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	<title>Diario Semistupido &#187; Le mie riflessioni</title>
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	<description>Discorsi, pensieri, esperienze, persone, senza pretese di apparire intelligente per forza.</description>
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		<title>In Italia una donna su due non lavora</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 19:49:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nascere di sesso femminile in Italia è una sfortuna. Certo, una sfortuna minore rispetto a tanti altri luoghi, ma in termini di confronto con gli altri Paesi europei, volendo tenere la questione circoscritta, non è proprio come vincere un terno al lotto. In Italia una donna su due non lavora. Non è un dato di
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nascere di sesso femminile in Italia è una sfortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, una sfortuna minore rispetto a tanti altri luoghi, ma in termini di confronto con gli altri Paesi europei, volendo tenere la questione circoscritta, non è proprio come vincere un terno al lotto.<br />
<a href="http://www.repubblica.it/economia/2011/10/20/news/una_donna_su_due_non_lavora_peggio_dellitalia_solo_malta-23560611/index.html?ref=search" target="_blank"> In Italia una donna su due non lavora</a>. Non è un dato di cui mi sorprendo, anzi, è solo la riprova di quanto sia anomalo questo Paese. Non c’è solamente la sempiterna questione nord/sud, ma pure qualcosa di culturalmente più sottile e radicato, molto al di là dei dati economici nudi e crudi. Perché così tante donne in Italia non lavorano (fuori casa &#8211; doverosa precisazione)?È vero che in Italia si fa poco per sostenere le donne e il loro lavoro. In maniera scientifica, oserei dire, e  nonostante un ministero ad hoc, quello delle Pari opportunità, restano scarsissimi (non da ora) gli investimenti nello stato sociale &#8211; appena l’1,3% del Pil &#8211; e nelle politiche a sostegno delle famiglie, dove “sostegno alle famiglie” significa, di fatto, anche maggiori opportunità per le donne di un impiego fuori casa.<br />
Ma, appunto, ci devono essere anche altre ragioni. Non si spiegherebbero altrimenti le differenze nelle percentuali di donne lavoratrici di certe regioni e province, ad esempio, e l’enorme divario tra noi e i nostri vicini in Europa. Non sarà, quindi, anche questione di mentalità e cultura, oltre che di effettive difficoltà economiche e del lavoro che manca, sia per gli uomini che per le donne?</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2932" title="Operaie di una filanda italiana - 1945" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/11/Operaie_filanda1945-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/File:Operaie_filanda.jpg" target="_blank">Wikipedia</a></p>
<p style="text-align: justify;">In Italia permane, trasversalmente, l’idea del lavoro delle donne come attività di emergenza: trascurabile in generale, ma utile per far fronte alle necessità accidentali. Di sicuro, di minor valore rispetto a quello di un uomo, tanto da venire retribuito mediamente un 20% in meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, dopo l’entrata in massa nel mondo del lavoro per motivi bellici durante la prima guerra mondiale, la cacciata durante il ventennio fascista con il conseguente ritorno “di regime” a ruoli prettamente femminili, con un nuovo rientro ob torto collo allo scoppio della seconda, più tardi la cultura generalmente diffusa fu quella che le donne lavoravano solo se povere, nell’attesa di un matrimonio salvifico, o brutte e quindi condannate sia allo zitellaggio che a provvedere a se stesse. Ve lo ricordate &#8220;Il segno di Venere&#8221;, film del 1955 di Dino Risi con Franca Valeri e Sophia Loren, ad esempio? O certi altri film dei primi anni ‘50 con ragazze belle ma povere costrette a servizio per mantenersi?<br />
Questo tipo di cultura è quella che mi pare permanga in alcune aree d’Italia, ossia che il lavoro delle donne non viene vissuto come un aspetto normale della vita di una persona, ma solo come attività sussidiaria a cui ricorrere quando non si hanno altre possibilità di sostentamento. Mi aveva colpito, a proposito, dopo la tragedua delle operaie di Barletta, come chi le conosceva tenesse a sottolineare che tutte le vittime erano costrette a lavorare in quel laboratorio perché sole con figli, quindi senza nessuno che provvedesse a loro economicamente.<br />
Altro pensiero diffuso è quello che il lavoro delle donne toglierebbe spazio agli uomini, o che il lavoro delle donne sia sacrificabile, perché superfluo, quasi queste fossero delle intruse nella società che si appropriano di spazi non dedicati a loro, spesso per puro capriccio, mentre il loro vero posto è altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto mi riguarda, non ho mai pensato di poter fare a meno di avere un lavoro. Non ho mai pensato fosse condizione normale per una donna occuparsi solo della casa, del marito/compagno e degli eventuali figli. Scelta, questa, che non condividevo, magari, ma mai vista come condizione connaturata nell’essere di sesso femminile. D’altra parte, l’idea di svolgere una professione non è mai stata solo legata all’aspetto economico, ma anche alla soddisfazione personale e al senso di compiutezza che ne deriva, senza contare libertà e indipendenza psicologica e di spazi. E poi, non è detto che un matrimonio duri per sempre e che non si debba poi inventarsi un modo per guadagnarsi da vivere.<br />
Mi chiedo quanto abbia influito essere nata dove sono nata (e cresciuta).<br />
In Emilia Romagna esiste una storia ben precisa del lavoro femminile. Una storia spesso controversa e difficile &#8211; perché anche qui, accanto alle donne occupate da sempre nelle campagne, nelle fabbriche, organizzate in leghe e associazioni, c’era chi, pure in tempi molto recenti, ancora pensava che per una donna fosse inutile proseguire gli studi e imparare un mestiere visto che poi si sarebbe sistemata col matrimonio &#8211;  ma che senza dubbio costituisce un patrimonio importante di progresso ed esperienza in questo senso.<br />
Rimane da capire se nelle aree con più alta concentrazione di donne occupate questo succeda grazie a una particolare attenzione da parte delle amministrazioni locali alle problematiche legate alla famiglia, o se un’offerta maggiore di servizi sia stata scelta obbligata visto l’altro numero di donne occupate.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile ribadire che la situazione generale è disastrosa, nonostante siano moltissime le donne che ogni giorno combattono, in maniera letterale, contro licenziamenti, svendita dei diritti &#8211; e le donne sono spesso le prime a pagarne le conseguenze &#8211; perdita di dignità professionale.<br />
A volte mi sembra una battaglia contro i mulini a vento: come se essere al penultimo posto in Europa non fosse già abbastanza vergognoso, a suggello ecco le dichiarazioni di Domenico Scilipoti, “responsabile” e parlamentare della Repubblica italiana: “<em>Siamo entrati in una nuova era per la figura e il ruolo della donna, il cui compito sarà necessariamente quello di rimettere al centro la sua figura di Mater</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione ideale per un Paese in crisi.</p>
<p>****</p>
<p><a href="http://www.confartigianato.it/documentiportale%5CDONNE%20IMPRESA%20FEMMINILI_CS%20CONFARTIGIANATO11.PDF" target="_blank">Qui</a> e <a href="http://www.confartigianato-er.it/it/lavoro-femminile-lemilia-romagna-e-seconda-in-italia..html" target="_blank">qui</a> i dati di Confartigianato</p>
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		<title>I Vicerè e il filo d&#8217;olio</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 12:35:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da qualche giorno ho finito di leggere I Vicerè di Federico De Roberto. Se dovessi stilare l&#8217;elenco dei libri più belli letti nel corso di quest’anno, senza alcun dubbio questo ne farebbe parte. È stata una lettura appassionante, intensa e molto coinvolgente. Non solo perché è un romanzo storico e io sono un’amante del genere,
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da qualche giorno ho finito di leggere <em>I Vicerè</em> di Federico De Roberto. Se dovessi stilare l&#8217;elenco dei libri più belli letti nel corso di quest’anno, senza alcun dubbio questo ne farebbe parte. È stata una lettura appassionante, intensa e molto coinvolgente. Non solo perché è un romanzo storico e io sono un’amante del genere, ma anche perché racconta della dualità del cambiamento: i grandi mutamenti politici e sociali, gli scontri generazionali, i vecchi e i giovani, quello che era e che non è più ma, soprattutto, quello che pare diverso e che tanto diverso non è.</p>
<p style="text-align: justify;">I Vicerè è, poi, la una storia di famiglia, anzi, è la storia della Famiglia. Una storia risorgimentale, certo, ma del tipo più agro, priva sia della grancassa retorica sull&#8217;Unità d&#8217;Italia che di ogni nostalgia. Mentre leggevo, non solo pensavo alla straordinaria attualità di questa saga siciliana, ma sempre di più accumulavo elementi per interpretare meglio una terra e la sua gente. Una terra che mi affascina e che amo ma che non potrebbe essere più diversa da me.<br />
L&#8217;avevo cominciato, quindi, con molta curiosità e molte aspettative, salvo poi provare un&#8217;insolita sensazione di dejà vu già dopo le prime pagine. La descrizione del palazzo degli Uzeda e dei suoi abitanti al momento della morte della capostipite mi aveva subito richiamato alla mente altre pagine lette di recente, in un altro libro di memorie. Memorie di famiglia, non romanzate ma rivissute attraverso i ricordi e i sapori dell&#8217;infanzia: <em>Un filo d&#8217;olio</em>, di Simonetta Agnello Hornby. Anche di questo mi ero incuriosita. Non conoscevo l&#8217;autrice se non di nome, mi ero sentita attirata soprattutto dall&#8217;atmosfera da &#8220;circolo della cucina&#8221; che traspariva dalla sinossi. Lo immaginavo una lettura gradevole e rilassante. E infatti l&#8217;ho letto con piacere e interesse, quasi fosse una finestra aperta su un mondo a me totalmente estraneo, quella della Sicilia “nobile” contemporanea. Le ricette del filo d’olio (non tante e non molto rilevanti, in realtà) sono passate subito in secondo piano, divenendo un pretesto per dire altro: la cronaca delle vacanze estive in campagna attraverso gli occhi di una bambina, sì, ma anche il rendiconto di una cultura e di una società che ho trovato fin troppo simili a quelle raccontate da De Roberto.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual era la distanza tra gli anni &#8217;50 dell&#8217;800 e gli anni &#8217;50 del secolo scorso? Non così tanta, a me pare.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia ha commesso un indicibile atto di crudeltà nei confronti della Sicilia e della sua gente: dall&#8217;Unità in poi è stata lasciata del tutto fuori da ogni avvenimento che potesse rafforzarne l&#8217;identità nazionale &#8220;dal basso&#8221;. Penso all&#8217;esperienza della Resistenza e della guerra di Liberazione, su tutte. Così si è compiuto quell&#8217;isolamento insulare che ha fatto sì che negli anni &#8217;50 del 900 si parlasse, tra l&#8217;altro, ancora di baroni, campieri, contadini e garzoni schierati gerarchicamente con la coppola in mano, latifondi, blasoni e nobiltà.<br />
Una storia particolare, non integrata, che ha lasciato divisioni e segni profondi finanche nella storia contemporanea, quella nostra che viviamo tutti i giorni e alla quale  in tanti, in Sicilia, non intendono rinunciare.</p>
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		<title>Contro gli uomini che odiano le donne, io difendo Madame Bovary</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 10:21:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giovanni Boldini 1899 (Immagine da internet) Ho letto Madame Bovary un paio di volte nella vita: la prima durante gli anni del liceo e poi più tardi, da adulta, qualche anno fa. Non è mai stato uno dei miei romanzi preferiti, non ha lasciato il segno, come si dice. Mi ricordo, però, che Emma Bovary
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2896" title="Giovanni_Boldini" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/10/Giovanni_Boldini-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;">Giovanni Boldini 1899 (Immagine da internet)</p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto Madame Bovary un paio di volte nella vita: la prima durante gli anni del liceo e poi più tardi, da adulta, qualche anno fa. Non è mai stato uno dei miei romanzi preferiti, non ha lasciato il segno, come si dice. Mi ricordo, però, che Emma Bovary mi aveva fatto fin dall’inizio molta simpatia, probabilmente perché intimamente ne comprendevo gli slanci dell’animo, i voli pindarici e la fame insaziabile di vita. Insomma, non l’ho mai veramente considerata una spietata arrivista, un’intrigante priva di scrupoli. Piuttosto, ne percepivo la profonda sofferenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlo di Emma Bovary perché oggi, <a href="http://www.leiweb.it/iodonna/guardo/11_a_madame-bovary-centocinquanta-anni.shtml" target="_blank">sul settimanale Io Donna è stato pubblicato un articolo di Giuseppe Scaraffia</a> che partendo proprio da questa figura di donna ottocentesca, arriva a parlare delle donne di oggi in termini tutt’altro che lusinghieri. Mi sforzo di pensare che l’articolo abbia un intento provocatorio, spero sia questo il caso perché, se non lo fosse, si tratterebbe di uno degli attacchi più misogeni e rancorosi nei confronti delle donne che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi.<br />
Chiaramente a Scaraffia Madame Bovary non piace. La condanna come personaggio e come donna. Disprezza il suo essere quello che è: una non allineata, una che non ne vuole saperne di stare al suo posto in una società che relega le donne in un ruolo preciso e codificato. Invece, Emma Bovary è una donna dallo spirito superiore, romantico, pieno di aspettative, che non riesce a sopportare di vivere in una realtà gretta come quella in cui è nata. È, soprattutto, una donna intelligente, istruita e sensibili ma che, perfettamente calata nella sua epoca, ha ben pochi mezzi per affrancarsi e seguire le sue inclinazioni.<br />
Così il matrimonio rimane per lei l’unica via di fuga, l’unico tentativo per aspirare a qualcosa di meglio, a un’esistenza che non sia solo quella di modesta campagnola.<br />
Ma Scaraffia si preoccupa di farci sapere quanto è sbagliata la sua “<em>diffusa insoddisfazione sul piano affettivo e sociale che si riscontra tra le giovani donne nevrotiche e si traduce in ambizioni vaghe e smisurate, in una fuga verso l’immaginario e il romanzesco</em>”. E lo stesso bovarismo lo rileva nelle donne di oggi, dimostrandolo a suo modo, con salti (il)logici e deduzioni a dir poco fantasiose.</p>
<p style="text-align: justify;">In quattro pagine &#8211; foto comprese &#8211; viene sintetizzato il suo pensiero: Emma Bovary non è altro che il prototipo delle donne italiane del 2011; la pornopolitica imperante e sistematica (in quanto sistema consolidato) è un’esclusiva resposabilità delle donne “<em>spregiudicate. Affamate di successo. Pronte a stordirsi con lusso e sesso estremo per afferrare un po’ di felicità. mogli di faccendieri di provincia, showgirl o studentesse inquiete.Tutte identiche all’eroina ottocentesca del romanzo di gustave Flaubert. Nevrosi comprese</em>”. Con una bella capriola, ecco dimostrato come le donne puttane erano e puttane sono rimaste, e quelle di Stato non sono diverse da tutte le altre, perché in ognuna di loro (di noi) vive una Emma Bovary. E gli uomini? Gli uomini non esistono per Scaraffia. Restano nell’ombra, a partire dal povero Charles Bovary, ignorante, mediocre e compiaciuto di esserlo, fino ad arrivare agli uomini di oggi, vittime innocenti di donne prive di scrupoli, nevrotiche, che inducono in tentazione ingenui politici e politicanti, facendoli cadere nelle loro reti di seduttrici in cerca di fama, successo e soldi.<br />
La pornopolitica, dunque, non solleverebbe una questione etica e morale, non sarebbe affare che investe la politica nelle sue espressioni più alte e che coinvolge chi usa, sfrutta e mercifica il corpo delle donne fino al punto di renderlo bene di scambio per favori e incarichi pubblici, ma l’effetto scontato di un bovarismo cronico insito nel femminile: fame di successo e di pretese oltre alle proprie possibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuando nell’esposizione della sua tesi, Scaraffia, in un balzo finale, si spinge al punto di non distinguere più le cocotte di stato dalle altre donne italiane (come se il “modello Emma” fosse una nostra esclusiva). Tutte ne portano il marchio: quelle che osano “sostituirsi ai mariti nella corsa per il successo”, quelle insoddisfatte, soprattutto sessualmente, che usano Facebook e Twitter  (ovviamente per accalappiare ignari gentiluomini con i quali sollazzarsi), quelle che volano low cost, quelle che si tatuano, quelle che, addirittura lavorano nelle ong.</p>
<p style="text-align: justify;">È un uomo che odia le donne, Scaraffia.  Consuma la sua misoginia non vedendo (o facendo finta di non vedere) che i colpevoli sono altri. Che queste donne che ci vuole far credere tanto abili e spregiudicate da manovrare uomini così potenti sono in realtà il simbolo del ruolo subalterno che le donne hanno sempre avuto e continuano ad avere in questo Paese. Nonostante il tempo di Flaubert sia passato da un pezzo.<br />
Emma era una vittima inconsapevole dell’epoca in cui era nata. Lo stesso non si può dire dell’entourage femminile berlusconiano. Non vittime, ma prodotto di un modello culturale forgiato con attenzione nell’ultimo trentennio.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace pensare a come sarebbe stata la vita di Emma Bovary se la sua storia fosse stata scritta sul finire del ventesimo secolo. Non sarebbe stata nemmeno degna di essere raccontata, non ci sarebbero stati fior di intellettuali pronti a coniare termini per definire il suo malessere. Nessuno l’avrebbe tacciata di nevrosi.<br />
Una donna con la possibilità di maturare, di crescere, magari lontano dalla famiglia di origine, e di migliorarsi: artista, ricercatrice, attivista politica, imprenditrice. O solamente una donna normale, ma completa e soddisfatta delle sue scelte, con accanto un compagno che potesse corrisponderle anche in questo, ecco chi sarebbe oggi Emma Bovary.</p>
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		<title>Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 08:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quelli che come me fanno parte delle tre o quattro generazioni venute al mondo dal primo dopoguerra in poi, sono cresciuti con l&#8217;idea che certi diritti fossero intoccabili, indiscutibili e naturali. L&#8217;idea inculcata per una settantina d&#8217;anni (almeno, a me è stata inculcata) era quella che non ci fosse bene più prezioso della libertà. In
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quelli che come me fanno parte delle tre o quattro generazioni venute al mondo dal primo dopoguerra in poi, sono cresciuti con l&#8217;idea che certi diritti fossero intoccabili, indiscutibili e naturali. L&#8217;idea inculcata per una settantina d&#8217;anni (almeno, a me è stata inculcata) era quella che non ci fosse bene più prezioso della libertà. In senso lato e filosofico, certo, ma anche nelle sue manifestazioni più pratiche e quotidiane: la libera espressione delle opinioni personali, il poterne discutere, poterle trasmettere. E che, proprio a garanzia di certi diritti ci fosse la Costituzione, granitico baluardo di giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è più così da diverso tempo e lo shock è ancora duro da digerire.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni si sono ripetuti i tentativi per far sì che la diffusione delle idee fosse meno libera e più controllata. Tentativi a volte sbandierati, più spesso subdoli e mascherati d&#8217;altro. Sforzi ed energie tesi a contrastare la forza di comunicazione della rete, la sua energia propulsiva.<br />
L&#8217;insistenza martellante, la pervicacia gretta con la quale certi disegni di legge vengono proposti e riproposti, bloccati, e poi riproposti ancora, ritoccati, a firma di politici diversi, ma invariati nella sostanza, mi preoccupano molto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog. È un blog personale, manco importante, ma è e rimane il mio spazio di condivisione delle idee. Non scriverei più con lo stesso spirito se l&#8217;ennesimo rilancio in questi ultimi giorni di una legge bavaglio andasse a buon fine. Sarei più circospetta e cauta, applicherei sicuramente un qualche tipo di censura a certi miei post. In poche parole, sarei molto meno libera.<br />
Anche i piccoli blog personali possono fare la differenza. Pensavo, ieri sera, a quello aperto a suo tempo dalla mamma di Federico Aldrovandi: che fine avrebbe fatto se ci fosse stata allora una legge come quella che si intende promulgare oggi? Che epilogo avrebbe avuto quella vicenda? E tutti i piccoli blog che segnalano disservizi, quotidiane ingiustizie, piccole e grandi vessazioni che fine farebbero? Non sarebbero i loro gestori intimoriti almeno quanto me dalle modalità di intervento della legge e dalle sanzioni, pesantissime, che ne deriverebbero? Così si ammazzano i blog e le idee insieme a loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che la mobilitazione di oggi sia (dovrebbe essere) un fatto rilevante. A maggior ragione viste le vicissitudini politiche delle ultime settimane e il filo del rasoio sul quale questo Paese sta avanzando: la bestia ferita e braccata è sempre quella più feroce e pericolosa. Un pensiero vorrei dedicarlo anche alle varie categorie di puntacazzisti e benaltristi, quelli che &#8220;i veri problemi sono altri&#8221;, quelli che, non senza una certa spocchia, decidono che &#8220;l&#8217;indignazione è automatica&#8221;: se pure fosse questo il caso, e io non credo lo sia, preferirei cento volte un automatismo all&#8217;ignavia che molti dimostrano di questi tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui di seguito, nel dettaglio, alcuni punti esplicativi sul Comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, quello appositamente inserito per silenziare i blog (grazie a Valigiablu. <a href="http://www.valigiablu.it/doc/540/comma-ammazza-blog-un-post-a-rete-unificata.htm?ref=HREC1-1" target="_blank">Qui i link di altri post e iniziative sull&#8217;argomento</a>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è la rettifica? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono soggetti a rettifica anche i commenti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica</p>
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		<title>Verso nord: Dublino è un po&#8217; come casa</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Aug 2011 09:49:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi giorni di afa e caldo torrido, sempre di più comprendo la mia predilezione per i Paesi del nord, dove raramente il sole brucia e la luce ferisce gli occhi. Così, dopo i canali ghiacciati di Copenhagen a marzo, ecco Dublino tra luglio e agosto per sfuggire alla calura estiva e per confermare, nel
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni di afa e caldo torrido, sempre di più comprendo la mia predilezione per i Paesi del nord, dove raramente il sole brucia e la luce ferisce gli occhi.<br />
Così, dopo <a href="http://www.diariosemistupido.it/2011/03/10/verso-nord-la-luce-di-copenhagen/" target="_blank">i canali ghiacciati di Copenhagen</a> a marzo, ecco Dublino tra luglio e agosto per sfuggire alla calura estiva e per confermare, nel caso ce ne fosse stato bisogno, la mia effettiva capacità di viaggiare in coppia, cosa che tendo a non dare mai per scontata.</p>
<p>Una volta ho sentito dire che a Dublino, a parte il Trinity College, non ci sarebbe granché da vedere. Meglio, dunque, dedicarle un viaggio breve, un fine settimana, piuttosto che un tempo più lungo, giusto quanto basta per un giretto veloce e qualche bevuta al pub.<br />
Io credo, invece, che questa sia una di quelle città con l’anima e con un suo fascino sottile. Offre molto, ma occorre essere pazienti e grattare fin sotto la superficie per far emergere i suoi tesori nascosti. Per questo, ritenendo che i tre giorni canonici di un weekend non fossero sufficienti, l’abbiamo scelta come seconda meta della vacanze estive: una settimana abbondante (otto giorni) a disposizione per cercare di assaporare la città nel giusto modo, per dimenticarsi delle orde di turisti rumorosi, per affezionarsi alle sue strade, ai suoi ritmi, ai suoi suoni. Non posso dire di essere partita con una visione neutrale del posto e senza aver subito nel tempo contaminazioni esterne: ancor prima di vederla avevano pesato anni di suggestioni letterarie e cinematografiche insieme ad anni di frequentazione intensa con la Scozia occidentale. Dublino come Glasgow, Grafton Street come Sauchiehall Street, insomma.</p>
<p>Ho subito pensato che avessero molto in comune e questo mi ha fatto sentire, già durante il tragitto dall’areoporto verso il centro città, non una straniera, ma come se fossi arrivata a casa.<br />
Entrambe vicine al mare, con un fiume che le attraversa, sono circondate da cielo aperto e colline verdi. Pure la luce è la stessa anche se, forse, il cielo d’Irlanda non riesce ad essere tanto grigio quanto quello di Scozia. Ero per la prima volta a Dublino e mi pareva di esserci stata da sempre.<br />
Strana sensazione, tutto sommato: il piacere di ritrovare quello che conoscevo bene unito al timore di perdere parte della meraviglia di scoprire un posto del tutto sconosciuto. Così non è stato, naturalmente. Perché la scoperta va oltre al fatto di vivere una esperienza nuova come può essere il fatto di visitare una città che non si conosce, e perché le città sono effettivamente molto diverse tra loro.</p>
<p>In realtà, proprio avendo tempo di viverla in lentezza, ho avuto conferma di quanto avevo sempre immaginato, ossia che anche Dublino fa parte della categoria delle città che hanno un’anima, come dicevo sopra. Sono quelle provviste di un carattere tanto forte e incisivo che la parte migliore risulta spesso nascosta. Quella di Dublino è un’anima popolare e orgogliosa nel conservare la propria memoria, nel bene e nel male, insieme alla caparbietà di voler essere una capitale importante, eclettica e proiettata verso il futuro.<br />
Una città orientata al futuro ma ancorato con orgoglio al proprio passato, quindi. È questo quello che ho sentito nella voce della guida che ci ha condotti tra le sale del Castello, l’ho notato visitando i musei e le gallerie d’arte della città, piccole e molto ben organizzate (meravigliose le attività per i bambini che si svolgono nelle gallerie d’arte), nei parchi curati, certo, ma senza esagerazione maniacale, ma, soprattutto, in quelle placchette metalliche applicate ovunque lungo le strade per ricordare questo o quel personaggio, questo o quell’evento della sua storia più o meno recente, questo o quel brano letterario.</p>
<p>Ecco, da questo punto di vista potrebbe essere la mia città ideale, una città fatta per chi ama i libri e la lettura. Non tanto per i monumenti e i musei dedicati alla scrittura e agli scrittori, quanto per il numero impressionante di librerie. Poteva non piacermi una città così? Se ne trovano ogni pochi metri, librerie di ogni tipo: quella superfornita della grande cantena, quelle indipendenti, quelle piccole e nascoste, quelle che conservano l’aspetto e il sapore degli anni ‘60 e 70 e sempre, in ognuna, la sezione dedicata agli autori e alla storia locali e libri offerti con super sconti e promozioni speciali. Tanti libri e prezzi ottimi, difficilissimo per me resistere alle tentazioni, specialmente quando una edizione dei Dubliners di Joyce &#8211; acquisto d’obbligo &#8211; costa solo 3 euro.</p>
<p>Altra cosa di cui mi sono accorta passeggiando a Dublino è che la è letteralmente impossibile rimanere senza cibo. Sul bere sorvolo, non è materia di mio interesse, ma forse, visto che dove si beve spesso si mangia pure, non dovrei sorprendermi così tanto se sono decine i locali dove a qualunque ora è possibile ordinare un pasto completo, e non si tratta solo dei soliti, onnipresenti fastfood. Si mangia bene, spesso con poco, anche in quell’epicentro di orgia turistica che è Temple Bar. Altrimenti ci sono i mercatini, con le bancarelle di frutta e verdura. Particolarmente ricco, ma non proprio economico, è quello di Cows Lane, il sabato. E forse anche per questo mi sono sentita così tanto in famiglia tra la frutta e la verdura esposte, i formaggi e le ricotte, le conserve e le torte fatte in casa, le erbe aromatiche e il profumo delle olive al peperoncino (greche non pugliesi, ma tant’è). E le ostriche da gustare on the road.</p>
<p>Per me questa è Dublino: non una città da Ah! e Oh!, ma con la sua anima vibrante che ti conquista poco alla volta, insieme alla sua gente. Gli sguardi dai ponti, certi angoli suggestivi, le strade che mi ricordavano libri letti, le chiese e i musei dal sapore vittoriano. Ma anche i mercatini dei prodotti artigianali, quelli d’arte, le fioraie, i musicisti da strada e i macellai col grembiulone.<br />
Dublino è un caleidoscopio di voci, di gaelico e inglese gutturale, e di immagini.<br />
Parlavo di suggestioni cinematrografiche, a questo punto comincio a sospettare che non sia un caso che the Commitments è sempre stato uno dei miei film preferiti.</p>
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		<title>Supersconti vietati sui libri: la legge anti Amazon non aiuterà i piccoli librai</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 17:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri ho approfittato degli ultimi sconti di Amazon.it per comprare un paio di libri a prezzo stracciato. Nulla che non avrei potuto comprare in altro momento, ma i prezzi erano davvero troppo invitanti per lasciarmi sfuggire l&#8217;occasione dello sconto del 40%. In effetti, restano solo pochissimi giorni per poter acquistare volumi superscontati: dal primo di
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri ho approfittato degli ultimi sconti di Amazon.it per comprare un paio di libri a prezzo stracciato. Nulla che non avrei potuto comprare in altro momento, ma i prezzi erano davvero troppo invitanti per lasciarmi sfuggire l&#8217;occasione dello sconto del 40%.<br />
In effetti, restano solo pochissimi giorni per poter acquistare volumi superscontati: dal primo di settembre entrerà in vigore la Legge Levi, scandalosa e illiberale, che impedirà ai venditori di applicare sconti maggiori del 15% sui prezzi di copertina dei libri appena pubblicati (solo in casi particolari potranno salire al 20% e al 25%).<br />
La legge, approvata il 20 luglio scorso, dovrebbe servire allo scopo di “salvare” le piccole librerie dalla concorrenza delle grandi catene, ma soprattutto dei grandi venditori online, Amazon, su tutti. Di fatto si tratta proprio di una legge contro Amazon, la quale, da quando un anno fa ha introdotto la sua attività anche in Italia, sembra aver creato parecchio scompiglio, con buona pace della crisi, dei consumatori, delle percentuali bassissime di lettori in Italia.</p>
<p>Sarà una legge efficace?</p>
<p>Facendo parte della categoria dei lettori &#8220;forti&#8221;, mi sono chiesta se dal primo settembre cambieranno le mie abitudini in fatto di acquisto di libri. La risposta che mi sono data è: non di una virgola.<br />
Continuerò a preferire la comodità delle compere online (su Amazon e Ibs, in primis, ma anche altrove, ovunque ci siano libri che m’interessano), senza variare la frequenza di visita alle mie librerie preferite (Melbookstore, ECoop e Feltrinelli, nell’ordine) e riservando ai piccoli rivenditori lo spazio che dedico loro di solito, ossia durante i viaggi e preferendo comunque i negozietti di libri usati e le bancarelle.</p>
<div>
<p>Insomma, a parità di prezzo e di sconti tra le varie tipologie di negozio, non mi sentirò spinta a diventare nuova cliente di un piccolo libraio.<br />
A maggior ragione, anzi, continuerò a ordinare i libri da casa (e ne ordino parecchi nell’arco di un anno), ricevendoli comodamente nel giro di quarantott&#8217;ore, usufruendo di un catalogo illimitato e della possibilità di trovare tutto quanto è di mio interesse &#8211; recensioni, opinioni, informazioni varie &#8211; senza varcare la porta di casa. Non mi interessa instaurare un rapporto di amicizia o di fiducia con il venditore di libri, ma questo, lo riconosco, è solo un mio problema. Le librerie che preferisco, infatti, sono quelle medio-grandi, non claustrofobiche, dove posso circolare liberamente e comodamente, sedermi per &#8220;saggiare&#8221; i libri che mi incuriosiscono, bere un té e fare due chiacchiere nel contempo.</p>
<p>Facendo poi una riflessione più approfondita, questa è una legge anacronistica, dal sapore ottocentesco &#8211; come molto altro in Italia &#8211; che di fatto ignora le dinamiche di funzionamento del commercio elettronico e del mercato globale e di fatto le reali esigenze di chi i libri li compra. Mi ricorda, a tutti gli effetti, le polemiche che in tempi passati suscitavano i grandi supermercati in contrapposizione alle botteghette di alimentari di quartiere. Per fortuna non venne in mente a nessun politico di calmierare gli sconti sugli alimentare, a protezione dei piccoli esercenti.<br />
Inoltre, chi potrà vietare a una azienda qualunque di vendere libri in lingua italiana al prezzo desiderato in un qualsiasi altro Paese dell&#8217;UE? A ben pensarci, è quello che già in una certa misura succede con i libri in lingua: li compro direttamente in UK dove posso averli super scontati (da 5 a 8 euro al cambio) e dove le spese di spedizione verso l’Italia vengono ammortizzate dai bassi costi, pur rimanendo comunque convenienti.</p>
<p>Non occorre essere degli analisti per capire che è una legge tutta storta, dunque, che va contro gli interessi di tutti, anche quelli dei piccoli librai stessi. Sarò curiosa di vedere tra un anno i dati reali di vendita di questi esercizi, tra diffusione di ebook  e commercio elettronico, senza dimenticare che i libri, quelli cartacei, ormai si trovano ovunque: dall&#8217;edicola al supermercato, fino all&#8217;ufficio postale.<br />
Non ci sarà uno spostamento di acquirenti verso le piccole librerie grazie a questa Legge: gli italiani semplicemente compreranno ancora meno libri, avranno un pretesto in più, quindi, per leggere ancora meno di quanto già non facciano. Non male in Paese dove si fa di tutto, strategicamente o solo per incuria e ignoranza, per screditare e svilire ogni idea anche solo minimamente legata al concetto di Cultura.</p>
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		<title>Femminile e anti femminile</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 07:35:46 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo tre settimane fa la notizia sulla nuova giunta Pisapia a Milano formata per il 50% da donne (è donna anche il vicesindaco) e sulla scelta analoga da parte di Merola, l&#8217;altro sindaco neoeletto a Bologna (mentre si è dimostrato più &#8220;tradizionalista&#8221; De Magistris a Napoli). Il segnale di un cambiamento, senza dubbio, o, almeno, di una volontà precisa di voler cambiare lo status quo di una scarsissima partecipazione femminile ai posti di comando della cosa pubblica in Italia.<br />
Altra notizia, positiva e molto recente, quella dell&#8217;approvazione della legge sulla parità di accesso ai consigli di amministrazione e agli organi di controllo delle Società quotate e di quelle a controllo pubblico non quotate, le cosiddette &#8220;quote rosa&#8221;, insomma. Finalmente qualche cosa si sta muovendo nella giusta direzionei. La strada da recuperare è parecchia in ambito europeo, dove l&#8217;Italia si piazza proprio all&#8217;ultima posizione con solo il 43% delle aziende con almeno una donna nel consiglio di amministrazione (fonte: <a href="http://www.europeanpwn.net/files/europeanpwn_boardmonitor_2010.pdf" target="_blank">rapporto “European EPWN Boardwomen Monitor 2010</a>” del Professional Women Network) a fronte di Norvegia, Svezia e Finlandia, dove la percentuale è del 100%, ma anche a Spagna  con l&#8217;85%, Francia 79% e Grecia al 67%. Situazione tragica anche per quanto concerne la percentuale italiana del numero totale di donne all’interno dei consigli di amministrazione: uno stringatissimo 3,9%. Peggio solo il Portogallo con il 3,45%.</p>
<p>Una situazione paradossale e antieconomica se si pensa che altri studi dimostrano che una consistente  presenza femminile nei consigli di amministrazione fa bene all&#8217;impresa: <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/Lavoro/Dati/Se-nel-CdA-dellimpresa-ce-una-donna-i-risultati-sono-migliori_9883387.html" target="_blank">secondo Maria Grazia De Angelis</a>, presidente AISL_O, Associazione Italiana di Studio del lavoro per lo sviluppo organizzativo, &#8220;Le aziende con un&#8217;alta rappresentanza di donne nei Consigli di Amministrazione ottengono risultati finanziari significativamente superiori, in media, rispetto alle aziende con una minore rappresentanza di donne&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Due piccoli passi in avanti ai piani alti e uno enorme all&#8217;indietro alla base.<br />
<a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_giugno_30/inzago-donne-licenziate-fiom-protesta-190986051519.shtml" target="_blank">La notizia</a> è sulle prime pagine da un paio di giorni e se ne sta discutendo molto, con commenti di tono diverso. Quello che veramente mi stupisce, non è solo la notizia in sé, quanto il fatto che in tantissimi (uomini, per lo più) abbiano condiviso e appoggiato la &#8220;metodologia&#8221; e le ragioni del licenziamento delle loro colleghe.<br />
Se è comune vedere aziende con scarso senso etico nei confronti dei loro dipendenti, meno comune è leggere commenti di questo genere (copio e incollo uno a caso dal Corriere della Sera): &#8220;<em>Lasciare a casa dei lavoratori non è mai una scelta facile, che si possa fare a cuor leggero. Non di meno, se dei tagli al personale diventano realmente necessari per la sopravvivenza dell&#8217;azienda, questi, responsabilmente, vanno fatti. Il criterio adottato qui lo trovo condivisibile. Infatti: 1)Se fosse vero che &#8220;le lavoratrici donne costano di meno e producono di più&#8221; (una vecchia, colossale balla, propalata strumentalmente della lobby femminista), beh, proprio nei momenti di crisi le aziende dovrebbero licenziare il personale maschile e mantenere solo quello femminile, no? Un&#8217;impresa bada solo al profitto (è quello che le permette di sopravvivere). Perché privarsi di personale che ti costa meno e ti fa guadagnare di più? Soprattutto quando si è in difficoltà. Nessuna &#8220;discriminiazione&#8221;, quindi. Solo razionale buon senso. Evidentemente i lavoratori uomini nella fattispecie rendevano di più (per mille ragioni che l&#8217;azienda sicuramente conosce e sa valutare). 2) Se poi i lavoratori uomini di cui si parla erano effettivamente l&#8217;unico sostegno di famiglie monoreddito (di fatto le donne assai raramente lo sono), ebbene mi semmbra che la scelta dell&#8217;azienza sia stata molto saggia. Umanamente e razionalmente condivisibile&#8221;.<br />
</em>Ammesso e non concesso che gli idioti esistono, mi chiedo: ma commenti del genere da cosa derivano? È per via della crisi? O a causa della guerra tra poveri che trasforma gli esseri umani in esseri primordiali nei quali viene del tutto dimenticato ogni sentimento di empatia e di umana solidarietà, fino all&#8217;estrema riduzione a mors tua vita mea? O sono frutto di qualcosa di molto più radicato e profondo, talmente insito nel tessuto culturale e sociale di questo Paese che la crisi economica diviene solo un pretesto per avallare i pensieri più beceri, volgari e retrogradi di certi suoi abitanti (compresi i colleghi uomini di queste lavoratici, invece di mobilitarsi e supportare le loro colleghe hanno preferito, dopo aver evitato il licenziamento, presentarsi regolarmente al posto di lavoro)?</p>
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		<title>Perché Concita se ne va?</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 17:36:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mi aspettavo una risposta. Magari senza entrare nel dettaglio, o solo diplomatica e di circostanza.  Nel comunicato congiunto di editore e direttore che avevo già letto qualche giorno fa e un&#8217;altra volta ancora stamattina di risposte non ce ne sono. A dirla tutta, mi sarebbe piaciuta una spiegazione limpida: lascio perché, a causa di, ecc.,
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi aspettavo una risposta.<br />
Magari senza entrare nel dettaglio, o solo diplomatica e di circostanza.  Nel comunicato congiunto di editore e direttore che avevo già letto qualche giorno fa e  un&#8217;altra volta ancora stamattina di risposte non ce ne sono.<br />
A dirla tutta,  mi sarebbe piaciuta una spiegazione limpida:  lascio perché, a causa di, ecc., ma la limpidezza non solo se la possono permettere in pochi, ma sembra anche essere molto sopravvalutata  E allora, se le risposte non arrivano, noi, i lettori, facciamo presto a trovarle per conto nostro. Altro che complottismo,  basta un minimo di malizia, di quella che non si allontana nemmeno troppo dal buon senso, per capire che qualcosa dev&#8217;essere successo per accelerare un epilogo che fino alla settimana scorsa non sembrava nemmeno prevedibile. Ho letto in giro che già da un paio di mesi circolavano voci su un cambio al vertice del giornale. Dove se ne parlava? Probabilmente solo in certi ambienti perché l&#8217;effetto sorpresa tra i lettori è innegabile, soprattutto dopo l&#8217;editoriale dove, pur mettendo le mani avanti, De Gregorio parlava di &#8220;contratto non in scadenza&#8221; e di essere fiduciosa.<br />
Certo, non è il caso di scomodare le epurazioni in stile berlusconiano, tutto svolto nella più assoluta legalità, ci mancherebbe, gli accordi rispettati, gli obiettivi raggiunti e i comunicati congiunti, ma non è così che vanno le cose quando un percorso professionale giunge al suo termine naturale o quando si lascia per gettarsi in un nuovo progetto.  Qui si ha l&#8217;impressione di una decisione presa ob torto collo, di pressioni più o meno velate, di verità non espresse e di questioni in sospeso. Una partenza frettolosa e affrettata, insomma. ﻿<br />
Oltre la sorpresa, la tristezza. Non fino al punto di quelli che nelle svariate centinaia di commenti si sono spinti a dire che non leggeranno più l&#8217;Unità gestito da un nuovo direttore, ma condividendo in parte il sentimento &#8220;nulla sarà come prima&#8221;. Ammetto che mi dispiace anche perché in un panorama di indiscutibile supremazia maschile, un direttore donna &#8211; almeno uno &#8211; ci stava più che bene. Un bell&#8217;atto di coraggio tre anni fa, in un Paese come questo.</p>
<p>Non ho seguito con costanza tutte le discussioni scaturite dal comunicato ufficiale, soprattutto ho evitato i commenti di rito, quelli degli &#8220;esperti&#8221; e gli sproloqui su Facebook. Non mi interessano nemmeno le analisi politiche e quelle economiche sui dati di vendita, mi sono limitata a registrare  le mie sensazioni di lettrice che proprio con la De Gregorio si è avvicinata in maniera diversa e partecipe a un giornale che fino a tre anni fa leggeva saltuariamente e in modo distratto, e  che aveva sempre considerato un monolite. Di grande tradizione, certo, ma pur sempre un monolite.<br />
Se la direzione De Gregorio ha avuto un merito è stato quello di aver dato spazio a varie forme di partecipazione attiva da parte dei lettori, e qui posso parlare per esperienza diretta: ho aderito alle grandi iniziative di dissenso, alle mobilitazioni, alla raccolte di firme, alle manifestazioni. Ha dato loro voce con gli strumenti del web e ha portato le voci del web  in prima pagina. Anche questo un atto di discreto coraggio, credo.<br />
Molti rimpiangono l&#8217;Unità com&#8217;era prima,  fino a tre anni fa: il giornale diverso, il giornalismo d&#8217;inchiesta, l&#8217;organo di partito fatto in un certo modo.  È strano come questi non riescano a vedere che il vento non è girato solo per la politica, di governo e  di opposizione, ma anche per le modalità di espressione di tale politica.</p>
<p>Alla fine di tutto, la curiosità rimane: perché Concita se ne va? Non mi interessa chi, ma cosa. Cosa ha scritto, cosa ha fatto? L&#8217;Unità, con De Gregorio, ha parlato moltissimo alla pancia degli italiani della pancia degli italiani e relativamente poco alla pancia del partito della pancia del partito, al quale non ha evitato sferzate all&#8217;indomani del referendum di due settimane fa e ancor prima dopo le amministrative di Milano e Napoli. Che non sia piaciuta questa deriva così tanto di base e popolare? Ecco, io ci terrei a saperlo.</p>
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		<title>Ho cambiato abito al blog (con tanto di chiosa)</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 07:35:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo quasi tre anni di onorevole servizio, ho mandato il vecchio tema in pensione. Allora era stata una sfida con me stessa: registrare il mio dominio e occuparmi di tutto, dall&#8217;inizio alla fine, possibilmente senza chiedere aiuto agli &#8220;esperti&#8221;. Volevo un blog che mi appartenesse, che mi desse la soddisfazione dell&#8217;applicazione e dell&#8217;obiettivo da raggiungere,
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo quasi tre anni di onorevole servizio, ho mandato il vecchio tema in pensione.<br />
Allora era stata una sfida con me stessa: registrare il mio dominio e occuparmi di tutto, dall&#8217;inizio alla fine, possibilmente senza chiedere aiuto agli &#8220;esperti&#8221;. Volevo un blog che mi appartenesse, che mi desse la soddisfazione dell&#8217;applicazione e dell&#8217;obiettivo da raggiungere, che parlasse di me, soprattutto. Così, dopo molte ore impiegate e parecchio impegno profuso, avevo tirato fuori un tema dall&#8217;aria ruspante e casalinga.</p>
<p>Già da un po,&#8217; però, desideravo qualcosa di diverso. Avevo voglia di pulizia, colore e leggerezza, senza la freddezza e le squadrature dei temi commerciali. Cercando cercando, ho trovato <a href="http://www.llow.it/hybridside/" target="_blank">Hybridside</a> che è proprio quello che volevo. È il prodotto della creatività di un giovane designer che non solo ha messo insieme tema pulito e molto elegante, ma lo ha donato al mondo tramite una licenza<a href="http://www.gnu.org/licenses/gpl.html" target="_blank"> GNU GPLv3</a>, così che ognuno possa modificarlo, trasformalo, adattarlo alle proprie esigenze. Esattamente come ho fatto io.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2750" href="http://www.diariosemistupido.it/2011/06/21/ho-cambiato-abito-al-blog-con-tanto-di-chiosa/3421327165_ddbf65fec7/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2750" title="3421327165_ddbf65fec7" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/06/3421327165_ddbf65fec7.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/giuli-o/3421327165/" target="_blank">Giuli-O</a></p>
<p>In realtà, la presentazione del nuovo tema del mio blog voleva solo essere una (quasi) scusa per un&#8217;ulteriore riflessione, ossia su come la rete viva della generosità di tanti suoi abitanti. È uno degli aspetti che apprezzo di più: il fare qualcosa per la gioia di fare e metterlo poi a disposizione degli altri gratuitamente. La condivisione come scelta libera.<br />
Scelta e non obbligo. Scelta da non usare come pretesto per arraffare senza crediti e riconoscimenti, come invece era solito fare quel politico showman che, impegnato sul fronte della difesa dei diritti d&#8217;autore delle trasmissioni televisive condivise in rete, non si faceva a sua volta scrupolo di usarla, la rete, per attingere a piene mani tra le opere altrui senza nemmeno citare autori e fonti. O come accade in certe testate giornalistiche online, dove i redattori e gli articolisti sembrano fin troppo spesso del tutto incapaci di inserire link o attribuzioni ai materiali che usano facendo finta di non sapere che tali materiali &#8211; foto, filmati, testi &#8211; un proprietario ce l&#8217;hanno.<br />
Ma dicevo della scelta che molti considerano quasi un obbligo, ovvero come se il solo fatto di operare in internet &#8211; a vari titoli &#8211; stesse a significare che tutto dev&#8217;essere fatto in cambio di niente  e senza aver diritto a un riconoscimento, economico o altro. Non è poi tanto sottile la differenza tra voler regalare e la pretesa che qualcosa venga regalato per forza, eppure tanti confondono le due cose.</p>
<p>Per questa ragione ci tengo ad attribuire la proprietà intellettuale e i giusti riconoscimenti a chi, per generosità o per puro spirito &#8220;sociale&#8221;, decide di mettere le sue opere a disposizione di tutti, magari con una licenza <a href="http://www.creativecommons.it/" target="_blank">Creative Commons</a> (come ha fatto il grafico che ha disegnato l&#8217;immagine dalla quale ho ricavato lo sfondo del blog) o GNU GPLv3 come in questo caso. È una piccola cosa, non costa nulla ed è importante perché consente alla rete di continuare ad essere quello che è: un grande deposito della creatività e dell&#8217;intelletto umani che fluiscono liberamente . Liberi, sì, ma non figli di nessuno.</p>
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		<title>Chiacchiere oziose sugli anni &#8217;80</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 09:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una decina di giorni fa, sull&#8217;onda dell&#8217;entusiasmo per la vittoria del centrosinistra a Milano e Napoli, sia Michele Serra su Repubblica che Massimo Gramellini su La Stampa hanno pubblicato un articolo sugli anni &#8217;80. A parte la netta somiglianza tra i due pezzi che mi ha fatto pensare più a un caso di telepatia che
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una decina di giorni fa, sull&#8217;onda dell&#8217;entusiasmo per la vittoria del centrosinistra a Milano e Napoli, sia <a title="L'amaca definitiva" href="http://pazzoperrepubblica.blogspot.com/2011/05/lamaca-definitiva.html" target="_blank">Michele Serra su Repubblica</a> che <a title="Anno zero" href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&amp;ID_articolo=1002&amp;ID_sezione&amp;sezione" target="_blank">Massimo Gramellini su La Stampa</a> hanno pubblicato un articolo sugli anni &#8217;80. A parte la netta somiglianza tra i due pezzi che mi ha fatto pensare più a un caso di telepatia che di pensiero condiviso, mi è tornata in mente una lunga conversazione avvenuta qualche anno fa &#8211; nel 2008 &#8211; tra due che erano stati adolescenti proprio allora.</p>
<p style="text-align: justify;">Impossibile non ricordarli con tenerezza e indulgenza quegli anni, almeno per me. &nbsp;A distanza, però, &nbsp;riconoscevamo come quel decennio fosse stato poi deleterio per tutto quanto sarebbe avvenuto in seguito.&nbsp;&nbsp;L&#8217;inizio della fine, si potrebbe quasi dire, una caduta libera lunga trent&#8217;anni.&nbsp;Ma potevamo immaginarlo noi sedicenni di allora?</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure delle avvisaglie ce n&#8217;erano state, si vedeva, a volerlo vedere, &nbsp;che le cose avevano subito una netta capriola rispetto al decennio precedente.</p>
<p>Il 1980 non ha solo segnato l&#8217;inizio di un decennio, ma anche quello di una certa transizione emotiva. A giugno la strage di Ustica, poi Bologna il 2 agosto, la strage del Rapido 904 a San Benedetto Val di Sambro il dicembre seguente. E la Marcia dei quarantamila a Torino in mezzo a tutto questo. Col senno del poi (sempre più facile giudicare dopo), forse si poteva presagire che il desiderio di netta rottura con la politica militante e impegnata, con la lotta di classe, con gli scontri sociali era non solo il segnale di un&#8217;epoca ormai conclusa, ma un sentimento che&nbsp;sul lungo termine avrebbe potuto essere cavalcato con lo scopo di cancellare quello che fin lì era stato conquistato.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni &#8217;80 anche gli studenti si assopirono, l&#8217;unico vero movimento fu quello dei Ragazzi dell&#8217;85, liceali la cui mancanza di politicizzazione e trasversalità delle istanze vennero viste come un cambiamento positivo. I motivi di protesta furono più che trasversali, anzi, fin troppo politicamente corretti e decisamente fiaccati dallo yuppismo di quegli anni; obiettivi non più rivoluzionari, &nbsp;ma per il diritto allo studio e una scuola che offrisse strutture, modi e mezzi per emergere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono stati gli anni della grande illusione, insomma, un decennio di ubriacatura democratica pervaso da una profonda leggerezza (a)politica, non solo per noi che eravamo adolescenti. In questo clima germinarono i semi della malapolitica craxiana, della mancanza di consapevolezza, del pensiero che la produzione di un utile economico bastasse e avanzasse, dell&#8217;edonismo che in quegli anni dicevano reganiano, dove la sostanza sembrava concentrarsi nell&#8217;apparire e l&#8217;essere diventava trascurabile.&nbsp;E nonostante il fatto che molti di noi furono costretti a crescere in seguito ad avvenimenti che scossero il paese dalla sue fondamenta &#8211; la Strage di Bologna, come dicevo prima, ma anche il terremoti in Irpinia -&nbsp;quello fu il tempo del disimpegno e anche di un certo cinismo, mi verrebbe da dire oggi.&nbsp;C&#8217;era questa idea diffusa che nella vita fosse di primaria importanza riuscire, che il mondo fosse votato alla competitività esasperata, che il successo fosse la chiave di volta di tutta l&#8217;esistenza umana.</p>
<p>Furono i primi anni non solo televisivi ma anche di plastica, dove ogni cosa sembrava rispecchiare vacanze stile Club Med e piogge di lustrini.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu proprio allora che qualcuno cominciò a dire ad alta voce che un certo tipo di sinistra fosse diventata anacronistica, che non avevano più senso certi partiti in una società italiano dove benessere e ricchezza sembravano essere pervasivi e patrimonio generale, che la collettività fosse giusto passasse in secondo piano rispetto a un sano individualismo, modello sostenibile e auspicato a quel tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">La tv divenne, metaforicamente, a colori, anche nei miei ricordi. I documentari e le tribune politiche in bianco e nero furono rimpiazzati dagli spettacoli di lamé delle tv private. Intrattenimento a ogni costo, intervallato dalle televendite.&nbsp;Perdemmo il senso della realtà e il contatto con il prossimo. Soprattutto perdemmo la capacità di vedere &#8211; allora &#8211; che un&#8217;altra realtà era possibile. &nbsp;In definitiva, siamo stati degli ingenui, accecati da un benessere psicologico che se giustamente agognato dopo gli anni bui del terrorismo avrebbe dovuto maturare e condurre ad altro. Con gli anni &#8217;80, invece, ci siamo fermati allo stadio di pubertà sociale, un paese bambino popolato da immaturi non più sognatori, ma illusi della stessa inconsapevolezza tipica appunto dei bambini: tutto, subito e senza grosso impegno.</p>
<p style="text-align: justify;">Che tanti come me se li portino dentro con affetto questi anni &#8217;80 è indubbio. A guardarli ora, attraverso la lente del tempo, superate e dimenticate le difficoltà giovanili, non possiamo fare a meno di considerarli bei tempi andati. Indubbio anche che da un punto di vista storico gli anni &#8217;80 furono una disgrazia perché ci hanno condotti direttamente qui dove oggi ci troviamo. Il fatto è che io non riesco a odiarli, nonostante tutto.</p>
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