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Libri e Letture

Pensieri sparsi su scrittura e scrittori (aspiranti)

“Perché pensano che esprimersi sia più importante di avere pudore?”(*)

Di recente ho detto a un Aspirante Scrittore Esordiente (dove “scrittore” sta per “persona che viene pagata per scrivere libri”) che se gli editori snobbano suoi manoscritti è perché questi non vengono considerati adatti ad essere pubblicati. Gli ho anche detto che le case editrici serie quando riconoscono, tra l’ammasso di materiale che ricevono, uno scritto idoneo a diventare un loro prodotto, sono più che pronte ad investirci tempo e denaro. Non è il caso di quelle che chiedono, loro, soldi perché un libro venga pubblicato (e sto parlando di somme piuttosto ingenti).
Ho dovuto per forza però accennare anche all’altra faccia della medaglia, ossia che non tutto quanto viene dato alle stampe e venduto sugli scaffali – reali o virtuali – delle librerie offre contenuti di qualità, anzi. Può succedere che si arrivi alla pubblicazione per pura fortuna, o in virtù di contatti e conoscenze, cioè che anche nell’editoria le cose funzionano come di  solito funzionano in Italia, ossia all’italiana, dove la pratica degli “amici degli amici” non è solo diffusa a livello capillare, ma anche socialmente accettata. Il resto viene lasciato all’onestà intellettuale dell’autore: c’è chi ce l’ha e chi no.

Mi sono sempre tenuta a debita distanza dagli amici Aspiranti Scrittori Esordienti che mi chiedevano un giudizio, in quanto lettrice, sulle loro opere, magari pubblicate a pagamento e dopo vari affanni. Sono caduta nella trappola una volta e mi sono trovata in grande difficoltà perché il libro, regalatomi dagli autori con dedica, non era questo granché. Avrei voluto essere onesta fino in fondo e dire loro cosa effettivamente ne pensassi, ma mi sono mancati cuore e coraggio. Non tanto perché ero a conoscenza della passione che ci avevano messo, delle speranze e della fatica che quel libro era costato, ma  perché sicura che non l’avrebbero preso per niente bene il mio giudizio spassionato.
È una specie di processo automatico con gli amici Aspiranti Scrittori Esordienti:  loro che ti chiedono in buona fede una critica,  anche spietata, e tu dall’altra parte che ne offri una inconsciamente edulcorata per non ferirli.
Così evito per vigliaccheria.
Il che significa che i loro libri li leggo pure, ma coi miei tempi e i miei modi, e non glielo dico.

Un capitolo a parte meritano gli Aspiranti Scrittori Esordienti e Molesti. Con questi sono dolori o, meglio, sono bolle (d’orticaria).
Intendiamoci, non c’è nulla di male nel voler promuovere quello che si scrive, ma farlo con la sicurezza di aver compilato Il Capolavoro della letteratura italiana, questo mi da il mal di pancia, oltre alle bolle.
Si creano gruppi di ASEM entusiasti che parlano dei loro libri, recensiscono i loro libri, distribuiscono ad  amici e conoscenti i loro libri, creando conventicole che sono più dei gruppi di supporter che lettori chiamati ad esprimere un giudizio sincero su opere prime (o seconde). Come se questo non bastasse, si sentono autorizzati allo spam più bieco per pubblicizzare la loro creatura. Diventano utenti attivi in ogni social network esistente per crearsi contatti, mandano mail e inviti ad eventi farlocchi, e si arrabbiano quando dici loro che il libro non ti interessa. Sono queste reazioni così scomposte che me li fanno diventare antipatici, più che altro. Così, grazie no, del vostro libro ne faccio volentieri a meno  - anche perché non mi basterebbe un’altra vita per leggere tutto quello che vorrei – e se davvero fosse il prossimo capolavoro della letteratura italiana, pazienza, vorrà dire che metterò in coda anche quello.

Non fraintendetemi però, non sono una killer di sogni altrui, anzi, sognando ancora molto ad occhi aperti io stessa, credo fermamente siano i primi fondamentali passi per ottenere quello che si desidera nella vita.
A proposito, ricordo con molto piacere una conferenza tenuta da Cristiano Cavina, scrittore (vero e molto amato dai giovani) mio conterraneo, a una platea di adolescenti. Perché al di là di ogni aspirazione adolescenziale, l’importante è tener duro e non rinunciare ai propri sogni, anche per chi desidera diventare un Aspirante Scrittore Esordiente. È un bel messaggio a quell’età, un invito a non omologarsi, a credere alle passioni, coltivarle e a impegnarsi per metterle in pratica, nonostante tutto.

Alla fine, al mio Aspirante Scrittore Esordiente ho suggerito di aprire un blog. Non equivale a scrivere un libro e non è come avere un libro pubblicato, ma è un buon modo per “uscire allo scoperto” e porsi nell’ottica del confronto con un pubblico di lettori. Insomma, è un buon esercizio per imparare ad assorbire le critiche, soprattutto quelle feroci, e per fare esercizio di scrittura e di onestà. A me, da non scrittrice né da aspirante, il blog ha insegnato il piacere della condivisione e della disciplina. Non è affatto poco, molto più di quanto tanti pennivendoli siano disposti ad ammettere.

(*) La frase fa parte del post di un amico, che ringrazio per il prestito: “L’imbarazzo di ascoltare amiche che leggono le loro poesie e s’aspettano un commento. Versi ovviamente bruttissimi (mix di cantautorato d’annata e floreale regressione infantile). Più che altro mi chiedo: gente colta, letture non sparute, io non ipertrofico (almeno in apparenza). Perché pensano che esprimersi sia più importante di avere pudore?”.

Panchine

A volte, vagando tra gli scaffali virtuali degli amici si trovano tesori che non solo vorresti possedere e leggere all’istante, ma che spalancano finestre su ricordi e pensieri. L”unica cosa che puoi fare, allora, è affacciarti con curiosità.
Questo “Panchine“, aggiunto immediatamente alla lista dei prossimi acquisti, mi ha fatto ritornare alle tante panchine della mia vita. Le panchine sono sedili all’aperto che non fanno notizia per maggior parte del tempo, ma anche luoghi dove si consumano momenti fondamentali che rimangono incisi nell’anima per sempre. Sono diventate, nell’immaginario collettivo, simboli di romanticismo perfetto o di estrema disgrazia, andando dai fidanzatini di Peynet ai senzatetto che lì sopra si addormentano. Tutto quello che scorre in mezzo è vita ed è bello che qualcuno abbia voluto scrivere un libro su questo.

Foto di Roby Ferrari

Io stessa mi sono resa conto di aver citato più volte le panchine nei miei post. In effetti, anche la mia vita ne è piena e alcune sono diventate dei veri e proprio monumenti personali, mentre altre esistono solo nei miei ricordi perché scomparse da tempo. Cosa piuttosto curiosa: quasi tutte le mie panchine sono legate a figure maschili che in qualche modo sono entrate nella mia vita per periodi più o meno lunghi.

L’ultima in ordine di tempo è sul molo di casa mia, quello che da sotto il faro si affaccia da un lato su yacht e barche a vela ormeggiati nella calma del porto turistico. Fa parte di una serie di panchine collocate proprio al centro del molo, con la doppia seduta: da una parte il Candiano e le navi che entrano, dall’altro le barche da diporto. Panchine antipatiche, devo dirlo, che non hanno alcun rispetto per l’intimità di chi si siede lì. Non so dire quale sia esattamente quella sulla quale siamo rimasti a parlare sotto il sole tiepido del primo di maggio il mio ex compagno ed io, ho rimosso del tutto quei minuti,  i discorsi fatti e anche lui, nonostante siano passati solo due mesi.
Adesso ricordo solo che era il primo giorno caldo di una primavera impazzita, la mia maglietta viola, i sandali ai piedi- finalmente – e il mio viso rivolto al sole di mezzogiorno.

Andando ancora più indietro torno a Roma. Altra panchina nel marzo gelido di due anni fa, lungo Via della Domus Aurea. Erano le nove di mattina, ancora una giornata di sole e un flirt consumato con i raggi che filtravano tra i cipressi e finivano sui Ray Ban vecchio modello di lui. Solo un episodio come tanti, ma la Via della Domus Aurea mi è rimasta nel cuore, è uno dei posti dove torno sempre, la percorro in discesa e poi un po’ in salita, mi siedo all’ombra degli alberi in ‘estate, con un gelato e un libro e non so come possa succedere che il traffico mi sembra sempre distante e io sempre pazzescamente felice. Non c’è nulla da esorcizzare a Roma, nonostante tutto.

La panchina a lato della chiesa di San Francesco a Bologna è una di quelle che sono diventati monumenti. Stanno là ad imperitura memoria di un giorno speciale. Mi ricordo un lungo abbraccio, una passeggiata mano nella mano e quella panchina per tutto il pomeriggio. Era il 3 di dicembre e non faceva freddo. Pure se lo fosse stato, comunque non l’avrei sentito di certo. Il giorno successivo scrissi, su altre pagine, queste parole: “Il giorno dopo è sempre come risvegliarsi da un sogno. Il senso del tempo si modifica, era ieri ma è talmente lontano, impossibile che sia stato solo ventiquattr’ore fa. E pare incredibile che eravate proprio voi due quelli e non due adolescenti a sbaciucchiarsi su una panchina. Fino a quando è lecito sbaciucchiarsi? Parlavo della levità di certe situazioni: è bellissimo ritrovarla a quarant’anni, un giorno tra tutti gli altri, un giorno che magari si avrà dimenticato tra un anno, ma che pure c’è stato, è esistito“.
Di anni ne sono passati più di tre, tante cose sono cambiate nel frattempo, ma quel giorno non l’ho scordato. Certo, ha assunto i contorni sfumati, come sempre succede col tempo che passa, e colori meno vividi, ma altro è rimasto: l’affetto, un legame di amicizia, esperienze condivise, confidenza. Di questo sono grata.

Un’altra mia panchina si trova sul lungomare di Helensburgh, sulla costa occidentale della Scozia. Ellensburgh è una località turistica dal sapore proleterio-vittoriano. Mi raccontavano di come i glaswegians, gli abitanti di Glasgow, prima della guerra, ma anche immediatamente dopo, la domenica usassero raggiungerla a bordo del vapore Waverly per una vacanza di qualche ora: un gelato, una passeggiata sul pontile, un po’ di musica.
Non c’è mai molto folla, a dire il vero, né molto da fare, nemmeno d’estate. Qualche anziano che passeggia, ragazzetti con la faccia imbronciata e i pungi in tasca a far la fila per fish and chips.
La strada principale si affaccia sulla costa, i palazzi e i negozi su un lato e dall’altro il Clyde. Lì ho condiviso una cena con i gabbiani in una serata di luglio di qualche tempo fa: pesce, patatine e baci. E tutt’intorno, con il sole ancora alto, le colline a perdita d’occhio. Mi ricordo di essermi alzata da quella panchina guardandomi attorno e pensando “questa è la mia terra”.

Foto di ztephen

Di un’altra panchina diventata monumento avevo già raccontato. È quella alla quale non posso fare a meno di lanciare un’occhiata quando passo per quella strada, cosa che capita almeno un paio di volte al giorno. È il simbolo della mia adolescenza, di quel periodo che è un salto nel buio per molti versi, ma che bisogna affrontare per crescere. Ho ricordi dolci di canzoni, chiacchiere, sorrisi e molta timidezza. Ci ripenso come a un film di qualche anno fa, a colori, certo, ma con i personaggi fuori moda. Luca e io, che in tanti mesi di passeggiate pomeridiane non abbiamo mai osato tenerci per mano. Ma su quella panchina, almeno, stavamo vicini, jeans contro jeans, ginocchia contro ginocchia. E mio figlio, al quale ho raccontato, che mi prende in giro ogni volta.

Le ultime panchine sono quelle che non esistono più perché eliminate o perché del tutto dimenticate. Ce ne sono tante, ma le mie preferite rimangono quelle del parco pubblico di quando ero bambina: dipinte di verde scuro, con le doghe in ferro, arroventate durante i mesi estivi, scivolose e scomode sempre, tanto da farmi desiderare di rimanere seduta lì il meno possibile. A ripensarci, una vera e propria strategia.

Le mappe della mia vita

L’altro giorno, mentre navigavo tra le pagine del Guardian, mi sono imbattuta in un libro scritto da Guy Browning, columnist di quel giornale,  che mi ha attirato subito per il titolo: Maps of my life. Il libro, per chi ha famigliarità col genere, è sullo stile di alcuni racconti di Bill Bryson, ossia una biografia umoristica costruita come un memoriale di viaggio.
Questa, però, prende spunto dall’amore che l’autore ha sempre provato per la geografia, le mappe e la cartografia in genere.

Mentre aggiungevo il libro alla mia wish list di Amazon, mi sono resa conto che anche io ho sempre avuto un’insolita passione per mappe e cartine e, se quelle di Parigi e Madrid le ho perse – non smarrite – nel corso degli anni, se quelle del mio viaggio americano sono ancora chiuse in uno degli scatoloni del trasloco che mi ha condotto qui, ne ho comunque un buon numero conservate in un cassetto.
La verità? Mi piace collezionarle e averle con me, anche se le mie sono meno decorative e meno elaborate di quelle che Browning ha inserito nel suo libro. Immagino che se dovessi sottopormi ad un’analisi psicologica per questa mia mania, ne verrebbe fuori che le cartine stradali mi danno un grande senso di sicurezza. Ricordo con profondo disagio i primi due giorni del mio unico viaggio a Parigi, quando mi limitai a ciondolare in giro a rimorchio di una guida senza capire dove stessi andando e dove mi trovassi, finché un passante al quale avevo chiesto come arrivare in Place de la Madeleine mi regalò una cartina. Da quel momento il mio soggiorno svoltò, nonostante abbia comunque mantenuto con la città un rapporto conflittuale al punto di non volerci tornare più.
Non sono cambiata con gli anni: sebbene ora abbia a disposizione anche altri strumenti che mi aiutano a ritrovare la strada (il navigatore gps e l’iPhone sono tra i migliori acquisti che abbia mai fatto), non manco mai di mettere una o due cartine in borsa quando viaggio.

Rovistando nel mio cassetto, è risultato che la mia collezione conta soprattutto di cartine della Scozia e di Roma. La cosa ha una sua logica considerato che, per motivi diversi, sono luoghi  fondamentali della mia vita.

Ho pensato allora che anch’io avrei potuto raccontarli questi luoghi per raccontare anche un po’ di me. In effetti, la vita segue le sue corsie preferenziali e a me piace tenerne traccia sulle mappe. Segno col pennarello rosso gli itinerari di viaggio, prendo piccoli appunti, conservo scontrini e biglietti per poi tornarci sopra a distanza di tempo, aprendole sul pavimento, rivivendo il gusto della scoperta o della rilassante quotidianità che tendo a ricreare quando viaggio.

È anche vero che alcuni di questi viaggi  sono stati solo un pretesto per stacchi e fughe strategiche quando ho avuto bisogno di mettere dei punti e accapo e per chiudere porte. O magari, solo per considerare la situazione da una prospettiva diversa, uno spartiacque tra un prima e un dopo, ma sempre accompagnata dalla mie cartine: per essere autosufficiente, per non perdere la strada, ma soprattutto per ritrovare quella di casa.
Allo stesso modo considero questo post: un ennesimo nuovo inizio. Quel che seguirà saranno dei percorsi di viaggio, non solo metaforicamente parlando, ma anche racconti di veri itinerari: la Scozia per cominciare, poi Roma, poi forse altri, senza una cadenza predeterminata ma comunque sempre seguendo col dito sulla cartina strade già percorse.

25 aprile, Schegge di Liberazione, Resistenza e Voci di memoria

L’articolo che segue è quello che ho scritto per  Schegge di Liberazione. Lo ripropongo qui come mio post per il 25 aprile e per ringraziare il Many che ha organizzato il tutto.

Non è un racconto di fantasia ispirato ai fatti dell’epoca, non è la trascrizione dei ricordi di nonni e zii, è semplicemente il mio personalissimo percorso di memoria. Del resto lo dico anche nell’articolo: mi sono accorta di non riuscire ad inventare su questo argomento. Dopo numerosi tentativi, ho dovuto ammettere che era una specie di senso di colpa quello che sentivo, quasi che immaginare certi avvenimenti, io che non ho mai avuto veramente fame,  freddo, paura, fosse un atto irriguardoso nei confronti di chi allora si trovò a viverli. Il risultato lo potete leggere qui sotto.

Così come me, tanti altri hanno aderito all’iniziativa Schegge di Liberazione. Tutti i post, i racconti, i pensieri, i disegni e perfino un monologo teatrale sono stati raccolti in un e-book che potete scaricare qui e qui (in una versione più “leggera” ed ecologica).

Aggiungo, in questa occasione, un appello a tutte le A.N.P.I., agli Istituti Storici della Resistenza, ai Centri Studi, ai Musei (tra i quali quello di casa mia,  Il Museo della Battaglia del Senio di Alfonsine), di liberare documenti in loro possesso.
Diffondeteli, per favore. Aprite i vostri archivi, rendeteli disponibili alla consultazione in internet, pubblicateli in e-book, distribuiteli gratuitamente con le licenze Creative Commons. Fate in modo che le idee circolino e che siano sempre più visibili.
Viviamo tempi cupi, oggi vietano – ancora una volta – “Bella ciao”, domani cos’altro? Mostrate a tutti di cosa furono capaci allora, fate in modo che i giovani ne siano orgogliosi.

Voci di memoria

per Schegge di Liberazione 2010

È difficile raccontare storie di Resistenza per chi non l’ha vissuta. Per noi che siamo nati lontano da quegli anni si tratta perlopiù di fare esercizio di immaginazione. Non posso dire di non averci provato: ho trascorso ore e ore in compagnia di vecchi film sull’argomento – li preferisco a quelli più recenti -, da Roma città aperta a Le quattro giornate di Napoli, ma non riesco ad andare più in là del tentativo di immedesimarmi per empatia e di chiedermi “com’era viverla veramente”?

Per me, che a inventare storie non sono brava, è come cercare di rimettere insieme i frammenti di una lettera strappata: ci sono i ricordi dei nonni, le mie tante letture, le vecchie fotografie, anche quelle dei luoghi dove vivo e che riconosco, pur sembrando così diversi e lontani.

Ci sono i documentari che la televisione degli anni ’70 trasmetteva più spesso di quanto non faccia ultimamente, con le immagini in bianco e nero di italiani dalle guance scavate e con abiti troppo larghi e gli applausi lungo i corsi delle città liberate. Ci sono le foto di chi non poté festeggiarla la Liberazione e le centinaia di lapidi sparse nelle province d’Italia a tener conto dei nomi dei morti.

Ci sono poi i miei luoghi della memoria, piccoli e personalissimi: gli alberi lungo un bel viale a Bassano del Grappa, con i nomi dei partigiani che lì vennero impiccati; il cimiterino sull’Appennino con le piccole targhe commemorative attaccate ai muri di mattoni rossi, i monumenti ai martiri della mia città, Ravenna.
Avrei voluto raccontare della mia terra e della sua Resistenza, tra le valli e le pinete di casa mia. Avevo pensato a storie minime di uomini e di donne, ché sono quelle che mi piacciono di più e che più si prestano a questi luoghi fatti d’acqua, di nebbia e di gente schietta. Mi sono accorta che per quanto scrivessi, per quanto tentassi di mettere insieme le parole, non riuscivo a restituirle come volevo. Come potevo rendere il terrore per i rastrellamenti e le rappresaglie nell’estate del ’44 o i giorni di quell’autunno terribile di pioggia e di fango? Non riesco a inventare su questo e non posso riportare le esperienze altrui senza correre il rischio di sminuirle, perché è facile per chi non c’era cadere nella pomposità e nella retorica da commemorazione, nei discorsi altisonanti ma in fondo sempre un po’ vuoti di chi ha avuto la fortuna di nascere che la guerra era finita da più di vent’anni.

Così ancora una volta ho preferito lasciar parlare chi c’era.
Dal 1997, un libro trovato e letto quasi per caso è diventato uno dei miei più cari, quello che racchiude le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. È tutto lì dentro il significato del 25 aprile, nelle loro parole più intime, private e sincere, quelle non destinate a un pubblico postero ma alle persone amate, incise sui muri delle prigioni, scritte di fretta su fogli abbandonati lungo i sentieri, in lettere scarabocchiate a mogli, figli, compagni di battaglia e madri, spesso tracciate reggendo il lapis con le mani ferite e le ossa spezzate dalle torture, affidate a sconosciuti con fede e speranza. Quelle stesse parole che tanti altri hanno solo potuto recitare in silenzio o gridare negli ultimi istanti.

“Com’era viverla veramente”?

Ogni anno faccio parlare Cesare Dattilo dal carcere di Marassi a Genova, e me lo immagino con gli occhi vivaci a ventitré anni, battuto ma non vinto che si preoccupa dell’opinione che la fidanzata e la famiglia di lei possano avere di lui: “I tuoi genitori sono al corrente di noi due? Certamente si faranno un brutto concetto di me, sapendomi a Marassi. Capirai, un fidanzato in prigione. Ma sappi Nucci, che non ho nulla da pentirmene per il motivo di cui mi trovo a Marassi“; Leone Ginzburg da Regina Coeli che scrive d’amore e speranza alla moglie Natalia: “Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone attorno a me (e qualche volta io stesso), perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza, di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori, scriva e sia utile agli altri. (…) Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero Natalia?” Faccio parlare le donne, le madri come Paola Garelli di Savona e la vedo torcersi le mani mentre pensa alla sua bambina affidata agli zii: “Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo“. Gli operai, i contadini, gli intellettuali, gli studenti. Faccio parlare tutti loro e taccio io, perché le mie parole potrebbero essere d’intralcio, filtrate da una realtà che quella realtà riconosce a fatica.

Mi siedo, chino la testa e ascolto. A volte piango ancora, e lo ammetto a fatica, nonostante quelle lettere le abbia lette e rilette nel corso degli anni. E raccolgo il testimone, che non è solo quello di mantenere vivo il ricordo di quello che fu la Resistenza, e di rinnovarne i valori, ma soprattutto quello di fare una scelta anche a nome di chi allora non la fece e di quelli che ritengono di non scegliere ora “perché sono fatti lontani”, “la guerra è finita da sessantacinque anni”.
È un po’ come riannodare il filo di un discorso iniziato in quei giorni, guardare mio figlio e pensare che tanti alla sua età si trovarono coinvolti in quell’evento straordinario così più grande di loro. Come si resiste a vent’anni a 36 ore ininterrotte di tortura? Come si nasce e si cresce nella repressione, nei diritti civili cancellati, nelle libertà individuali calpestate? E come si può, nonostante tutto, negli ultimi giorni o perfino minuti che rimangono prima di morire, non avere un dubbio, un ripensamento sulla bontà delle decisioni prese?

“Com’era viverla veramente”?

Le risposte le ritrovo ogni volta tra le pagine delle “Lettere”.

Faccio mio quanto mi scrisse un caro amico, proprio per il 25 aprile di due anni fa: “Forse dovremmo cominciare a non dare più per scontato cosa ricorre il 25 aprile. È triste anche solo pensare che non bastino più quelle due parole per indicare qualcosa che a noi sembra così notorio da essere pleonastico aggiungere che si tratta dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo.
Il rischio in caso contrario e che si trasformi in festa di riconciliazione e di ricordo di tutti i morti (anche fascisti), che diventi una sorta di nazional-popolare “volemose bene” e che lo diventi, prima ancora che con legge, nella percezione che ne hanno gli italiani. Se corriamo questo rischio, lo dobbiamo anche ad una certa “sinistra” che, tra scopi personali da perseguire e insipienza politica, sembra non capire che così facendo scava il terreno su cui poggia la nostra Costituzione.
E allora lo prendo come un proposito per il futuro: ricordare – ché i ricordi non sono solo personali, ma collettivi – quegli anni, ricordare quei fatti, ricordare quei morti e quei feriti, proprio ora che per motivi anagrafici i testimoni diretti diventano ogni anno sempre meno numerosi. Grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi non abbiamo bisogno di fucili per resistere alla barbarie; ci bastano le parole e dovremmo sentirci moralmente costretti ad usarle non fosse altro che per rispetto verso coloro che hanno rischiato e pagato prezzi altissimi per darci la possibilità di adoperarle, le parole”.

Caro professore,

la mattina del giorno 11.5.44 il destino ha segnato per me la fine. Io, come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.
Voi che mi conoscete potete ripetere che il mio carattere si spezza e non si piega. Abbiatemi sempre presente in tutti i Vostri lavori e specialmente in tutte le opere che compirete per il bene della Patria così martoriata.

Muoia tutto – Viva la nostra Italia.

Tuo aff. Peppino Testa“.

(Giuseppe Testa, 19 anni. Da “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945″. Einaudi.

Ancora le voci delle donne: una mia lettura da “I monologhi della vagina”

Ne avevo parlato nel post dedicato all’8 marzo di questa iniziativa di Collettivovoci. Le letture stanno continuando anche in questi giorni, con un respiro più ampio di quello concesso da un’unica data simbolica.

La mia è qui.
Ho scelto questo brano perché è un pugno nello stomaco. Leggerlo non è stato semplice perché parla di donne cancellate. Non a caso Eve Ensler ha messo insieme, le une accanto le altre, le donne di Islamabad e di Ciudad Juárez.

In fondo, nascere in un luogo invece che in un altro è solo questione di buona o cattiva sorte. Avrei potuto essere io, a nascere in Messico o in Pakistan, o a ritrovarmi perseguitata e minacciata da un uomo violento.
Mi hanno molto emozionato quelle parole, spero trasmettano a chi ascolta le stesse sensazioni che hanno trasmesso a me, non per ultima la voglia di  saperne di più.

Immagine da internet

Quella di “punire” le donne sfigurandole con l’acido solforico è una pratica diffusa in Pakistan e in Bangladesh, ma si registrano casi anche in Nepal e Afghanistan. Basta pochissimo: un innamorato rifiutato, un disaccordo sulla dote della sposa, un marito geloso, un padre contraddetto. O semplicemente, spesso è sufficiente essere troppo belle.
L’acido in pochi secondi brucia la pelle, distrugge tendini e muscoli, intaccando le ossa. I danni, terribili, sono permanenti e spesso conducono alla morte, anche per suicidio.
Il vetriolo cancella queste donne non solo nei lineamenti, ma anche per la famiglia di origine e per la comunità, dalle quali vengono rigettate. Non esistono più, la polizia si rifiuta di intervenire e nella maggior parte dei casi difende gli aggressori.
Smileagain è l’associazione che in Italia si prende cura di queste donne: “Non ci si limita ad agire per rimediare ai danni commessi da individui irresponsabili, ma s’intende soprattutto denunciare la violenza intrinseca in tali gesti in quanto offesa al genere femminile in primo luogo, ed al genere umano evidenziando in tal modo il problema di un microcosmo femminile che, purtroppo, oltre a vivere in una regione già interessata da molteplici contrasti e difficoltà, viene ghettizzato ulteriormente da una violenza che tende a colpire la donna nel suo essere e nell’intrinsecazione dell’individualità femminile”.

Le donne a Juárez vengono fatte sparire, letteralmente, a centinaia. Portate via e ritrovate, a volte, ridotte a brandelli nel deserto. Torturate, uccise e scaricate come rifiuti. Non esistono colpevoli, nella maggior parte dei casi. Dal 1994 sono stati ritrovati corpi a centinaia. Anche per loro è facilissimo sparire: semplicemente non si rientra dal turno in fabbrica la sera. Nessuno sa niente, nessuno vede niente. La polizia è collusa con i carnefici nel peggiore dei casi, inefficiente e disattenta nel migliore. Per le donne di Juárez è stato coniato il termine “femminicidio”; restituisce l’idea del genocidio silenzioso, questa parola.
Le donne di Juárez sono vittime due volte: della povertà che le spinge verso la frontiera in cerca di un lavoro sottopagato nelle maquilas, le fabbriche locali, e vittime dei loro torturatori: stupratori, narcotrafficanti, produttori di snuff movies.
Le madri delle ragazze scomparse o assassinate si sono riunite nell’associazione Justicia Para Nuestras Hijas e insieme chiedono verità e giustizia per le loro figlie.

Foto di jimw

Per approfondire l’argomento segnalo questi i libri:

L’ inferno di Ciudad Juárez. La strage di centinaia di donne al confine Messico-Usa di Victor Ronquillo, ed. Baldini Castoldi Dalai, € 16,50

Il deserto delle morti silenziose. I femminicidi di Juárez di Alicia Gaspar de Alba, ed.  La Nuova Frontiera, € 18,00

La città che uccide le donne. Inchiesta a Ciudad Juárez di Marc Fernandez e Jean-Christophe Rampal, ed. Fandango Libri, € 16,00.

E il film Bordertown di Gregory Nava, con Antonio Banderas e Jennifer Lopez

Molti forse si chiederanno perché mi stanno a cuore i fatti di donne tanto geograficamente distanti da noi; in effetti non è che qui, nel nostro Paese, oggi, non manchino casi di donne violentate, brutalizzate e uccise, anzi. La situazione è sotto gli occhi di chi vuole vederla, in termini di abusi e in termini di discriminazione.
Sono convinta però che sia importante considerare il tutto nel suo insieme. Il quadro è un mosaico formato da innumerevoli tessere, rimanere nei limiti di una visione particolare rischia di rendere incomprensibile l’intero rappresentato, ossia l’esistenza di una questione femminile che travalica i confini e che si manifesta in forme diverse, ma che riguarda tutte in qualche modo.

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