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Le mie riflessioni

In Italia una donna su due non lavora

Nascere di sesso femminile in Italia è una sfortuna.

Certo, una sfortuna minore rispetto a tanti altri luoghi, ma in termini di confronto con gli altri Paesi europei, volendo tenere la questione circoscritta, non è proprio come vincere un terno al lotto.
In Italia una donna su due non lavora. Non è un dato di cui mi sorprendo, anzi, è solo la riprova di quanto sia anomalo questo Paese. Non c’è solamente la sempiterna questione nord/sud, ma pure qualcosa di culturalmente più sottile e radicato, molto al di là dei dati economici nudi e crudi. Perché così tante donne in Italia non lavorano (fuori casa – doverosa precisazione)?È vero che in Italia si fa poco per sostenere le donne e il loro lavoro. In maniera scientifica, oserei dire, e  nonostante un ministero ad hoc, quello delle Pari opportunità, restano scarsissimi (non da ora) gli investimenti nello stato sociale – appena l’1,3% del Pil – e nelle politiche a sostegno delle famiglie, dove “sostegno alle famiglie” significa, di fatto, anche maggiori opportunità per le donne di un impiego fuori casa.
Ma, appunto, ci devono essere anche altre ragioni. Non si spiegherebbero altrimenti le differenze nelle percentuali di donne lavoratrici di certe regioni e province, ad esempio, e l’enorme divario tra noi e i nostri vicini in Europa. Non sarà, quindi, anche questione di mentalità e cultura, oltre che di effettive difficoltà economiche e del lavoro che manca, sia per gli uomini che per le donne?

Foto da Wikipedia

In Italia permane, trasversalmente, l’idea del lavoro delle donne come attività di emergenza: trascurabile in generale, ma utile per far fronte alle necessità accidentali. Di sicuro, di minor valore rispetto a quello di un uomo, tanto da venire retribuito mediamente un 20% in meno.

Insomma, dopo l’entrata in massa nel mondo del lavoro per motivi bellici durante la prima guerra mondiale, la cacciata durante il ventennio fascista con il conseguente ritorno “di regime” a ruoli prettamente femminili, con un nuovo rientro ob torto collo allo scoppio della seconda, più tardi la cultura generalmente diffusa fu quella che le donne lavoravano solo se povere, nell’attesa di un matrimonio salvifico, o brutte e quindi condannate sia allo zitellaggio che a provvedere a se stesse. Ve lo ricordate “Il segno di Venere”, film del 1955 di Dino Risi con Franca Valeri e Sophia Loren, ad esempio? O certi altri film dei primi anni ‘50 con ragazze belle ma povere costrette a servizio per mantenersi?
Questo tipo di cultura è quella che mi pare permanga in alcune aree d’Italia, ossia che il lavoro delle donne non viene vissuto come un aspetto normale della vita di una persona, ma solo come attività sussidiaria a cui ricorrere quando non si hanno altre possibilità di sostentamento. Mi aveva colpito, a proposito, dopo la tragedua delle operaie di Barletta, come chi le conosceva tenesse a sottolineare che tutte le vittime erano costrette a lavorare in quel laboratorio perché sole con figli, quindi senza nessuno che provvedesse a loro economicamente.
Altro pensiero diffuso è quello che il lavoro delle donne toglierebbe spazio agli uomini, o che il lavoro delle donne sia sacrificabile, perché superfluo, quasi queste fossero delle intruse nella società che si appropriano di spazi non dedicati a loro, spesso per puro capriccio, mentre il loro vero posto è altrove.

Per quanto mi riguarda, non ho mai pensato di poter fare a meno di avere un lavoro. Non ho mai pensato fosse condizione normale per una donna occuparsi solo della casa, del marito/compagno e degli eventuali figli. Scelta, questa, che non condividevo, magari, ma mai vista come condizione connaturata nell’essere di sesso femminile. D’altra parte, l’idea di svolgere una professione non è mai stata solo legata all’aspetto economico, ma anche alla soddisfazione personale e al senso di compiutezza che ne deriva, senza contare libertà e indipendenza psicologica e di spazi. E poi, non è detto che un matrimonio duri per sempre e che non si debba poi inventarsi un modo per guadagnarsi da vivere.
Mi chiedo quanto abbia influito essere nata dove sono nata (e cresciuta).
In Emilia Romagna esiste una storia ben precisa del lavoro femminile. Una storia spesso controversa e difficile – perché anche qui, accanto alle donne occupate da sempre nelle campagne, nelle fabbriche, organizzate in leghe e associazioni, c’era chi, pure in tempi molto recenti, ancora pensava che per una donna fosse inutile proseguire gli studi e imparare un mestiere visto che poi si sarebbe sistemata col matrimonio –  ma che senza dubbio costituisce un patrimonio importante di progresso ed esperienza in questo senso.
Rimane da capire se nelle aree con più alta concentrazione di donne occupate questo succeda grazie a una particolare attenzione da parte delle amministrazioni locali alle problematiche legate alla famiglia, o se un’offerta maggiore di servizi sia stata scelta obbligata visto l’altro numero di donne occupate.

Inutile ribadire che la situazione generale è disastrosa, nonostante siano moltissime le donne che ogni giorno combattono, in maniera letterale, contro licenziamenti, svendita dei diritti – e le donne sono spesso le prime a pagarne le conseguenze – perdita di dignità professionale.
A volte mi sembra una battaglia contro i mulini a vento: come se essere al penultimo posto in Europa non fosse già abbastanza vergognoso, a suggello ecco le dichiarazioni di Domenico Scilipoti, “responsabile” e parlamentare della Repubblica italiana: “Siamo entrati in una nuova era per la figura e il ruolo della donna, il cui compito sarà necessariamente quello di rimettere al centro la sua figura di Mater”.

La soluzione ideale per un Paese in crisi.

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Qui e qui i dati di Confartigianato

I Vicerè e il filo d’olio

Da qualche giorno ho finito di leggere I Vicerè di Federico De Roberto. Se dovessi stilare l’elenco dei libri più belli letti nel corso di quest’anno, senza alcun dubbio questo ne farebbe parte. È stata una lettura appassionante, intensa e molto coinvolgente. Non solo perché è un romanzo storico e io sono un’amante del genere, ma anche perché racconta della dualità del cambiamento: i grandi mutamenti politici e sociali, gli scontri generazionali, i vecchi e i giovani, quello che era e che non è più ma, soprattutto, quello che pare diverso e che tanto diverso non è.

I Vicerè è, poi, la una storia di famiglia, anzi, è la storia della Famiglia. Una storia risorgimentale, certo, ma del tipo più agro, priva sia della grancassa retorica sull’Unità d’Italia che di ogni nostalgia. Mentre leggevo, non solo pensavo alla straordinaria attualità di questa saga siciliana, ma sempre di più accumulavo elementi per interpretare meglio una terra e la sua gente. Una terra che mi affascina e che amo ma che non potrebbe essere più diversa da me.
L’avevo cominciato, quindi, con molta curiosità e molte aspettative, salvo poi provare un’insolita sensazione di dejà vu già dopo le prime pagine. La descrizione del palazzo degli Uzeda e dei suoi abitanti al momento della morte della capostipite mi aveva subito richiamato alla mente altre pagine lette di recente, in un altro libro di memorie. Memorie di famiglia, non romanzate ma rivissute attraverso i ricordi e i sapori dell’infanzia: Un filo d’olio, di Simonetta Agnello Hornby. Anche di questo mi ero incuriosita. Non conoscevo l’autrice se non di nome, mi ero sentita attirata soprattutto dall’atmosfera da “circolo della cucina” che traspariva dalla sinossi. Lo immaginavo una lettura gradevole e rilassante. E infatti l’ho letto con piacere e interesse, quasi fosse una finestra aperta su un mondo a me totalmente estraneo, quella della Sicilia “nobile” contemporanea. Le ricette del filo d’olio (non tante e non molto rilevanti, in realtà) sono passate subito in secondo piano, divenendo un pretesto per dire altro: la cronaca delle vacanze estive in campagna attraverso gli occhi di una bambina, sì, ma anche il rendiconto di una cultura e di una società che ho trovato fin troppo simili a quelle raccontate da De Roberto.

Qual era la distanza tra gli anni ’50 dell’800 e gli anni ’50 del secolo scorso? Non così tanta, a me pare.

La storia ha commesso un indicibile atto di crudeltà nei confronti della Sicilia e della sua gente: dall’Unità in poi è stata lasciata del tutto fuori da ogni avvenimento che potesse rafforzarne l’identità nazionale “dal basso”. Penso all’esperienza della Resistenza e della guerra di Liberazione, su tutte. Così si è compiuto quell’isolamento insulare che ha fatto sì che negli anni ’50 del 900 si parlasse, tra l’altro, ancora di baroni, campieri, contadini e garzoni schierati gerarchicamente con la coppola in mano, latifondi, blasoni e nobiltà.
Una storia particolare, non integrata, che ha lasciato divisioni e segni profondi finanche nella storia contemporanea, quella nostra che viviamo tutti i giorni e alla quale  in tanti, in Sicilia, non intendono rinunciare.

Contro gli uomini che odiano le donne, io difendo Madame Bovary

Giovanni Boldini 1899 (Immagine da internet)

Ho letto Madame Bovary un paio di volte nella vita: la prima durante gli anni del liceo e poi più tardi, da adulta, qualche anno fa. Non è mai stato uno dei miei romanzi preferiti, non ha lasciato il segno, come si dice. Mi ricordo, però, che Emma Bovary mi aveva fatto fin dall’inizio molta simpatia, probabilmente perché intimamente ne comprendevo gli slanci dell’animo, i voli pindarici e la fame insaziabile di vita. Insomma, non l’ho mai veramente considerata una spietata arrivista, un’intrigante priva di scrupoli. Piuttosto, ne percepivo la profonda sofferenza.

Parlo di Emma Bovary perché oggi, sul settimanale Io Donna è stato pubblicato un articolo di Giuseppe Scaraffia che partendo proprio da questa figura di donna ottocentesca, arriva a parlare delle donne di oggi in termini tutt’altro che lusinghieri. Mi sforzo di pensare che l’articolo abbia un intento provocatorio, spero sia questo il caso perché, se non lo fosse, si tratterebbe di uno degli attacchi più misogeni e rancorosi nei confronti delle donne che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi.
Chiaramente a Scaraffia Madame Bovary non piace. La condanna come personaggio e come donna. Disprezza il suo essere quello che è: una non allineata, una che non ne vuole saperne di stare al suo posto in una società che relega le donne in un ruolo preciso e codificato. Invece, Emma Bovary è una donna dallo spirito superiore, romantico, pieno di aspettative, che non riesce a sopportare di vivere in una realtà gretta come quella in cui è nata. È, soprattutto, una donna intelligente, istruita e sensibili ma che, perfettamente calata nella sua epoca, ha ben pochi mezzi per affrancarsi e seguire le sue inclinazioni.
Così il matrimonio rimane per lei l’unica via di fuga, l’unico tentativo per aspirare a qualcosa di meglio, a un’esistenza che non sia solo quella di modesta campagnola.
Ma Scaraffia si preoccupa di farci sapere quanto è sbagliata la sua “diffusa insoddisfazione sul piano affettivo e sociale che si riscontra tra le giovani donne nevrotiche e si traduce in ambizioni vaghe e smisurate, in una fuga verso l’immaginario e il romanzesco”. E lo stesso bovarismo lo rileva nelle donne di oggi, dimostrandolo a suo modo, con salti (il)logici e deduzioni a dir poco fantasiose.

In quattro pagine – foto comprese – viene sintetizzato il suo pensiero: Emma Bovary non è altro che il prototipo delle donne italiane del 2011; la pornopolitica imperante e sistematica (in quanto sistema consolidato) è un’esclusiva resposabilità delle donne “spregiudicate. Affamate di successo. Pronte a stordirsi con lusso e sesso estremo per afferrare un po’ di felicità. mogli di faccendieri di provincia, showgirl o studentesse inquiete.Tutte identiche all’eroina ottocentesca del romanzo di gustave Flaubert. Nevrosi comprese”. Con una bella capriola, ecco dimostrato come le donne puttane erano e puttane sono rimaste, e quelle di Stato non sono diverse da tutte le altre, perché in ognuna di loro (di noi) vive una Emma Bovary. E gli uomini? Gli uomini non esistono per Scaraffia. Restano nell’ombra, a partire dal povero Charles Bovary, ignorante, mediocre e compiaciuto di esserlo, fino ad arrivare agli uomini di oggi, vittime innocenti di donne prive di scrupoli, nevrotiche, che inducono in tentazione ingenui politici e politicanti, facendoli cadere nelle loro reti di seduttrici in cerca di fama, successo e soldi.
La pornopolitica, dunque, non solleverebbe una questione etica e morale, non sarebbe affare che investe la politica nelle sue espressioni più alte e che coinvolge chi usa, sfrutta e mercifica il corpo delle donne fino al punto di renderlo bene di scambio per favori e incarichi pubblici, ma l’effetto scontato di un bovarismo cronico insito nel femminile: fame di successo e di pretese oltre alle proprie possibilità.

Continuando nell’esposizione della sua tesi, Scaraffia, in un balzo finale, si spinge al punto di non distinguere più le cocotte di stato dalle altre donne italiane (come se il “modello Emma” fosse una nostra esclusiva). Tutte ne portano il marchio: quelle che osano “sostituirsi ai mariti nella corsa per il successo”, quelle insoddisfatte, soprattutto sessualmente, che usano Facebook e Twitter  (ovviamente per accalappiare ignari gentiluomini con i quali sollazzarsi), quelle che volano low cost, quelle che si tatuano, quelle che, addirittura lavorano nelle ong.

È un uomo che odia le donne, Scaraffia.  Consuma la sua misoginia non vedendo (o facendo finta di non vedere) che i colpevoli sono altri. Che queste donne che ci vuole far credere tanto abili e spregiudicate da manovrare uomini così potenti sono in realtà il simbolo del ruolo subalterno che le donne hanno sempre avuto e continuano ad avere in questo Paese. Nonostante il tempo di Flaubert sia passato da un pezzo.
Emma era una vittima inconsapevole dell’epoca in cui era nata. Lo stesso non si può dire dell’entourage femminile berlusconiano. Non vittime, ma prodotto di un modello culturale forgiato con attenzione nell’ultimo trentennio.

Mi piace pensare a come sarebbe stata la vita di Emma Bovary se la sua storia fosse stata scritta sul finire del ventesimo secolo. Non sarebbe stata nemmeno degna di essere raccontata, non ci sarebbero stati fior di intellettuali pronti a coniare termini per definire il suo malessere. Nessuno l’avrebbe tacciata di nevrosi.
Una donna con la possibilità di maturare, di crescere, magari lontano dalla famiglia di origine, e di migliorarsi: artista, ricercatrice, attivista politica, imprenditrice. O solamente una donna normale, ma completa e soddisfatta delle sue scelte, con accanto un compagno che potesse corrisponderle anche in questo, ecco chi sarebbe oggi Emma Bovary.

Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog

Quelli che come me fanno parte delle tre o quattro generazioni venute al mondo dal primo dopoguerra in poi, sono cresciuti con l’idea che certi diritti fossero intoccabili, indiscutibili e naturali. L’idea inculcata per una settantina d’anni (almeno, a me è stata inculcata) era quella che non ci fosse bene più prezioso della libertà. In senso lato e filosofico, certo, ma anche nelle sue manifestazioni più pratiche e quotidiane: la libera espressione delle opinioni personali, il poterne discutere, poterle trasmettere. E che, proprio a garanzia di certi diritti ci fosse la Costituzione, granitico baluardo di giustizia.

Non è più così da diverso tempo e lo shock è ancora duro da digerire.

Negli ultimi anni si sono ripetuti i tentativi per far sì che la diffusione delle idee fosse meno libera e più controllata. Tentativi a volte sbandierati, più spesso subdoli e mascherati d’altro. Sforzi ed energie tesi a contrastare la forza di comunicazione della rete, la sua energia propulsiva.
L’insistenza martellante, la pervicacia gretta con la quale certi disegni di legge vengono proposti e riproposti, bloccati, e poi riproposti ancora, ritoccati, a firma di politici diversi, ma invariati nella sostanza, mi preoccupano molto.

Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog. È un blog personale, manco importante, ma è e rimane il mio spazio di condivisione delle idee. Non scriverei più con lo stesso spirito se l’ennesimo rilancio in questi ultimi giorni di una legge bavaglio andasse a buon fine. Sarei più circospetta e cauta, applicherei sicuramente un qualche tipo di censura a certi miei post. In poche parole, sarei molto meno libera.
Anche i piccoli blog personali possono fare la differenza. Pensavo, ieri sera, a quello aperto a suo tempo dalla mamma di Federico Aldrovandi: che fine avrebbe fatto se ci fosse stata allora una legge come quella che si intende promulgare oggi? Che epilogo avrebbe avuto quella vicenda? E tutti i piccoli blog che segnalano disservizi, quotidiane ingiustizie, piccole e grandi vessazioni che fine farebbero? Non sarebbero i loro gestori intimoriti almeno quanto me dalle modalità di intervento della legge e dalle sanzioni, pesantissime, che ne deriverebbero? Così si ammazzano i blog e le idee insieme a loro.

Credo che la mobilitazione di oggi sia (dovrebbe essere) un fatto rilevante. A maggior ragione viste le vicissitudini politiche delle ultime settimane e il filo del rasoio sul quale questo Paese sta avanzando: la bestia ferita e braccata è sempre quella più feroce e pericolosa. Un pensiero vorrei dedicarlo anche alle varie categorie di puntacazzisti e benaltristi, quelli che “i veri problemi sono altri”, quelli che, non senza una certa spocchia, decidono che “l’indignazione è automatica”: se pure fosse questo il caso, e io non credo lo sia, preferirei cento volte un automatismo all’ignavia che molti dimostrano di questi tempi.

Qui di seguito, nel dettaglio, alcuni punti esplicativi sul Comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, quello appositamente inserito per silenziare i blog (grazie a Valigiablu. Qui i link di altri post e iniziative sull’argomento).

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?

Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.

Cosa è la rettifica? 

La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.

Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? 

La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? 

La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? 

E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?

La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?

Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica

Verso nord: Dublino è un po’ come casa

In questi giorni di afa e caldo torrido, sempre di più comprendo la mia predilezione per i Paesi del nord, dove raramente il sole brucia e la luce ferisce gli occhi.
Così, dopo i canali ghiacciati di Copenhagen a marzo, ecco Dublino tra luglio e agosto per sfuggire alla calura estiva e per confermare, nel caso ce ne fosse stato bisogno, la mia effettiva capacità di viaggiare in coppia, cosa che tendo a non dare mai per scontata.

Una volta ho sentito dire che a Dublino, a parte il Trinity College, non ci sarebbe granché da vedere. Meglio, dunque, dedicarle un viaggio breve, un fine settimana, piuttosto che un tempo più lungo, giusto quanto basta per un giretto veloce e qualche bevuta al pub.
Io credo, invece, che questa sia una di quelle città con l’anima e con un suo fascino sottile. Offre molto, ma occorre essere pazienti e grattare fin sotto la superficie per far emergere i suoi tesori nascosti. Per questo, ritenendo che i tre giorni canonici di un weekend non fossero sufficienti, l’abbiamo scelta come seconda meta della vacanze estive: una settimana abbondante (otto giorni) a disposizione per cercare di assaporare la città nel giusto modo, per dimenticarsi delle orde di turisti rumorosi, per affezionarsi alle sue strade, ai suoi ritmi, ai suoi suoni. Non posso dire di essere partita con una visione neutrale del posto e senza aver subito nel tempo contaminazioni esterne: ancor prima di vederla avevano pesato anni di suggestioni letterarie e cinematografiche insieme ad anni di frequentazione intensa con la Scozia occidentale. Dublino come Glasgow, Grafton Street come Sauchiehall Street, insomma.

Ho subito pensato che avessero molto in comune e questo mi ha fatto sentire, già durante il tragitto dall’areoporto verso il centro città, non una straniera, ma come se fossi arrivata a casa.
Entrambe vicine al mare, con un fiume che le attraversa, sono circondate da cielo aperto e colline verdi. Pure la luce è la stessa anche se, forse, il cielo d’Irlanda non riesce ad essere tanto grigio quanto quello di Scozia. Ero per la prima volta a Dublino e mi pareva di esserci stata da sempre.
Strana sensazione, tutto sommato: il piacere di ritrovare quello che conoscevo bene unito al timore di perdere parte della meraviglia di scoprire un posto del tutto sconosciuto. Così non è stato, naturalmente. Perché la scoperta va oltre al fatto di vivere una esperienza nuova come può essere il fatto di visitare una città che non si conosce, e perché le città sono effettivamente molto diverse tra loro.

In realtà, proprio avendo tempo di viverla in lentezza, ho avuto conferma di quanto avevo sempre immaginato, ossia che anche Dublino fa parte della categoria delle città che hanno un’anima, come dicevo sopra. Sono quelle provviste di un carattere tanto forte e incisivo che la parte migliore risulta spesso nascosta. Quella di Dublino è un’anima popolare e orgogliosa nel conservare la propria memoria, nel bene e nel male, insieme alla caparbietà di voler essere una capitale importante, eclettica e proiettata verso il futuro.
Una città orientata al futuro ma ancorato con orgoglio al proprio passato, quindi. È questo quello che ho sentito nella voce della guida che ci ha condotti tra le sale del Castello, l’ho notato visitando i musei e le gallerie d’arte della città, piccole e molto ben organizzate (meravigliose le attività per i bambini che si svolgono nelle gallerie d’arte), nei parchi curati, certo, ma senza esagerazione maniacale, ma, soprattutto, in quelle placchette metalliche applicate ovunque lungo le strade per ricordare questo o quel personaggio, questo o quell’evento della sua storia più o meno recente, questo o quel brano letterario.

Ecco, da questo punto di vista potrebbe essere la mia città ideale, una città fatta per chi ama i libri e la lettura. Non tanto per i monumenti e i musei dedicati alla scrittura e agli scrittori, quanto per il numero impressionante di librerie. Poteva non piacermi una città così? Se ne trovano ogni pochi metri, librerie di ogni tipo: quella superfornita della grande cantena, quelle indipendenti, quelle piccole e nascoste, quelle che conservano l’aspetto e il sapore degli anni ‘60 e 70 e sempre, in ognuna, la sezione dedicata agli autori e alla storia locali e libri offerti con super sconti e promozioni speciali. Tanti libri e prezzi ottimi, difficilissimo per me resistere alle tentazioni, specialmente quando una edizione dei Dubliners di Joyce – acquisto d’obbligo – costa solo 3 euro.

Altra cosa di cui mi sono accorta passeggiando a Dublino è che la è letteralmente impossibile rimanere senza cibo. Sul bere sorvolo, non è materia di mio interesse, ma forse, visto che dove si beve spesso si mangia pure, non dovrei sorprendermi così tanto se sono decine i locali dove a qualunque ora è possibile ordinare un pasto completo, e non si tratta solo dei soliti, onnipresenti fastfood. Si mangia bene, spesso con poco, anche in quell’epicentro di orgia turistica che è Temple Bar. Altrimenti ci sono i mercatini, con le bancarelle di frutta e verdura. Particolarmente ricco, ma non proprio economico, è quello di Cows Lane, il sabato. E forse anche per questo mi sono sentita così tanto in famiglia tra la frutta e la verdura esposte, i formaggi e le ricotte, le conserve e le torte fatte in casa, le erbe aromatiche e il profumo delle olive al peperoncino (greche non pugliesi, ma tant’è). E le ostriche da gustare on the road.

Per me questa è Dublino: non una città da Ah! e Oh!, ma con la sua anima vibrante che ti conquista poco alla volta, insieme alla sua gente. Gli sguardi dai ponti, certi angoli suggestivi, le strade che mi ricordavano libri letti, le chiese e i musei dal sapore vittoriano. Ma anche i mercatini dei prodotti artigianali, quelli d’arte, le fioraie, i musicisti da strada e i macellai col grembiulone.
Dublino è un caleidoscopio di voci, di gaelico e inglese gutturale, e di immagini.
Parlavo di suggestioni cinematrografiche, a questo punto comincio a sospettare che non sia un caso che the Commitments è sempre stato uno dei miei film preferiti.

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