- 1 ottobre 2011
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Tag:bovarismo, donne, Emma Bovary, Giuseppe Scaraffia, Gustave Flaubert, Io Donna, misoginia
Contro gli uomini che odiano le donne, io difendo Madame Bovary
1 ottobre 2011 Postato Da Niki

Giovanni Boldini 1899 (Immagine da internet)
Ho letto Madame Bovary un paio di volte nella vita: la prima durante gli anni del liceo e poi più tardi, da adulta, qualche anno fa. Non è mai stato uno dei miei romanzi preferiti, non ha lasciato il segno, come si dice. Mi ricordo, però, che Emma Bovary mi aveva fatto fin dall’inizio molta simpatia, probabilmente perché intimamente ne comprendevo gli slanci dell’animo, i voli pindarici e la fame insaziabile di vita. Insomma, non l’ho mai veramente considerata una spietata arrivista, un’intrigante priva di scrupoli. Piuttosto, ne percepivo la profonda sofferenza.
Parlo di Emma Bovary perché oggi, sul settimanale Io Donna è stato pubblicato un articolo di Giuseppe Scaraffia che partendo proprio da questa figura di donna ottocentesca, arriva a parlare delle donne di oggi in termini tutt’altro che lusinghieri. Mi sforzo di pensare che l’articolo abbia un intento provocatorio, spero sia questo il caso perché, se non lo fosse, si tratterebbe di uno degli attacchi più misogeni e rancorosi nei confronti delle donne che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi.
Chiaramente a Scaraffia Madame Bovary non piace. La condanna come personaggio e come donna. Disprezza il suo essere quello che è: una non allineata, una che non ne vuole saperne di stare al suo posto in una società che relega le donne in un ruolo preciso e codificato. Invece, Emma Bovary è una donna dallo spirito superiore, romantico, pieno di aspettative, che non riesce a sopportare di vivere in una realtà gretta come quella in cui è nata. È, soprattutto, una donna intelligente, istruita e sensibili ma che, perfettamente calata nella sua epoca, ha ben pochi mezzi per affrancarsi e seguire le sue inclinazioni.
Così il matrimonio rimane per lei l’unica via di fuga, l’unico tentativo per aspirare a qualcosa di meglio, a un’esistenza che non sia solo quella di modesta campagnola.
Ma Scaraffia si preoccupa di farci sapere quanto è sbagliata la sua “diffusa insoddisfazione sul piano affettivo e sociale che si riscontra tra le giovani donne nevrotiche e si traduce in ambizioni vaghe e smisurate, in una fuga verso l’immaginario e il romanzesco”. E lo stesso bovarismo lo rileva nelle donne di oggi, dimostrandolo a suo modo, con salti (il)logici e deduzioni a dir poco fantasiose.
In quattro pagine – foto comprese – viene sintetizzato il suo pensiero: Emma Bovary non è altro che il prototipo delle donne italiane del 2011; la pornopolitica imperante e sistematica (in quanto sistema consolidato) è un’esclusiva resposabilità delle donne “spregiudicate. Affamate di successo. Pronte a stordirsi con lusso e sesso estremo per afferrare un po’ di felicità. mogli di faccendieri di provincia, showgirl o studentesse inquiete.Tutte identiche all’eroina ottocentesca del romanzo di gustave Flaubert. Nevrosi comprese”. Con una bella capriola, ecco dimostrato come le donne puttane erano e puttane sono rimaste, e quelle di Stato non sono diverse da tutte le altre, perché in ognuna di loro (di noi) vive una Emma Bovary. E gli uomini? Gli uomini non esistono per Scaraffia. Restano nell’ombra, a partire dal povero Charles Bovary, ignorante, mediocre e compiaciuto di esserlo, fino ad arrivare agli uomini di oggi, vittime innocenti di donne prive di scrupoli, nevrotiche, che inducono in tentazione ingenui politici e politicanti, facendoli cadere nelle loro reti di seduttrici in cerca di fama, successo e soldi.
La pornopolitica, dunque, non solleverebbe una questione etica e morale, non sarebbe affare che investe la politica nelle sue espressioni più alte e che coinvolge chi usa, sfrutta e mercifica il corpo delle donne fino al punto di renderlo bene di scambio per favori e incarichi pubblici, ma l’effetto scontato di un bovarismo cronico insito nel femminile: fame di successo e di pretese oltre alle proprie possibilità.
Continuando nell’esposizione della sua tesi, Scaraffia, in un balzo finale, si spinge al punto di non distinguere più le cocotte di stato dalle altre donne italiane (come se il “modello Emma” fosse una nostra esclusiva). Tutte ne portano il marchio: quelle che osano “sostituirsi ai mariti nella corsa per il successo”, quelle insoddisfatte, soprattutto sessualmente, che usano Facebook e Twitter (ovviamente per accalappiare ignari gentiluomini con i quali sollazzarsi), quelle che volano low cost, quelle che si tatuano, quelle che, addirittura lavorano nelle ong.
È un uomo che odia le donne, Scaraffia. Consuma la sua misoginia non vedendo (o facendo finta di non vedere) che i colpevoli sono altri. Che queste donne che ci vuole far credere tanto abili e spregiudicate da manovrare uomini così potenti sono in realtà il simbolo del ruolo subalterno che le donne hanno sempre avuto e continuano ad avere in questo Paese. Nonostante il tempo di Flaubert sia passato da un pezzo.
Emma era una vittima inconsapevole dell’epoca in cui era nata. Lo stesso non si può dire dell’entourage femminile berlusconiano. Non vittime, ma prodotto di un modello culturale forgiato con attenzione nell’ultimo trentennio.
Mi piace pensare a come sarebbe stata la vita di Emma Bovary se la sua storia fosse stata scritta sul finire del ventesimo secolo. Non sarebbe stata nemmeno degna di essere raccontata, non ci sarebbero stati fior di intellettuali pronti a coniare termini per definire il suo malessere. Nessuno l’avrebbe tacciata di nevrosi.
Una donna con la possibilità di maturare, di crescere, magari lontano dalla famiglia di origine, e di migliorarsi: artista, ricercatrice, attivista politica, imprenditrice. O solamente una donna normale, ma completa e soddisfatta delle sue scelte, con accanto un compagno che potesse corrisponderle anche in questo, ecco chi sarebbe oggi Emma Bovary.
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