- 5 ottobre 2011
- Le mie riflessioni, Libri e Letture, Società
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Da qualche giorno ho finito di leggere I Vicerè di Federico De Roberto. Se dovessi stilare l’elenco dei libri più belli letti nel corso di quest’anno, senza alcun dubbio questo ne farebbe parte. È stata una lettura appassionante, intensa e molto coinvolgente. Non solo perché è un romanzo storico e io sono un’amante del genere, ma anche perché racconta della dualità del cambiamento: i grandi mutamenti politici e sociali, gli scontri generazionali, i vecchi e i giovani, quello che era e che non è più ma, soprattutto, quello che pare diverso e che tanto diverso non è.
I Vicerè è, poi, la una storia di famiglia, anzi, è la storia della Famiglia. Una storia risorgimentale, certo, ma del tipo più agro, priva sia della grancassa retorica sull’Unità d’Italia che di ogni nostalgia. Mentre leggevo, non solo pensavo alla straordinaria attualità di questa saga siciliana, ma sempre di più accumulavo elementi per interpretare meglio una terra e la sua gente. Una terra che mi affascina e che amo ma che non potrebbe essere più diversa da me.
L’avevo cominciato, quindi, con molta curiosità e molte aspettative, salvo poi provare un’insolita sensazione di dejà vu già dopo le prime pagine. La descrizione del palazzo degli Uzeda e dei suoi abitanti al momento della morte della capostipite mi aveva subito richiamato alla mente altre pagine lette di recente, in un altro libro di memorie. Memorie di famiglia, non romanzate ma rivissute attraverso i ricordi e i sapori dell’infanzia: Un filo d’olio, di Simonetta Agnello Hornby. Anche di questo mi ero incuriosita. Non conoscevo l’autrice se non di nome, mi ero sentita attirata soprattutto dall’atmosfera da “circolo della cucina” che traspariva dalla sinossi. Lo immaginavo una lettura gradevole e rilassante. E infatti l’ho letto con piacere e interesse, quasi fosse una finestra aperta su un mondo a me totalmente estraneo, quella della Sicilia “nobile” contemporanea. Le ricette del filo d’olio (non tante e non molto rilevanti, in realtà) sono passate subito in secondo piano, divenendo un pretesto per dire altro: la cronaca delle vacanze estive in campagna attraverso gli occhi di una bambina, sì, ma anche il rendiconto di una cultura e di una società che ho trovato fin troppo simili a quelle raccontate da De Roberto.
Qual era la distanza tra gli anni ’50 dell’800 e gli anni ’50 del secolo scorso? Non così tanta, a me pare.
La storia ha commesso un indicibile atto di crudeltà nei confronti della Sicilia e della sua gente: dall’Unità in poi è stata lasciata del tutto fuori da ogni avvenimento che potesse rafforzarne l’identità nazionale “dal basso”. Penso all’esperienza della Resistenza e della guerra di Liberazione, su tutte. Così si è compiuto quell’isolamento insulare che ha fatto sì che negli anni ’50 del 900 si parlasse, tra l’altro, ancora di baroni, campieri, contadini e garzoni schierati gerarchicamente con la coppola in mano, latifondi, blasoni e nobiltà.
Una storia particolare, non integrata, che ha lasciato divisioni e segni profondi finanche nella storia contemporanea, quella nostra che viviamo tutti i giorni e alla quale in tanti, in Sicilia, non intendono rinunciare.









