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	<title>Diario Semistupido &#187; Notizie</title>
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	<description>Discorsi, pensieri, esperienze, persone, senza pretese di apparire intelligente per forza.</description>
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		<title>In Italia una donna su due non lavora</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 19:49:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nascere di sesso femminile in Italia è una sfortuna. Certo, una sfortuna minore rispetto a tanti altri luoghi, ma in termini di confronto con gli altri Paesi europei, volendo tenere la questione circoscritta, non è proprio come vincere un terno al lotto. In Italia una donna su due non lavora. Non è un dato di
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nascere di sesso femminile in Italia è una sfortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, una sfortuna minore rispetto a tanti altri luoghi, ma in termini di confronto con gli altri Paesi europei, volendo tenere la questione circoscritta, non è proprio come vincere un terno al lotto.<br />
<a href="http://www.repubblica.it/economia/2011/10/20/news/una_donna_su_due_non_lavora_peggio_dellitalia_solo_malta-23560611/index.html?ref=search" target="_blank"> In Italia una donna su due non lavora</a>. Non è un dato di cui mi sorprendo, anzi, è solo la riprova di quanto sia anomalo questo Paese. Non c’è solamente la sempiterna questione nord/sud, ma pure qualcosa di culturalmente più sottile e radicato, molto al di là dei dati economici nudi e crudi. Perché così tante donne in Italia non lavorano (fuori casa &#8211; doverosa precisazione)?È vero che in Italia si fa poco per sostenere le donne e il loro lavoro. In maniera scientifica, oserei dire, e  nonostante un ministero ad hoc, quello delle Pari opportunità, restano scarsissimi (non da ora) gli investimenti nello stato sociale &#8211; appena l’1,3% del Pil &#8211; e nelle politiche a sostegno delle famiglie, dove “sostegno alle famiglie” significa, di fatto, anche maggiori opportunità per le donne di un impiego fuori casa.<br />
Ma, appunto, ci devono essere anche altre ragioni. Non si spiegherebbero altrimenti le differenze nelle percentuali di donne lavoratrici di certe regioni e province, ad esempio, e l’enorme divario tra noi e i nostri vicini in Europa. Non sarà, quindi, anche questione di mentalità e cultura, oltre che di effettive difficoltà economiche e del lavoro che manca, sia per gli uomini che per le donne?</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2932" title="Operaie di una filanda italiana - 1945" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/11/Operaie_filanda1945-300x189.jpg" alt="" width="300" height="189" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/File:Operaie_filanda.jpg" target="_blank">Wikipedia</a></p>
<p style="text-align: justify;">In Italia permane, trasversalmente, l’idea del lavoro delle donne come attività di emergenza: trascurabile in generale, ma utile per far fronte alle necessità accidentali. Di sicuro, di minor valore rispetto a quello di un uomo, tanto da venire retribuito mediamente un 20% in meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, dopo l’entrata in massa nel mondo del lavoro per motivi bellici durante la prima guerra mondiale, la cacciata durante il ventennio fascista con il conseguente ritorno “di regime” a ruoli prettamente femminili, con un nuovo rientro ob torto collo allo scoppio della seconda, più tardi la cultura generalmente diffusa fu quella che le donne lavoravano solo se povere, nell’attesa di un matrimonio salvifico, o brutte e quindi condannate sia allo zitellaggio che a provvedere a se stesse. Ve lo ricordate &#8220;Il segno di Venere&#8221;, film del 1955 di Dino Risi con Franca Valeri e Sophia Loren, ad esempio? O certi altri film dei primi anni ‘50 con ragazze belle ma povere costrette a servizio per mantenersi?<br />
Questo tipo di cultura è quella che mi pare permanga in alcune aree d’Italia, ossia che il lavoro delle donne non viene vissuto come un aspetto normale della vita di una persona, ma solo come attività sussidiaria a cui ricorrere quando non si hanno altre possibilità di sostentamento. Mi aveva colpito, a proposito, dopo la tragedua delle operaie di Barletta, come chi le conosceva tenesse a sottolineare che tutte le vittime erano costrette a lavorare in quel laboratorio perché sole con figli, quindi senza nessuno che provvedesse a loro economicamente.<br />
Altro pensiero diffuso è quello che il lavoro delle donne toglierebbe spazio agli uomini, o che il lavoro delle donne sia sacrificabile, perché superfluo, quasi queste fossero delle intruse nella società che si appropriano di spazi non dedicati a loro, spesso per puro capriccio, mentre il loro vero posto è altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto mi riguarda, non ho mai pensato di poter fare a meno di avere un lavoro. Non ho mai pensato fosse condizione normale per una donna occuparsi solo della casa, del marito/compagno e degli eventuali figli. Scelta, questa, che non condividevo, magari, ma mai vista come condizione connaturata nell’essere di sesso femminile. D’altra parte, l’idea di svolgere una professione non è mai stata solo legata all’aspetto economico, ma anche alla soddisfazione personale e al senso di compiutezza che ne deriva, senza contare libertà e indipendenza psicologica e di spazi. E poi, non è detto che un matrimonio duri per sempre e che non si debba poi inventarsi un modo per guadagnarsi da vivere.<br />
Mi chiedo quanto abbia influito essere nata dove sono nata (e cresciuta).<br />
In Emilia Romagna esiste una storia ben precisa del lavoro femminile. Una storia spesso controversa e difficile &#8211; perché anche qui, accanto alle donne occupate da sempre nelle campagne, nelle fabbriche, organizzate in leghe e associazioni, c’era chi, pure in tempi molto recenti, ancora pensava che per una donna fosse inutile proseguire gli studi e imparare un mestiere visto che poi si sarebbe sistemata col matrimonio &#8211;  ma che senza dubbio costituisce un patrimonio importante di progresso ed esperienza in questo senso.<br />
Rimane da capire se nelle aree con più alta concentrazione di donne occupate questo succeda grazie a una particolare attenzione da parte delle amministrazioni locali alle problematiche legate alla famiglia, o se un’offerta maggiore di servizi sia stata scelta obbligata visto l’altro numero di donne occupate.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile ribadire che la situazione generale è disastrosa, nonostante siano moltissime le donne che ogni giorno combattono, in maniera letterale, contro licenziamenti, svendita dei diritti &#8211; e le donne sono spesso le prime a pagarne le conseguenze &#8211; perdita di dignità professionale.<br />
A volte mi sembra una battaglia contro i mulini a vento: come se essere al penultimo posto in Europa non fosse già abbastanza vergognoso, a suggello ecco le dichiarazioni di Domenico Scilipoti, “responsabile” e parlamentare della Repubblica italiana: “<em>Siamo entrati in una nuova era per la figura e il ruolo della donna, il cui compito sarà necessariamente quello di rimettere al centro la sua figura di Mater</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione ideale per un Paese in crisi.</p>
<p>****</p>
<p><a href="http://www.confartigianato.it/documentiportale%5CDONNE%20IMPRESA%20FEMMINILI_CS%20CONFARTIGIANATO11.PDF" target="_blank">Qui</a> e <a href="http://www.confartigianato-er.it/it/lavoro-femminile-lemilia-romagna-e-seconda-in-italia..html" target="_blank">qui</a> i dati di Confartigianato</p>
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		<title>Contro gli uomini che odiano le donne, io difendo Madame Bovary</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 10:21:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2896" title="Giovanni_Boldini" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/10/Giovanni_Boldini-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></p>
<p style="text-align: center;">Giovanni Boldini 1899 (Immagine da internet)</p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto Madame Bovary un paio di volte nella vita: la prima durante gli anni del liceo e poi più tardi, da adulta, qualche anno fa. Non è mai stato uno dei miei romanzi preferiti, non ha lasciato il segno, come si dice. Mi ricordo, però, che Emma Bovary mi aveva fatto fin dall’inizio molta simpatia, probabilmente perché intimamente ne comprendevo gli slanci dell’animo, i voli pindarici e la fame insaziabile di vita. Insomma, non l’ho mai veramente considerata una spietata arrivista, un’intrigante priva di scrupoli. Piuttosto, ne percepivo la profonda sofferenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlo di Emma Bovary perché oggi, <a href="http://www.leiweb.it/iodonna/guardo/11_a_madame-bovary-centocinquanta-anni.shtml" target="_blank">sul settimanale Io Donna è stato pubblicato un articolo di Giuseppe Scaraffia</a> che partendo proprio da questa figura di donna ottocentesca, arriva a parlare delle donne di oggi in termini tutt’altro che lusinghieri. Mi sforzo di pensare che l’articolo abbia un intento provocatorio, spero sia questo il caso perché, se non lo fosse, si tratterebbe di uno degli attacchi più misogeni e rancorosi nei confronti delle donne che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi.<br />
Chiaramente a Scaraffia Madame Bovary non piace. La condanna come personaggio e come donna. Disprezza il suo essere quello che è: una non allineata, una che non ne vuole saperne di stare al suo posto in una società che relega le donne in un ruolo preciso e codificato. Invece, Emma Bovary è una donna dallo spirito superiore, romantico, pieno di aspettative, che non riesce a sopportare di vivere in una realtà gretta come quella in cui è nata. È, soprattutto, una donna intelligente, istruita e sensibili ma che, perfettamente calata nella sua epoca, ha ben pochi mezzi per affrancarsi e seguire le sue inclinazioni.<br />
Così il matrimonio rimane per lei l’unica via di fuga, l’unico tentativo per aspirare a qualcosa di meglio, a un’esistenza che non sia solo quella di modesta campagnola.<br />
Ma Scaraffia si preoccupa di farci sapere quanto è sbagliata la sua “<em>diffusa insoddisfazione sul piano affettivo e sociale che si riscontra tra le giovani donne nevrotiche e si traduce in ambizioni vaghe e smisurate, in una fuga verso l’immaginario e il romanzesco</em>”. E lo stesso bovarismo lo rileva nelle donne di oggi, dimostrandolo a suo modo, con salti (il)logici e deduzioni a dir poco fantasiose.</p>
<p style="text-align: justify;">In quattro pagine &#8211; foto comprese &#8211; viene sintetizzato il suo pensiero: Emma Bovary non è altro che il prototipo delle donne italiane del 2011; la pornopolitica imperante e sistematica (in quanto sistema consolidato) è un’esclusiva resposabilità delle donne “<em>spregiudicate. Affamate di successo. Pronte a stordirsi con lusso e sesso estremo per afferrare un po’ di felicità. mogli di faccendieri di provincia, showgirl o studentesse inquiete.Tutte identiche all’eroina ottocentesca del romanzo di gustave Flaubert. Nevrosi comprese</em>”. Con una bella capriola, ecco dimostrato come le donne puttane erano e puttane sono rimaste, e quelle di Stato non sono diverse da tutte le altre, perché in ognuna di loro (di noi) vive una Emma Bovary. E gli uomini? Gli uomini non esistono per Scaraffia. Restano nell’ombra, a partire dal povero Charles Bovary, ignorante, mediocre e compiaciuto di esserlo, fino ad arrivare agli uomini di oggi, vittime innocenti di donne prive di scrupoli, nevrotiche, che inducono in tentazione ingenui politici e politicanti, facendoli cadere nelle loro reti di seduttrici in cerca di fama, successo e soldi.<br />
La pornopolitica, dunque, non solleverebbe una questione etica e morale, non sarebbe affare che investe la politica nelle sue espressioni più alte e che coinvolge chi usa, sfrutta e mercifica il corpo delle donne fino al punto di renderlo bene di scambio per favori e incarichi pubblici, ma l’effetto scontato di un bovarismo cronico insito nel femminile: fame di successo e di pretese oltre alle proprie possibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuando nell’esposizione della sua tesi, Scaraffia, in un balzo finale, si spinge al punto di non distinguere più le cocotte di stato dalle altre donne italiane (come se il “modello Emma” fosse una nostra esclusiva). Tutte ne portano il marchio: quelle che osano “sostituirsi ai mariti nella corsa per il successo”, quelle insoddisfatte, soprattutto sessualmente, che usano Facebook e Twitter  (ovviamente per accalappiare ignari gentiluomini con i quali sollazzarsi), quelle che volano low cost, quelle che si tatuano, quelle che, addirittura lavorano nelle ong.</p>
<p style="text-align: justify;">È un uomo che odia le donne, Scaraffia.  Consuma la sua misoginia non vedendo (o facendo finta di non vedere) che i colpevoli sono altri. Che queste donne che ci vuole far credere tanto abili e spregiudicate da manovrare uomini così potenti sono in realtà il simbolo del ruolo subalterno che le donne hanno sempre avuto e continuano ad avere in questo Paese. Nonostante il tempo di Flaubert sia passato da un pezzo.<br />
Emma era una vittima inconsapevole dell’epoca in cui era nata. Lo stesso non si può dire dell’entourage femminile berlusconiano. Non vittime, ma prodotto di un modello culturale forgiato con attenzione nell’ultimo trentennio.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace pensare a come sarebbe stata la vita di Emma Bovary se la sua storia fosse stata scritta sul finire del ventesimo secolo. Non sarebbe stata nemmeno degna di essere raccontata, non ci sarebbero stati fior di intellettuali pronti a coniare termini per definire il suo malessere. Nessuno l’avrebbe tacciata di nevrosi.<br />
Una donna con la possibilità di maturare, di crescere, magari lontano dalla famiglia di origine, e di migliorarsi: artista, ricercatrice, attivista politica, imprenditrice. O solamente una donna normale, ma completa e soddisfatta delle sue scelte, con accanto un compagno che potesse corrisponderle anche in questo, ecco chi sarebbe oggi Emma Bovary.</p>
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		<title>Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 08:54:40 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quelli che come me fanno parte delle tre o quattro generazioni venute al mondo dal primo dopoguerra in poi, sono cresciuti con l&#8217;idea che certi diritti fossero intoccabili, indiscutibili e naturali. L&#8217;idea inculcata per una settantina d&#8217;anni (almeno, a me è stata inculcata) era quella che non ci fosse bene più prezioso della libertà. In senso lato e filosofico, certo, ma anche nelle sue manifestazioni più pratiche e quotidiane: la libera espressione delle opinioni personali, il poterne discutere, poterle trasmettere. E che, proprio a garanzia di certi diritti ci fosse la Costituzione, granitico baluardo di giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è più così da diverso tempo e lo shock è ancora duro da digerire.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni si sono ripetuti i tentativi per far sì che la diffusione delle idee fosse meno libera e più controllata. Tentativi a volte sbandierati, più spesso subdoli e mascherati d&#8217;altro. Sforzi ed energie tesi a contrastare la forza di comunicazione della rete, la sua energia propulsiva.<br />
L&#8217;insistenza martellante, la pervicacia gretta con la quale certi disegni di legge vengono proposti e riproposti, bloccati, e poi riproposti ancora, ritoccati, a firma di politici diversi, ma invariati nella sostanza, mi preoccupano molto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog. È un blog personale, manco importante, ma è e rimane il mio spazio di condivisione delle idee. Non scriverei più con lo stesso spirito se l&#8217;ennesimo rilancio in questi ultimi giorni di una legge bavaglio andasse a buon fine. Sarei più circospetta e cauta, applicherei sicuramente un qualche tipo di censura a certi miei post. In poche parole, sarei molto meno libera.<br />
Anche i piccoli blog personali possono fare la differenza. Pensavo, ieri sera, a quello aperto a suo tempo dalla mamma di Federico Aldrovandi: che fine avrebbe fatto se ci fosse stata allora una legge come quella che si intende promulgare oggi? Che epilogo avrebbe avuto quella vicenda? E tutti i piccoli blog che segnalano disservizi, quotidiane ingiustizie, piccole e grandi vessazioni che fine farebbero? Non sarebbero i loro gestori intimoriti almeno quanto me dalle modalità di intervento della legge e dalle sanzioni, pesantissime, che ne deriverebbero? Così si ammazzano i blog e le idee insieme a loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che la mobilitazione di oggi sia (dovrebbe essere) un fatto rilevante. A maggior ragione viste le vicissitudini politiche delle ultime settimane e il filo del rasoio sul quale questo Paese sta avanzando: la bestia ferita e braccata è sempre quella più feroce e pericolosa. Un pensiero vorrei dedicarlo anche alle varie categorie di puntacazzisti e benaltristi, quelli che &#8220;i veri problemi sono altri&#8221;, quelli che, non senza una certa spocchia, decidono che &#8220;l&#8217;indignazione è automatica&#8221;: se pure fosse questo il caso, e io non credo lo sia, preferirei cento volte un automatismo all&#8217;ignavia che molti dimostrano di questi tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui di seguito, nel dettaglio, alcuni punti esplicativi sul Comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, quello appositamente inserito per silenziare i blog (grazie a Valigiablu. <a href="http://www.valigiablu.it/doc/540/comma-ammazza-blog-un-post-a-rete-unificata.htm?ref=HREC1-1" target="_blank">Qui i link di altri post e iniziative sull&#8217;argomento</a>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è la rettifica? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono soggetti a rettifica anche i commenti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica</p>
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		<title>Supersconti vietati sui libri: la legge anti Amazon non aiuterà i piccoli librai</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 17:15:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ieri ho approfittato degli ultimi sconti di Amazon.it per comprare un paio di libri a prezzo stracciato. Nulla che non avrei potuto comprare in altro momento, ma i prezzi erano davvero troppo invitanti per lasciarmi sfuggire l&#8217;occasione dello sconto del 40%. In effetti, restano solo pochissimi giorni per poter acquistare volumi superscontati: dal primo di
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri ho approfittato degli ultimi sconti di Amazon.it per comprare un paio di libri a prezzo stracciato. Nulla che non avrei potuto comprare in altro momento, ma i prezzi erano davvero troppo invitanti per lasciarmi sfuggire l&#8217;occasione dello sconto del 40%.<br />
In effetti, restano solo pochissimi giorni per poter acquistare volumi superscontati: dal primo di settembre entrerà in vigore la Legge Levi, scandalosa e illiberale, che impedirà ai venditori di applicare sconti maggiori del 15% sui prezzi di copertina dei libri appena pubblicati (solo in casi particolari potranno salire al 20% e al 25%).<br />
La legge, approvata il 20 luglio scorso, dovrebbe servire allo scopo di “salvare” le piccole librerie dalla concorrenza delle grandi catene, ma soprattutto dei grandi venditori online, Amazon, su tutti. Di fatto si tratta proprio di una legge contro Amazon, la quale, da quando un anno fa ha introdotto la sua attività anche in Italia, sembra aver creato parecchio scompiglio, con buona pace della crisi, dei consumatori, delle percentuali bassissime di lettori in Italia.</p>
<p>Sarà una legge efficace?</p>
<p>Facendo parte della categoria dei lettori &#8220;forti&#8221;, mi sono chiesta se dal primo settembre cambieranno le mie abitudini in fatto di acquisto di libri. La risposta che mi sono data è: non di una virgola.<br />
Continuerò a preferire la comodità delle compere online (su Amazon e Ibs, in primis, ma anche altrove, ovunque ci siano libri che m’interessano), senza variare la frequenza di visita alle mie librerie preferite (Melbookstore, ECoop e Feltrinelli, nell’ordine) e riservando ai piccoli rivenditori lo spazio che dedico loro di solito, ossia durante i viaggi e preferendo comunque i negozietti di libri usati e le bancarelle.</p>
<div>
<p>Insomma, a parità di prezzo e di sconti tra le varie tipologie di negozio, non mi sentirò spinta a diventare nuova cliente di un piccolo libraio.<br />
A maggior ragione, anzi, continuerò a ordinare i libri da casa (e ne ordino parecchi nell’arco di un anno), ricevendoli comodamente nel giro di quarantott&#8217;ore, usufruendo di un catalogo illimitato e della possibilità di trovare tutto quanto è di mio interesse &#8211; recensioni, opinioni, informazioni varie &#8211; senza varcare la porta di casa. Non mi interessa instaurare un rapporto di amicizia o di fiducia con il venditore di libri, ma questo, lo riconosco, è solo un mio problema. Le librerie che preferisco, infatti, sono quelle medio-grandi, non claustrofobiche, dove posso circolare liberamente e comodamente, sedermi per &#8220;saggiare&#8221; i libri che mi incuriosiscono, bere un té e fare due chiacchiere nel contempo.</p>
<p>Facendo poi una riflessione più approfondita, questa è una legge anacronistica, dal sapore ottocentesco &#8211; come molto altro in Italia &#8211; che di fatto ignora le dinamiche di funzionamento del commercio elettronico e del mercato globale e di fatto le reali esigenze di chi i libri li compra. Mi ricorda, a tutti gli effetti, le polemiche che in tempi passati suscitavano i grandi supermercati in contrapposizione alle botteghette di alimentari di quartiere. Per fortuna non venne in mente a nessun politico di calmierare gli sconti sugli alimentare, a protezione dei piccoli esercenti.<br />
Inoltre, chi potrà vietare a una azienda qualunque di vendere libri in lingua italiana al prezzo desiderato in un qualsiasi altro Paese dell&#8217;UE? A ben pensarci, è quello che già in una certa misura succede con i libri in lingua: li compro direttamente in UK dove posso averli super scontati (da 5 a 8 euro al cambio) e dove le spese di spedizione verso l’Italia vengono ammortizzate dai bassi costi, pur rimanendo comunque convenienti.</p>
<p>Non occorre essere degli analisti per capire che è una legge tutta storta, dunque, che va contro gli interessi di tutti, anche quelli dei piccoli librai stessi. Sarò curiosa di vedere tra un anno i dati reali di vendita di questi esercizi, tra diffusione di ebook  e commercio elettronico, senza dimenticare che i libri, quelli cartacei, ormai si trovano ovunque: dall&#8217;edicola al supermercato, fino all&#8217;ufficio postale.<br />
Non ci sarà uno spostamento di acquirenti verso le piccole librerie grazie a questa Legge: gli italiani semplicemente compreranno ancora meno libri, avranno un pretesto in più, quindi, per leggere ancora meno di quanto già non facciano. Non male in Paese dove si fa di tutto, strategicamente o solo per incuria e ignoranza, per screditare e svilire ogni idea anche solo minimamente legata al concetto di Cultura.</p>
</div>
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		<title>Femminile e anti femminile</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 07:35:46 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo tre settimane fa la notizia sulla nuova giunta Pisapia a Milano formata per il 50% da donne (è donna anche il vicesindaco) e sulla scelta analoga da parte di Merola, l&#8217;altro sindaco neoeletto a Bologna (mentre si è dimostrato più &#8220;tradizionalista&#8221; De Magistris a Napoli). Il segnale di un cambiamento, senza dubbio, o, almeno, di una volontà precisa di voler cambiare lo status quo di una scarsissima partecipazione femminile ai posti di comando della cosa pubblica in Italia.<br />
Altra notizia, positiva e molto recente, quella dell&#8217;approvazione della legge sulla parità di accesso ai consigli di amministrazione e agli organi di controllo delle Società quotate e di quelle a controllo pubblico non quotate, le cosiddette &#8220;quote rosa&#8221;, insomma. Finalmente qualche cosa si sta muovendo nella giusta direzionei. La strada da recuperare è parecchia in ambito europeo, dove l&#8217;Italia si piazza proprio all&#8217;ultima posizione con solo il 43% delle aziende con almeno una donna nel consiglio di amministrazione (fonte: <a href="http://www.europeanpwn.net/files/europeanpwn_boardmonitor_2010.pdf" target="_blank">rapporto “European EPWN Boardwomen Monitor 2010</a>” del Professional Women Network) a fronte di Norvegia, Svezia e Finlandia, dove la percentuale è del 100%, ma anche a Spagna  con l&#8217;85%, Francia 79% e Grecia al 67%. Situazione tragica anche per quanto concerne la percentuale italiana del numero totale di donne all’interno dei consigli di amministrazione: uno stringatissimo 3,9%. Peggio solo il Portogallo con il 3,45%.</p>
<p>Una situazione paradossale e antieconomica se si pensa che altri studi dimostrano che una consistente  presenza femminile nei consigli di amministrazione fa bene all&#8217;impresa: <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/Lavoro/Dati/Se-nel-CdA-dellimpresa-ce-una-donna-i-risultati-sono-migliori_9883387.html" target="_blank">secondo Maria Grazia De Angelis</a>, presidente AISL_O, Associazione Italiana di Studio del lavoro per lo sviluppo organizzativo, &#8220;Le aziende con un&#8217;alta rappresentanza di donne nei Consigli di Amministrazione ottengono risultati finanziari significativamente superiori, in media, rispetto alle aziende con una minore rappresentanza di donne&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Due piccoli passi in avanti ai piani alti e uno enorme all&#8217;indietro alla base.<br />
<a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_giugno_30/inzago-donne-licenziate-fiom-protesta-190986051519.shtml" target="_blank">La notizia</a> è sulle prime pagine da un paio di giorni e se ne sta discutendo molto, con commenti di tono diverso. Quello che veramente mi stupisce, non è solo la notizia in sé, quanto il fatto che in tantissimi (uomini, per lo più) abbiano condiviso e appoggiato la &#8220;metodologia&#8221; e le ragioni del licenziamento delle loro colleghe.<br />
Se è comune vedere aziende con scarso senso etico nei confronti dei loro dipendenti, meno comune è leggere commenti di questo genere (copio e incollo uno a caso dal Corriere della Sera): &#8220;<em>Lasciare a casa dei lavoratori non è mai una scelta facile, che si possa fare a cuor leggero. Non di meno, se dei tagli al personale diventano realmente necessari per la sopravvivenza dell&#8217;azienda, questi, responsabilmente, vanno fatti. Il criterio adottato qui lo trovo condivisibile. Infatti: 1)Se fosse vero che &#8220;le lavoratrici donne costano di meno e producono di più&#8221; (una vecchia, colossale balla, propalata strumentalmente della lobby femminista), beh, proprio nei momenti di crisi le aziende dovrebbero licenziare il personale maschile e mantenere solo quello femminile, no? Un&#8217;impresa bada solo al profitto (è quello che le permette di sopravvivere). Perché privarsi di personale che ti costa meno e ti fa guadagnare di più? Soprattutto quando si è in difficoltà. Nessuna &#8220;discriminiazione&#8221;, quindi. Solo razionale buon senso. Evidentemente i lavoratori uomini nella fattispecie rendevano di più (per mille ragioni che l&#8217;azienda sicuramente conosce e sa valutare). 2) Se poi i lavoratori uomini di cui si parla erano effettivamente l&#8217;unico sostegno di famiglie monoreddito (di fatto le donne assai raramente lo sono), ebbene mi semmbra che la scelta dell&#8217;azienza sia stata molto saggia. Umanamente e razionalmente condivisibile&#8221;.<br />
</em>Ammesso e non concesso che gli idioti esistono, mi chiedo: ma commenti del genere da cosa derivano? È per via della crisi? O a causa della guerra tra poveri che trasforma gli esseri umani in esseri primordiali nei quali viene del tutto dimenticato ogni sentimento di empatia e di umana solidarietà, fino all&#8217;estrema riduzione a mors tua vita mea? O sono frutto di qualcosa di molto più radicato e profondo, talmente insito nel tessuto culturale e sociale di questo Paese che la crisi economica diviene solo un pretesto per avallare i pensieri più beceri, volgari e retrogradi di certi suoi abitanti (compresi i colleghi uomini di queste lavoratici, invece di mobilitarsi e supportare le loro colleghe hanno preferito, dopo aver evitato il licenziamento, presentarsi regolarmente al posto di lavoro)?</p>
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		<title>Perché Concita se ne va?</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 17:36:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mi aspettavo una risposta. Magari senza entrare nel dettaglio, o solo diplomatica e di circostanza.  Nel comunicato congiunto di editore e direttore che avevo già letto qualche giorno fa e un&#8217;altra volta ancora stamattina di risposte non ce ne sono. A dirla tutta, mi sarebbe piaciuta una spiegazione limpida: lascio perché, a causa di, ecc.,
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi aspettavo una risposta.<br />
Magari senza entrare nel dettaglio, o solo diplomatica e di circostanza.  Nel comunicato congiunto di editore e direttore che avevo già letto qualche giorno fa e  un&#8217;altra volta ancora stamattina di risposte non ce ne sono.<br />
A dirla tutta,  mi sarebbe piaciuta una spiegazione limpida:  lascio perché, a causa di, ecc., ma la limpidezza non solo se la possono permettere in pochi, ma sembra anche essere molto sopravvalutata  E allora, se le risposte non arrivano, noi, i lettori, facciamo presto a trovarle per conto nostro. Altro che complottismo,  basta un minimo di malizia, di quella che non si allontana nemmeno troppo dal buon senso, per capire che qualcosa dev&#8217;essere successo per accelerare un epilogo che fino alla settimana scorsa non sembrava nemmeno prevedibile. Ho letto in giro che già da un paio di mesi circolavano voci su un cambio al vertice del giornale. Dove se ne parlava? Probabilmente solo in certi ambienti perché l&#8217;effetto sorpresa tra i lettori è innegabile, soprattutto dopo l&#8217;editoriale dove, pur mettendo le mani avanti, De Gregorio parlava di &#8220;contratto non in scadenza&#8221; e di essere fiduciosa.<br />
Certo, non è il caso di scomodare le epurazioni in stile berlusconiano, tutto svolto nella più assoluta legalità, ci mancherebbe, gli accordi rispettati, gli obiettivi raggiunti e i comunicati congiunti, ma non è così che vanno le cose quando un percorso professionale giunge al suo termine naturale o quando si lascia per gettarsi in un nuovo progetto.  Qui si ha l&#8217;impressione di una decisione presa ob torto collo, di pressioni più o meno velate, di verità non espresse e di questioni in sospeso. Una partenza frettolosa e affrettata, insomma. ﻿<br />
Oltre la sorpresa, la tristezza. Non fino al punto di quelli che nelle svariate centinaia di commenti si sono spinti a dire che non leggeranno più l&#8217;Unità gestito da un nuovo direttore, ma condividendo in parte il sentimento &#8220;nulla sarà come prima&#8221;. Ammetto che mi dispiace anche perché in un panorama di indiscutibile supremazia maschile, un direttore donna &#8211; almeno uno &#8211; ci stava più che bene. Un bell&#8217;atto di coraggio tre anni fa, in un Paese come questo.</p>
<p>Non ho seguito con costanza tutte le discussioni scaturite dal comunicato ufficiale, soprattutto ho evitato i commenti di rito, quelli degli &#8220;esperti&#8221; e gli sproloqui su Facebook. Non mi interessano nemmeno le analisi politiche e quelle economiche sui dati di vendita, mi sono limitata a registrare  le mie sensazioni di lettrice che proprio con la De Gregorio si è avvicinata in maniera diversa e partecipe a un giornale che fino a tre anni fa leggeva saltuariamente e in modo distratto, e  che aveva sempre considerato un monolite. Di grande tradizione, certo, ma pur sempre un monolite.<br />
Se la direzione De Gregorio ha avuto un merito è stato quello di aver dato spazio a varie forme di partecipazione attiva da parte dei lettori, e qui posso parlare per esperienza diretta: ho aderito alle grandi iniziative di dissenso, alle mobilitazioni, alla raccolte di firme, alle manifestazioni. Ha dato loro voce con gli strumenti del web e ha portato le voci del web  in prima pagina. Anche questo un atto di discreto coraggio, credo.<br />
Molti rimpiangono l&#8217;Unità com&#8217;era prima,  fino a tre anni fa: il giornale diverso, il giornalismo d&#8217;inchiesta, l&#8217;organo di partito fatto in un certo modo.  È strano come questi non riescano a vedere che il vento non è girato solo per la politica, di governo e  di opposizione, ma anche per le modalità di espressione di tale politica.</p>
<p>Alla fine di tutto, la curiosità rimane: perché Concita se ne va? Non mi interessa chi, ma cosa. Cosa ha scritto, cosa ha fatto? L&#8217;Unità, con De Gregorio, ha parlato moltissimo alla pancia degli italiani della pancia degli italiani e relativamente poco alla pancia del partito della pancia del partito, al quale non ha evitato sferzate all&#8217;indomani del referendum di due settimane fa e ancor prima dopo le amministrative di Milano e Napoli. Che non sia piaciuta questa deriva così tanto di base e popolare? Ecco, io ci terrei a saperlo.</p>
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		<title>Non a caso si chiama &#8220;equilibrio tra i poteri&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2011 16:52:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (Art. 1 della Costituzione della Repubblica italiana). *** La notizia di oggi, tra altre nefandezze varie, è la proposta di variare l&#8217;art. 1 della nostra Costituzione. Dice questo Ceroni che il Parlamento,
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”<br />
(Art. 1 della Costituzione della Repubblica italiana).</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;">La notizia di oggi, tra altre nefandezze varie, è la proposta di variare l&#8217;art. 1 della nostra Costituzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/04/20/news/riforma_costituzionale-15173670/?ref=HREA-1" target="_blank">Dice questo Ceroni</a> che il Parlamento, &#8220;<em>titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale</em>&#8220; è troppo debole, &#8220;<em>tenuto sotto scacco da magistratura e Consulta</em>&#8220;.<br />
Ma non è mica un caso che l&#8217;abbiano pensato così i Padri costituenti, quella volta. Gente che veniva da vent&#8217;anni e passa di dittatura vecchio stile, con tanto di randellate, galera e confino, da una guerra mondiale e da una Guerra di Liberazione, aveva una vista lunghissima e bruciature che ancora facevano male.<br />
Sono stati particolarmente attenti a non rendere il parlamento &#8220;titolare supremo&#8221;, proprio perché avevano previsto che, vista la natura degli italiani o semplicemente per lungimiranza politica, ci potesse essere ancora qualcuno pronto a cadere in tentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, pur dando per scontate elezioni democratiche, metti che un giorno venga eletto a maggioranza un partito politico rappresentato da uno stronzo qualunque, uno che, una volta salito al potere, decida di farsi le leggi come gli pare, per proteggere interessi suoi o di una piccola parta di popolazione, che governi il Paese e la cosa pubblica come se fossero il suo parco divertimenti personale, allora meglio introdurre dei meccanismi per dargli l&#8217;alt a questo stronzo qualunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Una democrazia giovane ha bisogno di tutori per crescere forte e sana. La nostra è solo adolescente e pure piuttosto immatura, c&#8217;è ancora chi confonde libertà e democrazia, potere del popolo e rispetto delle leggi, e si sa come sono gli adolescenti: capaci di grandi voli di fantasia e speranze, ma anche piuttosto impressionabili e sensibili alle promesse roboanti.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altro canto,  basta vedere come ci sia chi crede e faccia credere che il fatto di venire eletti sia una specie di patente per una immunità che travalica tutte le regole  e il necessario rispetto delle stesse.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Di varie miserie umane</title>
		<link>http://www.diariosemistupido.it/2011/04/11/di-varie-miserie-umane/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 16:38:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho sempre pensato di vivere in una città tutto sommato aperta. Aperta nel senso di accogliente, aperta nei confronti del prossimo, aperta come solo le città di mare e i porti sanno essere, che sul via vai di stranieri e visitatori basano la loro ragione d’essere. Pensavo: dove non arriva l’apertura culturale delle grandi città,
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">Ho sempre pensato di vivere in una città tutto sommato aperta. Aperta nel senso di accogliente, aperta nei confronti del prossimo, aperta come solo le città di mare e i porti sanno essere, che sul via vai di stranieri e visitatori basano la loro ragione d’essere. Pensavo: dove non arriva l’apertura culturale delle grandi città, può arrivare la tradizione e il senso di comunità di quelle di provincia.&nbsp;</p>
<p>E invece mi accorgo che Ravenna è una città che si sta chiudendo su se stessa. Me ne accorgo solo ora, mentre avrei dovuto accorgermene da tempo, ormai.<br />
Nonostante gli sforzi in senso contrario, nonostante la candidatura a Capitale europea per la cultura nel 2019.<br />
Insomma, me ne sono sempra vantata un po’ della qualità della vita di qui, se messa in confronto con altre realtà urbane (anche se rimango della mia idea su <a title="http://www.diariosemistupido.it/2011/01/09/un-piccolo-post-arrabbiato-sulla-mia-citta/" href="http://www.diariosemistupido.it/2011/01/09/un-piccolo-post-arrabbiato-sulla-mia-citta/" target="_blank">altre questioni</a>).<br />
Ieri però mi è successo di leggere <a title="Parcheggio OBI, trovo una gomma forata. Mentre la cambio, mi derubano" href="http://ravennanotizie.it/main/index.php?id_pag=65&amp;id_blog_post=44006" target="_blank">questa lettera</a> e ho scoperto una città che ha paura, imbarbarita e incattivita. Ci sono rimasta male e mi sono vergognata per i commenti di certi miei concittadini, anche se avrei dovuto aspettarmeli. È stato un brusco risveglio, per così dire.</p>
<p>Non so in quale città vivano chi ha scritto quella lettera e molti dei suoi commentatori, perché nella mia non mi è mai capitato di venire molestata o disturbata nei parcheggi dei supermercati, tenuto conto che il più delle volte a fare la spesa vado sola, spesso la sera, e nonostante abbia subito anni fa un furto molto simile nelle modalità a quello subito dall’autore della lettera al giornale. Non posso nemmeno contare su un aspetto particolarmente minaccioso, sono alta 1.65, di una certa età, mi limito ad applicare quelle che sono le normali norme di cautela richieste dal caso.</p>
<p>E a proposito di falsi moralismi, quelli che specificano di non &#8220;essere razzisti” ma che poi si dilungano in mille distinguo e articolazioni di pensiero farebbero una migliore figura se ammettessero di esserlo: ci guadagnerebbero, se non altro, in onestà intellettuale.<br />
Perché la malafede qui è evidente:  la sovrapposizione fra uno che, semplicemente, è stato poco accorto (il che significa anche che non ha visto nulla, quindi ha come unica specifica realtà a cui far riferimento la propria leggerezza) e il rinvenimento immediato di un colpevole che per forza deve essere tra la “gente inutile a  spasso per i parcheggi della città”.</p>
<p>Ravenna è una città che comincia a farmi paura, ma di certo non a causa di quelli che chiedono l&#8217;euro del carrello.</p>
<p>…</p>
<p>Ultimamente mi è capitato di riflettere su cosa significhi essere poveri. O meglio: riflettevo su cosa ci voglia per non essere definiti poveri. Quello che ho capito è che tanti della miseria hanno un concetto distorto o meglio, considerano la cosa osservandola attraverso una lente rovesciata che produce una visione bifocale: una società avanzata, quella in cui viviamo, con bisogni avanzati e, di contro, parametri che definiscono l’indigenza per com’era all’inizio del ventesimo secolo.<br />
Per loro se riesci solo a sopravvivere non sei povero. Se mangi due volte al giorno, se hai di che coprirti, un tetto sulla testa non sei povero. Finché non arrivi alla Caritas o ai pasti a base di bucce di patate allora non hai nessun diritto di lamentarti di non riuscire ad arrivare a fine mese, perché “la vera povertà è ben altro”. La vita vera, per loro, si limita al galleggiamento a pelo d’acqua, quello che sta sopra è superfluo, non necessario, e quindi non pretendibile.<br />
E io mi chiedo come sia solo possibile pensare che così come la società è cambiata nel corso dei decenni in Europa e in Italia, non sia di conseguenza cambiato anche ciò che “fa” un povero.</p>
<p>I bisogni sono mutati e parlo di quei bisogni che consideriamo generalmente sacrosanti. Avere il bagno in casa era un lusso fino a una sessantina di anni fa mentre, oggi, non potremmo concepire di dover scendere in cortile e usufruire di un bagno condiviso con tutto il condominio.<br />
E se era la norma, un tempo, che i figli anche piccolissimi lavorassero nei campi, in fabbrica o in officina invece di andare a scuola tutti i giorni, non è normale &#8211; e sacrosanto &#8211; pretendere ora che i nostri figli abbiano il diritto di studiare il più a lungo possibile? O poter permettersi una pizza fuori ogni tanto, una mostra o una settimana di villeggiatura all’anno?<br />
Perché in un paese che si dice moderno e avanzato molti sono arrivati a considerare un lusso ciò che altrove è visto come normale standard in una classe media o medio-bassa e chi rivendica certi bisogni ingrato, pigro e non degno?<br />
Quand’è che siamo diventati un paese calvinista (o di grandissimi stronzi, come mi ha detto qualcuno)?</p>
</div>
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		<title>Specialmente dedicato al sindaco di Guidonia: &#8220;vagina&#8221; è una parola</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Mar 2011 18:23:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<category><![CDATA[guidonia]]></category>
		<category><![CDATA[i monologhi della vagina]]></category>
		<category><![CDATA[vagina]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di per sé non significa nulla, se non ad indicare una parte specifica dell&#8217;anatomia femminile. Il dizionario Zingarelli che ho sottomano definisce vagina come il &#8220;<em>canale dell&#8217;apparato genitale femminile che va dall&#8217;esterno fino al collo dell&#8217;utero</em>&#8220;. Insomma, nulla di offensivo, pruriginoso o malizioso. Anche ai bambini a scuola viene insegnato (o almeno veniva insegnato fino a qualche tempo fa, ora non so come vadano veramente queste cose nella scuola pubblica italiana), durante le  lezioni di scienze, le funzionalità degli organi del corpo umano e, tra gli altri, pure quelli dell&#8217;apparato riproduttore.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dice che la malizia sta negli occhi di chi guarda. O di chi legge, a seconda dei casi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un sindaco che arriva al punto di <a href="http://guidonia.romatoday.it/censura-monologhi-vagina-levata-scudi.html" target="_blank">censurare dai manifesti  il titolo di uno spettacolo</a> tratto da &#8220;I monologhi della vagina&#8221; in quanto garante delle &#8220;<em>posizioni e sensibilità, non soltanto interne al centrodestra ma anche al centrosinistra, quelle rappresentate dal mondo cattolico, anche perché non è monopolio di nessuno la difesa della donna</em>&#8220;, qualche problema di confusione di ruoli e di analisi grammaticale deve averlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi si sente veramente offeso nel leggere quella parola? Ci sono cattolici che vengono al mondo in modo diverso? E cattoliche senza vagina? Non saranno mica gli stessi che sobbalzano, sdegnati e arrossiti, alla vista di una donna che allatta per poi gongolare beati quando sentono pronunciare la parola bunga-bunga (quella sì, volgare e offensiva)? E perché mai un sindaco diviene garante della sensibilità dei suoi cittadini, decidendo, a priori, quello che sia lecito leggano oppure no? Per me è solo un altro esempio della bipolarità cialtrona di un certo modo di fare politica: si condanna la violenza sulla donne da un lato ma dall&#8217;altro si dice chiaramente che le donne dovrebbero vergognarsi di essere dotate di vagina. Così funzionano le cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse al sindaco non lo hanno detto, ma la vagina non rappresenta alcuna sovrastruttura ideologica, non ha ruoli, non è di destra né di sinistra. Esiste e basta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Promemoria per la mia Costituzione</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Mar 2011 08:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie riflessioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Per motivi personali, oggi non mi sarà possibile prendere parte alla manifestazione in difesa della Costituzione che si terrà questo pomeriggio alle 15 in Piazza del Popolo (quella di Ravenna. A Roma l&#8217;appuntamento è per le 14 in Piazza della Repubblica). Ho pensato, però, di partecipare comunque con un cenno, una traccia che rimanga in
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per motivi personali, oggi non mi sarà possibile prendere parte alla manifestazione in difesa della Costituzione che si terrà questo pomeriggio alle 15 in Piazza del Popolo (quella di Ravenna. A Roma l&#8217;appuntamento è per le 14 in Piazza della Repubblica).<br />
Ho pensato, però, di partecipare comunque con un cenno, una traccia che rimanga in questo mio spazio personale: che si veda bene che c&#8217;ero, anche se non fisicamente.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2487" href="http://www.diariosemistupido.it/2011/03/12/promemoria-per-la-mia-costituzione/a_difesa_della_costituzione_italia_manifestazione/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2487" title="a_difesa_della_costituzione_italia_manifestazione" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2011/03/a_difesa_della_costituzione_italia_manifestazione.jpg" alt="" width="315" height="370"></a></p>
<p style="text-align: justify;">Come promemoria, ho pensato di copiare qui il discorso che Piero Calamandrei tenne il 26 gennaio 1955 ad un pubblico di universitari di Milano. L&#8217;ho scelto perché oggi non ci si ritrova nelle piazze esclusivamente per difendere la Costituzione, ma anche a difesa della Scuola Pubblica (il maiuscolo è del tutto intenzionale e d&#8217;obbligo): i due temi sono strettamente legati, come si può leggere e ascoltare dalle sue parole chiarissime.</p>
<p style="text-align: justify;">Una chiosa finale, ché ci tengo: negli ultimi giorni mi è capitato di leggere in giro di come, per molti, a citare continuamente Calamandrei si ottenga solo di sminuirne le parole, con conseguente perdita di valore e banalizzazione delle stesse. Non sono d&#8217;accordo. Credo, invece, che di Costituzione non solo si sia sempre parlato troppo poco, ma che la maggioranza dei cittadini italiani non la conosca affatto, anche se &#8211; più o meno &#8211; sanno che esiste. Per questo si tende a sottovalutare le intenzioni di chi intende stravolgerla e cambiarla e le conseguenza di tali stavolgimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso di Calamandrei agli studenti milanesi, famoso e citatissimo, &nbsp;mi emoziona ogni volta che lo ascolto (<a title="Piero Calamandrei all'università di Milano 1955 parte 1" href="http://www.youtube.com/watch?v=1lfnFWbfewM" target="_blank">qui</a> la prima di tre parti) &nbsp;perché ha la potenza di una sberla alle coscienze sonnacchiose e indifferenti. Anche alla mia: nemmeno io conosco bene questa mia Costituzione, fino a oggi &#8211; letteralmente &#8211; una delle più belle al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ringraziamento speciale e un bacio ad Alessandro, lui sa perché.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>&#8220;L’art. 34 dice: ” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi&nbsp;più alti degli studi”. Eh! E se non hanno mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che&nbsp;è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma&nbsp;soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. &nbsp;Dice così: &nbsp;”È’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando&nbsp;di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana&nbsp;e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del&nbsp;Paese”.<br />
</em><em>È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi&nbsp;dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini&nbsp;dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula&nbsp;contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- questa formula corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di&nbsp;studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra&nbsp;Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche&nbsp;democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia&nbsp;soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia &nbsp;in&nbsp;cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il&nbsp;loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a&nbsp;questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.<br />
E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è&nbsp;una realtà. In parte è ancora un &nbsp;programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da&nbsp;compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi! &nbsp;E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle&nbsp;costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una&nbsp;polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente,&nbsp;contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.&nbsp;Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili &nbsp;e politici, ai diritti di libertà,&nbsp;voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica,&nbsp;quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano&nbsp;sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino&nbsp;contro il passato.<br />
Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società&nbsp;presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di&nbsp;ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce con questo che&nbsp;questi ostacoli oggi ci sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un&nbsp;giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna&nbsp;modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione&nbsp;ha messo a disposizione dei cittadini italiani.<br />
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le&nbsp;vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune&nbsp;s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva,&nbsp;che mira alla trasformazione di questa società &nbsp;in cui può accadere che, anche quando ci sono, le&nbsp;libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità&nbsp;per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che&nbsp;se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al&nbsp;progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi &nbsp;per trasformare questa situazione.<br />
Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La&nbsp;costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni&nbsp;giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di&nbsp;mantenere queste promesse, la propria responsabilità.<br />
Per questo una delle offese che si fanno alla&nbsp;costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo che è &#8211; non qui, per fortuna, in&nbsp;questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani &#8211; un po&#8217; una malattia dei giovani. L&#8217;indifferentismo. ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: io quando sento fare questo&nbsp;discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di&nbsp;questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran&nbsp;burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito&nbsp;domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe,&nbsp;Beppe, Beppe, se continua questo mare, fra mezz’ora il bastimento affonda!”. Quello dice: ” Che&nbsp;me ne importa, non è mica mio!”.<br />
Questo è l’indifferentisno alla politica.&nbsp;È così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che&nbsp;interessarsi di politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere,&nbsp;da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è&nbsp;come l’aria: ci s&#8217;accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di&nbsp;asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi,&nbsp;giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in&nbsp;quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo&nbsp;dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio&nbsp;contributo alla vita politica.<br />
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario&nbsp;non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della&nbsp;sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento.<br />
È la carta della propria&nbsp;libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità d&#8217;uomo. &nbsp;Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 &nbsp;giugno 1946, questo popolo che da&nbsp;venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo&nbsp;un periodo di orrori &#8211; il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi.<br />
Ricordo &#8211; io ero a Firenze,&nbsp;lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta&nbsp;perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare&nbsp;la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di&nbsp;noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle&nbsp;nostre sorti, delle sorti del nostro paese.<br />
Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere,&nbsp;sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto &#8211; questa&nbsp;è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in&nbsp;più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.&nbsp;Ora vedete &#8211; io ho poco altro da dirvi -, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle&nbsp;prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato.<br />
Tutti i nostri dolori, le&nbsp;nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati qui in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi&nbsp;articoli ci si sentono delle voci lontane. &nbsp;Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,&nbsp;economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di&nbsp;offesa alla libertà degli altri popoli”, &#8220;la patria italiana in mezzo alle alte patrie&#8221;: ma questo è&nbsp;Mazzini, questa è la voce di Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere&nbsp;davanti alla legge”, ma questo è Cavour; o quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e&nbsp;indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art.&nbsp;52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento delle forze armate si informa allo&nbsp;spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, oh studenti milanesi, è Beccaria!.<br />
Grandi&nbsp;voci lontane, grandi nomi lontani.&nbsp;Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti.<br />
Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa&nbsp;costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani&nbsp;come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di&nbsp;concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di&nbsp;Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.<br />
Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un&nbsp;testamento, un testamento di centomila morti.<br />
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle&nbsp;montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono&nbsp;impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col&nbsp;pensiero perché lì è nata la nostra costituzione&#8221;.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>Piero Calamandrei, Milano, 1955</p>
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