- 22 giugno 2011
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Mi aspettavo una risposta.
Magari senza entrare nel dettaglio, o solo diplomatica e di circostanza. Nel comunicato congiunto di editore e direttore che avevo già letto qualche giorno fa e un’altra volta ancora stamattina di risposte non ce ne sono.
A dirla tutta, mi sarebbe piaciuta una spiegazione limpida: lascio perché, a causa di, ecc., ma la limpidezza non solo se la possono permettere in pochi, ma sembra anche essere molto sopravvalutata E allora, se le risposte non arrivano, noi, i lettori, facciamo presto a trovarle per conto nostro. Altro che complottismo, basta un minimo di malizia, di quella che non si allontana nemmeno troppo dal buon senso, per capire che qualcosa dev’essere successo per accelerare un epilogo che fino alla settimana scorsa non sembrava nemmeno prevedibile. Ho letto in giro che già da un paio di mesi circolavano voci su un cambio al vertice del giornale. Dove se ne parlava? Probabilmente solo in certi ambienti perché l’effetto sorpresa tra i lettori è innegabile, soprattutto dopo l’editoriale dove, pur mettendo le mani avanti, De Gregorio parlava di “contratto non in scadenza” e di essere fiduciosa.
Certo, non è il caso di scomodare le epurazioni in stile berlusconiano, tutto svolto nella più assoluta legalità, ci mancherebbe, gli accordi rispettati, gli obiettivi raggiunti e i comunicati congiunti, ma non è così che vanno le cose quando un percorso professionale giunge al suo termine naturale o quando si lascia per gettarsi in un nuovo progetto. Qui si ha l’impressione di una decisione presa ob torto collo, di pressioni più o meno velate, di verità non espresse e di questioni in sospeso. Una partenza frettolosa e affrettata, insomma.
Oltre la sorpresa, la tristezza. Non fino al punto di quelli che nelle svariate centinaia di commenti si sono spinti a dire che non leggeranno più l’Unità gestito da un nuovo direttore, ma condividendo in parte il sentimento “nulla sarà come prima”. Ammetto che mi dispiace anche perché in un panorama di indiscutibile supremazia maschile, un direttore donna – almeno uno – ci stava più che bene. Un bell’atto di coraggio tre anni fa, in un Paese come questo.
Non ho seguito con costanza tutte le discussioni scaturite dal comunicato ufficiale, soprattutto ho evitato i commenti di rito, quelli degli “esperti” e gli sproloqui su Facebook. Non mi interessano nemmeno le analisi politiche e quelle economiche sui dati di vendita, mi sono limitata a registrare le mie sensazioni di lettrice che proprio con la De Gregorio si è avvicinata in maniera diversa e partecipe a un giornale che fino a tre anni fa leggeva saltuariamente e in modo distratto, e che aveva sempre considerato un monolite. Di grande tradizione, certo, ma pur sempre un monolite.
Se la direzione De Gregorio ha avuto un merito è stato quello di aver dato spazio a varie forme di partecipazione attiva da parte dei lettori, e qui posso parlare per esperienza diretta: ho aderito alle grandi iniziative di dissenso, alle mobilitazioni, alla raccolte di firme, alle manifestazioni. Ha dato loro voce con gli strumenti del web e ha portato le voci del web in prima pagina. Anche questo un atto di discreto coraggio, credo.
Molti rimpiangono l’Unità com’era prima, fino a tre anni fa: il giornale diverso, il giornalismo d’inchiesta, l’organo di partito fatto in un certo modo. È strano come questi non riescano a vedere che il vento non è girato solo per la politica, di governo e di opposizione, ma anche per le modalità di espressione di tale politica.
Alla fine di tutto, la curiosità rimane: perché Concita se ne va? Non mi interessa chi, ma cosa. Cosa ha scritto, cosa ha fatto? L’Unità, con De Gregorio, ha parlato moltissimo alla pancia degli italiani della pancia degli italiani e relativamente poco alla pancia del partito della pancia del partito, al quale non ha evitato sferzate all’indomani del referendum di due settimane fa e ancor prima dopo le amministrative di Milano e Napoli. Che non sia piaciuta questa deriva così tanto di base e popolare? Ecco, io ci terrei a saperlo.












