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Esperienze

Caro Friendfeed, volevo dirti…

 

Caro Friendfeed,

 

per celebrare il nostro terzo anniversario –  un traguardo importante per ogni convivenza che si rispetti, specialmente per i tempi della rete – ho sentito il bisogno di scriverti una lettera. Lo trovi strano? Non lo è così tanto, se ci pensi. In fondo, lettere ne ho sempre scritte, perché non a te dunque?

Prima di ogni altra cosa, e ci tengo moltissimo a questo: vorrei esprimerti tutta la mia più profonda gratitudine. Grazie a te ho conosciuto e incontrato persone belle e amici importanti, mi sono innamorata di un uomo con il quale sto progettando una prossima convivenza e, non per ultimo, ho avuto occasione, ogni singolo giorno per tre anni, di imparare qualcosa di nuovo, di confrontarmi, di venire a contatto con persone di idee, esperienze, sentimenti diversi dai miei.
In poche parole, con te ho trovato un mezzo formidabile di conoscenza e condivisione.
Ti ricordi com’eri allora, tre anni fa?
Chi ti ha incontrato da poco stenterebbe a riconoscerti: non c’erano i like, non c’erano commenti, nessuna discussione, solo utenti – pochi – che aggregavano i loro feed in un flusso che comprendeva Twitter e qualche suo clone, i post sui blog e pochissimo altro, tramite un’interfaccia che chiamare basic sarrebbe stato il minimo. Poi ci hai dato la possibilità di scrivere direttamente i nostri pensieri, di importare quello di cui volevamo discutere, o solo sottoporre all’attenzione dei nostri subscribers, aggiungere file e foto ed è stato bellissimo. Thread interessanti, meme simpatici e coinvolgenti (sono sicura che non hai scordato quello del  cin-cin 2.0 o quello per il Towel Day), il Giocone di Adamo, i tanti incontri “di persona”.
In un certo senso eravamo tutti uguali: si discuteva, ci si incazzava anche, i flame partivano ogni tre per due, ma eravamo, almeno la maggior parte di noi era, in buona fede. Cazzeggiavamo anche molto, ovviamente, perché non è che fossimo sempre lì a discutere dei massimi sistemi, ma pure il cazzeggio aveva un certo suo senso e una sua specifica leggerezza che lo rendevano interessante.

Quand’è che le cose hanno cominciato a cambiare tra noi?
Quando, nonostante il mio attaccamento, ho cominciato a non sentirmi più emotivamente coinvolta da te? E soprattutto, perché è accaduto?
Credo sia successo poco meno di un anno fa. Un giorno mi sono svegliata e mi sono accorta che interagire tra noi era diventato all’improvviso una fatica enorme. Non ti bastava più che fossimo com’eravamo sempre stati, ma dovevamo per forza dimostraci i più simpatici, acuti, arguti, piagnoni, fotogenici, provocatori per poter riscuotere sempre più like, sempre più commenti. E per me che non sono mai stata particolarmente simpatica, acuta, arguta, piagnona, fotogenica o provocatrice (e nemmeno gattamorta, aggiungo) quello che fino a poco tempo prima era stato un piacere,  si è trasformato ad un tratto in un’inutile gara di popolarità, con tanto di ansia da prestazione. Da parte mia, certo, ma anche di tanti altri che vedevo dispiacersi quando nessuno notava i loro post o quando nessuno li commentava.
Per fortuna, ho sempre avuto bene in mente il gioco dei ruoli tra noi due, così ho sempre accettato come regola di questo gioco il fatto che fosse statisticamente impossibile piacere o essere simpatica a tutti o che a qualcuno potesse non piacere quello che scrivevo o che lo potesse trovare noioso o risibile. Non è anche questo il bello dell’internet, in fondo?

Devo darti atto, però, caro Friendfeed, che la mia disaffezione non è dipesa da te in quanto piattaforma, anche se, a suo tempo, la storia del passaggio a Facebook destabilizzò parecchi animi. Hai avuto il (de)merito di diventare popolare e una massa di nuovi utenti si è aggiunta a chi c’era già.
E io una parola su questi utenti novelli vorrei dirtela perché è anche a causa loro se hai smesso di essere quello che eri stato fino a un certo punto: divertente. Persone che ti consideravano un mezzo dove “per lo più si cazzeggia” che contributo potevano portare? E quelle che cercavano il flame a tutti i costi per poi denunciare i conseguenti linciaggi e le “logiche da branco” (ma per favore)? Le altre alla ricerca costante di un pubblico coglionamente plaudente? E quelle che si gettavano nella mischia senza considerare dinamiche di discussione radicate e preesistenti al loro arrivo e che erano tue proprie, caro Friendfeed?
Le cose sono precipitate rapidamente: all’improvviso mi sono ritrovata senza più nulla da comunicare, proprio io, che avevo passato gli ultimi quindici anni a interagire online, anche se su media diversi. Ho smesso di postare mie foto perché non volevo dessero adito a fraintendimenti strani, vista l’aria che tirava. Dei fatti miei non ne parlavo già, se non in maniera generica, poi ho desistito del tutto: a chi potevano veramente interessare?

Le mie opinioni da utente normale, non marchettara, senza alcuna predisposizione per presenzialismo o promozione personale, le mie esperienze e contaminazioni in rete lunghe più un decennio, la mia insistenza a portare avanti un certo discorso di coerenza di pensiero potevano contare più delle fotine osé, della mancanza di leggerezza, ironia e buona fede?
Risultato: non solo non avevo più nulla da aggiungere ma trovavo del tutto inutile anche solo provare a darmi la pena di condividere il contenuto altrui che trovavo degno di nota.
È vero, probabilmente sono cambiata anch’io nel corso del tempo, non dico di no. Fortunatamente si cresce, si migliora o si peggiora, a seconda dei casi. Io, nello specifico, mi sono resa conto di un certo abbassamento  nella mia personalissima soglia di pazienza. Sono peggiorata, dunque; ho cominciato a trovare irritanti fenomeni che prima non avrei detto fastidiosi: le claque, tanto per fare un esempio; il poveraccismo di certi post, la provocazione ottusa di certi altri.
E i piagnistei, le paolecaruso, le monique e i relativi terremoti, i concorsi a premi con quelli bravi di qua e i figli di un dio minore di là, gli sfigati e le reginette della festa, quelli che pensano di aver capito tutto e invece no, le groupie e gli sbavanti ad oltranza, chi vorrebbe e non può, quelli con le doppie e triple vite, quelli che non hanno mai superato i quindici anni di età, con la testa.
Così è successo che dal non bloccare alcun utente perché “non si sa mai cosa può portare anche chi non mi piace e non seguo” (ti ricordi? Ne avevo fatto una specie di filosofia, insieme a quella cosa della serendipità come tuo punto di forza), sia passata negli ultimi dodici mesi  a una decina e più di blocchi, senza considerare gli spammer conclamati.
Ci sarebbero state ragioni a sufficienza per lasciarti definitivamente, tanti lo hanno fatto per molto meno. lo sai. E d’altro canto non puoi non aver notato come tanti altri si siano man mano ritirati dalle conversazioni e siano divenuti meno attivi, quasi circospetti.

Nonostante tutto questo, però, non riesco ad andarmene. Un po’ per una questione di correttezza: non sarebbe giusto nei confronti di chi negli ultimi tre anni ha commentato i miei thread e nei confronti di quelli ai quali ho lasciato commenti nei loro; un po’ per quella mia cosa di continuare a credere in te in quanto mezzo eccezionale di condivisione. Vero, l’80% di quello che vedo è fuffa o del tutto trascurabile, ma rimane pur sempre quel 20% che mi fa resistere. Resistere, sì, ma in silenzio, anche se continuo a leggere articoli, post, interventi da occhio silenzioso, un po’ in disparte e al di fuori da ogni desiderio di polemica. Proprio io, che ho sempre trovato polemizzare piuttosto divertente.

Chiamala saggezza, se vuoi. O stanchezza. Per il momento è così (un momento lungo un anno, già). Chissà, potrei anche cambiare domani e ritornare ad essere quella che ero quando ci siamo conosciuti. Per ora questo ti dovevo: uno sfogo e una spiegazione.
Buon anniversario, con immutato affetto.

Viaggi e prove del nove

Foto di liquene 

Archiviata la trasferta copenaghese, Alessandro e io abbiamo trascorso parte della mattinata domenicale a parlare del prossimo piccolo viaggio che faremo. Data ancora da destinarsi, ma varie mete papabili già in lista, bisogna solo decidere quale affrontare per prima. Abbiamo preso in considerazione città in Europa facilmente raggiungibili e particolarmente adatte a dei fine settimana lunghi: avuto conferma che possiamo viaggiare insieme con parecchia soddisfazione reciproca, ci siamo scatenati, se non altro col pensiero.
Il prossimo viaggio sarà una specie di ratifica a quella che ho sempre chiamato “la prova del nove di Copenhagen”.
In effetti, non c’è nulla che metta alla prova una nuova coppia – o un gruppo di amici –  come un viaggio insieme: le dinamiche quotidiane vengono del tutto ribaltate ed è letteralmente un disastro se non si hanno lo stesso concetto e la stessa filosofia del viaggiare.  Ragione questa per la quale ho sempre preferito partire da sola o con mio figlio quand’era più piccolo. Molto più facile seguire i miei ritmi, che adattarmi con compromessi a quelli altrui; molto meglio fare quello che amo veramente, anziché seguire il resto del gruppo.
Per fortuna, sia io che Alessandro siamo viaggiatori solitari; restava da vedere se potessimo essere viaggiatori solitari insieme. Il fine settimana a Copenhagen ha confermato che non solo abbiamo lo stesso modo di concepire il viaggio (la famoso prova del nove), ma che possiamo felicemente viaggiare in due senza alcuna sofferenza: condividiamo l’interesse nullo per i villaggi turistici, terme, spiagge tropicali, la predilezione per tempi rilassati, lunghe camminate metropolitane e, su tutto, una sana curiosità per quello che succede attorno a noi.

Non è fatto scontato trovare dei compagni di viaggio compatibili, mi è capitato di sentire di liti terribili anche in famiglie e in coppie collaudatissime, per esempio discussioni e musi lunghi su un tour della Germania in bicicletta contro un rilassante soggiorno al mare, compromessi scomodi tra un viaggio in Grecia in moto e un paio di settimane in montagna . Scene di vera vita vissuta. A proposito, mi ricordo di una trasmissione di qualche anno fa che andava in onda su La7 (ma potrebbe essere stato anche un altro canale) in cui due nuclei famigliari del tutto diversi per composizione e per abitudini di viaggio, vivevano l’esperienza di uno scambio di vacanza. Due settimane da trascorrere insieme, prima secondo le modalità di una famiglia e poi secondo quelle dell’altra. Reality interessante, con risultati a volte esilaranti o tragici, con tappi – metaforici – che saltavano e pregiudizi che venivano distrutti o rafforzati, a seconda dei casi. Perché non conta solo la filosofia che sta dietro al viaggio, ma anche le destinazioni che si scelgono: alcune hanno il potere di tirare fuori il meglio o il peggio dalle persone e questo non è mai bello quando si è lontani da casa e dal proprio ambiente.

Ripensando all’esperienza di Copenhagen, ho deciso che marzo, lavoro e soldi permettendo, è un mese perfetto per le partenze: non più troppo freddo per i paesi del nord (e il freddo ha un suo fascino sottile), non ancora troppo caldo per quelli del sud. Inoltre, non sono molti quelli che viaggiano in questo mese e ci si può permettere di visitare luoghi che durante il periodo estivo sono affollatissimi per ragioni che a noi non interessano: per me le spiagge affollate hanno smesso di essere attraenti attorno ai trent’anni e la vita notturna caciarona anche prima.
Ad esempio, nella nostra lista abbiamo inserito Creta e Rodi (la Grecia mi manca del tutto e mi stuzzica), ma sarebbe più problematico – e meno divertente – visitarle col caldo e i turisti di luglio e agosto o col brutto tempo di dicembre e gennaio. Certo, è anche questione di suggestioni e atmosfere ma trovo molto più difficile lasciarmi suggestionare o farmi rapire dall’atmosfera quando imbottigliata tra villeggianti sudati, fosse solo per tre giorni.
Anche per questo, penso, prediligo mete più settentrionali, senza spiagge e senza sole cocente, dove posso sentirmi comunque a mio agio pallida e senza segni di abbronzatura, nonostante le temperature basse. Altro vantaggio: sono poco appetibili per le vacanze fighette e di tendenza, quindi poco frequentate dai vacanzieri confusionari e all-included, che entrambi sopportiamo pochissimo.
Conclusione: viaggiare è un modo meraviglioso per imparare a interagire con chi è diverso da me e per mettermi alla prova, ma con alcuni proprio non posso farcela.

Verso nord: la luce di Copenhagen

La primissima cosa che ho visto della Danimarca, ancora sull’aereo, è stato il mare ghiacciato. Dall’alto si vedeva questo ghiaccio bianco che per metri e metri ricopriva il blu scuro dell’acqua, a partire da una costa sabbiosa e frastagliata. Lo so che potrà sembrare una sciocchezza, ma io il mare ghiacciato non l’avevo mai visto prima, sono abituata a un mare diverso, all’Adriatico che non gela mai, nemmeno in quell’inverno dell’85 quando le temperature scesero per giorni a parecchi gradi sotto lo zero.
La seconda cosa che mi ha colpito, poi, è stata la luce del cielo riemergendo dalla stazione metro di Kongens Nytorv a Copenhagen. Già virava all’indaco della sera, ma era limpido, cristallino, senza veli di foschia. E freddissimo. Probabilmente non è stata solo suggestione di luce, ma anche di silenzi: in quel momento la città mi è sembrata stranamente senza rumori o, meglio, senza il rumore tipico del grande agglomerato urbano, quel boato di sottofondo che è impossibile escludere del tutto.
 

 
Oggi, a qualche giorno di distanza, se avessi a disposizione solo qualche parola per raccontare quello che ho amato di più di questa città credo userei proprio “acqua, ghiaccio e luce”.
L’acqua è quella del mare e il mare me lo porto nel DNA. Mi sento sempre come a casa nelle città di mare, con le loro banchine, gli attracchi, e, sullo sfondo, gru e magazzini; hanno un profumo diverso e Copenhagen non fa differenza, anche se qui è più sottile, forse a causa del freddo.
I suoi canali bianchi di ghiaccio sono diventati il simbolo di questo viaggio. Mi piaceva affacciarmi dai ponti e vedere sotto quell’acqua solida e immobile, mi rendeva felice come una bambina guardare i frammenti galleggianti che riflettevano la luce del sole mentre passeggiavamo, Alessandro e io, lungo le banchine. Ed è piuttosto strano questo perché, pur soffrendo moltissimo il freddo, qui mi pareva di non sentirlo tanto, nonostante le temperature piuttosto basse. Sospetto addirittura che ad averla visitata in una stagione diversa, chessò, in piena estate, l’avrei trovata quasi banale, non molto differente da altre città affacciate sui mari del nord.
 
E invece è bella Copenhagen in questo periodo, con i suoi contorni netti e i suoi colori accesi. È una città che ti accoglie e non respinge, così piccola l’ho sentita subito amica.
Mi ci sono trovata bene, immediatamente, non solo perché ho una speciale predilezione per le latitudini più settentrionali, ma anche perché tutto sembra scorrere più lentamente, in modo ordinato e secondo un meccanismo collaudato e infallibile.
Mi ci sono riconosciuta nella sua freddezza atmosferica e nel contrasto del calore degli interni, che non è solo questione di riscaldamento acceso, ma soprattutto di grazia, di accoglienza, di amore per i dettagli e per le atmosfere raccolte. Per una storia passata affascinante come una fiaba ma ancora viva nel presente.
È una città fatta per camminare, come piace a me, dove forse non ci si perde, ma che riserva belle sorprese: piazzette nascoste, localini seminterrati, negozi dal sapore antico.
Anche qui ho adottato degli angoli, anonimi per chiunque altro, ma che per qualche ragione ho sentito subito miei: Havnegade, Holmens Bro e Gammel Strand con il canale che scorre lì accanto.
Acculturata, ma senza ostentazione, è ricchissima di musei e di gallerie d’arte che sono la mia passione sempre e ovunque, e mi è rimasto il rimpianto di non aver avuto abbastanza tempo per visitarli tutti, a tappeto, in special modo quelli dedicati al mare e alla marineria. Qui i musei sono luoghi vivi e aperti, mantenuti con cura e molto accoglienti, probabilmente anche perché rappresentano un bel modo di trascorrere il tempo nelle giornate invernali, che qui sono lunghe – e buie – per davvero.

 
Alla fine del viaggio mi sono chiesta come sarebbe viverci in una città così, dove la tradizione si unisce senza rotture e senza traumi alla modernità ipertecnologica e super efficiente, le biciclette e le piste ciclabili alla metropolitana senza conducente, gli smørrebrød alla cucina francese.
Mi sono chiesta cosa devono aver provato alla vista di Roma i liceali danesi con i quali abbiamo condiviso il volo di ritorno in Italia: erano stati sufficientemente preparati al caos, all’affollamento, al frastuono della capitale, a questa città dove spesso mi sento fuori posto anche io, pur amandola tanto? Confesso, il confronto non è stato indolore.
Con Copenhagen il discorso è rimasto in sospeso, torneremo senza dubbio, lo abbiamo già deciso, magari in un altro periodo dell’anno, se non altro per assaggiare gli smørrebrød e poter dire che sì, la Sirenetta l’abbiamo vista.

Se non ora, quando? Oggi, il giorno dopo

Della giornata di ieri mi rimarrà molto.
Per prima cosa, la sciarpa bianca che Alessandro, il mio compagno, mi ha regalato. Ci tenevo ad averne una come distintivo di appartenenza e a simbolo di un avvenimento che avrebbe dovuto concretizzarsi prima, forse, ma che non poteva attendere più a lungo di così.
Siamo andati insieme in Piazza del Popolo a Roma ed è stata un’emozione bella.
La sciarpa l’ho indossata anche oggi, avvolta con due giri attorno al collo. Mi piaceva quel bianco ad illuminarmi il viso, ma più di questo mi piaceva dare un senso di continuità alle parole e ai gesti di ieri perché, al di là di tutte le piazze d’Italia, oggi per le donne è semplicemente un altro giorno di lotta quotidiana.

Manifesto volentieri per quello in cui credo. Tra tutte, le manifestazioni che preferisco sono quelle emotive, quelle in cui si sente che in gioco c’è ben altro, che non si tratta solo di urlare un’idea o di protestare tutti insieme. Sono quelle con una speciale carica nell’aria, con l’energia che passa da persona a persona, proprio come ieri.
Un oceano di donne di tutte le età, sì, ma pure tantissimi uomini, coppie coi bambini, giovanissimi e anziani, tanto che la piazza non riusciva a contenerci tutti. Alessandro e io eravamo lì a condividere tutto questo, due puntini in mezzo alla folla.

Di ieri, poi, mi rimane l’entusiasmo delle idee e una leggera insofferenza per tutte le discussioni filosofiche e oziose, quelle che di solito cominciano con i “ma” e i “sì però”,  che sono seguite e che seguiranno nei prossimi giorni. Sorvolo su quelle sguaiate e intellettualmente disoneste, sulle critiche gratuite, su quelle che non riesco a collocare.
Sorvolo per una volta, almeno per qualche ora ancora, sull’indifferenza e sulla pigrizia di cuore e di mente di tante e di tanti: oggi mi merito di credere che davvero il vento stia girando.

44, come i gatti (ritardatari)

Anche se non sono mai stati in fila per sei.
Anzi,  è già da un po’ che ho notato questo fatto: la mia vita si è sempre svolta su base dieci. Quelli dal 1980 al 1989 sono stati gli anni perfetti dell’adolescenza e della spensieratezza; dal 1990 al 2000 sono stata moglie e diventata madre; nel 2001 è iniziato, per chiudersi lo scorso 31 dicembre, il decennio della consapevolezza, quello nel quale posso ben dire di essere diventata adulta (anche se di crescere ancora non se ne parla), di aver capito chi sono e cosa voglio e soprattutto dove ho imparato, per amore e per forza, le mie lezioni.

Con il mio compleanno, ieri, ho iniziato un nuovo ciclo. E ho fatto il sunto di cosa non voglio più nella mia vita.
Non ho bisogno di negatività, di scarsa trasparenza, di disonestà intellettuale, di vacuità contrapposta alla solidità della sostanza. Di chiacchiere inutili, di battaglie combattute per interposta persona. Non ne ho bisogno, posso farne a meno. È il bello di quest’età dopotutto, il poter cancellare con un colpo di spugna senza remore, ripensamenti o sensi di colpa immotivati; e sapere esattamente da dove iniziare.
Quello che si è aperto ieri sarà il decennio del ritorno, la chiusura del cerchio.

*****

Mi sto rendendo conto che ieri, per la prima volta, ho festeggiato il mio compleanno con un viaggio. Un’ora e poco più di treno tra valli e nebbia, d’accordo, ma sempre di uno spostamento si è trattato. Un viaggio breve, ma non più da sola: Alessandro e io lo abbiamo cominciato insieme.

*****

44 come i gatti. E come un gatto sono io. Dicono abbiano sette vite, che cadano sempre in piedi, ben fermi sulle zampe, nonostante tutto. Bestie fortunate.

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