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Giornalismo

Oggi alzo la voce (e non sciopero) contro il decreto Alfano

Premessa doverosa: nella giornata di oggi, parlare di sciopero per quanto riguarda i blogger non professionisti (ossia quelli che non vengono pagati per scrivere su un blog), categoria della quale faccio parte, ritengo non abbia molto senso. Già è sbagliato il termine. Sciopero è una parola che porta con sé un carico enorme di significati, prima di tutto quello del sacrificio. Perché scioperare costa. Non si va in vacanza quando si è in sciopero, ma si rinuncia a una parte di stipendio, guadagno o quello che è.

Nello specifico, non scrivere oggi a me non sarebbe costato nulla, anzi. Questo è un blog di tipo personale sul quale scrivo a titolo del tutto gratuito (non c’è nemmeno la pubblicità) quello che mi piace condividere. Non ho alcuna pretesa di fare scoop o di trasmettere verità rivelate.  Parlo di quello che vedo e di come lo vedo. Insomma, ai fini della protesta di oggi potrebbe essere benissimo incasellato sotto la voce: “mi si nota di più se scrivo o se esco per negozi?”. Per questo non aderisco allo sciopero: non mi costerebbe nulla aderire. Ho scelto invece di aderire a una protesta scrivendo, e questo sì mi costa, perché ora come ora preferirei certamente fare altro. Ritengo però importante aggiungere la mia voce alle altre, per quanto flebile e ininfluente possa essere se presa singolarmente.

All’inizio di quest’anno avevo già scritto di come la tendenza generale in Europa e nel resto del mondo occidentalizzato (Australia e Nuova Zelanda) fosse quella di tentare di limitare le libertà personali in rete, anche adducendo motivazioni che a prima vista potevano sembrare del tutto ragionevoli ai fini di sicurezza e legalità.
In Italia, si è tentato – di nuovo – con il decreto Alfano.

A differenza di quanto succede all’estero, il decreto Alfano non interviene solo per quanto concerne le cose di rete – e già questo sarebbe grave – ma mette mano a quello che è uno dei capisaldi di ogni democrazia: la libertà di stampa (o di quello che ne rimane, visto che d’Italia stiamo parlando). È questa la ragione principale per la quale oggi aderisco alla protesta contro il decreto, non standomene in silenzio sul blog, ma scrivendo queste parole. È una protesta contro una normativa che giudico ingiusta, nella sua interezza, per principio e che mi riguarda da vicino, non solo come blogger, quanto come cittadina italiana.

Ingiusta e pericolosa, aggiungo. Leggi che regolano l’informazione già ci sono, a che pro un’altra e per di più come questa? È una legge talmente mal fatta da lasciare troppi spazi a interpretazioni anche molto fantasiose (e perverse) ed è questo che veramente mi preoccupa. La libertà di stampa (e di espressione) è garantita dall’art. 21 della Costituzione. Per Reporters sans frontierès nel 2008 l’Italia si è piazzata al 44mo posto per libertà di stampa.

Qui un parere sulla legge da parte di due giuristi esperti rispettivamente in diritto costituzionale e diritto penale.

Post scriptum: tengo a sottolineare che, pur non aderendo allo “sciopero”  di oggi come forma di protesta (non condivido la forma, appunto, non la sostanza), rispetto ogni tipo di altra scelta in questo senso, che non ridicolizzo chi ha preferito il silenzio, che non la considero una forma stupida di manifestare dissenso, ma solo un atto simbolico diverso dal mio.

Feste finite

Avevo scritto un bel post, leggero e scanzonato, sulla fine delle feste.

Poi ho visto queste e non mi è più sembrato il caso (Qui il sito di Save the Children)

Aggiungo alcune considerazioni.

Sono d’accordo con Gilioli: se non parla lui, da professionista, di quel che non conosce, figuriamoci se posso parlare io da dilettante che conosce ancor meno. Qualche cosa la so però.

So che, sebbene i morti siano di qua e di là, alcuni morti sono più morti di altri; so che ci sono realtà in cui israeliani e palestinesi vivono insieme in pace; so che ci sono madri di figli ammazzati da entrambe le parti che, insieme, chiedono la pace; so che ci sono tanti Refusnik di cui non si parla mai.

So quel mi raccontò anni fa un amico di rete, israeliano di Tel-Aviv: non riusciva a concepire una vita senza essere in guerra, senza essere nemico di nessuno, perché quella era la realtà in cui era nato. L’unica possibile, secondo lui.

E questa mi è sembrata la cosa più spaventosa.

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