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Libri e Letture

I Vicerè e il filo d’olio

Da qualche giorno ho finito di leggere I Vicerè di Federico De Roberto. Se dovessi stilare l’elenco dei libri più belli letti nel corso di quest’anno, senza alcun dubbio questo ne farebbe parte. È stata una lettura appassionante, intensa e molto coinvolgente. Non solo perché è un romanzo storico e io sono un’amante del genere, ma anche perché racconta della dualità del cambiamento: i grandi mutamenti politici e sociali, gli scontri generazionali, i vecchi e i giovani, quello che era e che non è più ma, soprattutto, quello che pare diverso e che tanto diverso non è.

I Vicerè è, poi, la una storia di famiglia, anzi, è la storia della Famiglia. Una storia risorgimentale, certo, ma del tipo più agro, priva sia della grancassa retorica sull’Unità d’Italia che di ogni nostalgia. Mentre leggevo, non solo pensavo alla straordinaria attualità di questa saga siciliana, ma sempre di più accumulavo elementi per interpretare meglio una terra e la sua gente. Una terra che mi affascina e che amo ma che non potrebbe essere più diversa da me.
L’avevo cominciato, quindi, con molta curiosità e molte aspettative, salvo poi provare un’insolita sensazione di dejà vu già dopo le prime pagine. La descrizione del palazzo degli Uzeda e dei suoi abitanti al momento della morte della capostipite mi aveva subito richiamato alla mente altre pagine lette di recente, in un altro libro di memorie. Memorie di famiglia, non romanzate ma rivissute attraverso i ricordi e i sapori dell’infanzia: Un filo d’olio, di Simonetta Agnello Hornby. Anche di questo mi ero incuriosita. Non conoscevo l’autrice se non di nome, mi ero sentita attirata soprattutto dall’atmosfera da “circolo della cucina” che traspariva dalla sinossi. Lo immaginavo una lettura gradevole e rilassante. E infatti l’ho letto con piacere e interesse, quasi fosse una finestra aperta su un mondo a me totalmente estraneo, quella della Sicilia “nobile” contemporanea. Le ricette del filo d’olio (non tante e non molto rilevanti, in realtà) sono passate subito in secondo piano, divenendo un pretesto per dire altro: la cronaca delle vacanze estive in campagna attraverso gli occhi di una bambina, sì, ma anche il rendiconto di una cultura e di una società che ho trovato fin troppo simili a quelle raccontate da De Roberto.

Qual era la distanza tra gli anni ’50 dell’800 e gli anni ’50 del secolo scorso? Non così tanta, a me pare.

La storia ha commesso un indicibile atto di crudeltà nei confronti della Sicilia e della sua gente: dall’Unità in poi è stata lasciata del tutto fuori da ogni avvenimento che potesse rafforzarne l’identità nazionale “dal basso”. Penso all’esperienza della Resistenza e della guerra di Liberazione, su tutte. Così si è compiuto quell’isolamento insulare che ha fatto sì che negli anni ’50 del 900 si parlasse, tra l’altro, ancora di baroni, campieri, contadini e garzoni schierati gerarchicamente con la coppola in mano, latifondi, blasoni e nobiltà.
Una storia particolare, non integrata, che ha lasciato divisioni e segni profondi finanche nella storia contemporanea, quella nostra che viviamo tutti i giorni e alla quale  in tanti, in Sicilia, non intendono rinunciare.

Supersconti vietati sui libri: la legge anti Amazon non aiuterà i piccoli librai

Ieri ho approfittato degli ultimi sconti di Amazon.it per comprare un paio di libri a prezzo stracciato. Nulla che non avrei potuto comprare in altro momento, ma i prezzi erano davvero troppo invitanti per lasciarmi sfuggire l’occasione dello sconto del 40%.
In effetti, restano solo pochissimi giorni per poter acquistare volumi superscontati: dal primo di settembre entrerà in vigore la Legge Levi, scandalosa e illiberale, che impedirà ai venditori di applicare sconti maggiori del 15% sui prezzi di copertina dei libri appena pubblicati (solo in casi particolari potranno salire al 20% e al 25%).
La legge, approvata il 20 luglio scorso, dovrebbe servire allo scopo di “salvare” le piccole librerie dalla concorrenza delle grandi catene, ma soprattutto dei grandi venditori online, Amazon, su tutti. Di fatto si tratta proprio di una legge contro Amazon, la quale, da quando un anno fa ha introdotto la sua attività anche in Italia, sembra aver creato parecchio scompiglio, con buona pace della crisi, dei consumatori, delle percentuali bassissime di lettori in Italia.

Sarà una legge efficace?

Facendo parte della categoria dei lettori “forti”, mi sono chiesta se dal primo settembre cambieranno le mie abitudini in fatto di acquisto di libri. La risposta che mi sono data è: non di una virgola.
Continuerò a preferire la comodità delle compere online (su Amazon e Ibs, in primis, ma anche altrove, ovunque ci siano libri che m’interessano), senza variare la frequenza di visita alle mie librerie preferite (Melbookstore, ECoop e Feltrinelli, nell’ordine) e riservando ai piccoli rivenditori lo spazio che dedico loro di solito, ossia durante i viaggi e preferendo comunque i negozietti di libri usati e le bancarelle.

Insomma, a parità di prezzo e di sconti tra le varie tipologie di negozio, non mi sentirò spinta a diventare nuova cliente di un piccolo libraio.
A maggior ragione, anzi, continuerò a ordinare i libri da casa (e ne ordino parecchi nell’arco di un anno), ricevendoli comodamente nel giro di quarantott’ore, usufruendo di un catalogo illimitato e della possibilità di trovare tutto quanto è di mio interesse – recensioni, opinioni, informazioni varie – senza varcare la porta di casa. Non mi interessa instaurare un rapporto di amicizia o di fiducia con il venditore di libri, ma questo, lo riconosco, è solo un mio problema. Le librerie che preferisco, infatti, sono quelle medio-grandi, non claustrofobiche, dove posso circolare liberamente e comodamente, sedermi per “saggiare” i libri che mi incuriosiscono, bere un té e fare due chiacchiere nel contempo.

Facendo poi una riflessione più approfondita, questa è una legge anacronistica, dal sapore ottocentesco – come molto altro in Italia – che di fatto ignora le dinamiche di funzionamento del commercio elettronico e del mercato globale e di fatto le reali esigenze di chi i libri li compra. Mi ricorda, a tutti gli effetti, le polemiche che in tempi passati suscitavano i grandi supermercati in contrapposizione alle botteghette di alimentari di quartiere. Per fortuna non venne in mente a nessun politico di calmierare gli sconti sugli alimentare, a protezione dei piccoli esercenti.
Inoltre, chi potrà vietare a una azienda qualunque di vendere libri in lingua italiana al prezzo desiderato in un qualsiasi altro Paese dell’UE? A ben pensarci, è quello che già in una certa misura succede con i libri in lingua: li compro direttamente in UK dove posso averli super scontati (da 5 a 8 euro al cambio) e dove le spese di spedizione verso l’Italia vengono ammortizzate dai bassi costi, pur rimanendo comunque convenienti.

Non occorre essere degli analisti per capire che è una legge tutta storta, dunque, che va contro gli interessi di tutti, anche quelli dei piccoli librai stessi. Sarò curiosa di vedere tra un anno i dati reali di vendita di questi esercizi, tra diffusione di ebook  e commercio elettronico, senza dimenticare che i libri, quelli cartacei, ormai si trovano ovunque: dall’edicola al supermercato, fino all’ufficio postale.
Non ci sarà uno spostamento di acquirenti verso le piccole librerie grazie a questa Legge: gli italiani semplicemente compreranno ancora meno libri, avranno un pretesto in più, quindi, per leggere ancora meno di quanto già non facciano. Non male in Paese dove si fa di tutto, strategicamente o solo per incuria e ignoranza, per screditare e svilire ogni idea anche solo minimamente legata al concetto di Cultura.

A proposito di gattemorte

Confesso che le gattemorte, intese come esseri umani di sesso femminile, non mi sono mai piaciute molto. Non è per un fatto ideologico o per partito preso, ma perché distantissime dal mio modo di essere. Dopo aver letto diversi articoli sull’uscita di questo libro, però, mi sono diventate quasi simpatiche.

A dire il vero, non ho un’idea precisa della specie, ma ne ho incontrate più d’una nel corso degli anni così ho potuto constatare che, tralasciando le varie sfumature intermedie, esistono fondamentalmente due tipi di gattemorte: le inconsapevoli e le consapevoli.
Le prime fanno poco testo, sono gattemorte per nascita e senza consapevolezza di esserlo.  Vivono in una dimensione parallela che rimane al di fuori dei limiti di comprensione degli altri comuni mortali. Inutile dire che queste vengono identificate come gattemorte di rango solo se dotate di un aspetto gradevole, altrimenti sprofondano nella condizione di normali bruttine svampite nel migliore dei casi, di tristi e patetiche nel peggiore.

Altra storia sono le consapevoli. Perché non è vero che il gattamortismo sia solo una dote naturale, come sembra sostenere l’autrice del volume, anzi, la maggior parte lo acquisisce col tempo,  a coronamento di un preciso percorso strategico e molta applicazione. Non dev’essere un compito facile, di questo bisogna dar loro atto e merito, perché il risultato finale sarà un altro esemplare di felina languida, sempre vagamente annoiata, elegante, sorniona, costantemente presente a se stessa e mai al di fuori delle righe.

Quello che meraviglia non è tanto il fenomeno in sé – le gattemorte esistono da sempre –  quanto il fatto che ciclicamente sia di tendenza parlarne – tanto da scriverne libri a proposito, intendo – e mi viene spontaneo chieder perché tanto risentimento nei confronti di queste donne. Giusto per darvi un’idea del fenomeno: ho controllato su Facebook (sempre più usato come termometro delle tendenze internettiane) e ho potuto contare almeno una ventina di gruppi aperti contro le gattemorte e manco uno a supporto della protezione della specie. Perché?

Alla fine e in maniera nemmeno tanto nascosta, il gattamortismo non è altro che la riproposta del modello femminile maggiormente diffuso fino a una sessantina di anni fa, prodotto culturale giunto fino ai giorni nostri direttamente da una concezione sette/ottocentesca del femminile. Niente di nuovo dunque. Potranno non piacere, ma perché invidiarle o odiarle?
Insomma, le gattemorte sono delle nostalgiche, damine di altri tempi trapiantate ai giorni nostri – niente di più, niente di meno –  che scelgono come campo di gioco uno spazio lasciato volutamente libero dalle altre donne, giustamente impegnate a fare altro. Non ci può essere competizione perché i due schieramenti partecipano a gare diverse. Ecco perché non capisco la presa di posizione, seppure ironica, nei loro confronti. Si tratta come sempre di decidere cosa e come si vuole essere, se seguire i consigli delle bisnonne su come acchiappare un marito (fidanzato, amante, compagno, avventura di una notte), o rischiare di essere come si è nel bene e nel male. Non è comunque il caso di invidiarle, non sono nemmeno sicura abbiano una vita così semplice, a me starebbe strettissima, ad esempio. Inoltre, siete sicure che quegli uomini che soccombono alle grazie di queste feline soccomberebbero ugualmente se queste all’improvviso scomparissero lasciando campo libero a tutte le altre? Io ho idea di no, che gli uomini che si lasciano prendere da queste gatte siano, in fondo, quelli che le vanno a cercare, meritandosele in pieno.

In altre parole, quelli che apprezzano il tipo della gattamorta consapevole non si sentirebbero mai attirati da chi gattamorta non è, così come le antigatte non dovrebbero essere a loro volta attirate da uomini così. E non è perché queste ultime, come erroneamente scrive Chiara Moscardelli, siano delle goffe rancorose e delle insicure imperfette, mai contente di nulla e dai gusti impossibili, ma perché certi uomini non saprebbero che farsene di loro. La cosa brutta, infatti, è che se il mito del principe azzurro ben si confà a una gattamorta, dovrebbe invece essere ben superato (felicemente) dalle altre.

D’altro canto, è anche vero che in ognuna di noi è possibile riscontrare tracce di gattamortismo, inutile negarlo. Sono una specie di residuo di cervello primordiale che ci trasciniamo come un peso. Dovrebbero esserne felici, le invidiose: diventare gattemorte è veramente possibile per tutte, basta volerlo veramente. La dimostrazione? Prendiamo proprio Chiara Moscardelli: solo una vera gattamorta nell’anima poteva pensare di scrivere un libro del genere e suscitare così la simpatia, il senso di solidarietà e i pat pat di conforto di centinaia di sorelle di sventura guadagnandoci sopra anche qualche euro.

La disgregazione della memoria (prima che sia troppo tardi)

Ultimamente sto facendo attenzione al modo in cui i luoghi intorno a me cambiano: quasi impercettibilmente ma in maniera significativa.
Un rifacimento qua, una demolizione là, un condominio che dall’oggi al domani sorge dove prima c’era una piazza, un parcheggio al posto di vecchi caseggiati.
Il nuovo avanza e il vecchio gli lascia il posto, è inevitabile. La cosa non sarebbe nemmeno tanto male se non fosse per il fatto che questi cambiamenti in dosi omeopatiche hanno l’effetto di non lasciare tracce evidenti di memoria, cosicché un giorno può succedere di risvegliarsi e di accorgersi di non ricordare più com’era prima. O, come è successo a me, di non riconoscere più il posto dove mi trovavo.

Tornare a vivere nello stesso luogo dopo dieci anni che lo avevo lasciato ha avuto su di me un effetto straniante. Un po’ come incontrare per strada un vecchio compagno delle elementari: stessa faccia ma con lineamenti diversi.
I primi tempi li ho passati a cercare di non sentirmi una specie di straniera in un ambiente che era rimasto uguale nelle forme ma che non riconoscevo nei particolari. Le strade mi sembravano quelle e non più quelle, distinguevo le nuove costruzioni ma avevo dimenticato del tutto quelle vecchie. Tentavo di recuperare gli anni in cui ero stata via, cercando di capire quello che nel frattempo era successo e andando a caccia delle differenze tra ciò che avevo lasciato e quanto avevo ritrovato.

Ora faccio sempre più caso a come la città e il paese si assoggettino ai mutamenti, tanto da tenere una sorta di contabilità quotidiana di quanto vedo modificarsi man mano. Proprio l’altro giorno mi è tornato in mente che nel viale coi pini che percorro ogni giorno per rientrare a casa una volta erano piantate delle acacie. Quand’è avvenuta questa sostituzione di alberi? Pezzi importanti della mia storia personale non esistono più e non ho fatto nemmeno in tempo a fermarli con delle foto.

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Cosa che invece fece alla fine del XIX secolo Ettore Roesler Franz a Roma.
Quando, dopo il 1870,  seppe che il nuovo piano regolatore avrebbe fatto il suo corso modificando in modo impietoso e inesorabile l’aspetto della città, questo artista e fotografo d’antan si affrettò a documentare quello che era Roma prima che interi quartieri, insieme a monumenti e siti archeologici, sparissero per sempre.
Ho trovato questo libro sulla Roma scomparsa nelle foto di E. Roesler Franz durante il mio ultimo soggiorno romano, in una di quelle librerie sotterranee che per entrarci bisogna scendere almeno una rampa di scale dal livello stradale.
Ne sono rimasta colpita, non solo per la bellezza delle foto, tutte preparatorie ai suoi acquerelli, ma per la sensazione di toccare il tempo che passa e che è già passato.
Parlando strettamente di Roma, non so se questa corsa alla modernità abbia giovato del tutto. Via Nazionale e via Cavour sono belle strade, così come via dei Fori Imperiali, che mi piace particolarmente; sicuramente saranno state necessarie, ma mi resta la curiosità, destinata a rimanere per sempre insoddisfatta, di sapere che cosa si è dovuto sacrificare, a cosa abbiamo dovuto rinunciare noi, che siamo arrivati molto dopo.
È una domanda che mi pongo spesso quando vedo che sempre di più si sceglie la strada della non conservazione in favore di quella della cementificazione selvaggia.

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Processo che negli ultimi tempi si sta verificando anche in altri settori. È la questione della memoria che invece di venire preservata subisce tentativi fraudolenti di manomissione, anche in nome di un certo modernismo.
Abbiamo celebrato da poco 25 Aprile e 1 Maggio e mai come quest’anno queste due giornate hanno subito attacchi pesanti. In maniera scientifica e mirata da parte di alcuni, quasi in buona fede da parte di altri.
C’è chi desidera una sorta di riappacificazione che venga ad appiattire il valore reale del 25 Aprile, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato perché “è tempo di superare e di andare oltre”; ci sono quelli che tentano operazioni varie di revisione storica, di comparare vincitori e vinti, di disperdere il messaggio della Resistenza. E il 1 maggio che troppi vorrebbero si celebrasse lavorando, dimenticando che la questione dei diritti dei lavoratori rimane una piaga aperta e piuttosto dolorosa nella vita di questo Paese.

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La crisi, che a volte c’è e a volte non c’è a seconda dei bisogni retorici del momento, sembra diventata la panacea per tutti i mali, causa e fine di ogni cambiamento, simbolo di un odioso modernismo al quale molti vorrebbero sacrificare quello che è stato, esattamente come nel 1936, Federico Mastrigli, scrittore del fascismo, scriveva nel volume “Roma nei suoi Rioni”: “È tempo di fare la definitiva liquidazione delle nostalgie, dei rimpianti e dei languori, degli sdilinquimenti per l’equivoco, per l’insidioso “pittoresco”. Il paragone e la citazione non sono casuali, ovviamente.
Altri cambiamenti in dosi omeopatiche che hanno lo stesso effetto di non lasciare tracce evidenti di memoria, cosicché un giorno succederà che ci sveglieremo e non ricorderemo più com’era prima, pezzi della nostra storia collettiva andati per sempre.

27 gennaio

Ricordo che quando in quinta elementare leggemmo tutti insieme alcuni brani tratti da “Se questo è un uomo“, compresa  l’omonima poesia, la maestra, quella della quale ho già parlato tante volte nei miei post, concluse il discorso con: bisogna parlare di queste cose perché non accadano più.
Usava spesso quella frase durante le spiegazioni.
Che fosse un’insegnate particolare, l’ho sempre saputo. Credeva fermamente nell’educazione alla memoria; così a dieci anni, mentre immaginavo e cercavo di capire come dovesse essere una donna per assomigliare a una rana d’inverno, ricevetti una lezione importante: impara, ricorda, trasmetti, affinché certi episodi della storia non si ripetano.

Chi mi legge sa quanto io abbia a cuore certe date: il 25 aprile, la giornata contro la violenza sulle donne, quella dedicata al ricordo della Shoah. Oggi.
Ogni anno, in queste giornate speciali, scrivo un post. Per non dimenticare un certo evento del passato prossimo o meno prossimo, certo, ma anche per porre l’attenzione su ricorrenze che devono entrare a far parte di un patrimonio di ricordo collettivo.
Una occasione per immedesimarsi, anche, per provare, sebbene a distanza, a mettersi in quei panni.

Non è un processo semplice, quello dell’immedesimazione, soprattutto perché a noi a mancano i riferimenti di un passato che non è lontano in termini temporali, ma distante anni luce per quelli culturali. Ci manca l’esperienza, semplicemente. O forse, per qualcuno si tratta di un rifiuto psicologico, quel che è passato è passato e là deve rimanere. Si dice che il sonno della ragione genera mostri. Io dico che quelli generati dall’indifferenza sono mostri più grassi e molto più longevi.

Per questa motivo, oggi, Giorno della Memoria, ho voluto far parlare le vittime della Shoah. Non i sopravvissuti, gli altri. Quelle voci possono trasmettere l’esperienza che noi, solo per la fortuna di essere nati in altro tempo e in altro luogo, non abbiamo vissuto.
Affinché queste cose non accadano più, come diceva la mia maestra allora.
Non aggiungo altro.
Qui sotto, per ricordare, riporto una lettera, la 32, che ho scelto da questo bel libro edito da Laterza “Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah” a cura  Zwi Bacharach.
Leggetelo, se vi capita, è un regalo importate che farete a voi stessi.

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Druja, campo di concentramento, prima della fucilazione, di nascosto.
Martedì, ore 4 del mattino, 16 giugno 1942
Addio

Un estremo saluto a tutti da Fanja e da tutti i familiari. Miei cari! Scrivo questa lettera prima della fine. Non so esattamente il giorno in cui io e i miei congiunti moriremo per il solo fatto di essere “ebrei”. Tutti i nostri fratelli e sorelle ebrei sono morti di una morte ignobile per mano di criminali… Io stessa non so chi della nostra famiglia sopravviverà e chi avrà l’onore di leggere la mia lettera e il mio fiero, estremo saluto a tutti coloro che amo, ai miei cari, da parte di chi soffre per mano di criminali. Cara Chajacko! Caro Monuska! Forse rimarrete in vita. Vivete pienamente e felicemente. Noi tutti andiamo incontro alla morte con orgoglio. Questo è il nostro destino. Per quanto ne sappiamo, Bljuma e la sua famiglia sono già morti. Non posso scrivere oltre. Tutti i famigliari piangono e si rammaricano della loro sorte. Lascio la lettera al nostro migliore amico, che ha già fatto per noi tanto di buono finora.

La vostra Fanja e tutti i familiari.

Siamo tutti sdraiati in una fossa. Sono assolutamente sicura che verrete a sapere dov’è la nostra tomba. Mamma e papà resistono a stento. La mia mano trema molto, non possono neanche finire di scrivere. Sono fiera di essere ebrea. Muoio per il mio popolo. Non ho detto a nessuno che sto scrivendo una lettera prima della nostra fine… Ah!… Come vorrei vivere ancora e raggiungere qualcosa di meglio. Tutto è ormai perduto… Addio. La vostra affezionata Fanja a nome di tutti: papà, mamma, Sima, Sonja, Zusja, Rasja, Chatsa e la piccola Zeldocka, che nulla può comprendere.

La vostra Fanja

Dio è giusto e il suo giudizio è giusto. Abbiamo peccato. I nostri miseri averi sono nascosti in casa. Ma abbiamo perso le nostre vite. Tutto è finito. Fratelli di ogni paese, vendicateci. Siamo condotti come pecore al macello.

Fania [Barbakov]

[Fanja aveva 19 anni al momento della sua morte].

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