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Cose personali

Ho cambiato abito al blog (con tanto di chiosa)

Dopo quasi tre anni di onorevole servizio, ho mandato il vecchio tema in pensione.
Allora era stata una sfida con me stessa: registrare il mio dominio e occuparmi di tutto, dall’inizio alla fine, possibilmente senza chiedere aiuto agli “esperti”. Volevo un blog che mi appartenesse, che mi desse la soddisfazione dell’applicazione e dell’obiettivo da raggiungere, che parlasse di me, soprattutto. Così, dopo molte ore impiegate e parecchio impegno profuso, avevo tirato fuori un tema dall’aria ruspante e casalinga.

Già da un po,’ però, desideravo qualcosa di diverso. Avevo voglia di pulizia, colore e leggerezza, senza la freddezza e le squadrature dei temi commerciali. Cercando cercando, ho trovato Hybridside che è proprio quello che volevo. È il prodotto della creatività di un giovane designer che non solo ha messo insieme tema pulito e molto elegante, ma lo ha donato al mondo tramite una licenza GNU GPLv3, così che ognuno possa modificarlo, trasformalo, adattarlo alle proprie esigenze. Esattamente come ho fatto io.

Foto di Giuli-O

In realtà, la presentazione del nuovo tema del mio blog voleva solo essere una (quasi) scusa per un’ulteriore riflessione, ossia su come la rete viva della generosità di tanti suoi abitanti. È uno degli aspetti che apprezzo di più: il fare qualcosa per la gioia di fare e metterlo poi a disposizione degli altri gratuitamente. La condivisione come scelta libera.
Scelta e non obbligo. Scelta da non usare come pretesto per arraffare senza crediti e riconoscimenti, come invece era solito fare quel politico showman che, impegnato sul fronte della difesa dei diritti d’autore delle trasmissioni televisive condivise in rete, non si faceva a sua volta scrupolo di usarla, la rete, per attingere a piene mani tra le opere altrui senza nemmeno citare autori e fonti. O come accade in certe testate giornalistiche online, dove i redattori e gli articolisti sembrano fin troppo spesso del tutto incapaci di inserire link o attribuzioni ai materiali che usano facendo finta di non sapere che tali materiali – foto, filmati, testi – un proprietario ce l’hanno.
Ma dicevo della scelta che molti considerano quasi un obbligo, ovvero come se il solo fatto di operare in internet – a vari titoli – stesse a significare che tutto dev’essere fatto in cambio di niente  e senza aver diritto a un riconoscimento, economico o altro. Non è poi tanto sottile la differenza tra voler regalare e la pretesa che qualcosa venga regalato per forza, eppure tanti confondono le due cose.

Per questa ragione ci tengo ad attribuire la proprietà intellettuale e i giusti riconoscimenti a chi, per generosità o per puro spirito “sociale”, decide di mettere le sue opere a disposizione di tutti, magari con una licenza Creative Commons (come ha fatto il grafico che ha disegnato l’immagine dalla quale ho ricavato lo sfondo del blog) o GNU GPLv3 come in questo caso. È una piccola cosa, non costa nulla ed è importante perché consente alla rete di continuare ad essere quello che è: un grande deposito della creatività e dell’intelletto umani che fluiscono liberamente . Liberi, sì, ma non figli di nessuno.

Viaggi e prove del nove

Foto di liquene 

Archiviata la trasferta copenaghese, Alessandro e io abbiamo trascorso parte della mattinata domenicale a parlare del prossimo piccolo viaggio che faremo. Data ancora da destinarsi, ma varie mete papabili già in lista, bisogna solo decidere quale affrontare per prima. Abbiamo preso in considerazione città in Europa facilmente raggiungibili e particolarmente adatte a dei fine settimana lunghi: avuto conferma che possiamo viaggiare insieme con parecchia soddisfazione reciproca, ci siamo scatenati, se non altro col pensiero.
Il prossimo viaggio sarà una specie di ratifica a quella che ho sempre chiamato “la prova del nove di Copenhagen”.
In effetti, non c’è nulla che metta alla prova una nuova coppia – o un gruppo di amici –  come un viaggio insieme: le dinamiche quotidiane vengono del tutto ribaltate ed è letteralmente un disastro se non si hanno lo stesso concetto e la stessa filosofia del viaggiare.  Ragione questa per la quale ho sempre preferito partire da sola o con mio figlio quand’era più piccolo. Molto più facile seguire i miei ritmi, che adattarmi con compromessi a quelli altrui; molto meglio fare quello che amo veramente, anziché seguire il resto del gruppo.
Per fortuna, sia io che Alessandro siamo viaggiatori solitari; restava da vedere se potessimo essere viaggiatori solitari insieme. Il fine settimana a Copenhagen ha confermato che non solo abbiamo lo stesso modo di concepire il viaggio (la famoso prova del nove), ma che possiamo felicemente viaggiare in due senza alcuna sofferenza: condividiamo l’interesse nullo per i villaggi turistici, terme, spiagge tropicali, la predilezione per tempi rilassati, lunghe camminate metropolitane e, su tutto, una sana curiosità per quello che succede attorno a noi.

Non è fatto scontato trovare dei compagni di viaggio compatibili, mi è capitato di sentire di liti terribili anche in famiglie e in coppie collaudatissime, per esempio discussioni e musi lunghi su un tour della Germania in bicicletta contro un rilassante soggiorno al mare, compromessi scomodi tra un viaggio in Grecia in moto e un paio di settimane in montagna . Scene di vera vita vissuta. A proposito, mi ricordo di una trasmissione di qualche anno fa che andava in onda su La7 (ma potrebbe essere stato anche un altro canale) in cui due nuclei famigliari del tutto diversi per composizione e per abitudini di viaggio, vivevano l’esperienza di uno scambio di vacanza. Due settimane da trascorrere insieme, prima secondo le modalità di una famiglia e poi secondo quelle dell’altra. Reality interessante, con risultati a volte esilaranti o tragici, con tappi – metaforici – che saltavano e pregiudizi che venivano distrutti o rafforzati, a seconda dei casi. Perché non conta solo la filosofia che sta dietro al viaggio, ma anche le destinazioni che si scelgono: alcune hanno il potere di tirare fuori il meglio o il peggio dalle persone e questo non è mai bello quando si è lontani da casa e dal proprio ambiente.

Ripensando all’esperienza di Copenhagen, ho deciso che marzo, lavoro e soldi permettendo, è un mese perfetto per le partenze: non più troppo freddo per i paesi del nord (e il freddo ha un suo fascino sottile), non ancora troppo caldo per quelli del sud. Inoltre, non sono molti quelli che viaggiano in questo mese e ci si può permettere di visitare luoghi che durante il periodo estivo sono affollatissimi per ragioni che a noi non interessano: per me le spiagge affollate hanno smesso di essere attraenti attorno ai trent’anni e la vita notturna caciarona anche prima.
Ad esempio, nella nostra lista abbiamo inserito Creta e Rodi (la Grecia mi manca del tutto e mi stuzzica), ma sarebbe più problematico – e meno divertente – visitarle col caldo e i turisti di luglio e agosto o col brutto tempo di dicembre e gennaio. Certo, è anche questione di suggestioni e atmosfere ma trovo molto più difficile lasciarmi suggestionare o farmi rapire dall’atmosfera quando imbottigliata tra villeggianti sudati, fosse solo per tre giorni.
Anche per questo, penso, prediligo mete più settentrionali, senza spiagge e senza sole cocente, dove posso sentirmi comunque a mio agio pallida e senza segni di abbronzatura, nonostante le temperature basse. Altro vantaggio: sono poco appetibili per le vacanze fighette e di tendenza, quindi poco frequentate dai vacanzieri confusionari e all-included, che entrambi sopportiamo pochissimo.
Conclusione: viaggiare è un modo meraviglioso per imparare a interagire con chi è diverso da me e per mettermi alla prova, ma con alcuni proprio non posso farcela.

44, come i gatti (ritardatari)

Anche se non sono mai stati in fila per sei.
Anzi,  è già da un po’ che ho notato questo fatto: la mia vita si è sempre svolta su base dieci. Quelli dal 1980 al 1989 sono stati gli anni perfetti dell’adolescenza e della spensieratezza; dal 1990 al 2000 sono stata moglie e diventata madre; nel 2001 è iniziato, per chiudersi lo scorso 31 dicembre, il decennio della consapevolezza, quello nel quale posso ben dire di essere diventata adulta (anche se di crescere ancora non se ne parla), di aver capito chi sono e cosa voglio e soprattutto dove ho imparato, per amore e per forza, le mie lezioni.

Con il mio compleanno, ieri, ho iniziato un nuovo ciclo. E ho fatto il sunto di cosa non voglio più nella mia vita.
Non ho bisogno di negatività, di scarsa trasparenza, di disonestà intellettuale, di vacuità contrapposta alla solidità della sostanza. Di chiacchiere inutili, di battaglie combattute per interposta persona. Non ne ho bisogno, posso farne a meno. È il bello di quest’età dopotutto, il poter cancellare con un colpo di spugna senza remore, ripensamenti o sensi di colpa immotivati; e sapere esattamente da dove iniziare.
Quello che si è aperto ieri sarà il decennio del ritorno, la chiusura del cerchio.

*****

Mi sto rendendo conto che ieri, per la prima volta, ho festeggiato il mio compleanno con un viaggio. Un’ora e poco più di treno tra valli e nebbia, d’accordo, ma sempre di uno spostamento si è trattato. Un viaggio breve, ma non più da sola: Alessandro e io lo abbiamo cominciato insieme.

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44 come i gatti. E come un gatto sono io. Dicono abbiano sette vite, che cadano sempre in piedi, ben fermi sulle zampe, nonostante tutto. Bestie fortunate.

Una provinciale a Roma

Ora che ho preso a visitare Roma spesso e molto volentieri, più che mai ho di questa città una visione caleidoscopica che per forza di cose va a sovrapporsi all’immagine che avevo fino a qualche mese fa: girando il tubo i frammenti si spostano, generando disegni diversi di volta in volta.

Capisco molto meglio, per dirne una, il rapporto di amore/odio che lega molti abitanti di Roma alla loro città e io stessa, pur continuando a credere che questa sia una di quelle poche città che possiedono un’anima, sono maggiormente disposta a concedere che di quest’anima facciano anche parte zone d’ombra. Che poi queste spesso si identificano con quello che di Roma – e dei romani – non riesco a comprendere del tutto.
Ho ancora, com’è ovvio, gli occhi e l’atteggiamento tipici della provinciale di fronte alla grande città, guardo tutto con stupore, traggo conclusioni che non sempre mi piacciono, che a volte mi fanno sorridere molto e altre volte molto meno, ma che comunque non riescono ad intaccare il senso di meraviglia che provo ogni volta.
Di certo vedo in maniera più chiara perché artisti e scrittori nel corso dei secoli abbiano potuto esprimere così tanto, nel bene e nel male, nella magia e nel veleno, tanto per citare un bel libretto di Valerio Magrelli, su questa città. Da parte mia, però, sono meno categorica, un po’ perché sono sempre disposta a concedere a Roma un’ennesima occasione di redenzione, un po’ perché, tutto sommato, per quanto mi riguarda i suoi lati positivi superano di buona misura quelli negativi. Proprio perché provinciale, posso godere in piena libertà di quei piaceri che la città e i suoi abitanti riescono ancora a regalare.

Di sicuro a Roma mi sento sempre molto zen, in modo particolare nei confronti del traffico, che in genere mal sopporto nella piccola città in cui vivo. Non che si possono fare paragoni tra i disagi che il traffico comporta a Ravenna e quelli a Roma, se non altro perché qui non sono costretta a guidare, né sono assoggettata agli orari di una normale vita lavorativa. Mi posso dunque concedere una calma quasi ascetica a qualunque coda, deviazione obbligata, perdita di tempo per spostamenti dai vari punti A in città ai relativi punti B, senza mancare di chiedermi, ad ogni modo, come reagirei a dover affrontare i tempi morti ogni giorno e come possano, i romani, non cedere all’isteria collettiva quando devono cercare un parcheggio in centro e zone limitrofe.
O forse sì, isterici lo diventano: riprova ne sono gli esempi di parcheggio estremo e creativo che si possono ammirare in ogni angolo di strada.

Sempre da provinciale, mi diverto a osservare e registrare questo mondo che mi sfila davanti. Roma è un pianeta a  sé, così come succede con New York è a parte e si nutre delle sue stesse peculiarità.
Per esempio, è l’unico posto al mondo dove la quasi totalità delle commesse di grandi magazzini, supermercati e centri commerciali, oltre ad avere quell’aria di perenne incazzatura, ha le unghie rifatte con campionari di nail art di mirabolante fantasia. Io, che sono abituata all’aria pacioccona e materna delle commesse Coop (non so se le scelgano così di proposito, ma non credo), non esattamente ventenni né con pettinature tutte uguali ispirate alle troniste defilippiane, confesso che mi sento sempre confusa di fronte alla ruvidezza di certi modi, tanto da chiedermi se io stessa, per prima, debba rivedere il mio modo di comunicare con loro.

Tornando a parlare di spostamenti in città, solo a Roma ho la costante preoccupazione di venire investita nell’attraversare strade e vicoli. Non è una vera paura, ma un vago timore di venire stesa da quelle auto o da quegli scooter che si materializzano dal nulla all’ultimo secondo, proprio dove non te li aspetteresti mai. Debitamente istruita a suo tempo, sono il prodotto di diverse scuole di pensiero sull’argomento. Il fatto è che non so mai quale metodo seguire, quello del “buttati ma non li sfidare con lo sguardo mentre attraversi” o quell’altro del “vai tranquilla perché si fermano se passi con fare deciso sulle strisce“. Ciò che mi impensierisce di più, comunque, è attraversare a un incrocio dopo aver notato che spesso ai semafori succede che pedoni e auto abbiano contemporaneamente il verde di via libera.

Sotto certi punti di vista, nonostante tutto, Roma è anche la capitale di un certo provincialismo anni ’50 che evidentemente ancora resiste, ma che emerge solo in alcune occasioni e solo se ci si fa caso. Te ne accorgi, per esempio, negli orari di chiusura di certi esercizi pubblici. Te ne accorgi soprattutto la domenica sera, quando trovare un ristorante aperto per cena diventa impresa epica.
Ora, è vero che proprio in questa giornata la città si svuoti di molti dei suoi abitanti, ma è anche vero che Roma è popolata anche di chi la vive occasionalmente, visitatori, viaggiatori e turisti che di fatto appartengono alla città e questa a loro. Sono quelli che la domenica restano e che sbattono tristemente la faccia contro le saracinesche abbassate.

Eppure, a dispetto dell’irritazione per la caccia al tesoro domenicale, le acrobazie nel traffico, la scontrosità delle commesse dei centri commerciali, le sue mille contraddizioni e tutto quanto non capisco, Roma ha il potere di rendermi felice perché mi accoglie ogni volta. C’è sempre un angolo da scoprire e di cui prendermi cura, storie e personaggi da affidare al mio personale Pantheon, pregiudizi da sfidare e nuovi giudizi da costruire. E un passato vivo, non morto e macerato (non per niente si dice “eterna”), al quale devo prendere continuamente le misure; il suo provincialismo che si scontra con il mio, la vita delle piccole cose, i fasti della Grande Storia e il fascino di quella minima e segreta, stratificate nei secoli che, alla fine di tutto, è quanto amo di più di questa città.

Il post che dovevo scrivere e forse non pubblicare

Di come la parola “invidia” faccia parte del mio personale dizionario di parole insopportabili ho già scritto su questo blog.
Più che altro mi sorprendo sempre di come persone che si ritengono d’intelligenza superiore alla media possano poi ricondurre ogni critica verso di loro all’invidia altrui. Perché cadono di continuo in questa trappola? Ma davvero pensano che chi parla contro di loro sia invidioso e non mosso magari da altro?
Me lo chiedo perché gli invidiosi, quelli veri, raramente parlano e dicono a voce alta, ma si limitano ad agire in modo sotterraneo e molto poco plateale. Mi meraviglio anche di come persone che fondano molta della loro vita, pure professionale, sul fatto di apparire sicure di se stesse poi mandino il messaggio diametralmente opposto quando tirano fuori dal loro cappello l’invidia del prossimo nei loro confronti. Alla fine è proprio così: leggo “tutta invidia” e traduco automaticamente “bambina/o insicura/o e superficiale che stringe i pugnetti e batte i piedini per terra”.
Oppure, come dice il mio amico Hardcore Judas: non è invidia, è rottura di cazzo. Fatevene una ragione.

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Quest’ultimo fine settimana è stato per molti versi illuminante. Ho capito che la solidarietà sociale, una certa visione di ciò che è giusto e di ciò che non lo è,  è anche qualcosa che respiri insieme all’aria del posto in cui nasci e cresci. Te le spalmano sul pane assieme alla Nutella quando sei bambino, le apprendi giocando sugli scivoli e le altalene, ti vengono trasmessi dalle  strade, dalla scuola, dalle piccole esperienze di vita quotidiana, giorno dopo giorno.
Dico spesso che sono stata fortunata a nascere dove sono nata. Ho frequentato una scuola, quella vecchia, elementare, che è stata una palestra di condivisione e di contatto con bambini che, nei primissimi anni ’70, provenivano da ogni parte d’Italia. In classe si parlava tutti assieme e con accenti tutti diversi, nord e sud, est e ovest, isole comprese.
Posso dire di aver imparato proprio allora una certa visione del mondo: gli altri, quelli che vengono da fuori non sono i nemici, non tolgono nulla, non il posto di lavoro, non i diritti. Che ha molto più senso lavorare insieme che divisi, che il razzismo, di qualsiasi genere, soprattutto quello “illuminato” ma ugualmente sotterraneo e strisciante, rappresenta più che altro uno spreco di energie e di occasioni, non uno strumento di difesa.

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E poi ci sono le persone che vorrebbero farsi i fatti altrui, quelle che soffrono di ficcanasismo cronico e incurabile, che non riescono nemmeno a farlo con un minimo di onestà intellettuale ed eleganza.
Non sono una maniaca della privacy, non ho veramente nulla da nascondere, anzi, penso malissimo di chi è ossessionato dalla riservatezza e impaurito dai pettegolezzi e dalle malelingue. So per esperienza che a chi preme nascondere le cose è perché ha effettivamente cose da nascondere. Non ho problemi, quindi, a parlare della mia vita privata, entro certi limiti. Quando ho sentito il bisogno di farlo in pubblico e per iscritto su internet, ho aggiunto una password di protezione al post in questione; parlo di cose molto personali con qualcuno, non affiggo i manifesti sulla pubblica piazza di Facebook, ma continuo ad essere pubblicamente limpida circa i miei pensieri e sentimenti.
Così mi arrabbio quando ci sono persone che non conosco e non frequento che non solo si sentono autorizzate ad indagare sui fatti miei in modo subdolo e piuttosto ridicolo ma, non ancora contente, si sentono anche in dovere di appiccicare etichette non richieste e del tutto fuori luogo alla mia vita.

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Chi si appresta a combattere certe battaglie, anche di principio, deve avere come punto fondamentale quello della chiarezza e della trasparenza. Altrimenti si rischia di trasformare tutto in una soap opera ridicola sullo stile di “armiamoci e partite”. A proposito dei diritti dei lavoratori: ero a Roma il 27, la manifestazione della CGIL era intitolata “Il Futuro è dei giovani e del lavoro. Diritti e più democrazia”. Non ho visto nessuno dei sostenitori delle proteste “dal-basso-dell’internet”, solo la mia amica Giuliana, che per l’ennesima volta non sono riuscita a incontrare.
L’idealismo è un altro di quei principi nutritivi che mi sono stati trasmessi assieme al pane e Nutella di cui dicevo sopra. Sabato mattina,  appena scesa dal bus con le mie bandiere, una signora, aprendo il portone di casa,  mi ha chiesto per cosa andavo a manifestare. “Per il diritto al lavoro, allo studio e alla legalità”, ho risposto io. Mi ha fissato per un paio di secondi e poi mi ha detto che tanto non cambia niente.
Io non so se cambierà qualcosa, ma intanto non voglio andare a dormire ogni sera con la sensazione di non aver fatto nulla del tutto. Dico a mio figlio di andarsene dall’Italia, io resto, non accetto e protesto.

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“Ridondanza” è una parola che non mi è particolarmente antipatica per come suona. È una parola che disegna esattamente quello che da qualche tempo sopporto sempre meno: la sovrabbondanza di chiacchiere inutili, di starnazzamenti senza grande  significato, di una stanchezza,  da parte mia, di immergermi nei piagnistei, nella ricerca esasperata di attenzioni, di pacche sulle spalle compiacenti, di vacuità. Mi manca la leggerezza del cazzeggio disinteressato e sorridente, non sono fatta per i palcoscenici e le associazioni di groupie entusiaste e rumorose che, insieme all’invidia del mondo, sono sempre pronte a nascondersi dietro il feticcio dell’autoironia.

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Ieri sera è morto Mario Monicelli, probabilmente molti questa dipartita se l’aspettavano da un momento all’altro.
La sensazione che ho è quella di un altro pezzetto di cultura che se ne va. È stato un uomo che ha avuto la fortuna di dare molto, di vivere a lungo e di scegliere il come e il quando. Il mio pensiero va a chi non riesce a farlo con altrettante libertà e dignità, in questo Paese.

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Vasco Rossi diceva, in un suo brano molto anni ’80, che le canzoni sono come i fiori. Parafrasandolo a mio comodo, dico che certi miei post sono come la peggior gramigna: spuntano al di fuori di ogni programmazione, infestano i miei pensieri e resistono a tutto, anche al mio tentativo di non vederli pubblicati. Praticamente si pubblicano da soli.

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