Attualmente sei su

Attualità

Supersconti vietati sui libri: la legge anti Amazon non aiuterà i piccoli librai

Ieri ho approfittato degli ultimi sconti di Amazon.it per comprare un paio di libri a prezzo stracciato. Nulla che non avrei potuto comprare in altro momento, ma i prezzi erano davvero troppo invitanti per lasciarmi sfuggire l’occasione dello sconto del 40%.
In effetti, restano solo pochissimi giorni per poter acquistare volumi superscontati: dal primo di settembre entrerà in vigore la Legge Levi, scandalosa e illiberale, che impedirà ai venditori di applicare sconti maggiori del 15% sui prezzi di copertina dei libri appena pubblicati (solo in casi particolari potranno salire al 20% e al 25%).
La legge, approvata il 20 luglio scorso, dovrebbe servire allo scopo di “salvare” le piccole librerie dalla concorrenza delle grandi catene, ma soprattutto dei grandi venditori online, Amazon, su tutti. Di fatto si tratta proprio di una legge contro Amazon, la quale, da quando un anno fa ha introdotto la sua attività anche in Italia, sembra aver creato parecchio scompiglio, con buona pace della crisi, dei consumatori, delle percentuali bassissime di lettori in Italia.

Sarà una legge efficace?

Facendo parte della categoria dei lettori “forti”, mi sono chiesta se dal primo settembre cambieranno le mie abitudini in fatto di acquisto di libri. La risposta che mi sono data è: non di una virgola.
Continuerò a preferire la comodità delle compere online (su Amazon e Ibs, in primis, ma anche altrove, ovunque ci siano libri che m’interessano), senza variare la frequenza di visita alle mie librerie preferite (Melbookstore, ECoop e Feltrinelli, nell’ordine) e riservando ai piccoli rivenditori lo spazio che dedico loro di solito, ossia durante i viaggi e preferendo comunque i negozietti di libri usati e le bancarelle.

Insomma, a parità di prezzo e di sconti tra le varie tipologie di negozio, non mi sentirò spinta a diventare nuova cliente di un piccolo libraio.
A maggior ragione, anzi, continuerò a ordinare i libri da casa (e ne ordino parecchi nell’arco di un anno), ricevendoli comodamente nel giro di quarantott’ore, usufruendo di un catalogo illimitato e della possibilità di trovare tutto quanto è di mio interesse – recensioni, opinioni, informazioni varie – senza varcare la porta di casa. Non mi interessa instaurare un rapporto di amicizia o di fiducia con il venditore di libri, ma questo, lo riconosco, è solo un mio problema. Le librerie che preferisco, infatti, sono quelle medio-grandi, non claustrofobiche, dove posso circolare liberamente e comodamente, sedermi per “saggiare” i libri che mi incuriosiscono, bere un té e fare due chiacchiere nel contempo.

Facendo poi una riflessione più approfondita, questa è una legge anacronistica, dal sapore ottocentesco – come molto altro in Italia – che di fatto ignora le dinamiche di funzionamento del commercio elettronico e del mercato globale e di fatto le reali esigenze di chi i libri li compra. Mi ricorda, a tutti gli effetti, le polemiche che in tempi passati suscitavano i grandi supermercati in contrapposizione alle botteghette di alimentari di quartiere. Per fortuna non venne in mente a nessun politico di calmierare gli sconti sugli alimentare, a protezione dei piccoli esercenti.
Inoltre, chi potrà vietare a una azienda qualunque di vendere libri in lingua italiana al prezzo desiderato in un qualsiasi altro Paese dell’UE? A ben pensarci, è quello che già in una certa misura succede con i libri in lingua: li compro direttamente in UK dove posso averli super scontati (da 5 a 8 euro al cambio) e dove le spese di spedizione verso l’Italia vengono ammortizzate dai bassi costi, pur rimanendo comunque convenienti.

Non occorre essere degli analisti per capire che è una legge tutta storta, dunque, che va contro gli interessi di tutti, anche quelli dei piccoli librai stessi. Sarò curiosa di vedere tra un anno i dati reali di vendita di questi esercizi, tra diffusione di ebook  e commercio elettronico, senza dimenticare che i libri, quelli cartacei, ormai si trovano ovunque: dall’edicola al supermercato, fino all’ufficio postale.
Non ci sarà uno spostamento di acquirenti verso le piccole librerie grazie a questa Legge: gli italiani semplicemente compreranno ancora meno libri, avranno un pretesto in più, quindi, per leggere ancora meno di quanto già non facciano. Non male in Paese dove si fa di tutto, strategicamente o solo per incuria e ignoranza, per screditare e svilire ogni idea anche solo minimamente legata al concetto di Cultura.

Femminile e anti femminile

Solo tre settimane fa la notizia sulla nuova giunta Pisapia a Milano formata per il 50% da donne (è donna anche il vicesindaco) e sulla scelta analoga da parte di Merola, l’altro sindaco neoeletto a Bologna (mentre si è dimostrato più “tradizionalista” De Magistris a Napoli). Il segnale di un cambiamento, senza dubbio, o, almeno, di una volontà precisa di voler cambiare lo status quo di una scarsissima partecipazione femminile ai posti di comando della cosa pubblica in Italia.
Altra notizia, positiva e molto recente, quella dell’approvazione della legge sulla parità di accesso ai consigli di amministrazione e agli organi di controllo delle Società quotate e di quelle a controllo pubblico non quotate, le cosiddette “quote rosa”, insomma. Finalmente qualche cosa si sta muovendo nella giusta direzionei. La strada da recuperare è parecchia in ambito europeo, dove l’Italia si piazza proprio all’ultima posizione con solo il 43% delle aziende con almeno una donna nel consiglio di amministrazione (fonte: rapporto “European EPWN Boardwomen Monitor 2010” del Professional Women Network) a fronte di Norvegia, Svezia e Finlandia, dove la percentuale è del 100%, ma anche a Spagna con l’85%, Francia 79% e Grecia al 67%. Situazione tragica anche per quanto concerne la percentuale italiana del numero totale di donne all’interno dei consigli di amministrazione: uno stringatissimo 3,9%. Peggio solo il Portogallo con il 3,45%.

Una situazione paradossale e antieconomica se si pensa che altri studi dimostrano che una consistente  presenza femminile nei consigli di amministrazione fa bene all’impresa: secondo Maria Grazia De Angelis, presidente AISL_O, Associazione Italiana di Studio del lavoro per lo sviluppo organizzativo, “Le aziende con un’alta rappresentanza di donne nei Consigli di Amministrazione ottengono risultati finanziari significativamente superiori, in media, rispetto alle aziende con una minore rappresentanza di donne”.

 

Due piccoli passi in avanti ai piani alti e uno enorme all’indietro alla base.
La notizia è sulle prime pagine da un paio di giorni e se ne sta discutendo molto, con commenti di tono diverso. Quello che veramente mi stupisce, non è solo la notizia in sé, quanto il fatto che in tantissimi (uomini, per lo più) abbiano condiviso e appoggiato la “metodologia” e le ragioni del licenziamento delle loro colleghe.
Se è comune vedere aziende con scarso senso etico nei confronti dei loro dipendenti, meno comune è leggere commenti di questo genere (copio e incollo uno a caso dal Corriere della Sera): “Lasciare a casa dei lavoratori non è mai una scelta facile, che si possa fare a cuor leggero. Non di meno, se dei tagli al personale diventano realmente necessari per la sopravvivenza dell’azienda, questi, responsabilmente, vanno fatti. Il criterio adottato qui lo trovo condivisibile. Infatti: 1)Se fosse vero che “le lavoratrici donne costano di meno e producono di più” (una vecchia, colossale balla, propalata strumentalmente della lobby femminista), beh, proprio nei momenti di crisi le aziende dovrebbero licenziare il personale maschile e mantenere solo quello femminile, no? Un’impresa bada solo al profitto (è quello che le permette di sopravvivere). Perché privarsi di personale che ti costa meno e ti fa guadagnare di più? Soprattutto quando si è in difficoltà. Nessuna “discriminiazione”, quindi. Solo razionale buon senso. Evidentemente i lavoratori uomini nella fattispecie rendevano di più (per mille ragioni che l’azienda sicuramente conosce e sa valutare). 2) Se poi i lavoratori uomini di cui si parla erano effettivamente l’unico sostegno di famiglie monoreddito (di fatto le donne assai raramente lo sono), ebbene mi semmbra che la scelta dell’azienza sia stata molto saggia. Umanamente e razionalmente condivisibile”.
Ammesso e non concesso che gli idioti esistono, mi chiedo: ma commenti del genere da cosa derivano? È per via della crisi? O a causa della guerra tra poveri che trasforma gli esseri umani in esseri primordiali nei quali viene del tutto dimenticato ogni sentimento di empatia e di umana solidarietà, fino all’estrema riduzione a mors tua vita mea? O sono frutto di qualcosa di molto più radicato e profondo, talmente insito nel tessuto culturale e sociale di questo Paese che la crisi economica diviene solo un pretesto per avallare i pensieri più beceri, volgari e retrogradi di certi suoi abitanti (compresi i colleghi uomini di queste lavoratici, invece di mobilitarsi e supportare le loro colleghe hanno preferito, dopo aver evitato il licenziamento, presentarsi regolarmente al posto di lavoro)?

Perché Concita se ne va?

Mi aspettavo una risposta.
Magari senza entrare nel dettaglio, o solo diplomatica e di circostanza.  Nel comunicato congiunto di editore e direttore che avevo già letto qualche giorno fa e un’altra volta ancora stamattina di risposte non ce ne sono.
A dirla tutta, mi sarebbe piaciuta una spiegazione limpida: lascio perché, a causa di, ecc., ma la limpidezza non solo se la possono permettere in pochi, ma sembra anche essere molto sopravvalutata E allora, se le risposte non arrivano, noi, i lettori, facciamo presto a trovarle per conto nostro. Altro che complottismo, basta un minimo di malizia, di quella che non si allontana nemmeno troppo dal buon senso, per capire che qualcosa dev’essere successo per accelerare un epilogo che fino alla settimana scorsa non sembrava nemmeno prevedibile. Ho letto in giro che già da un paio di mesi circolavano voci su un cambio al vertice del giornale. Dove se ne parlava? Probabilmente solo in certi ambienti perché l’effetto sorpresa tra i lettori è innegabile, soprattutto dopo l’editoriale dove, pur mettendo le mani avanti, De Gregorio parlava di “contratto non in scadenza” e di essere fiduciosa.
Certo, non è il caso di scomodare le epurazioni in stile berlusconiano, tutto svolto nella più assoluta legalità, ci mancherebbe, gli accordi rispettati, gli obiettivi raggiunti e i comunicati congiunti, ma non è così che vanno le cose quando un percorso professionale giunge al suo termine naturale o quando si lascia per gettarsi in un nuovo progetto. Qui si ha l’impressione di una decisione presa ob torto collo, di pressioni più o meno velate, di verità non espresse e di questioni in sospeso. Una partenza frettolosa e affrettata, insomma. 
Oltre la sorpresa, la tristezza. Non fino al punto di quelli che nelle svariate centinaia di commenti si sono spinti a dire che non leggeranno più l’Unità gestito da un nuovo direttore, ma condividendo in parte il sentimento “nulla sarà come prima”. Ammetto che mi dispiace anche perché in un panorama di indiscutibile supremazia maschile, un direttore donna – almeno uno – ci stava più che bene. Un bell’atto di coraggio tre anni fa, in un Paese come questo.

Non ho seguito con costanza tutte le discussioni scaturite dal comunicato ufficiale, soprattutto ho evitato i commenti di rito, quelli degli “esperti” e gli sproloqui su Facebook. Non mi interessano nemmeno le analisi politiche e quelle economiche sui dati di vendita, mi sono limitata a registrare le mie sensazioni di lettrice che proprio con la De Gregorio si è avvicinata in maniera diversa e partecipe a un giornale che fino a tre anni fa leggeva saltuariamente e in modo distratto, e che aveva sempre considerato un monolite. Di grande tradizione, certo, ma pur sempre un monolite.
Se la direzione De Gregorio ha avuto un merito è stato quello di aver dato spazio a varie forme di partecipazione attiva da parte dei lettori, e qui posso parlare per esperienza diretta: ho aderito alle grandi iniziative di dissenso, alle mobilitazioni, alla raccolte di firme, alle manifestazioni. Ha dato loro voce con gli strumenti del web e ha portato le voci del web  in prima pagina. Anche questo un atto di discreto coraggio, credo.
Molti rimpiangono l’Unità com’era prima,  fino a tre anni fa: il giornale diverso, il giornalismo d’inchiesta, l’organo di partito fatto in un certo modo. È strano come questi non riescano a vedere che il vento non è girato solo per la politica, di governo e  di opposizione, ma anche per le modalità di espressione di tale politica.

Alla fine di tutto, la curiosità rimane: perché Concita se ne va? Non mi interessa chi, ma cosa. Cosa ha scritto, cosa ha fatto? L’Unità, con De Gregorio, ha parlato moltissimo alla pancia degli italiani della pancia degli italiani e relativamente poco alla pancia del partito della pancia del partito, al quale non ha evitato sferzate all’indomani del referendum di due settimane fa e ancor prima dopo le amministrative di Milano e Napoli. Che non sia piaciuta questa deriva così tanto di base e popolare? Ecco, io ci terrei a saperlo.

Chiacchiere oziose sugli anni ’80

Una decina di giorni fa, sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria del centrosinistra a Milano e Napoli, sia Michele Serra su Repubblica che Massimo Gramellini su La Stampa hanno pubblicato un articolo sugli anni ’80. A parte la netta somiglianza tra i due pezzi che mi ha fatto pensare più a un caso di telepatia che di pensiero condiviso, mi è tornata in mente una lunga conversazione avvenuta qualche anno fa – nel 2008 – tra due che erano stati adolescenti proprio allora.

Impossibile non ricordarli con tenerezza e indulgenza quegli anni, almeno per me.  A distanza, però,  riconoscevamo come quel decennio fosse stato poi deleterio per tutto quanto sarebbe avvenuto in seguito.  L’inizio della fine, si potrebbe quasi dire, una caduta libera lunga trent’anni. Ma potevamo immaginarlo noi sedicenni di allora?

Eppure delle avvisaglie ce n’erano state, si vedeva, a volerlo vedere,  che le cose avevano subito una netta capriola rispetto al decennio precedente.

Il 1980 non ha solo segnato l’inizio di un decennio, ma anche quello di una certa transizione emotiva. A giugno la strage di Ustica, poi Bologna il 2 agosto, la strage del Rapido 904 a San Benedetto Val di Sambro il dicembre seguente. E la Marcia dei quarantamila a Torino in mezzo a tutto questo. Col senno del poi (sempre più facile giudicare dopo), forse si poteva presagire che il desiderio di netta rottura con la politica militante e impegnata, con la lotta di classe, con gli scontri sociali era non solo il segnale di un’epoca ormai conclusa, ma un sentimento che sul lungo termine avrebbe potuto essere cavalcato con lo scopo di cancellare quello che fin lì era stato conquistato.

Negli anni ’80 anche gli studenti si assopirono, l’unico vero movimento fu quello dei Ragazzi dell’85, liceali la cui mancanza di politicizzazione e trasversalità delle istanze vennero viste come un cambiamento positivo. I motivi di protesta furono più che trasversali, anzi, fin troppo politicamente corretti e decisamente fiaccati dallo yuppismo di quegli anni; obiettivi non più rivoluzionari,  ma per il diritto allo studio e una scuola che offrisse strutture, modi e mezzi per emergere.

Sono stati gli anni della grande illusione, insomma, un decennio di ubriacatura democratica pervaso da una profonda leggerezza (a)politica, non solo per noi che eravamo adolescenti. In questo clima germinarono i semi della malapolitica craxiana, della mancanza di consapevolezza, del pensiero che la produzione di un utile economico bastasse e avanzasse, dell’edonismo che in quegli anni dicevano reganiano, dove la sostanza sembrava concentrarsi nell’apparire e l’essere diventava trascurabile. E nonostante il fatto che molti di noi furono costretti a crescere in seguito ad avvenimenti che scossero il paese dalla sue fondamenta – la Strage di Bologna, come dicevo prima, ma anche il terremoti in Irpinia - quello fu il tempo del disimpegno e anche di un certo cinismo, mi verrebbe da dire oggi. C’era questa idea diffusa che nella vita fosse di primaria importanza riuscire, che il mondo fosse votato alla competitività esasperata, che il successo fosse la chiave di volta di tutta l’esistenza umana.

Furono i primi anni non solo televisivi ma anche di plastica, dove ogni cosa sembrava rispecchiare vacanze stile Club Med e piogge di lustrini.

Fu proprio allora che qualcuno cominciò a dire ad alta voce che un certo tipo di sinistra fosse diventata anacronistica, che non avevano più senso certi partiti in una società italiano dove benessere e ricchezza sembravano essere pervasivi e patrimonio generale, che la collettività fosse giusto passasse in secondo piano rispetto a un sano individualismo, modello sostenibile e auspicato a quel tempo.

La tv divenne, metaforicamente, a colori, anche nei miei ricordi. I documentari e le tribune politiche in bianco e nero furono rimpiazzati dagli spettacoli di lamé delle tv private. Intrattenimento a ogni costo, intervallato dalle televendite. Perdemmo il senso della realtà e il contatto con il prossimo. Soprattutto perdemmo la capacità di vedere – allora – che un’altra realtà era possibile.  In definitiva, siamo stati degli ingenui, accecati da un benessere psicologico che se giustamente agognato dopo gli anni bui del terrorismo avrebbe dovuto maturare e condurre ad altro. Con gli anni ’80, invece, ci siamo fermati allo stadio di pubertà sociale, un paese bambino popolato da immaturi non più sognatori, ma illusi della stessa inconsapevolezza tipica appunto dei bambini: tutto, subito e senza grosso impegno.

Che tanti come me se li portino dentro con affetto questi anni ’80 è indubbio. A guardarli ora, attraverso la lente del tempo, superate e dimenticate le difficoltà giovanili, non possiamo fare a meno di considerarli bei tempi andati. Indubbio anche che da un punto di vista storico gli anni ’80 furono una disgrazia perché ci hanno condotti direttamente qui dove oggi ci troviamo. Il fatto è che io non riesco a odiarli, nonostante tutto.

Alcune cose di Roma che mi fanno incazzare

Premessa doverosa: so che quanto andrò ad elencare qui sotto per chi vive a Roma, più che incazzature, potrebbero dirsi delle piccole noie, bruscolini nell’occhio dei quali liberarsi con un batter di palpebre.

In questo senso sono una osservatrice privilegiata: di Roma prendo solo il bello ogni volta che torno. Non ci lavoro, non sono costretta a eterni spostamenti quotidiani, non sono soggetta a traffico e confusione, ritardi, disservizi, criminalità e via discorrendo e forse proprio per questa ragione noto ancora di più quello che molti romani lascerebbero correre, preoccupati da questioni molto più pressanti.

Il fatto è che quando si ama molto un luogo, si vorrebbe fosse perfetto, se non altro per le piccole cose, visto che quelle grandi solo con adeguato spirito zen è possibile viverle giorno dopo giorno e rimanere illesi.

 

- Le buche di Alemanno

Le buche di Roma credo siano famose quanto la città stessa. Non solo quelle voragini che sembrano aprirsi qua e là sulle strade dell’urbe senza preavviso e che spesso finiscono pure sulle pagine dei quotidiani nazionali (e che qualcuno sta cercando di censire), ma anche quelle più ordinarie, le quali sembra costino una fortuna in sospensioni e che a ogni pioggia, puntualmente, si riempiono d’acqua. Ci sono poi le buche che si formano, per non so quale fenomeno, lungo i marciapiedi poco illuminati del lungotevere (e ci dev’essere una spiegazione scientifica sul legame tra scarsa illuminazione pubblica e buche nell’asfalto) e che trasformano una normale passeggiata in un percorso tattico. Lo so perché a capodanno sono caduta dentro una di quelle  - facendomi anche male – e  non potendo far altro, tra parolacce varie, che mandare un sentito ringraziamento al sindaco.

Ho letto che Alemanno sta cercando 500 milioni di euro per mettere un tappo a tutte. Eventuali sponsor sono benaccetti, anzi, come testimonial d’eccezione suggerirei Roberto Giacobbo, noto indagatore di misteri, visto che nessuno riesce ancora a spiegare come mai proprio a Roma si concentrino tutte le buche del mondo.

 

- Le gallerie d’arte che non accettano carte

Ecco, questo lo trovo particolarmente irritante. Una città come Roma, anzi, Roma Capitale, che sull’arte vive, non dovrebbe annoverare tra i suoi musei quelli che rendono la vita difficile ai loro visitatori. Lo GNAM, galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, paradossalmente è legatissima al vecchio concetto di “accettiamo solo contante”, con buona pace di chi, dopo la solita fila all’ingresso, è costretto a rinunciare alla visita. Nessuna informazione a proposito nemmeno sulla pagina internet della galleria, sia mai che a qualcuno scappasse di organizzarsi passando a un bancomat prima della visita al museo. Questo succede a Roma, nel 2011, con utenti stranieri abituati a pagare anche una telefonata con la carta di credito. Ovviamente non è nemmeno possibile comprare i biglietti online, tanto per rendere il quadro ancora più completo. Una dimostrazione di scarsa sensibilità nei confronti dell’utenza, come minimo.

 

 

- Gli eventi d’arte farlocchi

Non nel senso che sono finti, ma in quanto eventi di vetrina, che sarebbero anche molto interessanti se fossero organizzati con meno apparenza e più sostanza..

L’iniziativa di cui parlo è questa, pubblicizzata su Rupubblica, interessantissima e godibile solo per pochi ma con tanto di dépliant con nota introduttiva del sindaco: “Anche quest’anno, con la terza edizione di “RomaNascosta”, Roma Capitale offre ai cittadini ed ai turisti la possibilità di visitare il più importante patrimonio archeologico del mondo. Con un’offerta di oltre 400 visite guidate, gli appassionati di archeologia sotterranea hanno l’opportunità di toccare con mano le radici storiche della nostra Città. Un’ulteriore conferma della vitalità culturale di Roma, una Capitale moderna con un cuore antico. Il Sindaco di Roma Capitale Giovanni Alemanno”. Per me solo conferma del contrario: alla parola cultura associo naturalmente altre parole quali “apertura”, “divulgazione”, “impegno”, “coinvolgimento”. Una capitale che si fregia di avere a cuore la sua storia e la sua cultura altrettanto dovrebbe interessarsi alla cultura dei suoi cittadini e dei suoi ospiti, estendendo al maggior numero possibile di appassionati quello che in questo modo è rimasto un happening elitario (Roma nascosta per davvero, insomma): se 13.000 persona sembrano tante, fatti due calcoli ogni sito archeologico compreso nel programma è rimasto a disposizione di soli 30 visitatori al giorno, numero che sarebbe ridicolo anche per una città d’arte di piccole dimensioni (come Ravenna, ad esempio).

Con la prenotazione obbligatoria e la conseguente caccia al biglietto, il tutto si è trasformato in una sorta di spot pubblicitario, accompagnato dalla sensazione che cittadini e turisti fossero solo l’ultima preoccupazione degli organizzatori, tanto che smaltita la delusione, dopo aver letto le parole del responsabile della manifestazione: ”Dietro a tutto questo c’è un lavoro organizzativo complesso, che comincia mesi prima contattando e convincendo i proprietari ad aprire i siti ai visitatori”, mi è rimasta la curiosità di sapere chi siano questi proprietari, visto che nella quasi totalità dei casi si tratta di siti già inseriti nella gestione della Soprintendenza Speciale per beni archeologici di Roma.

 

- Le auto a Villa Borghese

Domanda diretta: perché le fanno entrare? Ma sarebbe davvero tanto difficile chiudere tutto il parco e trasformarlo in una ztl aperta solo ai mezzi di emergenza e a quelli adibiti alla manutenzione del verde?

E non mi si dica che è già così, perché non è vero. Ho visto auto parcheggiate, anche in zona rimozione, lungo via dell’Uccelliera e altre nello spiazzo di fronte all’ingresso del giardino zoologico. Per quale ragione non fare in modo che sia bello passeggiare o pedalare lungo strade che sono parte integrante di un’area verde, senza il timore di essere stesi da un momento all’altro, senza puzza di gas di scappamento, senza dover zigzagare tra i posteggi selvaggi?

Perché non predisporre la zona con piccoli taxi elettrici per condurre quelli che ne hanno necessità da un punto all’altro del parco con una tariffa fissa?

Dev’essere una mia deformazione quella che mi fa considerare un parco pubblico un luogo inadatto al passaggio e allo stazionamento di auto mentre, proprio quella piazzetta di fronte ai cancelli del giardino zoologico di Roma, mi sembrerebbe più consona e utile per una giostra coi cavallini, un gelataio, il chioschetto della piadina (altro tipo di deformazioni) e bambini che giocano, oltre al posto di noleggio e riparazione bici. Perché i romani amano farsi così tanto male?

iPhoneography
Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7.03.2001.

Tutti i contenuti qui pubblicati (testi, foto, disegni), ove non sia altrimenti indicato, sono di mia proprietà e vengono distribuiti con la seguente Licenza Creative Commons

Creative Commons License

Il tema è stato disegnato da llow e rielaborato da me, così come l'immagine dello sfondo che appartiene a ntr23

UA-10432307-1