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Esperienze

Verso nord: Dublino è un po’ come casa

In questi giorni di afa e caldo torrido, sempre di più comprendo la mia predilezione per i Paesi del nord, dove raramente il sole brucia e la luce ferisce gli occhi.
Così, dopo i canali ghiacciati di Copenhagen a marzo, ecco Dublino tra luglio e agosto per sfuggire alla calura estiva e per confermare, nel caso ce ne fosse stato bisogno, la mia effettiva capacità di viaggiare in coppia, cosa che tendo a non dare mai per scontata.

Una volta ho sentito dire che a Dublino, a parte il Trinity College, non ci sarebbe granché da vedere. Meglio, dunque, dedicarle un viaggio breve, un fine settimana, piuttosto che un tempo più lungo, giusto quanto basta per un giretto veloce e qualche bevuta al pub.
Io credo, invece, che questa sia una di quelle città con l’anima e con un suo fascino sottile. Offre molto, ma occorre essere pazienti e grattare fin sotto la superficie per far emergere i suoi tesori nascosti. Per questo, ritenendo che i tre giorni canonici di un weekend non fossero sufficienti, l’abbiamo scelta come seconda meta della vacanze estive: una settimana abbondante (otto giorni) a disposizione per cercare di assaporare la città nel giusto modo, per dimenticarsi delle orde di turisti rumorosi, per affezionarsi alle sue strade, ai suoi ritmi, ai suoi suoni. Non posso dire di essere partita con una visione neutrale del posto e senza aver subito nel tempo contaminazioni esterne: ancor prima di vederla avevano pesato anni di suggestioni letterarie e cinematografiche insieme ad anni di frequentazione intensa con la Scozia occidentale. Dublino come Glasgow, Grafton Street come Sauchiehall Street, insomma.

Ho subito pensato che avessero molto in comune e questo mi ha fatto sentire, già durante il tragitto dall’areoporto verso il centro città, non una straniera, ma come se fossi arrivata a casa.
Entrambe vicine al mare, con un fiume che le attraversa, sono circondate da cielo aperto e colline verdi. Pure la luce è la stessa anche se, forse, il cielo d’Irlanda non riesce ad essere tanto grigio quanto quello di Scozia. Ero per la prima volta a Dublino e mi pareva di esserci stata da sempre.
Strana sensazione, tutto sommato: il piacere di ritrovare quello che conoscevo bene unito al timore di perdere parte della meraviglia di scoprire un posto del tutto sconosciuto. Così non è stato, naturalmente. Perché la scoperta va oltre al fatto di vivere una esperienza nuova come può essere il fatto di visitare una città che non si conosce, e perché le città sono effettivamente molto diverse tra loro.

In realtà, proprio avendo tempo di viverla in lentezza, ho avuto conferma di quanto avevo sempre immaginato, ossia che anche Dublino fa parte della categoria delle città che hanno un’anima, come dicevo sopra. Sono quelle provviste di un carattere tanto forte e incisivo che la parte migliore risulta spesso nascosta. Quella di Dublino è un’anima popolare e orgogliosa nel conservare la propria memoria, nel bene e nel male, insieme alla caparbietà di voler essere una capitale importante, eclettica e proiettata verso il futuro.
Una città orientata al futuro ma ancorato con orgoglio al proprio passato, quindi. È questo quello che ho sentito nella voce della guida che ci ha condotti tra le sale del Castello, l’ho notato visitando i musei e le gallerie d’arte della città, piccole e molto ben organizzate (meravigliose le attività per i bambini che si svolgono nelle gallerie d’arte), nei parchi curati, certo, ma senza esagerazione maniacale, ma, soprattutto, in quelle placchette metalliche applicate ovunque lungo le strade per ricordare questo o quel personaggio, questo o quell’evento della sua storia più o meno recente, questo o quel brano letterario.

Ecco, da questo punto di vista potrebbe essere la mia città ideale, una città fatta per chi ama i libri e la lettura. Non tanto per i monumenti e i musei dedicati alla scrittura e agli scrittori, quanto per il numero impressionante di librerie. Poteva non piacermi una città così? Se ne trovano ogni pochi metri, librerie di ogni tipo: quella superfornita della grande cantena, quelle indipendenti, quelle piccole e nascoste, quelle che conservano l’aspetto e il sapore degli anni ‘60 e 70 e sempre, in ognuna, la sezione dedicata agli autori e alla storia locali e libri offerti con super sconti e promozioni speciali. Tanti libri e prezzi ottimi, difficilissimo per me resistere alle tentazioni, specialmente quando una edizione dei Dubliners di Joyce – acquisto d’obbligo – costa solo 3 euro.

Altra cosa di cui mi sono accorta passeggiando a Dublino è che la è letteralmente impossibile rimanere senza cibo. Sul bere sorvolo, non è materia di mio interesse, ma forse, visto che dove si beve spesso si mangia pure, non dovrei sorprendermi così tanto se sono decine i locali dove a qualunque ora è possibile ordinare un pasto completo, e non si tratta solo dei soliti, onnipresenti fastfood. Si mangia bene, spesso con poco, anche in quell’epicentro di orgia turistica che è Temple Bar. Altrimenti ci sono i mercatini, con le bancarelle di frutta e verdura. Particolarmente ricco, ma non proprio economico, è quello di Cows Lane, il sabato. E forse anche per questo mi sono sentita così tanto in famiglia tra la frutta e la verdura esposte, i formaggi e le ricotte, le conserve e le torte fatte in casa, le erbe aromatiche e il profumo delle olive al peperoncino (greche non pugliesi, ma tant’è). E le ostriche da gustare on the road.

Per me questa è Dublino: non una città da Ah! e Oh!, ma con la sua anima vibrante che ti conquista poco alla volta, insieme alla sua gente. Gli sguardi dai ponti, certi angoli suggestivi, le strade che mi ricordavano libri letti, le chiese e i musei dal sapore vittoriano. Ma anche i mercatini dei prodotti artigianali, quelli d’arte, le fioraie, i musicisti da strada e i macellai col grembiulone.
Dublino è un caleidoscopio di voci, di gaelico e inglese gutturale, e di immagini.
Parlavo di suggestioni cinematrografiche, a questo punto comincio a sospettare che non sia un caso che the Commitments è sempre stato uno dei miei film preferiti.

Chiacchiere oziose sugli anni ’80

Una decina di giorni fa, sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria del centrosinistra a Milano e Napoli, sia Michele Serra su Repubblica che Massimo Gramellini su La Stampa hanno pubblicato un articolo sugli anni ’80. A parte la netta somiglianza tra i due pezzi che mi ha fatto pensare più a un caso di telepatia che di pensiero condiviso, mi è tornata in mente una lunga conversazione avvenuta qualche anno fa – nel 2008 – tra due che erano stati adolescenti proprio allora.

Impossibile non ricordarli con tenerezza e indulgenza quegli anni, almeno per me.  A distanza, però,  riconoscevamo come quel decennio fosse stato poi deleterio per tutto quanto sarebbe avvenuto in seguito.  L’inizio della fine, si potrebbe quasi dire, una caduta libera lunga trent’anni. Ma potevamo immaginarlo noi sedicenni di allora?

Eppure delle avvisaglie ce n’erano state, si vedeva, a volerlo vedere,  che le cose avevano subito una netta capriola rispetto al decennio precedente.

Il 1980 non ha solo segnato l’inizio di un decennio, ma anche quello di una certa transizione emotiva. A giugno la strage di Ustica, poi Bologna il 2 agosto, la strage del Rapido 904 a San Benedetto Val di Sambro il dicembre seguente. E la Marcia dei quarantamila a Torino in mezzo a tutto questo. Col senno del poi (sempre più facile giudicare dopo), forse si poteva presagire che il desiderio di netta rottura con la politica militante e impegnata, con la lotta di classe, con gli scontri sociali era non solo il segnale di un’epoca ormai conclusa, ma un sentimento che sul lungo termine avrebbe potuto essere cavalcato con lo scopo di cancellare quello che fin lì era stato conquistato.

Negli anni ’80 anche gli studenti si assopirono, l’unico vero movimento fu quello dei Ragazzi dell’85, liceali la cui mancanza di politicizzazione e trasversalità delle istanze vennero viste come un cambiamento positivo. I motivi di protesta furono più che trasversali, anzi, fin troppo politicamente corretti e decisamente fiaccati dallo yuppismo di quegli anni; obiettivi non più rivoluzionari,  ma per il diritto allo studio e una scuola che offrisse strutture, modi e mezzi per emergere.

Sono stati gli anni della grande illusione, insomma, un decennio di ubriacatura democratica pervaso da una profonda leggerezza (a)politica, non solo per noi che eravamo adolescenti. In questo clima germinarono i semi della malapolitica craxiana, della mancanza di consapevolezza, del pensiero che la produzione di un utile economico bastasse e avanzasse, dell’edonismo che in quegli anni dicevano reganiano, dove la sostanza sembrava concentrarsi nell’apparire e l’essere diventava trascurabile. E nonostante il fatto che molti di noi furono costretti a crescere in seguito ad avvenimenti che scossero il paese dalla sue fondamenta – la Strage di Bologna, come dicevo prima, ma anche il terremoti in Irpinia - quello fu il tempo del disimpegno e anche di un certo cinismo, mi verrebbe da dire oggi. C’era questa idea diffusa che nella vita fosse di primaria importanza riuscire, che il mondo fosse votato alla competitività esasperata, che il successo fosse la chiave di volta di tutta l’esistenza umana.

Furono i primi anni non solo televisivi ma anche di plastica, dove ogni cosa sembrava rispecchiare vacanze stile Club Med e piogge di lustrini.

Fu proprio allora che qualcuno cominciò a dire ad alta voce che un certo tipo di sinistra fosse diventata anacronistica, che non avevano più senso certi partiti in una società italiano dove benessere e ricchezza sembravano essere pervasivi e patrimonio generale, che la collettività fosse giusto passasse in secondo piano rispetto a un sano individualismo, modello sostenibile e auspicato a quel tempo.

La tv divenne, metaforicamente, a colori, anche nei miei ricordi. I documentari e le tribune politiche in bianco e nero furono rimpiazzati dagli spettacoli di lamé delle tv private. Intrattenimento a ogni costo, intervallato dalle televendite. Perdemmo il senso della realtà e il contatto con il prossimo. Soprattutto perdemmo la capacità di vedere – allora – che un’altra realtà era possibile.  In definitiva, siamo stati degli ingenui, accecati da un benessere psicologico che se giustamente agognato dopo gli anni bui del terrorismo avrebbe dovuto maturare e condurre ad altro. Con gli anni ’80, invece, ci siamo fermati allo stadio di pubertà sociale, un paese bambino popolato da immaturi non più sognatori, ma illusi della stessa inconsapevolezza tipica appunto dei bambini: tutto, subito e senza grosso impegno.

Che tanti come me se li portino dentro con affetto questi anni ’80 è indubbio. A guardarli ora, attraverso la lente del tempo, superate e dimenticate le difficoltà giovanili, non possiamo fare a meno di considerarli bei tempi andati. Indubbio anche che da un punto di vista storico gli anni ’80 furono una disgrazia perché ci hanno condotti direttamente qui dove oggi ci troviamo. Il fatto è che io non riesco a odiarli, nonostante tutto.

Alcune cose di Roma che mi fanno incazzare

Premessa doverosa: so che quanto andrò ad elencare qui sotto per chi vive a Roma, più che incazzature, potrebbero dirsi delle piccole noie, bruscolini nell’occhio dei quali liberarsi con un batter di palpebre.

In questo senso sono una osservatrice privilegiata: di Roma prendo solo il bello ogni volta che torno. Non ci lavoro, non sono costretta a eterni spostamenti quotidiani, non sono soggetta a traffico e confusione, ritardi, disservizi, criminalità e via discorrendo e forse proprio per questa ragione noto ancora di più quello che molti romani lascerebbero correre, preoccupati da questioni molto più pressanti.

Il fatto è che quando si ama molto un luogo, si vorrebbe fosse perfetto, se non altro per le piccole cose, visto che quelle grandi solo con adeguato spirito zen è possibile viverle giorno dopo giorno e rimanere illesi.

 

- Le buche di Alemanno

Le buche di Roma credo siano famose quanto la città stessa. Non solo quelle voragini che sembrano aprirsi qua e là sulle strade dell’urbe senza preavviso e che spesso finiscono pure sulle pagine dei quotidiani nazionali (e che qualcuno sta cercando di censire), ma anche quelle più ordinarie, le quali sembra costino una fortuna in sospensioni e che a ogni pioggia, puntualmente, si riempiono d’acqua. Ci sono poi le buche che si formano, per non so quale fenomeno, lungo i marciapiedi poco illuminati del lungotevere (e ci dev’essere una spiegazione scientifica sul legame tra scarsa illuminazione pubblica e buche nell’asfalto) e che trasformano una normale passeggiata in un percorso tattico. Lo so perché a capodanno sono caduta dentro una di quelle  - facendomi anche male – e  non potendo far altro, tra parolacce varie, che mandare un sentito ringraziamento al sindaco.

Ho letto che Alemanno sta cercando 500 milioni di euro per mettere un tappo a tutte. Eventuali sponsor sono benaccetti, anzi, come testimonial d’eccezione suggerirei Roberto Giacobbo, noto indagatore di misteri, visto che nessuno riesce ancora a spiegare come mai proprio a Roma si concentrino tutte le buche del mondo.

 

- Le gallerie d’arte che non accettano carte

Ecco, questo lo trovo particolarmente irritante. Una città come Roma, anzi, Roma Capitale, che sull’arte vive, non dovrebbe annoverare tra i suoi musei quelli che rendono la vita difficile ai loro visitatori. Lo GNAM, galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, paradossalmente è legatissima al vecchio concetto di “accettiamo solo contante”, con buona pace di chi, dopo la solita fila all’ingresso, è costretto a rinunciare alla visita. Nessuna informazione a proposito nemmeno sulla pagina internet della galleria, sia mai che a qualcuno scappasse di organizzarsi passando a un bancomat prima della visita al museo. Questo succede a Roma, nel 2011, con utenti stranieri abituati a pagare anche una telefonata con la carta di credito. Ovviamente non è nemmeno possibile comprare i biglietti online, tanto per rendere il quadro ancora più completo. Una dimostrazione di scarsa sensibilità nei confronti dell’utenza, come minimo.

 

 

- Gli eventi d’arte farlocchi

Non nel senso che sono finti, ma in quanto eventi di vetrina, che sarebbero anche molto interessanti se fossero organizzati con meno apparenza e più sostanza..

L’iniziativa di cui parlo è questa, pubblicizzata su Rupubblica, interessantissima e godibile solo per pochi ma con tanto di dépliant con nota introduttiva del sindaco: “Anche quest’anno, con la terza edizione di “RomaNascosta”, Roma Capitale offre ai cittadini ed ai turisti la possibilità di visitare il più importante patrimonio archeologico del mondo. Con un’offerta di oltre 400 visite guidate, gli appassionati di archeologia sotterranea hanno l’opportunità di toccare con mano le radici storiche della nostra Città. Un’ulteriore conferma della vitalità culturale di Roma, una Capitale moderna con un cuore antico. Il Sindaco di Roma Capitale Giovanni Alemanno”. Per me solo conferma del contrario: alla parola cultura associo naturalmente altre parole quali “apertura”, “divulgazione”, “impegno”, “coinvolgimento”. Una capitale che si fregia di avere a cuore la sua storia e la sua cultura altrettanto dovrebbe interessarsi alla cultura dei suoi cittadini e dei suoi ospiti, estendendo al maggior numero possibile di appassionati quello che in questo modo è rimasto un happening elitario (Roma nascosta per davvero, insomma): se 13.000 persona sembrano tante, fatti due calcoli ogni sito archeologico compreso nel programma è rimasto a disposizione di soli 30 visitatori al giorno, numero che sarebbe ridicolo anche per una città d’arte di piccole dimensioni (come Ravenna, ad esempio).

Con la prenotazione obbligatoria e la conseguente caccia al biglietto, il tutto si è trasformato in una sorta di spot pubblicitario, accompagnato dalla sensazione che cittadini e turisti fossero solo l’ultima preoccupazione degli organizzatori, tanto che smaltita la delusione, dopo aver letto le parole del responsabile della manifestazione: ”Dietro a tutto questo c’è un lavoro organizzativo complesso, che comincia mesi prima contattando e convincendo i proprietari ad aprire i siti ai visitatori”, mi è rimasta la curiosità di sapere chi siano questi proprietari, visto che nella quasi totalità dei casi si tratta di siti già inseriti nella gestione della Soprintendenza Speciale per beni archeologici di Roma.

 

- Le auto a Villa Borghese

Domanda diretta: perché le fanno entrare? Ma sarebbe davvero tanto difficile chiudere tutto il parco e trasformarlo in una ztl aperta solo ai mezzi di emergenza e a quelli adibiti alla manutenzione del verde?

E non mi si dica che è già così, perché non è vero. Ho visto auto parcheggiate, anche in zona rimozione, lungo via dell’Uccelliera e altre nello spiazzo di fronte all’ingresso del giardino zoologico. Per quale ragione non fare in modo che sia bello passeggiare o pedalare lungo strade che sono parte integrante di un’area verde, senza il timore di essere stesi da un momento all’altro, senza puzza di gas di scappamento, senza dover zigzagare tra i posteggi selvaggi?

Perché non predisporre la zona con piccoli taxi elettrici per condurre quelli che ne hanno necessità da un punto all’altro del parco con una tariffa fissa?

Dev’essere una mia deformazione quella che mi fa considerare un parco pubblico un luogo inadatto al passaggio e allo stazionamento di auto mentre, proprio quella piazzetta di fronte ai cancelli del giardino zoologico di Roma, mi sembrerebbe più consona e utile per una giostra coi cavallini, un gelataio, il chioschetto della piadina (altro tipo di deformazioni) e bambini che giocano, oltre al posto di noleggio e riparazione bici. Perché i romani amano farsi così tanto male?

Due parole sullo sciopero di ieri e in generale

“Brunetta: “In piazza per allungare il weekend”. Secondo il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, “la scarsissima adesione dei dipendenti pubblici allo sciopero generale indetto dalla Cgil certifica il fallimento di un’iniziativa di cui non si capiscono gli obiettivi e della quale i cittadini non sentivano certo l’esigenza. Quella di oggi è stata solo la fiacca celebrazione dell’ennesimo sciopero allunga weekend”. Il suo collega al dicastero del Lavoro, Sacconi, rincara:  “La Cgil rifletta sulla linea fin qui seguita” vista la “bassa adesione allo sciopero che si sta registrando tanto nel pubblico quanto nel settore privato”. (da Repubblica.it)

Solo poche righe e qualche sassolino.

Uno sciopero di un’unica sigla sindacale che raggiunge il 60% di adesione non mi pare un risultato scarso.

Per chi ogni volta agita la bandiera del weekend (sì, sì lo diciamo in inglese che fa più trendy) allungato per lo sciopero di venerdì, mi pare evidente la malafede: lo sciopero era generale, per più della metà dei partecipanti il sabato è giorno lavorativo. Non solo i dipendenti della pubblica amministrazione, ma anche quelli del commercio e senza andare a fare le spigolature di chi nel settore privato comunque lavora sabato e festivi (tipo i turnisti).

Immagine da http://www.flcgil.it

Una cosa che spesso si dimentica (chissà perché) è che scioperare è una scelta quasi sempre sofferta, che non si fa a cuor leggero. Scioperare per qualcuno ha un costo alto o addirittura altissimo: un giorno di paga. Non è una vacanza.
Chi sciopera è per lo più gente che in altri tempi molti avrebbero definito morta di fame con le pezze al culo. Fatevene una ragione. Se prendi 800-900 euro al mese anche un giorno di paga in meno a fine mese fa la differenza. Altro che fine settimana lunghi. E d’altro canto, se tutti potessero contare su salari dignitosi e in linea con il costo della vita, uno dei grandi motivi per scioperare verrebbe a mancare, no? (Tralasciando che si sciopera pure per altre ragioni, per esasperazione, per reclamare ciò che dovrebbe esserci e non c’è e, non per ultimo, per quelle di principio e di solidarietà sociale, perché c’è ancora chi ci crede a queste cose).

A proposito, una domanda che mi pongo spesso è: ma quelli che stanno sempre a criticare chi sciopera hanno mai provato, per qualche minuto, a chiedersi come si sopravvive con stipendi del genere e se loro ce la farebbero?

A chi parla di fannulloni: molta di quella gente che ieri ha partecipato nelle piazze un lavoro non ce l’ha, o ce l’ha a pezzi, o precario, o incerto.  Sarebbero felicissimi di andarci a lavorare, se potessero. Per loro lo sciopero è una questione di diritto al lavoro negato.

A quelli che non capiscono perché uno sciopero viene proclamato dico semplicemente che uno sciopero viene indetto con largo anticipo perché questo la legge prevede. È piuttosto facile, nell’era di internet, informarsi sulle ragioni di uno sciopero e se non bastasse internet costa comunque poco rivolgersi agli organi del sindacato stesso. Alla fine è solo questione di  voler o non voler sapere.

Lo sciopero rompe le scatole? Certo che sì, è quello il suo scopo, creare disturbo. Vi impedisce di raggiungere in orario gli appuntamenti, di non rispettare le vostre tabelle di marcia e gli impegni presi per quel giorno? Se è così questo scopo lo ha raggiunto. E se vi lamentate perché lo sciopero viene a diminuire un giorno di guadagno, pensate voi come possono essere felici quelli che non hanno altro mezzo per rivendicare il loro, di stipendio.

Caro Friendfeed, volevo dirti…

 

Caro Friendfeed,

 

per celebrare il nostro terzo anniversario –  un traguardo importante per ogni convivenza che si rispetti, specialmente per i tempi della rete – ho sentito il bisogno di scriverti una lettera. Lo trovi strano? Non lo è così tanto, se ci pensi. In fondo, lettere ne ho sempre scritte, perché non a te dunque?

Prima di ogni altra cosa, e ci tengo moltissimo a questo: vorrei esprimerti tutta la mia più profonda gratitudine. Grazie a te ho conosciuto e incontrato persone belle e amici importanti, mi sono innamorata di un uomo con il quale sto progettando una prossima convivenza e, non per ultimo, ho avuto occasione, ogni singolo giorno per tre anni, di imparare qualcosa di nuovo, di confrontarmi, di venire a contatto con persone di idee, esperienze, sentimenti diversi dai miei.
In poche parole, con te ho trovato un mezzo formidabile di conoscenza e condivisione.
Ti ricordi com’eri allora, tre anni fa?
Chi ti ha incontrato da poco stenterebbe a riconoscerti: non c’erano i like, non c’erano commenti, nessuna discussione, solo utenti – pochi – che aggregavano i loro feed in un flusso che comprendeva Twitter e qualche suo clone, i post sui blog e pochissimo altro, tramite un’interfaccia che chiamare basic sarrebbe stato il minimo. Poi ci hai dato la possibilità di scrivere direttamente i nostri pensieri, di importare quello di cui volevamo discutere, o solo sottoporre all’attenzione dei nostri subscribers, aggiungere file e foto ed è stato bellissimo. Thread interessanti, meme simpatici e coinvolgenti (sono sicura che non hai scordato quello del  cin-cin 2.0 o quello per il Towel Day), il Giocone di Adamo, i tanti incontri “di persona”.
In un certo senso eravamo tutti uguali: si discuteva, ci si incazzava anche, i flame partivano ogni tre per due, ma eravamo, almeno la maggior parte di noi era, in buona fede. Cazzeggiavamo anche molto, ovviamente, perché non è che fossimo sempre lì a discutere dei massimi sistemi, ma pure il cazzeggio aveva un certo suo senso e una sua specifica leggerezza che lo rendevano interessante.

Quand’è che le cose hanno cominciato a cambiare tra noi?
Quando, nonostante il mio attaccamento, ho cominciato a non sentirmi più emotivamente coinvolta da te? E soprattutto, perché è accaduto?
Credo sia successo poco meno di un anno fa. Un giorno mi sono svegliata e mi sono accorta che interagire tra noi era diventato all’improvviso una fatica enorme. Non ti bastava più che fossimo com’eravamo sempre stati, ma dovevamo per forza dimostraci i più simpatici, acuti, arguti, piagnoni, fotogenici, provocatori per poter riscuotere sempre più like, sempre più commenti. E per me che non sono mai stata particolarmente simpatica, acuta, arguta, piagnona, fotogenica o provocatrice (e nemmeno gattamorta, aggiungo) quello che fino a poco tempo prima era stato un piacere,  si è trasformato ad un tratto in un’inutile gara di popolarità, con tanto di ansia da prestazione. Da parte mia, certo, ma anche di tanti altri che vedevo dispiacersi quando nessuno notava i loro post o quando nessuno li commentava.
Per fortuna, ho sempre avuto bene in mente il gioco dei ruoli tra noi due, così ho sempre accettato come regola di questo gioco il fatto che fosse statisticamente impossibile piacere o essere simpatica a tutti o che a qualcuno potesse non piacere quello che scrivevo o che lo potesse trovare noioso o risibile. Non è anche questo il bello dell’internet, in fondo?

Devo darti atto, però, caro Friendfeed, che la mia disaffezione non è dipesa da te in quanto piattaforma, anche se, a suo tempo, la storia del passaggio a Facebook destabilizzò parecchi animi. Hai avuto il (de)merito di diventare popolare e una massa di nuovi utenti si è aggiunta a chi c’era già.
E io una parola su questi utenti novelli vorrei dirtela perché è anche a causa loro se hai smesso di essere quello che eri stato fino a un certo punto: divertente. Persone che ti consideravano un mezzo dove “per lo più si cazzeggia” che contributo potevano portare? E quelle che cercavano il flame a tutti i costi per poi denunciare i conseguenti linciaggi e le “logiche da branco” (ma per favore)? Le altre alla ricerca costante di un pubblico coglionamente plaudente? E quelle che si gettavano nella mischia senza considerare dinamiche di discussione radicate e preesistenti al loro arrivo e che erano tue proprie, caro Friendfeed?
Le cose sono precipitate rapidamente: all’improvviso mi sono ritrovata senza più nulla da comunicare, proprio io, che avevo passato gli ultimi quindici anni a interagire online, anche se su media diversi. Ho smesso di postare mie foto perché non volevo dessero adito a fraintendimenti strani, vista l’aria che tirava. Dei fatti miei non ne parlavo già, se non in maniera generica, poi ho desistito del tutto: a chi potevano veramente interessare?

Le mie opinioni da utente normale, non marchettara, senza alcuna predisposizione per presenzialismo o promozione personale, le mie esperienze e contaminazioni in rete lunghe più un decennio, la mia insistenza a portare avanti un certo discorso di coerenza di pensiero potevano contare più delle fotine osé, della mancanza di leggerezza, ironia e buona fede?
Risultato: non solo non avevo più nulla da aggiungere ma trovavo del tutto inutile anche solo provare a darmi la pena di condividere il contenuto altrui che trovavo degno di nota.
È vero, probabilmente sono cambiata anch’io nel corso del tempo, non dico di no. Fortunatamente si cresce, si migliora o si peggiora, a seconda dei casi. Io, nello specifico, mi sono resa conto di un certo abbassamento  nella mia personalissima soglia di pazienza. Sono peggiorata, dunque; ho cominciato a trovare irritanti fenomeni che prima non avrei detto fastidiosi: le claque, tanto per fare un esempio; il poveraccismo di certi post, la provocazione ottusa di certi altri.
E i piagnistei, le paolecaruso, le monique e i relativi terremoti, i concorsi a premi con quelli bravi di qua e i figli di un dio minore di là, gli sfigati e le reginette della festa, quelli che pensano di aver capito tutto e invece no, le groupie e gli sbavanti ad oltranza, chi vorrebbe e non può, quelli con le doppie e triple vite, quelli che non hanno mai superato i quindici anni di età, con la testa.
Così è successo che dal non bloccare alcun utente perché “non si sa mai cosa può portare anche chi non mi piace e non seguo” (ti ricordi? Ne avevo fatto una specie di filosofia, insieme a quella cosa della serendipità come tuo punto di forza), sia passata negli ultimi dodici mesi  a una decina e più di blocchi, senza considerare gli spammer conclamati.
Ci sarebbero state ragioni a sufficienza per lasciarti definitivamente, tanti lo hanno fatto per molto meno. lo sai. E d’altro canto non puoi non aver notato come tanti altri si siano man mano ritirati dalle conversazioni e siano divenuti meno attivi, quasi circospetti.

Nonostante tutto questo, però, non riesco ad andarmene. Un po’ per una questione di correttezza: non sarebbe giusto nei confronti di chi negli ultimi tre anni ha commentato i miei thread e nei confronti di quelli ai quali ho lasciato commenti nei loro; un po’ per quella mia cosa di continuare a credere in te in quanto mezzo eccezionale di condivisione. Vero, l’80% di quello che vedo è fuffa o del tutto trascurabile, ma rimane pur sempre quel 20% che mi fa resistere. Resistere, sì, ma in silenzio, anche se continuo a leggere articoli, post, interventi da occhio silenzioso, un po’ in disparte e al di fuori da ogni desiderio di polemica. Proprio io, che ho sempre trovato polemizzare piuttosto divertente.

Chiamala saggezza, se vuoi. O stanchezza. Per il momento è così (un momento lungo un anno, già). Chissà, potrei anche cambiare domani e ritornare ad essere quella che ero quando ci siamo conosciuti. Per ora questo ti dovevo: uno sfogo e una spiegazione.
Buon anniversario, con immutato affetto.

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