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	<title>Diario Semistupido &#187; Cose personali</title>
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	<description>Discorsi, pensieri, esperienze, persone, senza pretese di apparire intelligente per forza.</description>
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		<title>Ho cambiato abito al blog (con tanto di chiosa)</title>
		<link>http://www.diariosemistupido.it/2011/06/21/ho-cambiato-abito-al-blog-con-tanto-di-chiosa/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 07:35:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo quasi tre anni di onorevole servizio, ho mandato il vecchio tema in pensione. Allora era stata una sfida con me stessa: registrare il mio dominio e occuparmi di tutto, dall&#8217;inizio alla fine, possibilmente senza chiedere aiuto agli &#8220;esperti&#8221;. Volevo un blog che mi appartenesse, che mi desse la soddisfazione dell&#8217;applicazione e dell&#8217;obiettivo da raggiungere,
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<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2011/09/29/non-voglio-avere-paura-di-scrivere-sul-mio-blog/' rel='bookmark' title='Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog'>Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo quasi tre anni di onorevole servizio, ho mandato il vecchio tema in pensione.<br />
Allora era stata una sfida con me stessa: registrare il mio dominio e occuparmi di tutto, dall&#8217;inizio alla fine, possibilmente senza chiedere aiuto agli &#8220;esperti&#8221;. Volevo un blog che mi appartenesse, che mi desse la soddisfazione dell&#8217;applicazione e dell&#8217;obiettivo da raggiungere, che parlasse di me, soprattutto. Così, dopo molte ore impiegate e parecchio impegno profuso, avevo tirato fuori un tema dall&#8217;aria ruspante e casalinga.</p>
<p>Già da un po,&#8217; però, desideravo qualcosa di diverso. Avevo voglia di pulizia, colore e leggerezza, senza la freddezza e le squadrature dei temi commerciali. Cercando cercando, ho trovato <a href="http://www.llow.it/hybridside/" target="_blank">Hybridside</a> che è proprio quello che volevo. È il prodotto della creatività di un giovane designer che non solo ha messo insieme tema pulito e molto elegante, ma lo ha donato al mondo tramite una licenza<a href="http://www.gnu.org/licenses/gpl.html" target="_blank"> GNU GPLv3</a>, così che ognuno possa modificarlo, trasformalo, adattarlo alle proprie esigenze. Esattamente come ho fatto io.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2750" href="http://www.diariosemistupido.it/2011/06/21/ho-cambiato-abito-al-blog-con-tanto-di-chiosa/3421327165_ddbf65fec7/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2750" title="3421327165_ddbf65fec7" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/06/3421327165_ddbf65fec7.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/giuli-o/3421327165/" target="_blank">Giuli-O</a></p>
<p>In realtà, la presentazione del nuovo tema del mio blog voleva solo essere una (quasi) scusa per un&#8217;ulteriore riflessione, ossia su come la rete viva della generosità di tanti suoi abitanti. È uno degli aspetti che apprezzo di più: il fare qualcosa per la gioia di fare e metterlo poi a disposizione degli altri gratuitamente. La condivisione come scelta libera.<br />
Scelta e non obbligo. Scelta da non usare come pretesto per arraffare senza crediti e riconoscimenti, come invece era solito fare quel politico showman che, impegnato sul fronte della difesa dei diritti d&#8217;autore delle trasmissioni televisive condivise in rete, non si faceva a sua volta scrupolo di usarla, la rete, per attingere a piene mani tra le opere altrui senza nemmeno citare autori e fonti. O come accade in certe testate giornalistiche online, dove i redattori e gli articolisti sembrano fin troppo spesso del tutto incapaci di inserire link o attribuzioni ai materiali che usano facendo finta di non sapere che tali materiali &#8211; foto, filmati, testi &#8211; un proprietario ce l&#8217;hanno.<br />
Ma dicevo della scelta che molti considerano quasi un obbligo, ovvero come se il solo fatto di operare in internet &#8211; a vari titoli &#8211; stesse a significare che tutto dev&#8217;essere fatto in cambio di niente  e senza aver diritto a un riconoscimento, economico o altro. Non è poi tanto sottile la differenza tra voler regalare e la pretesa che qualcosa venga regalato per forza, eppure tanti confondono le due cose.</p>
<p>Per questa ragione ci tengo ad attribuire la proprietà intellettuale e i giusti riconoscimenti a chi, per generosità o per puro spirito &#8220;sociale&#8221;, decide di mettere le sue opere a disposizione di tutti, magari con una licenza <a href="http://www.creativecommons.it/" target="_blank">Creative Commons</a> (come ha fatto il grafico che ha disegnato l&#8217;immagine dalla quale ho ricavato lo sfondo del blog) o GNU GPLv3 come in questo caso. È una piccola cosa, non costa nulla ed è importante perché consente alla rete di continuare ad essere quello che è: un grande deposito della creatività e dell&#8217;intelletto umani che fluiscono liberamente . Liberi, sì, ma non figli di nessuno.</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Viaggi e prove del nove</title>
		<link>http://www.diariosemistupido.it/2011/03/14/viaggi-e-prove-del-nove/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 18:24:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Foto di liquene&#160; Archiviata la trasferta copenaghese, Alessandro e io abbiamo trascorso parte della mattinata domenicale a parlare del prossimo piccolo viaggio che faremo. Data ancora da destinarsi, ma varie mete papabili già in lista, bisogna solo decidere quale affrontare per prima. Abbiamo preso in considerazione città in Europa facilmente raggiungibili e particolarmente adatte a
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<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2008/08/16/donne-che-amano-riamate-uomini-piu-giovani/' rel='bookmark' title='Donne che amano (riamate) uomini più giovani'>Donne che amano (riamate) uomini più giovani</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2506" href="http://www.diariosemistupido.it/2011/03/14/viaggi-e-prove-del-nove/3802773731_5d0f7c9e43/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2506" title="3802773731_5d0f7c9e43" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/03/3802773731_5d0f7c9e43.jpg" alt="" width="500" height="351" /></a></div>
<div style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/liquene/3802773731/sizes/l/" target="_blank">liquene&nbsp;</p>
<p></a><a href="http://www.flickr.com/photos/liquene/3802773731/sizes/l/" target="_blank"></a><a href="http://www.flickr.com/photos/liquene/3802773731/sizes/l/" target="_blank"></a></p>
<p>Archiviata la trasferta copenaghese, Alessandro e io abbiamo trascorso parte della mattinata domenicale a parlare del prossimo piccolo viaggio che faremo. Data ancora da destinarsi, ma varie mete papabili già in lista, bisogna solo decidere quale affrontare per prima. Abbiamo preso in considerazione città in Europa facilmente raggiungibili e particolarmente adatte a dei fine settimana lunghi: avuto conferma che possiamo viaggiare insieme con parecchia soddisfazione reciproca, ci siamo scatenati, se non altro col pensiero.<br />
Il prossimo viaggio sarà una specie di ratifica a quella che ho sempre chiamato “la prova del nove di Copenhagen”.<br />
In effetti, non c’è nulla che metta alla prova una nuova coppia &#8211; o un gruppo di amici &#8211;  come un viaggio insieme: le dinamiche quotidiane vengono del tutto ribaltate ed è letteralmente un disastro se non si hanno lo stesso concetto e la stessa filosofia del viaggiare.  Ragione questa per la quale ho sempre preferito partire da sola o con mio figlio quand’era più piccolo. Molto più facile seguire i miei ritmi, che adattarmi con compromessi a quelli altrui; molto meglio fare quello che amo veramente, anziché seguire il resto del gruppo.<br />
Per fortuna, sia io che Alessandro siamo viaggiatori solitari; restava da vedere se potessimo essere viaggiatori solitari insieme. Il fine settimana a Copenhagen ha confermato che non solo abbiamo lo stesso modo di concepire il viaggio (la famoso prova del nove), ma che possiamo felicemente viaggiare in due senza alcuna sofferenza: condividiamo l’interesse nullo per i villaggi turistici, terme, spiagge tropicali, la predilezione per tempi rilassati, lunghe camminate metropolitane e, su tutto, una sana curiosità per quello che succede attorno a noi.</p>
<p>Non è fatto scontato trovare dei compagni di viaggio compatibili, mi è capitato di sentire di liti terribili anche in famiglie e in coppie collaudatissime, per esempio discussioni e musi lunghi su un tour della Germania in bicicletta contro un rilassante soggiorno al mare, compromessi scomodi tra un viaggio in Grecia in moto e un paio di settimane in montagna . Scene di vera vita vissuta. A proposito, mi ricordo di una trasmissione di qualche anno fa che andava in onda su La7 (ma potrebbe essere stato anche un altro canale) in cui due nuclei famigliari del tutto diversi per composizione e per abitudini di viaggio, vivevano l’esperienza di uno scambio di vacanza. Due settimane da trascorrere insieme, prima secondo le modalità di una famiglia e poi secondo quelle dell’altra. Reality interessante, con risultati a volte esilaranti o tragici, con tappi &#8211; metaforici &#8211; che saltavano e pregiudizi che venivano distrutti o rafforzati, a seconda dei casi. Perché non conta solo la filosofia che sta dietro al viaggio, ma anche le destinazioni che si scelgono: alcune hanno il potere di tirare fuori il meglio o il peggio dalle persone e questo non è mai bello quando si è lontani da casa e dal proprio ambiente.</p>
<p>Ripensando all’esperienza di Copenhagen, ho deciso che marzo, lavoro e soldi permettendo, è un mese perfetto per le partenze: non più troppo freddo per i paesi del nord (e il freddo ha un suo fascino sottile), non ancora troppo caldo per quelli del sud. Inoltre, non sono molti quelli che viaggiano in questo mese e ci si può permettere di visitare luoghi che durante il periodo estivo sono affollatissimi per ragioni che a noi non interessano: per me le spiagge affollate hanno smesso di essere attraenti attorno ai trent’anni e la vita notturna caciarona anche prima.<br />
Ad esempio, nella nostra lista abbiamo inserito Creta e Rodi (la Grecia mi manca del tutto e mi stuzzica), ma sarebbe più problematico &#8211; e meno divertente &#8211; visitarle col caldo e i turisti di luglio e agosto o col brutto tempo di dicembre e gennaio. Certo, è anche questione di suggestioni e atmosfere ma trovo molto più difficile lasciarmi suggestionare o farmi rapire dall’atmosfera quando imbottigliata tra villeggianti sudati, fosse solo per tre giorni.<br />
Anche per questo, penso, prediligo mete più settentrionali, senza spiagge e senza sole cocente, dove posso sentirmi comunque a mio agio pallida e senza segni di abbronzatura, nonostante le temperature basse. Altro vantaggio: sono poco appetibili per le vacanze fighette e di tendenza, quindi poco frequentate dai vacanzieri confusionari e all-included, che entrambi sopportiamo pochissimo.<br />
Conclusione: viaggiare è un modo meraviglioso per imparare a interagire con chi è diverso da me e per mettermi alla prova, ma con alcuni proprio non posso farcela.</p>
</div>
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		<title>44, come i gatti (ritardatari)</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jan 2011 21:46:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche se non sono mai stati in fila per sei. Anzi,  è già da un po&#8217; che ho notato questo fatto: la mia vita si è sempre svolta su base dieci. Quelli dal 1980 al 1989 sono stati gli anni perfetti dell&#8217;adolescenza e della spensieratezza; dal 1990 al 2000 sono stata moglie e diventata madre;
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Anche se non sono mai stati in fila per sei.<br />
Anzi,  è già da un po&#8217; che ho notato questo fatto: la mia vita si è sempre svolta su base dieci. Quelli dal 1980 al 1989 sono stati gli anni perfetti dell&#8217;adolescenza e della spensieratezza; dal 1990 al 2000 sono stata moglie e diventata madre; nel 2001 è iniziato, per chiudersi lo scorso 31 dicembre, il decennio della consapevolezza, quello nel quale posso ben dire di essere diventata adulta (anche se di crescere ancora non se ne parla), di aver capito chi sono e cosa voglio e soprattutto dove ho imparato, per amore e per forza, le mie lezioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il mio compleanno, ieri, ho iniziato un nuovo ciclo. E ho fatto il sunto di cosa non voglio più nella mia vita.<br />
Non ho bisogno di negatività, di scarsa trasparenza, di disonestà intellettuale, di vacuità contrapposta alla solidità della sostanza. Di chiacchiere inutili, di battaglie combattute per interposta persona. Non ne ho bisogno, posso farne a meno. È il bello di quest&#8217;età dopotutto, il poter cancellare con un colpo di spugna senza remore, ripensamenti o sensi di colpa immotivati; e sapere esattamente da dove iniziare.<br />
Quello che si è aperto ieri sarà il decennio del ritorno, la chiusura del cerchio.</p>
<p style="text-align: justify;">*****</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sto rendendo conto che ieri, per la prima volta, ho festeggiato il mio compleanno con un viaggio. Un&#8217;ora e poco più di treno tra valli e nebbia, d&#8217;accordo, ma sempre di uno spostamento si è trattato. Un viaggio breve, ma non più da sola: Alessandro e io lo abbiamo cominciato insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">*****</p>
<p style="text-align: justify;">44 come i gatti. E come un gatto sono io. Dicono abbiano sette vite, che cadano sempre in piedi, ben fermi sulle zampe, nonostante tutto. Bestie fortunate.</p>
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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una provinciale a Roma</title>
		<link>http://www.diariosemistupido.it/2011/01/07/una-provinciale-a-roma/</link>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 18:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ora che ho preso a visitare Roma spesso e molto volentieri, più che mai ho di questa città una visione caleidoscopica che per forza di cose va a sovrapporsi all&#8217;immagine che avevo fino a qualche mese fa: girando il tubo i frammenti si spostano, generando disegni diversi di volta in volta. Capisco molto meglio, per
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<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2008/10/29/perche-domani-a-roma-manifestero-contro-la-legge-gelmini/' rel='bookmark' title='Perché domani a Roma manifesterò contro la legge Gelmini'>Perché domani a Roma manifesterò contro la legge Gelmini</a></li>
<li><a href='http://www.diariosemistupido.it/2009/10/11/tirando-le-somme-con-compleanno-mancato/' rel='bookmark' title='Tirando le somme (con compleanno mancato)'>Tirando le somme (con compleanno mancato)</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ora che ho preso a visitare Roma spesso e molto volentieri, più che mai ho di questa città una visione caleidoscopica che per forza di cose va a sovrapporsi all&#8217;immagine <a href="http://www.diariosemistupido.it/2008/03/24/emozioni-romane/" target="_self">che avevo fino a qualche mese fa</a>: girando il tubo i frammenti si spostano, generando disegni diversi di volta in volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Capisco molto meglio, per dirne una, il rapporto di amore/odio che lega molti abitanti di Roma alla loro città e io stessa, pur continuando a credere che questa sia una di quelle poche città che possiedono un&#8217;anima, sono maggiormente disposta a concedere che di quest&#8217;anima facciano anche parte zone d&#8217;ombra. Che poi queste spesso si identificano con quello che di Roma &#8211; e dei romani &#8211; non riesco a comprendere del tutto.<br />
Ho ancora, com&#8217;è ovvio, gli occhi e l&#8217;atteggiamento tipici della provinciale di fronte alla grande città, guardo tutto con stupore, traggo conclusioni che non sempre mi piacciono, che a volte mi fanno sorridere molto e altre volte molto meno, ma che comunque non riescono ad intaccare il senso di meraviglia che provo ogni volta.<br />
Di certo vedo in maniera più chiara perché artisti e scrittori nel corso dei secoli abbiano potuto esprimere così tanto, nel bene e nel male, nella magia e nel veleno, tanto per citare un bel libretto di Valerio Magrelli, su questa città. Da parte mia, però, sono meno categorica, un po&#8217; perché sono sempre disposta a concedere a Roma un&#8217;ennesima occasione di redenzione, un po&#8217; perché, tutto sommato, per quanto mi riguarda i suoi lati positivi superano di buona misura quelli negativi. Proprio perché provinciale, posso godere in piena libertà di quei piaceri che la città e i suoi abitanti riescono ancora a regalare.</p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro a Roma mi sento sempre molto zen, in modo particolare nei confronti del traffico, che in genere mal sopporto nella piccola città in cui vivo. Non che si possono fare paragoni tra i disagi che il traffico comporta a Ravenna e quelli a Roma, se non altro perché qui non sono costretta a guidare, né sono assoggettata agli orari di una normale vita lavorativa. Mi posso dunque concedere una calma quasi ascetica a qualunque coda, deviazione obbligata, perdita di tempo per spostamenti dai vari punti A in città ai relativi punti B, senza mancare di chiedermi, ad ogni modo, come reagirei a dover affrontare i tempi morti ogni giorno e come possano, i romani, non cedere all&#8217;isteria collettiva quando devono cercare un parcheggio in centro e zone limitrofe.<br />
O forse sì, isterici lo diventano: riprova ne sono gli esempi di parcheggio estremo e creativo che si possono ammirare in ogni angolo di strada.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre da provinciale, mi diverto a osservare e registrare questo mondo che mi sfila davanti. Roma è un pianeta a  sé, così come succede con New York è a parte e si nutre delle sue stesse peculiarità.<br />
Per esempio, è l&#8217;unico posto al mondo dove la quasi totalità delle commesse di grandi magazzini, supermercati e centri commerciali, oltre ad avere quell&#8217;aria di perenne incazzatura, ha le unghie rifatte con campionari di nail art di mirabolante fantasia. Io, che sono abituata all&#8217;aria pacioccona e materna delle commesse Coop (non so se le scelgano così di proposito, ma non credo), non esattamente ventenni né con pettinature tutte uguali ispirate alle troniste defilippiane, confesso che mi sento sempre confusa di fronte alla ruvidezza di certi modi, tanto da chiedermi se io stessa, per prima, debba rivedere il mio modo di comunicare con loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando a parlare di spostamenti in città, solo a Roma ho la costante preoccupazione di venire investita nell&#8217;attraversare strade e vicoli. Non è una vera paura, ma un vago timore di venire stesa da quelle auto o da quegli scooter che si materializzano dal nulla all&#8217;ultimo secondo, proprio dove non te li aspetteresti mai. Debitamente istruita a suo tempo, sono il prodotto di diverse scuole di pensiero sull&#8217;argomento. Il fatto è che non so mai quale metodo seguire, quello del &#8220;<em>buttati ma non li sfidare con lo sguardo mentre attraversi</em>&#8221; o quell&#8217;altro del &#8220;<em>vai tranquilla perché si fermano se passi con fare deciso sulle strisce</em>&#8220;. Ciò che mi impensierisce di più, comunque, è attraversare a un incrocio dopo aver notato che spesso ai semafori succede che pedoni e auto abbiano contemporaneamente il verde di via libera.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto certi punti di vista, nonostante tutto, Roma è anche la capitale di un certo provincialismo anni &#8217;50 che evidentemente ancora resiste, ma che emerge solo in alcune occasioni e solo se ci si fa caso. Te ne accorgi, per esempio, negli orari di chiusura di certi esercizi pubblici. Te ne accorgi soprattutto la domenica sera, quando trovare un ristorante aperto per cena diventa impresa epica.<br />
Ora, è vero che proprio in questa giornata la città si svuoti di molti dei suoi abitanti, ma è anche vero che Roma è popolata anche di chi la vive occasionalmente, visitatori, viaggiatori e turisti che di fatto appartengono alla città e questa a loro. Sono quelli che la domenica restano e che sbattono tristemente la faccia contro le saracinesche abbassate.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, a dispetto dell&#8217;irritazione per la caccia al tesoro domenicale, le acrobazie nel traffico, la scontrosità delle commesse dei centri commerciali, le sue mille contraddizioni e tutto quanto non capisco, Roma ha il potere di rendermi felice perché mi accoglie ogni volta. C&#8217;è sempre un angolo da scoprire e di cui prendermi cura, storie e personaggi da affidare al mio personale Pantheon, pregiudizi da sfidare e nuovi giudizi da costruire. E un passato vivo, non morto e macerato (non per niente si dice &#8220;eterna&#8221;), al quale devo prendere continuamente le misure; il suo provincialismo che si scontra con il mio, la vita delle piccole cose, i fasti della Grande Storia e il fascino di quella minima e segreta, stratificate nei secoli che, alla fine di tutto, è quanto amo di più di questa città.</p>
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		<title>Il post che dovevo scrivere e forse non pubblicare</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 10:07:39 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di come la parola &#8220;invidia&#8221; faccia parte del mio personale dizionario di parole insopportabili ho già scritto su questo blog.<br />
Più che altro mi sorprendo sempre di come persone che si ritengono  d&#8217;intelligenza superiore alla media possano poi ricondurre ogni critica  verso di loro all&#8217;invidia altrui. Perché cadono di continuo in questa  trappola? Ma davvero pensano che chi parla contro di loro sia invidioso e  non mosso magari da altro?<br />
Me lo chiedo perché gli invidiosi, quelli veri, raramente parlano e  dicono a voce alta, ma si limitano ad agire in modo sotterraneo e molto  poco plateale. Mi meraviglio anche di come persone che fondano molta  della loro vita, pure professionale, sul fatto di apparire sicure di se  stesse poi mandino il messaggio diametralmente opposto quando tirano  fuori dal loro cappello l&#8217;invidia del prossimo nei loro confronti. Alla  fine è proprio così: leggo &#8220;tutta invidia&#8221; e traduco automaticamente  &#8220;bambina/o insicura/o e superficiale che stringe i pugnetti e batte i  piedini per terra&#8221;.<br />
Oppure, come dice il mio amico Hardcore Judas: non è invidia, è rottura di cazzo. Fatevene una ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;ultimo fine settimana è stato per molti versi illuminante. Ho  capito che la solidarietà sociale, una certa visione di ciò che è giusto  e di ciò che non lo è,&nbsp; è anche qualcosa che respiri insieme all&#8217;aria  del posto in cui nasci e cresci. Te le spalmano sul pane assieme alla  Nutella quando sei bambino, le apprendi giocando sugli scivoli e le  altalene, ti vengono trasmessi dalle&nbsp; strade, dalla scuola, dalle  piccole esperienze di vita quotidiana, giorno dopo giorno.<br />
Dico spesso che sono stata fortunata a nascere dove sono nata. Ho  frequentato una scuola, quella vecchia, elementare, che è stata una  palestra di condivisione e di contatto con bambini che, nei primissimi  anni &#8217;70, provenivano da ogni parte d&#8217;Italia. In classe si parlava tutti  assieme e con accenti tutti diversi, nord e sud, est e ovest, isole  comprese.<br />
Posso dire di aver imparato proprio allora una certa visione del mondo:  gli altri, quelli che vengono da fuori non sono i nemici, non tolgono  nulla, non il posto di lavoro, non i diritti. Che ha molto più senso  lavorare insieme che divisi, che il razzismo, di qualsiasi genere,  soprattutto quello &#8220;illuminato&#8221; ma ugualmente sotterraneo e strisciante,  rappresenta più che altro uno spreco di energie e di occasioni, non uno  strumento di difesa.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">E poi ci sono le persone che vorrebbero farsi i fatti altrui, quelle  che soffrono di ficcanasismo cronico e incurabile, che non riescono  nemmeno a farlo con un minimo di onestà intellettuale ed eleganza.<br />
Non sono una maniaca della privacy, non ho veramente nulla da  nascondere, anzi, penso malissimo di chi è ossessionato dalla  riservatezza e impaurito dai pettegolezzi e dalle malelingue. So per  esperienza che a chi preme nascondere le cose è perché ha effettivamente  cose da nascondere. Non ho problemi, quindi, a parlare della mia vita  privata, entro certi limiti. Quando ho sentito il bisogno di farlo in  pubblico e per iscritto su internet, ho aggiunto una password di  protezione al post in questione; parlo di cose molto personali con  qualcuno, non affiggo i manifesti sulla pubblica piazza di Facebook, ma  continuo ad essere pubblicamente limpida circa i miei pensieri e  sentimenti.<br />
Così mi arrabbio quando ci sono persone che non conosco e non frequento  che non solo si sentono autorizzate ad indagare sui fatti miei in modo  subdolo e piuttosto ridicolo ma, non ancora contente, si sentono anche  in dovere di appiccicare etichette non richieste e del tutto fuori luogo  alla mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Chi si appresta a combattere certe battaglie, anche di principio,  deve avere come punto fondamentale quello della chiarezza e della  trasparenza. Altrimenti si rischia di trasformare tutto in una soap  opera ridicola sullo stile di &#8220;armiamoci e partite&#8221;. A proposito dei  diritti dei lavoratori: ero a Roma il 27, la manifestazione della CGIL  era intitolata &#8220;Il Futuro è dei giovani e del lavoro. Diritti e più  democrazia&#8221;. Non ho visto nessuno dei sostenitori delle proteste  &#8220;dal-basso-dell&#8217;internet&#8221;, solo la mia amica Giuliana, che per  l&#8217;ennesima volta non sono riuscita a incontrare.<br />
L&#8217;idealismo è un altro di quei principi nutritivi che mi sono stati  trasmessi assieme al pane e Nutella di cui dicevo sopra. Sabato  mattina,&nbsp; appena scesa dal bus con le mie bandiere, una signora, aprendo  il portone di casa,&nbsp; mi ha chiesto per cosa andavo a manifestare. &#8220;Per  il diritto al lavoro, allo studio e alla legalità&#8221;, ho risposto io. Mi  ha fissato per un paio di secondi e poi mi ha detto che tanto non cambia  niente.<br />
Io non so se cambierà qualcosa, ma intanto non voglio andare a dormire  ogni sera con la sensazione di non aver fatto nulla del tutto. Dico a  mio figlio di andarsene dall&#8217;Italia, io resto, non accetto e protesto.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ridondanza&#8221; è una parola che non mi è particolarmente antipatica per  come suona. È una parola che disegna esattamente quello che da qualche  tempo sopporto sempre meno: la sovrabbondanza di chiacchiere inutili, di  starnazzamenti senza grande&nbsp; significato, di una stanchezza,&nbsp; da parte  mia, di immergermi nei piagnistei, nella ricerca esasperata di  attenzioni, di pacche sulle spalle compiacenti, di vacuità. Mi manca la  leggerezza del cazzeggio disinteressato e sorridente, non sono fatta per  i palcoscenici e le associazioni di groupie entusiaste e rumorose che,  insieme all&#8217;invidia del mondo, sono sempre pronte a nascondersi dietro  il feticcio dell&#8217;autoironia.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri sera è morto Mario Monicelli, probabilmente molti questa dipartita se l&#8217;aspettavano da un momento all&#8217;altro.<br />
La sensazione che ho è quella di un altro pezzetto di cultura che se ne  va. È stato un uomo che ha avuto la fortuna di dare molto, di vivere a  lungo e di scegliere il come e il quando. Il mio pensiero va a chi non  riesce a farlo con altrettante libertà e dignità, in questo Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Vasco Rossi diceva, in un suo brano molto anni &#8217;80, che le canzoni  sono come i fiori. Parafrasandolo a mio comodo, dico che certi miei post  sono come la peggior gramigna: spuntano al di fuori di ogni  programmazione, infestano i miei pensieri e resistono a tutto, anche al  mio tentativo di non vederli pubblicati. Praticamente si pubblicano da  soli.</p>
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		<title>Gli amici ritrovati</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 21:36:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Prendo in prestito, parafrasandolo, il titolo del bel romanzo di Fred Uhlman per raccontare un piccolo episodio della mia vita che vorrei annotare su questo diario: la cena ieri sera con i compagni di classe della scuola elementare, quella che non esiste più, perché ora si chiama primaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Temevo, lo confesso, l&#8217;effetto &#8220;compagni di scuola&#8221; alla Verdone, quando, dopo i primi momenti di baci e abbracci, tutti si trovano a fare i conti con gli anni passati e la tristezza di non ritrovarsi né riconoscersi più, cercando di nascondere l&#8217;imbarazzo di trovarsi tra estranei e il desiderio di essere altrove. Nulla di tutto questo ieri, solo una grandissima dolcezza e un po&#8217; di commozione da parte mia nel rivederli lì, tutti insieme, identici a come li avevo lasciati 33 anni fa.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2268" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/11/13/gli-amici-ritrovati/visitaairimorchiatori1976/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2268" title="Visitaairimorchiatori1976" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/11/Visitaairimorchiatori1976.jpg" alt="" width="377" height="272"></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di Barbara Rincicotti</p>
<p style="text-align: justify;">Non è una esagerazione o un modo di dire, non siamo davvero cambiati. Stesse facce, stesse espressioni di allora, stesso modo di muovere le mani e di sorridere, solo i grembiulini mancavano. E incredibilmente è stata una bella serata, rilassata, piena di ricordi, ma anche con tantissime risate e qualche rivelazione.<br />
Così, devo chiedere scusa a Pippo per l&#8217;accoglienza che a sette anni gli riservai nel suo primo giorno in una scuola tutta nuova, ma il compagno di banco è il compagno di banco, non potevo transigere e sorrido al pensiero che solo dopo tanti anni ho saputo dell&#8217;invidia che suscitavo nelle mie compagne di prima elementare perché sapevo leggere l&#8217;orologio da sola, io bambina timidissima e chiacchierina nello stesso tempo.<br />
E parlando parlando, non potevamo non ricordare la nostra maestra Liana, quella che tanto spesso cito nei miei post, che è stata non solo una grande insegnante, ma pure una figura fondamentale alla quale devo moltissimo. E vicino a lei, come diceva Barbara, dei grandi genitori che l&#8217;hanno sempre sostenuta, compatti, in scelte che anche oggi sarebbero considerate estreme. Credo sarebbe stata contenta di noi, ieri sera.</p>
<p style="text-align: justify;">Io ho ritrovato i miei amici, le persone che conosco da più a lungo in assoluto, alcuni di loro da ben 43 anni, con gli sguardi dolci del tempo che fu, i dolori superati, ancora vivi &#8211; letteralmente -, a parlare di figli, di capelli bianchi e occhiali da vista, di passato ma anche di futuro, del nostro piccolo mondo che non esiste più, di come eravamo e dei nostri giorni insieme, del bruco sul muro della scuola che diventerà una farfalla.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi voglio bene.</p>
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		<title>Venti</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 08:05:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Proprio oggi, due anni fa, scrivevo sull&#8217;altro mio blog: Il 25 ottobre di diciotto anni fa sono diventata mamma. Di quel giorno ricordo tutto perfettamente: era giovedì, c’era la nebbia e faceva caldo, proprio come quest’anno. Ricordo  le persone, e tutto l’affetto che mi hanno dato in quei momenti difficili e importanti per me. Ricordo
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Proprio oggi, due anni fa, scrivevo sull&#8217;altro mio blog:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>Il 25 ottobre di diciotto anni fa sono diventata mamma.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di quel giorno ricordo tutto perfettamente: era giovedì, c’era la nebbia e faceva caldo, proprio come quest’anno. Ricordo  le persone, e tutto l’affetto che mi hanno dato in quei momenti difficili e importanti per me.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ricordo gli occhi del mio bimbo appena nato, come ci siamo guardati e immediatamente piaciuti, creando un legame indissolubile e perfetto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mi piace ricordare Paolo, un amico che proprio a quest’ora venne a trovarmi in ospedale e che disse, appena mi vide, due parole per le quali gli sarò grata per sempre: sei bellissima. Non era vero, naturalmente. Ero solo una ragazzina di ventitré anni arruffata ed esausta, con un neonato di sei ore tra le braccia, ma fu come se mi avesse fatto il regalo più bello del mondo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi mio figlio ha diciotto anni, è un uomo e io non potrei essere più orgogliosa di lui, della strada percorsa fin qua e di come siamo cresciuti insieme. Tanti auguri tesoro.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, dopo due anni, voglio segnare un&#8217;altra data importante nella via di mio figlio, quella dei vent&#8217;anni.<br />
Mi fa effetto questo numero, molto più del raggiungimento della maggiore età, che pure è stato un traguardo. Un traguardo ideale, certo, e sicuramente dal punto di vista burocratico, ma di fatto non è che le cose siano cambiate di molto tra i 17 e i 18 anni.<br />
I suoi vent&#8217;anni mi emozionano, invece, non solo perché ancora una volta ritorno con la memoria al giorno della sua nascita e me lo rivedo guardarmi ad occhi spalancati accoccolato sulla mia pancia, ma perché ho qui di fronte a me uno splendido giovane uomo che, proprio oggi, con questo numero, entra a far parte di una generazione diversa. È la generazione delle fondamenta, dei progetti e delle strategie. E dei sogni da realizzare, dell&#8217;impegno che occorrerà per cercare di farli avverare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevo, in quel post per i suoi diciotto anni, che non avrei potuto essere più orgogliosa di lui. Mi sbagliavo: oggi lo sono cento volte di più, per come è diventato. Maturo, ma altrettanto appassionato e generoso. Un ottimo musicista, un uomo che sa ascoltare, che assorbe i colpi, li elabora e li rispedisce indietro. Un cittadino del mondo, indipendente e desideroso di scoprire cosa c&#8217;è oltre. Un amico per tanti.<br />
E ancora, più di tutto il resto, una persona col sorriso negli occhi e nel cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie per tutto quello che mi hai insegnato negli ultimi vent&#8217;anni, tesoro. Ancora una volta tanti auguri.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><em>E una donna che reggeva un bimbo al seno disse, Parlaci dei Figli.<br />
E lui disse:<br />
I vostri figli non sono figli vostri.<br />
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.<br />
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,<br />
e sebbene siano con voi non vi appartengono.<br />
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.<br />
Poiché hanno pensieri loro propri.<br />
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,<br />
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,<br />
che voi non potete visitare neppure in sogno.<br />
Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli<br />
come voi siete.<br />
Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.<br />
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli,<br />
viventi frecce,<br />
sono scoccati innanzi.<br />
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,<br />
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano<br />
andare veloci e lontano.<br />
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;<br />
poiché se ama il dardo sfrecciante, così ama l’arco che saldo rimane.</em></p>
<p style="text-align: right;">(da: &#8220;Il Profeta&#8221; di Khalil Gibran, 1923)</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Panchine</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 09:04:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte, vagando tra gli scaffali virtuali degli amici si trovano tesori che non solo vorresti possedere e leggere all&#8217;istante, ma che spalancano finestre su ricordi e pensieri. L&#8221;unica cosa che puoi fare, allora, è affacciarti con curiosità. Questo &#8220;Panchine&#8220;, aggiunto immediatamente alla lista dei prossimi acquisti, mi ha fatto ritornare alle tante panchine della
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A volte, vagando tra gli scaffali virtuali degli amici si trovano <a href="http://www.anobii.com/books/Panchine/9788842086338/016720fe962c90bbb0/" target="_self">tesori</a> che non solo vorresti possedere e leggere all&#8217;istante, ma che spalancano finestre su ricordi e pensieri. L&#8221;unica cosa che puoi fare, allora, è affacciarti con curiosità.<br />
Questo &#8220;<em>Panchine</em>&#8220;, aggiunto immediatamente alla lista dei prossimi acquisti, mi ha fatto ritornare alle tante panchine della mia vita. Le panchine sono sedili all&#8217;aperto che non fanno notizia per maggior parte del tempo, ma anche luoghi dove si consumano momenti fondamentali che rimangono incisi nell&#8217;anima per sempre. Sono diventate, nell&#8217;immaginario collettivo, simboli di romanticismo perfetto o di estrema disgrazia, andando dai fidanzatini di Peynet ai senzatetto che lì sopra si addormentano. Tutto quello che scorre in mezzo è vita ed è bello che qualcuno abbia voluto scrivere un libro su questo.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1902" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/07/12/panchine/97130581_dbf67656c1-1/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1902" title="97130581_dbf67656c1" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/07/97130581_dbf67656c1-1.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/roberto_ferrari/97130581/sizes/m/in/photostream/" target="_self">Roby Ferrari</a></p>
<p style="text-align: justify;">Io stessa mi sono resa conto di aver citato più volte le panchine nei miei post. In effetti, anche la mia vita ne è piena e alcune sono diventate dei veri e proprio monumenti personali, mentre altre esistono solo nei miei ricordi perché scomparse da tempo. Cosa piuttosto curiosa: quasi tutte le mie panchine sono legate a figure maschili che in qualche modo sono entrate nella mia vita per periodi più o meno lunghi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultima in ordine di tempo è sul molo di casa mia, quello che da sotto il faro si affaccia da un lato su yacht e barche a vela ormeggiati nella calma del porto turistico. Fa parte di una serie di panchine collocate proprio al centro del molo, con la doppia seduta: da una parte il Candiano e le navi che entrano, dall&#8217;altro le barche da diporto. Panchine antipatiche, devo dirlo, che non hanno alcun rispetto per l&#8217;intimità di chi si siede lì. Non so dire quale sia esattamente quella sulla quale siamo rimasti a parlare sotto il sole tiepido del primo di maggio il mio ex compagno ed io, ho rimosso del tutto quei minuti,  i discorsi fatti e anche lui, nonostante siano passati solo due mesi.<br />
Adesso ricordo solo che era il primo giorno caldo di una primavera impazzita, la mia maglietta viola, i sandali ai piedi- finalmente &#8211; e il mio viso rivolto al sole di mezzogiorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Andando ancora più indietro torno a Roma. Altra panchina nel marzo gelido di due anni fa, lungo Via della Domus Aurea. Erano le nove di mattina, ancora una giornata di sole e un flirt consumato con i raggi che filtravano tra i cipressi e finivano sui Ray Ban vecchio modello di lui. Solo un episodio come tanti, ma la Via della Domus Aurea mi è rimasta nel cuore, è uno dei posti dove torno sempre, la percorro in discesa e poi un po&#8217; in salita, mi siedo all&#8217;ombra degli alberi in &#8216;estate, con un gelato e un libro e non so come possa succedere che il traffico mi sembra sempre distante e io sempre pazzescamente felice. Non c&#8217;è nulla da esorcizzare a Roma, nonostante tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">La panchina a lato della chiesa di San Francesco a Bologna è una di quelle che sono diventati monumenti. Stanno là ad imperitura memoria di un giorno speciale. Mi ricordo un lungo abbraccio, una passeggiata mano nella mano e quella panchina per tutto il pomeriggio. Era il 3 di dicembre e non faceva freddo. Pure se lo fosse stato, comunque non l&#8217;avrei sentito di certo. Il giorno successivo scrissi, su altre pagine, queste parole: &#8220;<em>Il giorno dopo è sempre come risvegliarsi da un sogno. Il senso del tempo si modifica, era ieri ma è talmente lontano, impossibile che sia stato solo ventiquattr&#8217;ore fa. E pare incredibile che eravate proprio voi due quelli e non due adolescenti a sbaciucchiarsi su una panchina. Fino a quando è lecito sbaciucchiarsi? Parlavo della levità di certe situazioni: è bellissimo ritrovarla a quarant&#8217;anni, un giorno tra tutti gli altri, un giorno che magari si avrà dimenticato tra un anno, ma che pure c&#8217;è stato, è esistito</em>&#8220;.<br />
Di anni ne sono passati più di tre, tante cose sono cambiate nel frattempo, ma quel giorno non l&#8217;ho scordato. Certo, ha assunto i contorni sfumati, come sempre succede col tempo che passa, e colori meno vividi, ma altro è rimasto: l&#8217;affetto, un legame di amicizia, esperienze condivise, confidenza. Di questo sono grata.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra mia panchina si trova sul lungomare di Helensburgh, sulla costa occidentale della Scozia. Ellensburgh è una località turistica dal sapore proleterio-vittoriano. Mi raccontavano di come i glaswegians, gli abitanti di Glasgow, prima della guerra, ma anche immediatamente dopo, la domenica usassero raggiungerla a bordo del vapore Waverly per una vacanza di qualche ora: un gelato, una passeggiata sul pontile, un po&#8217; di musica.<br />
Non c&#8217;è mai molto folla, a dire il vero, né molto da fare, nemmeno d&#8217;estate. Qualche anziano che passeggia, ragazzetti con la faccia imbronciata e i pungi in tasca a far la fila per fish and chips.<br />
La strada principale si affaccia sulla costa, i palazzi e i negozi su un lato e dall&#8217;altro il Clyde. Lì ho condiviso una cena con i gabbiani in una serata di luglio di qualche tempo fa: pesce, patatine e baci. E tutt&#8217;intorno, con il sole ancora alto, le colline a perdita d&#8217;occhio. Mi ricordo di essermi alzata da quella panchina guardandomi attorno e pensando &#8220;questa è la mia terra&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1903" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/07/12/panchine/230315101_1aa27b43ca/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1903" title="230315101_1aa27b43ca" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/07/230315101_1aa27b43ca.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/ztephen/230315101/sizes/m/in/photostream/" target="_self">ztephen</a></p>
<p style="text-align: justify;">Di un&#8217;altra panchina diventata monumento avevo <a href="http://www.diariosemistupido.it/2009/10/15/1982/" target="_self">già raccontato</a>. È quella alla quale non posso fare a meno di lanciare un&#8217;occhiata quando passo per quella strada, cosa che capita almeno un paio di volte al giorno. È il simbolo della mia adolescenza, di quel periodo che è un salto nel buio per molti versi, ma che bisogna affrontare per crescere. Ho ricordi dolci di canzoni, chiacchiere, sorrisi e molta timidezza. Ci ripenso come a un film di qualche anno fa, a colori, certo, ma con i personaggi fuori moda. Luca e io, che in tanti mesi di passeggiate pomeridiane non abbiamo mai osato tenerci per mano. Ma su quella panchina, almeno, stavamo vicini, jeans contro jeans, ginocchia contro ginocchia. E mio figlio, al quale ho raccontato, che mi prende in giro ogni volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ultime panchine sono quelle che non esistono più perché eliminate o perché del tutto dimenticate. Ce ne sono tante, ma le mie preferite rimangono quelle del parco pubblico di quando ero bambina: dipinte di verde scuro, con le doghe in ferro, arroventate durante i mesi estivi, scivolose e scomode sempre, tanto da farmi desiderare di rimanere seduta lì il meno possibile. A ripensarci, una vera e propria strategia.</p>
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		<title>Le mappe della mia vita</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 09:15:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;altro giorno, mentre navigavo tra le pagine del Guardian, mi sono imbattuta in un libro scritto da Guy Browning, columnist di quel giornale,  che mi ha attirato subito per il titolo: Maps of my life. Il libro, per chi ha famigliarità col genere, è sullo stile di alcuni racconti di Bill Bryson, ossia una biografia
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;altro giorno, mentre navigavo tra le pagine del <a href="http://www.guardian.co.uk" target="_self"><em>Guardian</em></a>, mi sono imbattuta in un libro scritto da Guy Browning, columnist di quel giornale,  che mi ha attirato subito per il titolo: <a href="http://www.amazon.co.uk/Maps-My-Life-Guy-Browning/dp/0224082728" target="_self"><em>Maps of my life</em></a>. Il libro, per chi ha famigliarità col genere, è sullo stile di alcuni racconti di Bill Bryson, ossia una biografia umoristica costruita come un memoriale di viaggio.<br />
Questa, però, prende spunto dall&#8217;amore che l&#8217;autore ha sempre provato per la geografia, le mappe e la cartografia in genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre aggiungevo il libro alla mia wish list di Amazon, mi sono resa conto che anche io ho sempre avuto un&#8217;insolita passione per mappe e cartine e, se quelle di Parigi e Madrid le ho perse &#8211; non smarrite &#8211; nel corso degli anni, se quelle del mio viaggio americano sono ancora chiuse in uno degli scatoloni del trasloco che mi ha condotto qui, ne ho comunque un buon numero conservate in un cassetto.<br />
La verità? Mi piace collezionarle e averle con me, anche se le mie sono meno decorative e meno elaborate di quelle che Browning ha inserito nel suo libro. Immagino che se dovessi sottopormi ad un&#8217;analisi psicologica per questa mia mania, ne verrebbe fuori che le cartine stradali mi danno un grande senso di sicurezza. Ricordo con profondo disagio i primi due giorni del mio unico viaggio a Parigi, quando mi limitai a ciondolare in giro a rimorchio di una guida senza capire dove stessi andando e dove mi trovassi, finché un passante al quale avevo chiesto come arrivare in Place de la Madeleine mi regalò una cartina. Da quel momento il mio soggiorno svoltò, nonostante abbia comunque mantenuto con la città un rapporto conflittuale al punto di non volerci tornare più.<br />
Non sono cambiata con gli anni: sebbene ora abbia a disposizione anche altri strumenti che mi aiutano a ritrovare la strada (il navigatore gps e l&#8217;iPhone sono tra i migliori acquisti che abbia mai fatto), non manco mai di mettere una o due cartine in borsa quando viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Rovistando nel mio cassetto, è risultato che la mia collezione conta soprattutto di cartine della Scozia e di Roma. La cosa ha una sua logica considerato che, per motivi diversi, sono luoghi  fondamentali della mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho pensato allora che anch&#8217;io avrei potuto raccontarli questi luoghi per raccontare anche un po&#8217; di me. In effetti, la vita segue le sue corsie preferenziali e a me piace tenerne traccia sulle mappe. Segno col pennarello rosso gli itinerari di viaggio, prendo piccoli appunti, conservo scontrini e biglietti per poi tornarci sopra a distanza di tempo, aprendole sul pavimento, rivivendo il gusto della scoperta o della rilassante quotidianità che tendo a ricreare quando viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">È anche vero che alcuni di questi viaggi  sono stati solo un pretesto per stacchi e fughe strategiche quando ho avuto bisogno di mettere dei punti e accapo e per chiudere porte. O magari, solo per considerare la situazione da una  prospettiva diversa, uno spartiacque tra un prima e un dopo, ma sempre accompagnata dalla mie cartine: per essere autosufficiente, per non perdere la strada, ma soprattutto per ritrovare quella di casa.<br />
Allo stesso modo considero questo post: un ennesimo nuovo inizio. Quel che seguirà saranno dei percorsi di viaggio, non solo metaforicamente parlando, ma anche racconti di veri itinerari: la Scozia per cominciare, poi Roma, poi forse altri, senza una cadenza predeterminata ma comunque sempre seguendo col dito sulla cartina strade già percorse.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 09:10:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Marina di Ravenna, quand&#8217;ero bambina, c&#8217;erano otto botteghe di generi alimentari. Le mie preferite erano due: quella dove andavamo di solito a fare la spesa e Dante. Mia mamma allora andava in bottega quasi tutte le mattine e d&#8217;estate, in periodo di vacanza, portava sempre me e mia sorella con sé. Era un bel
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A Marina di Ravenna, quand&#8217;ero bambina, c&#8217;erano otto botteghe di generi alimentari.<br />
Le mie preferite erano due: quella dove andavamo di solito a fare la spesa e Dante.</p>
<p style="text-align: justify;">Mia mamma allora andava in bottega quasi tutte le mattine e d&#8217;estate, in periodo di vacanza, portava sempre me e mia sorella con sé. Era un bel posto. Non grande, anzi era di dimensioni piuttosto modeste, ma pieno di cose interessanti. C&#8217;era un angolo, proprio in fondo, vicino alla vetrina, dove venivano tenuti i tubetti di burro di cacao che profumava di confetti. Vendevano prodotti che non si trovano più, come le buste del latte Ala a forma di piramide.<br />
Durante l&#8217;età delle elementari andavamo in bottega da sole: non era distante, bastava fare tutto viale Sapri fino in fondo, girare a destra e attraversare la strada. I ghiaccioli costavano 50 lire, le gomme da masticare, quelle rosa col tatuaggio dentro, 10. Stavano in una scatola di cartone accanto alla cassa, vicino all&#8217;espositore con le gomme Brooklyn e le caramelle Charms. Da tanti anni ormai lì c&#8217;è un negozio di biciclette.</p>
<p style="text-align: justify;">Da Dante non sono mai entrata. Mi piaceva perché era misterioso come una grotta.<br />
La bottega si trovava vicino al porto,  me la ricordo come un corridoio stretto, sempre in penombra e ingombro di merce, con in fondo una porta a vetri dalla quale filtrava la luce del sole. Si vedeva dalla strada quel rettangolo luminoso. Dante faceva orari strani, lì si rifornivano marittimi e pescatori, quindi era aperto fin dalle prime ore del mattino, anche la domenica, tutto l&#8217;anno. Per le emergenze dell&#8217;ultimo secondo c&#8217;era sempre Dante. Non so dire esattamente da quando, ma nello stesso posto poi hanno aperto un centro estetico.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1714" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/05/07/il-post-sul-bel-tempo-che-fu/ecomostro-2/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1714" title="Ecomostro" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/05/Ecomostro1.jpg" alt="" width="448" height="336" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">A Marina di Ravenna una volta c&#8217;erano anche diversi bar-latterie. Vendevano latte e formaggi principalmente, ma facendo anche servizio bar, molti si fermavano per il caffè. Proprio uno dei miei primi amori si nutrì dei cornetti Algida comprati in una certa latteria. Arrivai al record di cinque in un sabato pomeriggio: dovevo pur trovare una scusa per passare e ripassare proprio lì dove il mio bello era solito sostare.<br />
L&#8217;anno in cui uscirono le Big Babol, ci fu un consumo talmente alto di quelle gomme che faceva palloni giganteschi, che fu impossibile trovarle per quasi una settimana, anche nelle latterie più fuori mano. Lo so perché le mie amiche e io battemmo a tappeto il paese per un paio di giorni prima di arrenderci all&#8217;evidenza. Mi ricordo che il primo ad esaurire le scorte fu il Bar Trieste, quello annesso al Cinema Trieste, punto di ritrovo degli adolescenti di allora (non cercatelo, non esiste più da anni).</p>
<p style="text-align: justify;">Il &#8220;Cinematrieste&#8221;, cinema di terza o quarta visione, era il must della domenica pomeriggio. 1000 lire l&#8217;ingresso, 100 lire per il ghiacciolo o per quei buonissimi popcorn dal sapore di plastica venduti nella confezione a righe bianche e blu,  è stato fondamentale per la mia formazione cinematografica: lì vidi per la prima volta <em>La febbre del sabato sera</em>, <em>Hair</em>, <em>Incontri ravvicinati del terzo tipo</em> e <em>Allegro non troppo</em> di Bruno Bozzetto, con quella fantastica marcia dei dinosauri al ritmo di Bolero di Ravel.<br />
In prima media passai ben sei settimane senza andare al cinema: risparmiai 6000 lire per la cassettina <em>Too much heaven</em> dei Bee Gees che ascoltai incessantemente per mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta se si percorreva viale dei Mille verso la  piazza, in fondo, al di là della fontana, si poteva vedere uno spazio aperto, una specie di area verde (o gialliccia di erba bruciata e sabbia) con tamerici e olivelle. Quella striscia di quasi parco pubblico separava il lungomare da una piccola spiaggia libera. Lì andavamo nei primi anni &#8217;70, con l&#8217;ombrellone, i secchielli e i fumetti di Tiramolla e Geppo. Le domeniche d&#8217;estate per me profumavano sempre di Ambra solare e panini all&#8217;arrosto ed erano bellissime domeniche di mare. Quello era anche il posto in cui una decina di anni più tardi mi sarei fermata a guardare i fuochi artificiali le notti di Ferragosto, direttamente sotto alle cascate di scintille, come piace a me.<br />
Qualche anno fa hanno deciso di abbattere tamerici e olivelle e di costruire Marinara, con quei condomini mascherati un po&#8217; da New England un po&#8217; da cabine anni &#8217;50.<br />
Non mi piace Marinara perché non c&#8217;entra niente col resto. Hanno innalzato un muro, invisibile sì, ma che segna comunque un limite invalicabile. Non si mescolano, quelli di Marinara, con noi che viviamo di qua, né noi con loro, a dire il vero. Colpa anche di quei condomini, ne sono sicura, e del mare che dalla strada non si vede più. In comune abbiamo una cosa però: il supermercato Coop che nel corso degli anni ha rimpiazzato le otto botteghe di alimentari.<br />
La nuova sede è proprio a Marinara, vicino al faro e vicino agli yacht, così che i proprietari spesso svuotano il carrello direttamente nella cambusa delle loro barche.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro casa, in piazza del mercato, stanno tirando su un ecomostro. È un palazzo enorme, a più piani, che, come Marinara, non c&#8217;entra nulla con quello che si trova intorno. La piazza è sparita lì sotto, insieme a una bella fetta di tramonto, la sera. Mi ritengo fortunata, però: non lo vedo se non affacciandomi dalla finestra della camera da letto, spostando lo sguardo sulla destra, dove  il profilo del campanile è stato solo sfiorato dalle impalcature.</p>
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