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Persone

Perché Concita se ne va?

Mi aspettavo una risposta.
Magari senza entrare nel dettaglio, o solo diplomatica e di circostanza.  Nel comunicato congiunto di editore e direttore che avevo già letto qualche giorno fa e un’altra volta ancora stamattina di risposte non ce ne sono.
A dirla tutta, mi sarebbe piaciuta una spiegazione limpida: lascio perché, a causa di, ecc., ma la limpidezza non solo se la possono permettere in pochi, ma sembra anche essere molto sopravvalutata E allora, se le risposte non arrivano, noi, i lettori, facciamo presto a trovarle per conto nostro. Altro che complottismo, basta un minimo di malizia, di quella che non si allontana nemmeno troppo dal buon senso, per capire che qualcosa dev’essere successo per accelerare un epilogo che fino alla settimana scorsa non sembrava nemmeno prevedibile. Ho letto in giro che già da un paio di mesi circolavano voci su un cambio al vertice del giornale. Dove se ne parlava? Probabilmente solo in certi ambienti perché l’effetto sorpresa tra i lettori è innegabile, soprattutto dopo l’editoriale dove, pur mettendo le mani avanti, De Gregorio parlava di “contratto non in scadenza” e di essere fiduciosa.
Certo, non è il caso di scomodare le epurazioni in stile berlusconiano, tutto svolto nella più assoluta legalità, ci mancherebbe, gli accordi rispettati, gli obiettivi raggiunti e i comunicati congiunti, ma non è così che vanno le cose quando un percorso professionale giunge al suo termine naturale o quando si lascia per gettarsi in un nuovo progetto. Qui si ha l’impressione di una decisione presa ob torto collo, di pressioni più o meno velate, di verità non espresse e di questioni in sospeso. Una partenza frettolosa e affrettata, insomma. 
Oltre la sorpresa, la tristezza. Non fino al punto di quelli che nelle svariate centinaia di commenti si sono spinti a dire che non leggeranno più l’Unità gestito da un nuovo direttore, ma condividendo in parte il sentimento “nulla sarà come prima”. Ammetto che mi dispiace anche perché in un panorama di indiscutibile supremazia maschile, un direttore donna – almeno uno – ci stava più che bene. Un bell’atto di coraggio tre anni fa, in un Paese come questo.

Non ho seguito con costanza tutte le discussioni scaturite dal comunicato ufficiale, soprattutto ho evitato i commenti di rito, quelli degli “esperti” e gli sproloqui su Facebook. Non mi interessano nemmeno le analisi politiche e quelle economiche sui dati di vendita, mi sono limitata a registrare le mie sensazioni di lettrice che proprio con la De Gregorio si è avvicinata in maniera diversa e partecipe a un giornale che fino a tre anni fa leggeva saltuariamente e in modo distratto, e che aveva sempre considerato un monolite. Di grande tradizione, certo, ma pur sempre un monolite.
Se la direzione De Gregorio ha avuto un merito è stato quello di aver dato spazio a varie forme di partecipazione attiva da parte dei lettori, e qui posso parlare per esperienza diretta: ho aderito alle grandi iniziative di dissenso, alle mobilitazioni, alla raccolte di firme, alle manifestazioni. Ha dato loro voce con gli strumenti del web e ha portato le voci del web  in prima pagina. Anche questo un atto di discreto coraggio, credo.
Molti rimpiangono l’Unità com’era prima,  fino a tre anni fa: il giornale diverso, il giornalismo d’inchiesta, l’organo di partito fatto in un certo modo. È strano come questi non riescano a vedere che il vento non è girato solo per la politica, di governo e  di opposizione, ma anche per le modalità di espressione di tale politica.

Alla fine di tutto, la curiosità rimane: perché Concita se ne va? Non mi interessa chi, ma cosa. Cosa ha scritto, cosa ha fatto? L’Unità, con De Gregorio, ha parlato moltissimo alla pancia degli italiani della pancia degli italiani e relativamente poco alla pancia del partito della pancia del partito, al quale non ha evitato sferzate all’indomani del referendum di due settimane fa e ancor prima dopo le amministrative di Milano e Napoli. Che non sia piaciuta questa deriva così tanto di base e popolare? Ecco, io ci terrei a saperlo.

Perché sostengo la lotta contro la discriminazione degli omosessuali

Spesso non ci sono spiegazioni sul perché di un certo modo di sentire e percepire il mondo. A volte succede che la percezione sia frutto, tra le altre cose, di un percorso, l’epilogo di una storia personale che non tiene alcun conto dell’ambiente in cui si è nati e cresciuti, né dell’imprinting che tale ambiente ci ha imposto.

Io, ad esempio, non ricordo quando per la prima volta sentii parlare di omosessualità.
Non è che si discutesse molto di certi argomenti a casa quand’ero bambina. Così come per il sesso, non se ne parlava apertamente.  Nemmeno il libro di educazione sessuale che mia madre comprò affinché io e mia sorella venissimo “illuminate” nel modo più adatto parlava di omosessualità. Altri tempi, credo. O, più prosaicamente, l’argomento veniva trattato da libri che non conoscevamo. Non era una esigenza molto sentita quella di parlare ai ragazzi di omosessualità, l’eventualità non veniva presa in considerazione, di conseguenza il problema non esisteva.
Per fortuna più tardi ci furono la scuola media e la mia insegnante di matematica e scienze. Non so se nel 1980 i programmi ministeriali lo prevedessero ma, tra le altre cose, ci parlò molto apertamente di come funzionava il nostro corpo e di cosa dovevamo aspettarci di lì a qualche tempo, senza tralasciare un paio di lezioni sulle malattie veneree. Informazione sessuale, la chiamava lei.
In prima liceo, a quindici anni, lessi il romanzo di Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino. I protagonisti avevano la nostra età più o meno e nel libro si parlava di omosessualità e prostituzione maschile. Non mi si aprì alcun mondo, a dire il vero. Considerai la cosa naturale, nessun sconvolgimento o altro.
All’inizio dell’anno scolastico successivo qualcuno portò in classe un giornalino tedesco per adolescenti. Per molti versi era molto simile ai nostri Dolly e Cioè, ma in quello, accanto alla posta del cuore, c’era una rubrica nella quale un medico rispondeva ai ragazzi che inviavano domande su sesso e altro. Fu allora che sentii parlare per la prima volta della “malattia dei gay”. Era l’AIDS, ma è così che la chiamavano loro. Sembrava, all’epoca, che colpisse selettivamente solo i gay; non erano del tutto chiaro, nei primissimi anni ’80, quali meccanismi regolassero la diffusione della malattia. In Italia non circolavano notizie al riguardo.
I nostri coetanei germanici, invece, alla ripresa della scuola dopo le vacanze estive in campeggio o al mare, si preoccupavano delle notti trascorse  nei sacchi a pelo con amici e sconosciuti; chiedevano se era possibile infettarsi con un bacio, se un fidanzato che aveva fatto sesso con un amico fosse ancora sano, se le ragazze potevano prenderla anche loro. Anni luce dalle nostre letterine su come conquistare il compagno di banco.

Passati gli anni del liceo, continuavo a trovare l’omosessualità del tutto normale. Succedeva, uscendo con gli amici maschi, che qualche ragazzo ci provasse con me e qualcuno con loro, tutto rientrava nell’ordine naturale delle cose, mentre di omosessualità e di AIDS si cominciò a parlare moltissimo. Ero già mamma, quando uscì “Philadelphia”. Questo film mise tutta la questione sotto una luce completamente nuova per me. Non era tanto per il tema dell’AIDS che nel frattempo si era trasformato in tragedia, ma perché per la prima volta considerai me stessa come madre di un bambino che avrebbe anche potuto scoprirsi omosessuale un giorno.
Rimasi commossa dal modo in cui Jonathan Demme, il regista, era riuscito a disegnare i legami famigliari all’interno della vicenda principale. L’amore incondizionato e la devozione di quei genitori per il loro figlio e il suo compagno, l’affetto profondo tra i due mi fecero pensare che nulla avrebbe potuto sminuire l’amore che io stessa provavo per mio figlio, nemmeno le sue future inclinazioni sessuali.
Nel dicembre del 2001 conobbi Fraser su in Scozia. Aveva la più bella voce da radio che avessi mai sentito, calda e profonda. Era un bravo speaker, con un accento di Edimburgo molto musicale e un bel sorriso.
Ma Fraser era anche Lucy e gridava per essere accettato anche per quel suo lato. Fu grazie a Lucy che ebbi modo di assistere a una delle più grandi prove di amicizia che un uomo potesse dimostrare nei confronti di un un altro. Per Mark, Fraser rimaneva un amico a cui teneva. Rispettava le sue scelte e non si tirava indietro, nemmeno quando si trattava di accompagnarlo il sabato pomeriggio a fare shopping in Buchanan Street a Glasgow nelle vesti di Lucy: tacchi alti, vestitino, parrucca e make-up. Un amico è un amico, c’è poco da fare.
La notizia della morte di Fraser ci giunse una domenica all’inizio del marzo dell’anno dopo. Mark telefonò al mio compagno, eravamo insieme in quel momento. Fraser alla fine ce l’aveva fatta a togliersi la vita dopo tre o quattro tentativi in cui erano riusciti a salvarlo in tempo. In tanti avevano provato ad aiutarlo: Mark, ma anche quelli che a turno lo ospitavano a casa loro per stare con lui, per non lasciarlo mai solo, per dargli il supporto e il conforto che la sua famiglia, i suoi genitori non riuscivano a dargli. Se n’era andato di casa per quel motivo; coloro i quali avrebbero potuto salvargli la vita non ne volevano sapere di lui, di quello che era. Lo consideravano un affronto e un insulto.
Qualche giorno dopo il funerale, Mark mise online una pagina per raccogliere i messaggi di chi aveva conosciuto, Fraser, anche solo online, e di chi gli aveva voluto bene. Mi ricordo che scelse, per l’home page, una foto di Lucy. I genitori di Fraser lo contattarono dopo pochi giorni e gli chiesero di rimuovere tutto, non solo la foto, ma l’intero sito con tutte quelle testimonianze di affetto.
Non volevano che il loro figlio venisse ricordato “in quel modo”.
A luglio il mio compagno io andammo insieme al cimitero. Era una bella giornata di sole a Edimburgo. Non c’erano molto persone lungo i vialetti, ma ce ne rimanemmo distanti per un po’ perché i genitori di Fraser erano lì anche loro e sapevamo che non gradivano le visite di chi lo aveva conosciuto e amato anche come Lucy.  Mi raccontarono che ogni giorno andavano e passavano qualche ora di fronte a quella lapide, che erano molto religiosi e devoti.

Conobbi poi Joe, uno dei migliori amici di sempre del mio compagno. Joe era uno di quelli che Ian chiamava “glitter gay”, amava gli accessori femminili e il colore rosa. Faceva il barista in un pub e non mi sembrava particolarmente girlish. Lo ritenevo bello e simpatico, un’ottima compagnia, si parlava bene con lui. Con mio figlio passammo una bella domenica tutti insieme. Lo ricordo con molta simpatia anche perché aveva qualche difficoltà nel far coesistere il lato sentimentale e quello più sensuale della sua omosessualità.

Più o meno nello stesso periodo mio figlio cominciò il liceo. Non che non avessimo mai affrontato l’argomento, ma sentii l’esigenza di riprendere il discorso, se non altro perché cominciava ad avere l’età più giusta per parlarne in un certo modo. Non era tanto il fatto che mi preoccupassi di fargli sapere, per l’ennesima volta, che non avrebbe fatto alcuna differenza se avesse preferito un fidanzato a una fidanzata, ma che volevo fosse chiaro che avrei accettato qualunque sua scelta sentimentale felicemente. Soprattutto volevo che continuasse a considerare noi, i suoi genitori, i suoi migliori alleati. L’avremmo sostenuto sempre. Io, in particolare, portavo ancora con me il ricordo di Fraser.

Nel giugno 2008 partecipai a Roma al Gay Pride. Alemanno era stato da poco eletto sindaco e molti temevano disordini e scontri per l’occasione. Fu invece l’evento più colorato, gioioso, scoppiettante a cui avevo preso parte fino a quel momento. Ritenni fosse importante esserci in quanto etero, per me, per mio figlio, per dare un segno tangibile della mia solidarietà, perché quando si tratta di manifestare per il riconoscimento di diritti fondamentali, non hanno senso certe distinzioni di “categoria”.

Questa è la mia storia.  Ho sempre considerato aberrante che ci sia chi viene discriminato per le sue preferenze sessuali. Che importanza può avere il sesso di quelli con i quali dividiamo il letto? In che modo un omosessuale è peggiore come essere umano? C’è poi tutta la parte legata al diritto, del rispetto di quelli umani e civili, della dignità sociale negata, anche per le cose che normalmente consideriamo acquisite e da non mettere in discussione. Ci sono invece persone che perdono casa e lavoro, che non possono circolare tranquillamente per strada, alle quali non è consentito assistere in ospedale un compagno o una compagna bisognosi. E c’è una violenza terribile in giro, non solo quella manifesta ed evidente dei calci e dei pugni, ma pure l’altra più sottile che si insinua nei discorsi apparentemente innocenti di persone cosiddette normali, magari giovani e con istruzione medio-alta, che sostengono, anche ridendo, che “avrebbero preferito un figlio senza un braccio o una gamba a un figlio fatto così” e la violenza, anche solo di pensiero, mi spaventa molto. Vedo, in effetti, che il mondo in cui viviamo ha sempre più l’insana tendenza a prendere come riferimento concetti violenti, a voler assoggettare chi viene considerato debole in qualche modo: gli omosessuali sì, ma anche gli immigrati extracomunitari, le donne. E forse, proprio perché donna, sono particolarmente sensibile quando si tratta di discriminazione, di diritti e di libertà di scelta negati.

Al di là di ogni motivo razionale, poi, ci sono gli altri, quelli “di pancia”. Mi fa arrabbiare e mi provoca una grande tristezza pensare che persone che si amano non abbiano alcun diritto di vivere insieme, di costruire una famiglia, di fare progetti.  La vita è già difficile di per sé e non è giusto, umanamente, renderla un inferno per qualcuno solo perché diverso per inclinazioni e sentimenti.
Buttandola sul lato romantico, perché anche questo ha il suo peso, trovo sia mostruoso che tanto amore vada sprecato per via dei pregiudizi altrui. Se non esistessero, Fraser sarebbe ancora vivo, forse con un compagno, forse no, ma vivo di sicuro e chissà quanti altri come lui; se questi non ci fossero ci sarebbero meno persone ammalate di solitudine e depressione, meno figli che si sentono rifiutati, meno di quelli che si sentono dire meglio morto che frocio.

Le mie ragioni sono queste, per riprendere il titolo di questo post. Tralascio volutamente ogni altro motivo più alto e meno personale, così come non voglio addentrarmi in discorsi inutili di cosa sia naturale o meno per gli esseri umani, del concetto di famiglia, di tradizioni cattoliche o di fini riproduttivi dell’accoppiamento. Non m’interessano.

La nuova faccia di Ornella Muti

Non posso dire che sia una novità. Sono diversi giorni ormai che le immagini  della nuova Ornella Muti appaiono sulle prime pagine delle testate online. Io non riesco ad abituarmi. Non è per il biondo dei capelli o per il look rinnovato: è proprio che quella faccia non riesco ad associarla al nome che porta.

Immagino sia diverso per chi lavora nel mondo dello spettacolo (almeno per qualcuno), per chi guadagna anche grazie all’aspetto fisico il tempo che passa deve essere una grossa preoccupazione; trovo però del tutto straniante che si arrivi a dover cambiare completamente i lineamenti fino a diventare un’altra persona. Probabilmente c’è dell’altro, una spinta più intima e profonda, comunque più forte di ogni esigenza professionale, per volersi separare dal viso con il quale si è nate.

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La foto di Ornella muti castana è presa da internet, la bionda da www.corriere.it

Mi sono chiesta: tu lo faresti? Confesso, come già scritto  qui anche in altra occasione, che non sempre ho un rapporto sereno con il tempo che passa (senza alcuna pretesa di paragonarmi a Ornella Muti). Le rughe non mi rendono felice ma ad alcune sono affezionata. Potendomelo permettere, è vero, a qualche ritocchino qua e là cederei, ma il viso sarebbe proprio l’ultimo che vorrei vedere modificato. Avrei paura di non riconoscermi più allo specchio, di non sapere più chi sono.

Ho l’assoluta certezza che la nostra identità, quella interiore, sia definita anche dall’aspetto che ci accompagna man mano. Non per niente chi si sottopone a interventi chirurgici che comportano una radicale trasformazione in questo senso deve poter contare anche su un adeguato supporto psicologico. Non dev’essere facile entrare in un nuovo “sé”.
Sarebbe arduo per me accettarmi con una faccia diversa da questa che mi ritrovo; io sono io anche grazie a questo viso; le esperienze che ho vissuto fin qui  sono state tali anche per merito o a causa sua.
Ho questa rughetta accanto al sopracciglio sinistro che rimane a ricordo di un grande dolore qualche anno fa, ma che rappresenta anche una rinasciata e una vittoria. Se domani sparisse, sparirebbe un segmento della mia storia. E lo spazio tra gli incisivi lo riconosco come mio segno distintivo, anche dalle foto da bambina piccola: sarei ancora quella se venisse chiuso?

E pure se dovessi dimostrare quindici anni di meno con gli zigomi riempiti, le rughe stirate e le labbra inturgidite, non vorrei mai che le persone che mi amano e mi apprezzano per quella che sono non mi riconoscessero più.
Voglio bene a quella che sono, oggi più di dieci anni fa.
Sicuramente non era lo stesso per Ornella Muti, nonostante le fosse toccato in sorte di invecchiare con una certa grazia. Peccato.

“Chi salva una vita salva il mondo intero”

Questa è una frase del Talmud. Mi piace perché esprime, in mezza riga, più di quanto potrebbero fare mille libri o mille ragionamenti filosofici.

Nel Giorno della Memoria, oggi, si ricordano le vittime. Io amo ricordare anche tutti quelli che a rischio della loro stessa vita si adoperarono per salvarne tante altre.

Persone del tutto normali.

Hitler ebbe dalla sua un esercito intero di volenterosi carnefici, che non furono solo gli affiliati al partito nazista o gli ufficiali delle SS: non sarebbero mai bastati, da soli, a perpetrare lo scempio che fu la Shoah. Poterono contare su “tedeschi comuni, uomini (e donne) che brutalizzarono e assassinarono gli ebrei per convinzione ideologica e per libera scelta, sovente con zelo e con gratuito sadismo. E che, per di più, si comportarono così non perché costretti, né perché ridotti alla stregua di schiavi, né perché tremende pressioni sociali e psicologiche li inducessero a adeguare la loro condotta a quella dei compagni. Lo fecero perché l’antisemitismo germanico era talmente diffuso, maligno, nutrito nei secoli di miti razzisti e false teorie scientifiche, da disumanizzare gli ebrei, da trasformarli nell’immaginario collettivo in una sorta di malattia…” (*).

Non so dire se questo corrisponda completamente al vero. So che da un giorno all’altro tanti si videro perseguitati da chi era sempre stato amico, collega, cliente, vicino di casa. E allora qualcosa dev’essere pur successo per indurre persone del tutto normali a guardare altrove, a non sentire, a non parlare, a far finta di non capire quanto stava avvenendo sotto i loro occhi.

Tanti, tuttavia, scelsero diversamente. E così, come il male poté manifestarsi nella più disarmante banalità, quella dei rapporti quotidiani, in maniera simile poté il bene e con forza altrettanto dirompente.

In quel piccolo libro straordinario che è “La banalità del bene” (**), dove Enrico Deaglio  raccoglie – più che raccontare – la vicenda di Giorgio Perlasca,  tutto è riassunto perfettamente dalle parole che aprono questa storia, quelle dello stesso protagonista, un uomo qualunque: “Lei, cosa avrebbe fatto al mio posto?”.
È tutta lì l’essenza di una scelta, tra il fare e il non fare, tra vedere e voltarsi dall’altra parte. Lo racconta lo stesso Perlasca: “Perché non potevo sopportare la vista di persone marchiate come degli animali. Perché non potevo sopportare di veder uccidere dei bambini. Credo sia stato questo, non credo di essere stato un eroe. Alla fin dei conti, io ho avuto un’occasione e l’ho usata”.
Giorgio Perlasca, nel pieno di un evento straordinario, in un paese straniero, nell’inverno del 1944, salvò migliaia di persone perché scelse. Questa è anche la dimostrazione che allora era impossibile non vedere, che intraprendere un percorso invece di un altro non era impossibile, difficile, d’accordo, ma non impossibile, non al di sopra delle umane possibilità.

È proprio la questione della scelte che ognuno di noi si trova a fare ogni giorno che mi sta a cuore. Il Giorno della Memoria dovrebbe servire anche a questo: aiutare a fare delle scelte. Scegliere di non stare in silenzio, per esempio. Scegliere di indignarsi invece di fare spallucce. Scegliere di non accettare come normalità tutta una  serie di notizie, di esternazioni di personaggi pubblici – politici e non -, di piccoli e grandi avvenimenti che, ho paura, passano sempre più sotto silenzio. Il male è nell’uso di certe parole invece che di altre, anche di quelle su una bustina di zucchero, perché le parole non sono mai fini a se stesse, ma arrivano sempre gravide di simboli e significati.
Il male si banalizza anche così ed è sempre un male per tutti, che per forza non ricade solo su quelli che lo producono.

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Immagine di lecucurbitacee

Se è vero che chi salva una vita salva il  mondo intero, infatti, allora dev’essere vero anche il contrario: ognuna delle sei milioni di vite interrotte (alcuni storici ritengono siano state sette milioni, in realtà) ha significato la fine di un mondo, la perdta di infinite possibilità per quelli che sono venuti dopo. Quindi anche per noi.
Le conseguenze di quel che accadde settant’anni fa verranno scontate anche dalle generazioni future.
Alla mia generazione non resta che passare il testimone, cercando di trasmettere quanto più bene sia possibile, anche tramandando la voce di chi visse quegli anni sulla propria pelle. Non si cambia certo quello che è stato in questo modo, ma si contribuisce a fare da controcanto a chi tenta in tutti i modi di revisionare, minimizzare, cercare significati e forse, sotto sotto, giustificazioni, cosa che accade sempre più spesso, mi pare.

Una nota a piè di pagina: tra quattro giorni, il 31, giorni Giorgio Perlasca avrebbe compiuto cento anni. Un motivo in più per ricordarlo oggi e per rivolgere un pensiero e un ringraziamento a  tutti quelli che tanto fecero in quegli anni ma ai quali toccò la sorte di rimanere sconosciuti.

(*) I volenterosi carnefici di Hitler – I tedeschi comuni e l’Olocauso di Daniel Jonah Goldenhagen, Mondadori 1997

(**) La banalità del bene – Storia di Giorgio Perlasca di Enrico Deaglio, Loescher 1993

Friendfeed, Adamo Lanna e il suo Giocone: ovvero una piccola meraviglia in rete

Vorrei raccontare questa piccola storia per due ragioni: la prima è per dare una smentita a chi pensa che internet sia il male, che venga usato per lo più per commettere illeciti e che ci ruba l’anima; la seconda è per ringraziare Adamo Lanna, che con il suo GioconeFF sta allietando l’estate a molti utenti di Friendfeed. Mi piaceva porre l’accento sul fatto che nonostante tutto c’è ancora qualcuno che riesce a trovare il tempo per gli altri senza pretendere alcun tornaconto, che è veramente possibile fare qualcosa per niente.

Di questo social network ho avuto occasione di parlare altre volte: la sua peculiare caratteristica è quella di aver creato una dimensione sociale e di relazione tra utenti al di là della condivisione dei contenuti. Discussioni quindi, conversazioni su più livelli, non solo strettamente tecniche o impegnate – anzi – ma anche di puro cazzeggio e di divertimento intelligente.

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Immagine di Adamo Lanna

In questa ultima categoria rientra il GioconeFF che Adamo ha ideato e regalato ai suoi “friends”. Certo Adamo è un esperto di giochi e passatempi, ha un suo blog molto popolare sull’argomento, ma soprattutto è una persona generosa, dotata di passione e pazienza,  si vede che si diverte facendo divertire gli altri nonostante il tempo e l’impegno dedicati a concepire nuovi giochi, seguire di persona tutti i giocatori e sistemare via via il regolamento.

Non bisogna fare l’errore di pensare, comunque, che questo sia come uno dei tanti (non tutti, per fortuna)  che si trovano su Facebook: no, il Giocone richiede una combinazione di abilità, logica, pazienza, memoria e fortuna (e un po’ di tempo da spendere). Si va dall’enigmistica classica, al colpo d’occhio, ai giochi di carte e chissà cos’altro inventerà di nuovo Adamo per i prossimi livelli. Ho detto che il tutto non costa assolutamente nulla? Basta essere avere un account su Friendfeed per poter partecipare e mettersi alla prova.

Un piccolo consiglio: una volta iscritti al suo feed, non si può non seguirlo nelle sue Cronache di Parmia, dove si incontrano personaggi reali di piccole storie di pura poesia, e leggerlo nell’altro suo blog personale, A come Adamo.

Grazie Adamo.

Post scriptum: per chi non lo avesse notato, sul blog A come Adamo, in alto a destra, c’è il pulsante per poter effettuare delle donazioni. Ecco, magari un pensiero in questo senso non sarebbe male: l’impegno e la qualità dei contenuti andrebbero sempre ricompensati.

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