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Femminile e anti femminile

Solo tre settimane fa la notizia sulla nuova giunta Pisapia a Milano formata per il 50% da donne (è donna anche il vicesindaco) e sulla scelta analoga da parte di Merola, l’altro sindaco neoeletto a Bologna (mentre si è dimostrato più “tradizionalista” De Magistris a Napoli). Il segnale di un cambiamento, senza dubbio, o, almeno, di una volontà precisa di voler cambiare lo status quo di una scarsissima partecipazione femminile ai posti di comando della cosa pubblica in Italia.
Altra notizia, positiva e molto recente, quella dell’approvazione della legge sulla parità di accesso ai consigli di amministrazione e agli organi di controllo delle Società quotate e di quelle a controllo pubblico non quotate, le cosiddette “quote rosa”, insomma. Finalmente qualche cosa si sta muovendo nella giusta direzionei. La strada da recuperare è parecchia in ambito europeo, dove l’Italia si piazza proprio all’ultima posizione con solo il 43% delle aziende con almeno una donna nel consiglio di amministrazione (fonte: rapporto “European EPWN Boardwomen Monitor 2010” del Professional Women Network) a fronte di Norvegia, Svezia e Finlandia, dove la percentuale è del 100%, ma anche a Spagna con l’85%, Francia 79% e Grecia al 67%. Situazione tragica anche per quanto concerne la percentuale italiana del numero totale di donne all’interno dei consigli di amministrazione: uno stringatissimo 3,9%. Peggio solo il Portogallo con il 3,45%.

Una situazione paradossale e antieconomica se si pensa che altri studi dimostrano che una consistente  presenza femminile nei consigli di amministrazione fa bene all’impresa: secondo Maria Grazia De Angelis, presidente AISL_O, Associazione Italiana di Studio del lavoro per lo sviluppo organizzativo, “Le aziende con un’alta rappresentanza di donne nei Consigli di Amministrazione ottengono risultati finanziari significativamente superiori, in media, rispetto alle aziende con una minore rappresentanza di donne”.

 

Due piccoli passi in avanti ai piani alti e uno enorme all’indietro alla base.
La notizia è sulle prime pagine da un paio di giorni e se ne sta discutendo molto, con commenti di tono diverso. Quello che veramente mi stupisce, non è solo la notizia in sé, quanto il fatto che in tantissimi (uomini, per lo più) abbiano condiviso e appoggiato la “metodologia” e le ragioni del licenziamento delle loro colleghe.
Se è comune vedere aziende con scarso senso etico nei confronti dei loro dipendenti, meno comune è leggere commenti di questo genere (copio e incollo uno a caso dal Corriere della Sera): “Lasciare a casa dei lavoratori non è mai una scelta facile, che si possa fare a cuor leggero. Non di meno, se dei tagli al personale diventano realmente necessari per la sopravvivenza dell’azienda, questi, responsabilmente, vanno fatti. Il criterio adottato qui lo trovo condivisibile. Infatti: 1)Se fosse vero che “le lavoratrici donne costano di meno e producono di più” (una vecchia, colossale balla, propalata strumentalmente della lobby femminista), beh, proprio nei momenti di crisi le aziende dovrebbero licenziare il personale maschile e mantenere solo quello femminile, no? Un’impresa bada solo al profitto (è quello che le permette di sopravvivere). Perché privarsi di personale che ti costa meno e ti fa guadagnare di più? Soprattutto quando si è in difficoltà. Nessuna “discriminiazione”, quindi. Solo razionale buon senso. Evidentemente i lavoratori uomini nella fattispecie rendevano di più (per mille ragioni che l’azienda sicuramente conosce e sa valutare). 2) Se poi i lavoratori uomini di cui si parla erano effettivamente l’unico sostegno di famiglie monoreddito (di fatto le donne assai raramente lo sono), ebbene mi semmbra che la scelta dell’azienza sia stata molto saggia. Umanamente e razionalmente condivisibile”.
Ammesso e non concesso che gli idioti esistono, mi chiedo: ma commenti del genere da cosa derivano? È per via della crisi? O a causa della guerra tra poveri che trasforma gli esseri umani in esseri primordiali nei quali viene del tutto dimenticato ogni sentimento di empatia e di umana solidarietà, fino all’estrema riduzione a mors tua vita mea? O sono frutto di qualcosa di molto più radicato e profondo, talmente insito nel tessuto culturale e sociale di questo Paese che la crisi economica diviene solo un pretesto per avallare i pensieri più beceri, volgari e retrogradi di certi suoi abitanti (compresi i colleghi uomini di queste lavoratici, invece di mobilitarsi e supportare le loro colleghe hanno preferito, dopo aver evitato il licenziamento, presentarsi regolarmente al posto di lavoro)?

Perché Concita se ne va?

Mi aspettavo una risposta.
Magari senza entrare nel dettaglio, o solo diplomatica e di circostanza.  Nel comunicato congiunto di editore e direttore che avevo già letto qualche giorno fa e un’altra volta ancora stamattina di risposte non ce ne sono.
A dirla tutta, mi sarebbe piaciuta una spiegazione limpida: lascio perché, a causa di, ecc., ma la limpidezza non solo se la possono permettere in pochi, ma sembra anche essere molto sopravvalutata E allora, se le risposte non arrivano, noi, i lettori, facciamo presto a trovarle per conto nostro. Altro che complottismo, basta un minimo di malizia, di quella che non si allontana nemmeno troppo dal buon senso, per capire che qualcosa dev’essere successo per accelerare un epilogo che fino alla settimana scorsa non sembrava nemmeno prevedibile. Ho letto in giro che già da un paio di mesi circolavano voci su un cambio al vertice del giornale. Dove se ne parlava? Probabilmente solo in certi ambienti perché l’effetto sorpresa tra i lettori è innegabile, soprattutto dopo l’editoriale dove, pur mettendo le mani avanti, De Gregorio parlava di “contratto non in scadenza” e di essere fiduciosa.
Certo, non è il caso di scomodare le epurazioni in stile berlusconiano, tutto svolto nella più assoluta legalità, ci mancherebbe, gli accordi rispettati, gli obiettivi raggiunti e i comunicati congiunti, ma non è così che vanno le cose quando un percorso professionale giunge al suo termine naturale o quando si lascia per gettarsi in un nuovo progetto. Qui si ha l’impressione di una decisione presa ob torto collo, di pressioni più o meno velate, di verità non espresse e di questioni in sospeso. Una partenza frettolosa e affrettata, insomma. 
Oltre la sorpresa, la tristezza. Non fino al punto di quelli che nelle svariate centinaia di commenti si sono spinti a dire che non leggeranno più l’Unità gestito da un nuovo direttore, ma condividendo in parte il sentimento “nulla sarà come prima”. Ammetto che mi dispiace anche perché in un panorama di indiscutibile supremazia maschile, un direttore donna – almeno uno – ci stava più che bene. Un bell’atto di coraggio tre anni fa, in un Paese come questo.

Non ho seguito con costanza tutte le discussioni scaturite dal comunicato ufficiale, soprattutto ho evitato i commenti di rito, quelli degli “esperti” e gli sproloqui su Facebook. Non mi interessano nemmeno le analisi politiche e quelle economiche sui dati di vendita, mi sono limitata a registrare le mie sensazioni di lettrice che proprio con la De Gregorio si è avvicinata in maniera diversa e partecipe a un giornale che fino a tre anni fa leggeva saltuariamente e in modo distratto, e che aveva sempre considerato un monolite. Di grande tradizione, certo, ma pur sempre un monolite.
Se la direzione De Gregorio ha avuto un merito è stato quello di aver dato spazio a varie forme di partecipazione attiva da parte dei lettori, e qui posso parlare per esperienza diretta: ho aderito alle grandi iniziative di dissenso, alle mobilitazioni, alla raccolte di firme, alle manifestazioni. Ha dato loro voce con gli strumenti del web e ha portato le voci del web  in prima pagina. Anche questo un atto di discreto coraggio, credo.
Molti rimpiangono l’Unità com’era prima,  fino a tre anni fa: il giornale diverso, il giornalismo d’inchiesta, l’organo di partito fatto in un certo modo. È strano come questi non riescano a vedere che il vento non è girato solo per la politica, di governo e  di opposizione, ma anche per le modalità di espressione di tale politica.

Alla fine di tutto, la curiosità rimane: perché Concita se ne va? Non mi interessa chi, ma cosa. Cosa ha scritto, cosa ha fatto? L’Unità, con De Gregorio, ha parlato moltissimo alla pancia degli italiani della pancia degli italiani e relativamente poco alla pancia del partito della pancia del partito, al quale non ha evitato sferzate all’indomani del referendum di due settimane fa e ancor prima dopo le amministrative di Milano e Napoli. Che non sia piaciuta questa deriva così tanto di base e popolare? Ecco, io ci terrei a saperlo.

Non a caso si chiama “equilibrio tra i poteri”

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”
(Art. 1 della Costituzione della Repubblica italiana).

***

La notizia di oggi, tra altre nefandezze varie, è la proposta di variare l’art. 1 della nostra Costituzione.

Dice questo Ceroni che il Parlamento, “titolare supremo della rappresentanza politica della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale“ è troppo debole, “tenuto sotto scacco da magistratura e Consulta“.
Ma non è mica un caso che l’abbiano pensato così i Padri costituenti, quella volta. Gente che veniva da vent’anni e passa di dittatura vecchio stile, con tanto di randellate, galera e confino, da una guerra mondiale e da una Guerra di Liberazione, aveva una vista lunghissima e bruciature che ancora facevano male.
Sono stati particolarmente attenti a non rendere il parlamento “titolare supremo”, proprio perché avevano previsto che, vista la natura degli italiani o semplicemente per lungimiranza politica, ci potesse essere ancora qualcuno pronto a cadere in tentazione.

Perché, pur dando per scontate elezioni democratiche, metti che un giorno venga eletto a maggioranza un partito politico rappresentato da uno stronzo qualunque, uno che, una volta salito al potere, decida di farsi le leggi come gli pare, per proteggere interessi suoi o di una piccola parta di popolazione, che governi il Paese e la cosa pubblica come se fossero il suo parco divertimenti personale, allora meglio introdurre dei meccanismi per dargli l’alt a questo stronzo qualunque.

Una democrazia giovane ha bisogno di tutori per crescere forte e sana. La nostra è solo adolescente e pure piuttosto immatura, c’è ancora chi confonde libertà e democrazia, potere del popolo e rispetto delle leggi, e si sa come sono gli adolescenti: capaci di grandi voli di fantasia e speranze, ma anche piuttosto impressionabili e sensibili alle promesse roboanti.

D’altro canto,  basta vedere come ci sia chi crede e faccia credere che il fatto di venire eletti sia una specie di patente per una immunità che travalica tutte le regole  e il necessario rispetto delle stesse.

 

Di varie miserie umane

Ho sempre pensato di vivere in una città tutto sommato aperta. Aperta nel senso di accogliente, aperta nei confronti del prossimo, aperta come solo le città di mare e i porti sanno essere, che sul via vai di stranieri e visitatori basano la loro ragione d’essere. Pensavo: dove non arriva l’apertura culturale delle grandi città, può arrivare la tradizione e il senso di comunità di quelle di provincia. 

E invece mi accorgo che Ravenna è una città che si sta chiudendo su se stessa. Me ne accorgo solo ora, mentre avrei dovuto accorgermene da tempo, ormai.
Nonostante gli sforzi in senso contrario, nonostante la candidatura a Capitale europea per la cultura nel 2019.
Insomma, me ne sono sempra vantata un po’ della qualità della vita di qui, se messa in confronto con altre realtà urbane (anche se rimango della mia idea su altre questioni).
Ieri però mi è successo di leggere questa lettera e ho scoperto una città che ha paura, imbarbarita e incattivita. Ci sono rimasta male e mi sono vergognata per i commenti di certi miei concittadini, anche se avrei dovuto aspettarmeli. È stato un brusco risveglio, per così dire.

Non so in quale città vivano chi ha scritto quella lettera e molti dei suoi commentatori, perché nella mia non mi è mai capitato di venire molestata o disturbata nei parcheggi dei supermercati, tenuto conto che il più delle volte a fare la spesa vado sola, spesso la sera, e nonostante abbia subito anni fa un furto molto simile nelle modalità a quello subito dall’autore della lettera al giornale. Non posso nemmeno contare su un aspetto particolarmente minaccioso, sono alta 1.65, di una certa età, mi limito ad applicare quelle che sono le normali norme di cautela richieste dal caso.

E a proposito di falsi moralismi, quelli che specificano di non “essere razzisti” ma che poi si dilungano in mille distinguo e articolazioni di pensiero farebbero una migliore figura se ammettessero di esserlo: ci guadagnerebbero, se non altro, in onestà intellettuale.
Perché la malafede qui è evidente:  la sovrapposizione fra uno che, semplicemente, è stato poco accorto (il che significa anche che non ha visto nulla, quindi ha come unica specifica realtà a cui far riferimento la propria leggerezza) e il rinvenimento immediato di un colpevole che per forza deve essere tra la “gente inutile a  spasso per i parcheggi della città”.

Ravenna è una città che comincia a farmi paura, ma di certo non a causa di quelli che chiedono l’euro del carrello.

Ultimamente mi è capitato di riflettere su cosa significhi essere poveri. O meglio: riflettevo su cosa ci voglia per non essere definiti poveri. Quello che ho capito è che tanti della miseria hanno un concetto distorto o meglio, considerano la cosa osservandola attraverso una lente rovesciata che produce una visione bifocale: una società avanzata, quella in cui viviamo, con bisogni avanzati e, di contro, parametri che definiscono l’indigenza per com’era all’inizio del ventesimo secolo.
Per loro se riesci solo a sopravvivere non sei povero. Se mangi due volte al giorno, se hai di che coprirti, un tetto sulla testa non sei povero. Finché non arrivi alla Caritas o ai pasti a base di bucce di patate allora non hai nessun diritto di lamentarti di non riuscire ad arrivare a fine mese, perché “la vera povertà è ben altro”. La vita vera, per loro, si limita al galleggiamento a pelo d’acqua, quello che sta sopra è superfluo, non necessario, e quindi non pretendibile.
E io mi chiedo come sia solo possibile pensare che così come la società è cambiata nel corso dei decenni in Europa e in Italia, non sia di conseguenza cambiato anche ciò che “fa” un povero.

I bisogni sono mutati e parlo di quei bisogni che consideriamo generalmente sacrosanti. Avere il bagno in casa era un lusso fino a una sessantina di anni fa mentre, oggi, non potremmo concepire di dover scendere in cortile e usufruire di un bagno condiviso con tutto il condominio.
E se era la norma, un tempo, che i figli anche piccolissimi lavorassero nei campi, in fabbrica o in officina invece di andare a scuola tutti i giorni, non è normale – e sacrosanto – pretendere ora che i nostri figli abbiano il diritto di studiare il più a lungo possibile? O poter permettersi una pizza fuori ogni tanto, una mostra o una settimana di villeggiatura all’anno?
Perché in un paese che si dice moderno e avanzato molti sono arrivati a considerare un lusso ciò che altrove è visto come normale standard in una classe media o medio-bassa e chi rivendica certi bisogni ingrato, pigro e non degno?
Quand’è che siamo diventati un paese calvinista (o di grandissimi stronzi, come mi ha detto qualcuno)?

Specialmente dedicato al sindaco di Guidonia: “vagina” è una parola

Di per sé non significa nulla, se non ad indicare una parte specifica dell’anatomia femminile. Il dizionario Zingarelli che ho sottomano definisce vagina come il “canale dell’apparato genitale femminile che va dall’esterno fino al collo dell’utero“. Insomma, nulla di offensivo, pruriginoso o malizioso. Anche ai bambini a scuola viene insegnato (o almeno veniva insegnato fino a qualche tempo fa, ora non so come vadano veramente queste cose nella scuola pubblica italiana), durante le  lezioni di scienze, le funzionalità degli organi del corpo umano e, tra gli altri, pure quelli dell’apparato riproduttore.

Si dice che la malizia sta negli occhi di chi guarda. O di chi legge, a seconda dei casi.

Un sindaco che arriva al punto di censurare dai manifesti  il titolo di uno spettacolo tratto da “I monologhi della vagina” in quanto garante delle “posizioni e sensibilità, non soltanto interne al centrodestra ma anche al centrosinistra, quelle rappresentate dal mondo cattolico, anche perché non è monopolio di nessuno la difesa della donna“, qualche problema di confusione di ruoli e di analisi grammaticale deve averlo.

Chi si sente veramente offeso nel leggere quella parola? Ci sono cattolici che vengono al mondo in modo diverso? E cattoliche senza vagina? Non saranno mica gli stessi che sobbalzano, sdegnati e arrossiti, alla vista di una donna che allatta per poi gongolare beati quando sentono pronunciare la parola bunga-bunga (quella sì, volgare e offensiva)? E perché mai un sindaco diviene garante della sensibilità dei suoi cittadini, decidendo, a priori, quello che sia lecito leggano oppure no? Per me è solo un altro esempio della bipolarità cialtrona di un certo modo di fare politica: si condanna la violenza sulla donne da un lato ma dall’altro si dice chiaramente che le donne dovrebbero vergognarsi di essere dotate di vagina. Così funzionano le cose.

Forse al sindaco non lo hanno detto, ma la vagina non rappresenta alcuna sovrastruttura ideologica, non ha ruoli, non è di destra né di sinistra. Esiste e basta.

 

 

 

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