito, intendo – e mi viene spontaneo chieder perché tanto risentimento nei confronti di queste donne. Giusto per darvi un’idea del fenomeno: ho controllato su Facebook (sempre più usato come termometro delle tendenze internettiane) e ho potuto contare almeno una ventina di gruppi aperti contro le gattemorte e manco uno a supporto della protezione della specie. Perché?

Alla fine e in maniera nemmeno tanto nascosta, il gattamortismo non è altro che la riproposta del modello femminile maggiormente diffuso fino a una sessantina di anni fa, prodotto culturale giunto fino ai giorni nostri direttamente da una concezione sette/ottocentesca del femminile. Niente di nuovo dunque. Potranno non piacere, ma perché invidiarle o odiarle?
Insomma, le gattemorte sono delle nostalgiche, damine di altri tempi trapiantate ai giorni nostri – niente di più, niente di meno –  che scelgono come campo di gioco uno spazio lasciato volutamente libero dalle altre donne, giustamente impegnate a fare altro. Non ci può essere competizione perché i due schieramenti partecipano a gare diverse. Ecco perché non capisco la presa di posizione, seppure ironica, nei loro confronti. Si tratta come sempre di decidere cosa e come si vuole essere, se seguire i consigli delle bisnonne su come acchiappare un marito (fidanzato, amante, compagno, avventura di una notte), o rischiare di essere come si è nel bene e nel male. Non è comunque il caso di invidiarle, non sono nemmeno sicura abbiano una vita così semplice, a me starebbe strettissima, ad esempio. Inoltre, siete sicure che quegli uomini che soccombono alle grazie di queste feline soccomberebbero ugualmente se queste all’improvviso scomparissero lasciando campo libero a tutte le altre? Io ho idea di no, che gli uomini che si lasciano prendere da queste gatte siano, in fondo, quelli che le vanno a cercare, meritandosele in pieno.

In altre parole, quelli che apprezzano il tipo della gattamorta consapevole non si sentirebbero mai attirati da chi gattamorta non è, così come le antigatte non dovrebbero essere a loro volta attirate da uomini così. E non è perché queste ultime, come erroneamente scrive Chiara Moscardelli, siano delle goffe rancorose e delle insicure imperfette, mai contente di nulla e dai gusti impossibili, ma perché certi uomini non saprebbero che farsene di loro. La cosa brutta, infatti, è che se il mito del principe azzurro ben si confà a una gattamorta, dovrebbe invece essere ben superato (felicemente) dalle altre.

D’altro canto, è anche vero che in ognuna di noi è possibile riscontrare tracce di gattamortismo, inutile negarlo. Sono una specie di residuo di cervello primordiale che ci trasciniamo come un peso. Dovrebbero esserne felici, le invidiose: diventare gattemorte è veramente possibile per tutte, basta volerlo veramente. La dimostrazione? Prendiamo proprio Chiara Moscardelli: solo una vera gattamorta nell’anima poteva pensare di scrivere un libro del genere e suscitare così la simpatia, il senso di solidarietà e i pat pat di conforto di centinaia di sorelle di sventura guadagnandoci sopra anche qualche euro.

Due parole sullo sciopero di ieri e in generale

“Brunetta: “In piazza per allungare il weekend”. Secondo il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, “la scarsissima adesione dei dipendenti pubblici allo sciopero generale indetto dalla Cgil certifica il fallimento di un’iniziativa di cui non si capiscono gli obiettivi e della quale i cittadini non sentivano certo l’esigenza. Quella di oggi è stata solo la fiacca celebrazione dell’ennesimo sciopero allunga weekend”. Il suo collega al dicastero del Lavoro, Sacconi, rincara:  “La Cgil rifletta sulla linea fin qui seguita” vista la “bassa adesione allo sciopero che si sta registrando tanto nel pubblico quanto nel settore privato”. (da Repubblica.it)

Solo poche righe e qualche sassolino.

Uno sciopero di un’unica sigla sindacale che raggiunge il 60% di adesione non mi pare un risultato scarso.

Per chi ogni volta agita la bandiera del weekend (sì, sì lo diciamo in inglese che fa più trendy) allungato per lo sciopero di venerdì, mi pare evidente la malafede: lo sciopero era generale, per più della metà dei partecipanti il sabato è giorno lavorativo. Non solo i dipendenti della pubblica amministrazione, ma anche quelli del commercio e senza andare a fare le spigolature di chi nel settore privato comunque lavora sabato e festivi (tipo i turnisti).

Immagine da http://www.flcgil.it

Una cosa che spesso si dimentica (chissà perché) è che scioperare è una scelta quasi sempre sofferta, che non si fa a cuor leggero. Scioperare per qualcuno ha un costo alto o addirittura altissimo: un giorno di paga. Non è una vacanza.
Chi sciopera è per lo più gente che in altri tempi molti avrebbero definito morta di fame con le pezze al culo. Fatevene una ragione. Se prendi 800-900 euro al mese anche un giorno di paga in meno a fine mese fa la differenza. Altro che fine settimana lunghi. E d’altro canto, se tutti potessero contare su salari dignitosi e in linea con il costo della vita, uno dei grandi motivi per scioperare verrebbe a mancare, no? (Tralasciando che si sciopera pure per altre ragioni, per esasperazione, per reclamare ciò che dovrebbe esserci e non c’è e, non per ultimo, per quelle di principio e di solidarietà sociale, perché c’è ancora chi ci crede a queste cose).

A proposito, una domanda che mi pongo spesso è: ma quelli che stanno sempre a criticare chi sciopera hanno mai provato, per qualche minuto, a chiedersi come si sopravvive con stipendi del genere e se loro ce la farebbero?

A chi parla di fannulloni: molta di quella gente che ieri ha partecipato nelle piazze un lavoro non ce l’ha, o ce l’ha a pezzi, o precario, o incerto.  Sarebbero felicissimi di andarci a lavorare, se potessero. Per loro lo sciopero è una questione di diritto al lavoro negato.

A quelli che non capiscono perché uno sciopero viene proclamato dico semplicemente che uno sciopero viene indetto con largo anticipo perché questo la legge prevede. È piuttosto facile, nell’era di internet, informarsi sulle ragioni di uno sciopero e se non bastasse internet costa comunque poco rivolgersi agli organi del sindacato stesso. Alla fine è solo questione di  voler o non voler sapere.

Lo sciopero rompe le scatole? Certo che sì, è quello il suo scopo, creare disturbo. Vi impedisce di raggiungere in orario gli appuntamenti, di non rispettare le vostre tabelle di marcia e gli impegni presi per quel giorno? Se è così questo scopo lo ha raggiunto. E se vi lamentate perché lo sciopero viene a diminuire un giorno di guadagno, pensate voi come possono essere felici quelli che non hanno altro mezzo per rivendicare il loro, di stipendio.

La disgregazione della memoria (prima che sia troppo tardi)

Ultimamente sto facendo attenzione al modo in cui i luoghi intorno a me cambiano: quasi impercettibilmente ma in maniera significativa.
Un rifacimento qua, una demolizione là, un condominio che dall’oggi al domani sorge dove prima c’era una piazza, un parcheggio al posto di vecchi caseggiati.
Il nuovo avanza e il vecchio gli lascia il posto, è inevitabile. La cosa non sarebbe nemmeno tanto male se non fosse per il fatto che questi cambiamenti in dosi omeopatiche hanno l’effetto di non lasciare tracce evidenti di memoria, cosicché un giorno può succedere di risvegliarsi e di accorgersi di non ricordare più com’era prima. O, come è successo a me, di non riconoscere più il posto dove mi trovavo.

Tornare a vivere nello stesso luogo dopo dieci anni che lo avevo lasciato ha avuto su di me un effetto straniante. Un po’ come incontrare per strada un vecchio compagno delle elementari: stessa faccia ma con lineamenti diversi.
I primi tempi li ho passati a cercare di non sentirmi una specie di straniera in un ambiente che era rimasto uguale nelle forme ma che non riconoscevo nei particolari. Le strade mi sembravano quelle e non più quelle, distinguevo le nuove costruzioni ma avevo dimenticato del tutto quelle vecchie. Tentavo di recuperare gli anni in cui ero stata via, cercando di capire quello che nel frattempo era successo e andando a caccia delle differenze tra ciò che avevo lasciato e quanto avevo ritrovato.

Ora faccio sempre più caso a come la città e il paese si assoggettino ai mutamenti, tanto da tenere una sorta di contabilità quotidiana di quanto vedo modificarsi man mano. Proprio l’altro giorno mi è tornato in mente che nel viale coi pini che percorro ogni giorno per rientrare a casa una volta erano piantate delle acacie. Quand’è avvenuta questa sostituzione di alberi? Pezzi importanti della mia storia personale non esistono più e non ho fatto nemmeno in tempo a fermarli con delle foto.

***

Cosa che invece fece alla fine del XIX secolo Ettore Roesler Franz a Roma.
Quando, dopo il 1870,  seppe che il nuovo piano regolatore avrebbe fatto il suo corso modificando in modo impietoso e inesorabile l’aspetto della città, questo artista e fotografo d’antan si affrettò a documentare quello che era Roma prima che interi quartieri, insieme a monumenti e siti archeologici, sparissero per sempre.
Ho trovato questo libro sulla Roma scomparsa nelle foto di E. Roesler Franz durante il mio ultimo soggiorno romano, in una di quelle librerie sotterranee che per entrarci bisogna scendere almeno una rampa di scale dal livello stradale.
Ne sono rimasta colpita, non solo per la bellezza delle foto, tutte preparatorie ai suoi acquerelli, ma per la sensazione di toccare il tempo che passa e che è già passato.
Parlando strettamente di Roma, non so se questa corsa alla modernità abbia giovato del tutto. Via Nazionale e via Cavour sono belle strade, così come via dei Fori Imperiali, che mi piace particolarmente; sicuramente saranno state necessarie, ma mi resta la curiosità, destinata a rimanere per sempre insoddisfatta, di sapere che cosa si è dovuto sacrificare, a cosa abbiamo dovuto rinunciare noi, che siamo arrivati molto dopo.
È una domanda che mi pongo spesso quando vedo che sempre di più si sceglie la strada della non conservazione in favore di quella della cementificazione selvaggia.

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Processo che negli ultimi tempi si sta verificando anche in altri settori. È la questione della memoria che invece di venire preservata subisce tentativi fraudolenti di manomissione, anche in nome di un certo modernismo.
Abbiamo celebrato da poco 25 Aprile e 1 Maggio e mai come quest’anno queste due giornate hanno subito attacchi pesanti. In maniera scientifica e mirata da parte di alcuni, quasi in buona fede da parte di altri.
C’è chi desidera una sorta di riappacificazione che venga ad appiattire il valore reale del 25 Aprile, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato perché “è tempo di superare e di andare oltre”; ci sono quelli che tentano operazioni varie di revisione storica, di comparare vincitori e vinti, di disperdere il messaggio della Resistenza. E il 1 maggio che troppi vorrebbero si celebrasse lavorando, dimenticando che la questione dei diritti dei lavoratori rimane una piaga aperta e piuttosto dolorosa nella vita di questo Paese.

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La crisi, che a volte c’è e a volte non c’è a seconda dei bisogni retorici del momento, sembra diventata la panacea per tutti i mali, causa e fine di ogni cambiamento, simbolo di un odioso modernismo al quale molti vorrebbero sacrificare quello che è stato, esattamente come nel 1936, Federico Mastrigli, scrittore del fascismo, scriveva nel volume “Roma nei suoi Rioni”: “È tempo di fare la definitiva liquidazione delle nostalgie, dei rimpianti e dei languori, degli sdilinquimenti per l’equivoco, per l’insidioso “pittoresco”. Il paragone e la citazione non sono casuali, ovviamente.
Altri cambiamenti in dosi omeopatiche che hanno lo stesso effetto di non lasciare tracce evidenti di memoria, cosicché un giorno succederà che ci sveglieremo e non ricorderemo più com’era prima, pezzi della nostra storia collettiva andati per sempre.

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