Spesso non ci sono spiegazioni sul perché di un certo modo di sentire e percepire il mondo. A volte succede che la percezione sia frutto, tra le altre cose, di un percorso, l’epilogo di una storia personale che non tiene alcun conto dell’ambiente in cui si è nati e cresciuti, né dell’imprinting che tale ambiente ci ha imposto.
Io, ad esempio, non ricordo quando per la prima volta sentii parlare di omosessualità.
Non è che si discutesse molto di certi argomenti a casa quand’ero bambina. Così come per il sesso, non se ne parlava apertamente. Nemmeno il libro di educazione sessuale che mia madre comprò affinché io e mia sorella venissimo “illuminate” nel modo più adatto parlava di omosessualità. Altri tempi, credo. O, più prosaicamente, l’argomento veniva trattato da libri che non conoscevamo. Non era una esigenza molto sentita quella di parlare ai ragazzi di omosessualità, l’eventualità non veniva presa in considerazione, di conseguenza il problema non esisteva.
Per fortuna più tardi ci furono la scuola media e la mia insegnante di matematica e scienze. Non so se nel 1980 i programmi ministeriali lo prevedessero ma, tra le altre cose, ci parlò molto apertamente di come funzionava il nostro corpo e di cosa dovevamo aspettarci di lì a qualche tempo, senza tralasciare un paio di lezioni sulle malattie veneree. Informazione sessuale, la chiamava lei.
In prima liceo, a quindici anni, lessi il romanzo di Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino. I protagonisti avevano la nostra età più o meno e nel libro si parlava di omosessualità e prostituzione maschile. Non mi si aprì alcun mondo, a dire il vero. Considerai la cosa naturale, nessun sconvolgimento o altro.
All’inizio dell’anno scolastico successivo qualcuno portò in classe un giornalino tedesco per adolescenti. Per molti versi era molto simile ai nostri Dolly e Cioè, ma in quello, accanto alla posta del cuore, c’era una rubrica nella quale un medico rispondeva ai ragazzi che inviavano domande su sesso e altro. Fu allora che sentii parlare per la prima volta della “malattia dei gay”. Era l’AIDS, ma è così che la chiamavano loro. Sembrava, all’epoca, che colpisse selettivamente solo i gay; non erano del tutto chiaro, nei primissimi anni ’80, quali meccanismi regolassero la diffusione della malattia. In Italia non circolavano notizie al riguardo.
I nostri coetanei germanici, invece, alla ripresa della scuola dopo le vacanze estive in campeggio o al mare, si preoccupavano delle notti trascorse nei sacchi a pelo con amici e sconosciuti; chiedevano se era possibile infettarsi con un bacio, se un fidanzato che aveva fatto sesso con un amico fosse ancora sano, se le ragazze potevano prenderla anche loro. Anni luce dalle nostre letterine su come conquistare il compagno di banco.
Passati gli anni del liceo, continuavo a trovare l’omosessualità del tutto normale. Succedeva, uscendo con gli amici maschi, che qualche ragazzo ci provasse con me e qualcuno con loro, tutto rientrava nell’ordine naturale delle cose, mentre di omosessualità e di AIDS si cominciò a parlare moltissimo. Ero già mamma, quando uscì “Philadelphia”. Questo film mise tutta la questione sotto una luce completamente nuova per me. Non era tanto per il tema dell’AIDS che nel frattempo si era trasformato in tragedia, ma perché per la prima volta considerai me stessa come madre di un bambino che avrebbe anche potuto scoprirsi omosessuale un giorno.
Rimasi commossa dal modo in cui Jonathan Demme, il regista, era riuscito a disegnare i legami famigliari all’interno della vicenda principale. L’amore incondizionato e la devozione di quei genitori per il loro figlio e il suo compagno, l’affetto profondo tra i due mi fecero pensare che nulla avrebbe potuto sminuire l’amore che io stessa provavo per mio figlio, nemmeno le sue future inclinazioni sessuali.
Nel dicembre del 2001 conobbi Fraser su in Scozia. Aveva la più bella voce da radio che avessi mai sentito, calda e profonda. Era un bravo speaker, con un accento di Edimburgo molto musicale e un bel sorriso.
Ma Fraser era anche Lucy e gridava per essere accettato anche per quel suo lato. Fu grazie a Lucy che ebbi modo di assistere a una delle più grandi prove di amicizia che un uomo potesse dimostrare nei confronti di un un altro. Per Mark, Fraser rimaneva un amico a cui teneva. Rispettava le sue scelte e non si tirava indietro, nemmeno quando si trattava di accompagnarlo il sabato pomeriggio a fare shopping in Buchanan Street a Glasgow nelle vesti di Lucy: tacchi alti, vestitino, parrucca e make-up. Un amico è un amico, c’è poco da fare.
La notizia della morte di Fraser ci giunse una domenica all’inizio del marzo dell’anno dopo. Mark telefonò al mio compagno, eravamo insieme in quel momento. Fraser alla fine ce l’aveva fatta a togliersi la vita dopo tre o quattro tentativi in cui erano riusciti a salvarlo in tempo. In tanti avevano provato ad aiutarlo: Mark, ma anche quelli che a turno lo ospitavano a casa loro per stare con lui, per non lasciarlo mai solo, per dargli il supporto e il conforto che la sua famiglia, i suoi genitori non riuscivano a dargli. Se n’era andato di casa per quel motivo; coloro i quali avrebbero potuto salvargli la vita non ne volevano sapere di lui, di quello che era. Lo consideravano un affronto e un insulto.
Qualche giorno dopo il funerale, Mark mise online una pagina per raccogliere i messaggi di chi aveva conosciuto, Fraser, anche solo online, e di chi gli aveva voluto bene. Mi ricordo che scelse, per l’home page, una foto di Lucy. I genitori di Fraser lo contattarono dopo pochi giorni e gli chiesero di rimuovere tutto, non solo la foto, ma l’intero sito con tutte quelle testimonianze di affetto.
Non volevano che il loro figlio venisse ricordato “in quel modo”.
A luglio il mio compagno io andammo insieme al cimitero. Era una bella giornata di sole a Edimburgo. Non c’erano molto persone lungo i vialetti, ma ce ne rimanemmo distanti per un po’ perché i genitori di Fraser erano lì anche loro e sapevamo che non gradivano le visite di chi lo aveva conosciuto e amato anche come Lucy. Mi raccontarono che ogni giorno andavano e passavano qualche ora di fronte a quella lapide, che erano molto religiosi e devoti.
Conobbi poi Joe, uno dei migliori amici di sempre del mio compagno. Joe era uno di quelli che Ian chiamava “glitter gay”, amava gli accessori femminili e il colore rosa. Faceva il barista in un pub e non mi sembrava particolarmente girlish. Lo ritenevo bello e simpatico, un’ottima compagnia, si parlava bene con lui. Con mio figlio passammo una bella domenica tutti insieme. Lo ricordo con molta simpatia anche perché aveva qualche difficoltà nel far coesistere il lato sentimentale e quello più sensuale della sua omosessualità.
Più o meno nello stesso periodo mio figlio cominciò il liceo. Non che non avessimo mai affrontato l’argomento, ma sentii l’esigenza di riprendere il discorso, se non altro perché cominciava ad avere l’età più giusta per parlarne in un certo modo. Non era tanto il fatto che mi preoccupassi di fargli sapere, per l’ennesima volta, che non avrebbe fatto alcuna differenza se avesse preferito un fidanzato a una fidanzata, ma che volevo fosse chiaro che avrei accettato qualunque sua scelta sentimentale felicemente. Soprattutto volevo che continuasse a considerare noi, i suoi genitori, i suoi migliori alleati. L’avremmo sostenuto sempre. Io, in particolare, portavo ancora con me il ricordo di Fraser.
Nel giugno 2008 partecipai a Roma al Gay Pride. Alemanno era stato da poco eletto sindaco e molti temevano disordini e scontri per l’occasione. Fu invece l’evento più colorato, gioioso, scoppiettante a cui avevo preso parte fino a quel momento. Ritenni fosse importante esserci in quanto etero, per me, per mio figlio, per dare un segno tangibile della mia solidarietà, perché quando si tratta di manifestare per il riconoscimento di diritti fondamentali, non hanno senso certe distinzioni di “categoria”.
Questa è la mia storia. Ho sempre considerato aberrante che ci sia chi viene discriminato per le sue preferenze sessuali. Che importanza può avere il sesso di quelli con i quali dividiamo il letto? In che modo un omosessuale è peggiore come essere umano? C’è poi tutta la parte legata al diritto, del rispetto di quelli umani e civili, della dignità sociale negata, anche per le cose che normalmente consideriamo acquisite e da non mettere in discussione. Ci sono invece persone che perdono casa e lavoro, che non possono circolare tranquillamente per strada, alle quali non è consentito assistere in ospedale un compagno o una compagna bisognosi. E c’è una violenza terribile in giro, non solo quella manifesta ed evidente dei calci e dei pugni, ma pure l’altra più sottile che si insinua nei discorsi apparentemente innocenti di persone cosiddette normali, magari giovani e con istruzione medio-alta, che sostengono, anche ridendo, che “avrebbero preferito un figlio senza un braccio o una gamba a un figlio fatto così” e la violenza, anche solo di pensiero, mi spaventa molto. Vedo, in effetti, che il mondo in cui viviamo ha sempre più l’insana tendenza a prendere come riferimento concetti violenti, a voler assoggettare chi viene considerato debole in qualche modo: gli omosessuali sì, ma anche gli immigrati extracomunitari, le donne. E forse, proprio perché donna, sono particolarmente sensibile quando si tratta di discriminazione, di diritti e di libertà di scelta negati.
Al di là di ogni motivo razionale, poi, ci sono gli altri, quelli “di pancia”. Mi fa arrabbiare e mi provoca una grande tristezza pensare che persone che si amano non abbiano alcun diritto di vivere insieme, di costruire una famiglia, di fare progetti. La vita è già difficile di per sé e non è giusto, umanamente, renderla un inferno per qualcuno solo perché diverso per inclinazioni e sentimenti.
Buttandola sul lato romantico, perché anche questo ha il suo peso, trovo sia mostruoso che tanto amore vada sprecato per via dei pregiudizi altrui. Se non esistessero, Fraser sarebbe ancora vivo, forse con un compagno, forse no, ma vivo di sicuro e chissà quanti altri come lui; se questi non ci fossero ci sarebbero meno persone ammalate di solitudine e depressione, meno figli che si sentono rifiutati, meno di quelli che si sentono dire meglio morto che frocio.
Le mie ragioni sono queste, per riprendere il titolo di questo post. Tralascio volutamente ogni altro motivo più alto e meno personale, così come non voglio addentrarmi in discorsi inutili di cosa sia naturale o meno per gli esseri umani, del concetto di famiglia, di tradizioni cattoliche o di fini riproduttivi dell’accoppiamento. Non m’interessano.