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	<title>Diario Semistupido &#187; Social Networking</title>
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	<description>Discorsi, pensieri, esperienze, persone, senza pretese di apparire intelligente per forza.</description>
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		<title>Caro Friendfeed, volevo dirti&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 18:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Caro Friendfeed, &#160; per celebrare il nostro terzo anniversario &#8211;  un traguardo importante per ogni convivenza che si rispetti, specialmente per i tempi della rete &#8211; ho sentito il bisogno di scriverti una lettera. Lo trovi strano? Non lo è così tanto, se ci pensi. In fondo, lettere ne ho sempre scritte, perché non
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">Caro Friendfeed,</div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">
<p>per celebrare il nostro terzo anniversario &#8211;  un traguardo importante per ogni convivenza che si rispetti, specialmente per i tempi della rete &#8211; ho sentito il bisogno di scriverti una lettera. Lo trovi strano? Non lo è così tanto, se ci pensi. In fondo, lettere ne ho sempre scritte, perché non a te dunque?</p>
<p>Prima di ogni altra cosa, e ci tengo moltissimo a questo: vorrei esprimerti tutta la mia più profonda gratitudine. Grazie a te ho conosciuto e incontrato persone belle e amici importanti, mi sono innamorata di un uomo con il quale sto progettando una prossima convivenza e, non per ultimo, ho avuto occasione, ogni singolo giorno per tre anni, di imparare qualcosa di nuovo, di confrontarmi, di venire a contatto con persone di idee, esperienze, sentimenti diversi dai miei.<br />
In poche parole, con te ho trovato un mezzo formidabile di conoscenza e condivisione.<br />
Ti ricordi com’eri allora, tre anni fa?<br />
Chi ti ha incontrato da poco stenterebbe a riconoscerti: non c’erano i like, non c’erano commenti, nessuna discussione, solo utenti &#8211; pochi &#8211; che aggregavano i loro feed in un flusso che comprendeva Twitter e qualche suo clone, i post sui blog e pochissimo altro, tramite un’interfaccia che chiamare basic sarrebbe stato il minimo. Poi ci hai dato la possibilità di scrivere direttamente i nostri pensieri, di importare quello di cui volevamo discutere, o solo sottoporre all’attenzione dei nostri subscribers, aggiungere file e foto ed è stato bellissimo. Thread interessanti, meme simpatici e coinvolgenti (sono sicura che non hai scordato quello del  <a title="Cin Cin 2.0" href="http://www.youtube.com/watch?v=jz1o9z7hBno" target="_blank">cin-cin 2.0</a> o quello per il <a title="FF Towel Day" href="http://www.youtube.com/watch?v=DX5Zj8n0jeY" target="_blank">Towel Day</a>), il Giocone di Adamo, i tanti incontri “di persona”.<br />
In un certo senso eravamo tutti uguali: si discuteva, ci si incazzava anche, i flame partivano ogni tre per due, ma eravamo, almeno la maggior parte di noi era, in buona fede. Cazzeggiavamo anche molto, ovviamente, perché non è che fossimo sempre lì a discutere dei massimi sistemi, ma pure il cazzeggio aveva un certo suo senso e una sua specifica leggerezza che lo rendevano interessante.</p>
<p>Quand’è che le cose hanno cominciato a cambiare tra noi?<br />
Quando, nonostante il mio attaccamento, ho cominciato a non sentirmi più emotivamente coinvolta da te? E soprattutto, perché è accaduto?<br />
Credo sia successo poco meno di un anno fa. Un giorno mi sono svegliata e mi sono accorta che interagire tra noi era diventato all’improvviso una fatica enorme. Non ti bastava più che fossimo com’eravamo sempre stati, ma dovevamo per forza dimostraci i più simpatici, acuti, arguti, piagnoni, fotogenici, provocatori per poter riscuotere sempre più like, sempre più commenti. E per me che non sono mai stata particolarmente simpatica, acuta, arguta, piagnona, fotogenica o provocatrice (e nemmeno gattamorta, aggiungo) quello che fino a poco tempo prima era stato un piacere,  si è trasformato ad un tratto in un’inutile gara di popolarità, con tanto di ansia da prestazione. Da parte mia, certo, ma anche di tanti altri che vedevo dispiacersi quando nessuno notava i loro post o quando nessuno li commentava.<br />
Per fortuna, ho sempre avuto bene in mente il gioco dei ruoli tra noi due, così ho sempre accettato come regola di questo gioco il fatto che fosse statisticamente impossibile piacere o essere simpatica a tutti o che a qualcuno potesse non piacere quello che scrivevo o che lo potesse trovare noioso o risibile. Non è anche questo il bello dell’internet, in fondo?</p>
<p>Devo darti atto, però, caro Friendfeed, che la mia disaffezione non è dipesa da te in quanto piattaforma, anche se, a suo tempo, la storia del passaggio a Facebook destabilizzò parecchi animi. Hai avuto il (de)merito di diventare popolare e una massa di nuovi utenti si è aggiunta a chi c’era già.<br />
E io una parola su questi utenti novelli vorrei dirtela perché è anche a causa loro se hai smesso di essere quello che eri stato fino a un certo punto: divertente. Persone che ti consideravano un mezzo dove “per lo più si cazzeggia” che contributo potevano portare? E quelle che cercavano il flame a tutti i costi per poi denunciare i conseguenti linciaggi e le “logiche da branco” (ma per favore)? Le altre alla ricerca costante di un pubblico coglionamente plaudente? E quelle che si gettavano nella mischia senza considerare dinamiche di discussione radicate e preesistenti al loro arrivo e che erano tue proprie, caro Friendfeed?<br />
Le cose sono precipitate rapidamente: all’improvviso mi sono ritrovata senza più nulla da comunicare, proprio io, che avevo passato gli ultimi quindici anni a interagire online, anche se su media diversi. Ho smesso di postare mie foto perché non volevo dessero adito a fraintendimenti strani, vista l’aria che tirava. Dei fatti miei non ne parlavo già, se non in maniera generica, poi ho desistito del tutto: a chi potevano veramente interessare?</p>
<p>Le mie opinioni da utente normale, non marchettara, senza alcuna predisposizione per presenzialismo o promozione personale, le mie esperienze e contaminazioni in rete lunghe più un decennio, la mia insistenza a portare avanti un certo discorso di coerenza di pensiero potevano contare più delle fotine osé, della mancanza di leggerezza, ironia e buona fede?<br />
Risultato: non solo non avevo più nulla da aggiungere ma trovavo del tutto inutile anche solo provare a darmi la pena di condividere il contenuto altrui che trovavo degno di nota.<br />
È vero, probabilmente sono cambiata anch’io nel corso del tempo, non dico di no. Fortunatamente si cresce, si migliora o si peggiora, a seconda dei casi. Io, nello specifico, mi sono resa conto di un certo abbassamento  nella mia personalissima soglia di pazienza. Sono peggiorata, dunque; ho cominciato a trovare irritanti fenomeni che prima non avrei detto fastidiosi: le claque, tanto per fare un esempio; il poveraccismo di certi post, la provocazione ottusa di certi altri.<br />
E i piagnistei, le paolecaruso, le monique e i relativi terremoti, i concorsi a premi con quelli bravi di qua e i figli di un dio minore di là, gli sfigati e le reginette della festa, quelli che pensano di aver capito tutto e invece no, le groupie e gli sbavanti ad oltranza, chi vorrebbe e non può, quelli con le doppie e triple vite, quelli che non hanno mai superato i quindici anni di età, con la testa.<br />
Così è successo che dal non bloccare alcun utente perché “non si sa mai cosa può portare anche chi non mi piace e non seguo” (ti ricordi? Ne avevo fatto una specie di filosofia, insieme a quella cosa della serendipità come tuo punto di forza), sia passata negli ultimi dodici mesi  a una decina e più di blocchi, senza considerare gli spammer conclamati.<br />
Ci sarebbero state ragioni a sufficienza per lasciarti definitivamente, tanti lo hanno fatto per molto meno. lo sai. E d’altro canto non puoi non aver notato come tanti altri si siano man mano ritirati dalle conversazioni e siano divenuti meno attivi, quasi circospetti.</p>
<p>Nonostante tutto questo, però, non riesco ad andarmene. Un po’ per una questione di correttezza: non sarebbe giusto nei confronti di chi negli ultimi tre anni ha commentato i miei thread e nei confronti di quelli ai quali ho lasciato commenti nei loro; un po’ per quella mia cosa di continuare a credere in te in quanto mezzo eccezionale di condivisione. Vero, l’80% di quello che vedo è fuffa o del tutto trascurabile, ma rimane pur sempre quel 20% che mi fa resistere. Resistere, sì, ma in silenzio, anche se continuo a leggere articoli, post, interventi da occhio silenzioso, un po’ in disparte e al di fuori da ogni desiderio di polemica. Proprio io, che ho sempre trovato polemizzare piuttosto divertente.</p>
<p>Chiamala saggezza, se vuoi. O stanchezza. Per il momento è così (un momento lungo un anno, già). Chissà, potrei anche cambiare domani e ritornare ad essere quella che ero quando ci siamo conosciuti. Per ora questo ti dovevo: uno sfogo e una spiegazione.<br />
Buon anniversario, con immutato affetto.</p>
</div>
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		<title>Il post che dovevo scrivere e forse non pubblicare</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 10:07:39 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di come la parola &#8220;invidia&#8221; faccia parte del mio personale dizionario di parole insopportabili ho già scritto su questo blog.<br />
Più che altro mi sorprendo sempre di come persone che si ritengono  d&#8217;intelligenza superiore alla media possano poi ricondurre ogni critica  verso di loro all&#8217;invidia altrui. Perché cadono di continuo in questa  trappola? Ma davvero pensano che chi parla contro di loro sia invidioso e  non mosso magari da altro?<br />
Me lo chiedo perché gli invidiosi, quelli veri, raramente parlano e  dicono a voce alta, ma si limitano ad agire in modo sotterraneo e molto  poco plateale. Mi meraviglio anche di come persone che fondano molta  della loro vita, pure professionale, sul fatto di apparire sicure di se  stesse poi mandino il messaggio diametralmente opposto quando tirano  fuori dal loro cappello l&#8217;invidia del prossimo nei loro confronti. Alla  fine è proprio così: leggo &#8220;tutta invidia&#8221; e traduco automaticamente  &#8220;bambina/o insicura/o e superficiale che stringe i pugnetti e batte i  piedini per terra&#8221;.<br />
Oppure, come dice il mio amico Hardcore Judas: non è invidia, è rottura di cazzo. Fatevene una ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;ultimo fine settimana è stato per molti versi illuminante. Ho  capito che la solidarietà sociale, una certa visione di ciò che è giusto  e di ciò che non lo è,&nbsp; è anche qualcosa che respiri insieme all&#8217;aria  del posto in cui nasci e cresci. Te le spalmano sul pane assieme alla  Nutella quando sei bambino, le apprendi giocando sugli scivoli e le  altalene, ti vengono trasmessi dalle&nbsp; strade, dalla scuola, dalle  piccole esperienze di vita quotidiana, giorno dopo giorno.<br />
Dico spesso che sono stata fortunata a nascere dove sono nata. Ho  frequentato una scuola, quella vecchia, elementare, che è stata una  palestra di condivisione e di contatto con bambini che, nei primissimi  anni &#8217;70, provenivano da ogni parte d&#8217;Italia. In classe si parlava tutti  assieme e con accenti tutti diversi, nord e sud, est e ovest, isole  comprese.<br />
Posso dire di aver imparato proprio allora una certa visione del mondo:  gli altri, quelli che vengono da fuori non sono i nemici, non tolgono  nulla, non il posto di lavoro, non i diritti. Che ha molto più senso  lavorare insieme che divisi, che il razzismo, di qualsiasi genere,  soprattutto quello &#8220;illuminato&#8221; ma ugualmente sotterraneo e strisciante,  rappresenta più che altro uno spreco di energie e di occasioni, non uno  strumento di difesa.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">E poi ci sono le persone che vorrebbero farsi i fatti altrui, quelle  che soffrono di ficcanasismo cronico e incurabile, che non riescono  nemmeno a farlo con un minimo di onestà intellettuale ed eleganza.<br />
Non sono una maniaca della privacy, non ho veramente nulla da  nascondere, anzi, penso malissimo di chi è ossessionato dalla  riservatezza e impaurito dai pettegolezzi e dalle malelingue. So per  esperienza che a chi preme nascondere le cose è perché ha effettivamente  cose da nascondere. Non ho problemi, quindi, a parlare della mia vita  privata, entro certi limiti. Quando ho sentito il bisogno di farlo in  pubblico e per iscritto su internet, ho aggiunto una password di  protezione al post in questione; parlo di cose molto personali con  qualcuno, non affiggo i manifesti sulla pubblica piazza di Facebook, ma  continuo ad essere pubblicamente limpida circa i miei pensieri e  sentimenti.<br />
Così mi arrabbio quando ci sono persone che non conosco e non frequento  che non solo si sentono autorizzate ad indagare sui fatti miei in modo  subdolo e piuttosto ridicolo ma, non ancora contente, si sentono anche  in dovere di appiccicare etichette non richieste e del tutto fuori luogo  alla mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Chi si appresta a combattere certe battaglie, anche di principio,  deve avere come punto fondamentale quello della chiarezza e della  trasparenza. Altrimenti si rischia di trasformare tutto in una soap  opera ridicola sullo stile di &#8220;armiamoci e partite&#8221;. A proposito dei  diritti dei lavoratori: ero a Roma il 27, la manifestazione della CGIL  era intitolata &#8220;Il Futuro è dei giovani e del lavoro. Diritti e più  democrazia&#8221;. Non ho visto nessuno dei sostenitori delle proteste  &#8220;dal-basso-dell&#8217;internet&#8221;, solo la mia amica Giuliana, che per  l&#8217;ennesima volta non sono riuscita a incontrare.<br />
L&#8217;idealismo è un altro di quei principi nutritivi che mi sono stati  trasmessi assieme al pane e Nutella di cui dicevo sopra. Sabato  mattina,&nbsp; appena scesa dal bus con le mie bandiere, una signora, aprendo  il portone di casa,&nbsp; mi ha chiesto per cosa andavo a manifestare. &#8220;Per  il diritto al lavoro, allo studio e alla legalità&#8221;, ho risposto io. Mi  ha fissato per un paio di secondi e poi mi ha detto che tanto non cambia  niente.<br />
Io non so se cambierà qualcosa, ma intanto non voglio andare a dormire  ogni sera con la sensazione di non aver fatto nulla del tutto. Dico a  mio figlio di andarsene dall&#8217;Italia, io resto, non accetto e protesto.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ridondanza&#8221; è una parola che non mi è particolarmente antipatica per  come suona. È una parola che disegna esattamente quello che da qualche  tempo sopporto sempre meno: la sovrabbondanza di chiacchiere inutili, di  starnazzamenti senza grande&nbsp; significato, di una stanchezza,&nbsp; da parte  mia, di immergermi nei piagnistei, nella ricerca esasperata di  attenzioni, di pacche sulle spalle compiacenti, di vacuità. Mi manca la  leggerezza del cazzeggio disinteressato e sorridente, non sono fatta per  i palcoscenici e le associazioni di groupie entusiaste e rumorose che,  insieme all&#8217;invidia del mondo, sono sempre pronte a nascondersi dietro  il feticcio dell&#8217;autoironia.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri sera è morto Mario Monicelli, probabilmente molti questa dipartita se l&#8217;aspettavano da un momento all&#8217;altro.<br />
La sensazione che ho è quella di un altro pezzetto di cultura che se ne  va. È stato un uomo che ha avuto la fortuna di dare molto, di vivere a  lungo e di scegliere il come e il quando. Il mio pensiero va a chi non  riesce a farlo con altrettante libertà e dignità, in questo Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Vasco Rossi diceva, in un suo brano molto anni &#8217;80, che le canzoni  sono come i fiori. Parafrasandolo a mio comodo, dico che certi miei post  sono come la peggior gramigna: spuntano al di fuori di ogni  programmazione, infestano i miei pensieri e resistono a tutto, anche al  mio tentativo di non vederli pubblicati. Praticamente si pubblicano da  soli.</p>
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		<pubDate>Wed, 17 Nov 2010 19:33:54 +0000</pubDate>
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>16 novembre 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi giorni, la rete, o almeno quella parte di rete che anch’io abito, si è mobilitata attorno al caso di <a href="http://paolacars.tumblr.com/" target="_self">Paola Caruso</a>. Paola, giornalista precaria al Corriere della Sera, sabato scorso ha cominciato uno sciopero della fame (e della sete, abbandonato però in un secondo momento) per protestare e richiamare l’attenzione sul suo caso specifico di professionista sostituita dopo sette anni di contratti a tempo determinato e sulle condizioni dei precari in Italia, più in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono queste quel genere di battaglie nelle quali mi sono sempre buttata con entusiasmo e molto ottimismo, rispondendo a quello spirito di pasionaria che mi ritrovo e che non accenna a diminuire nonostante l’età. Ma non questa volta. Questa volta, mi sono limitata ad osservare, a leggere i messaggi sui vari social network &#8211; Twitter e Facebook in primis &#8211; leggere le interminabili discussioni, i commenti, le polemiche, senza intervenire a mia volta (cosa che mi è anche costata un po’ di fatica, lo ammetto).<br />
Non è per Paola, &nbsp;della quale rispetto le scelte, pur non condividendole e comprendo il senso di delusione e scoramento, ma per tutto il cucuzzaro che si è scatenato attorno alla &nbsp;sua storia. Effetto cercato, ovviamente, ma che ha messo in luce alcuni degli aspetti che mi piacciono meno dell’interazione in rete e con questo post intenderei proprio raccogliere alcune mie impressioni di questi ultimi giorni circa persone, personaggi e loro reazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è tanto agli amici di Paola che mi riferisco, genuinamente interessati al suo stato di salute e alle sue vicende umane e professionali, o a quelli che in buona fede hanno pensato di appoggiare la sua causa per simpatia e per spirito di giustizia, ma a quanti hanno cavalcato l’onda sollevata per opportunismo, per ritorno di visibilità, per farsi portabandiera di una battaglia che fino a due o tre giorni fa non si erano mai dati la pena di combattere. Per quegli scopi che io chiamo “politici della personalità”.<br />
Ho letto molto nelle ultime ore; tra le altre cose, alcuni post che ho trovato particolarmente offensivi. Secondo qualcuno la voglia di conoscere la vicenda con maggiore precisione o il fatto di porre domande &#8211; del tutto legittime &#8211; sui fatti &nbsp;è equivalso ad essere sostenitori dello sfruttamento del lavoro altrui, biechi schiavisti e succhiatori di risorse umane, se non addirittura dei <a href="http://www.webeconoscenza.net" target="_self">novelli Berlusconi</a>, con tanto di moraletta finale “<i>Non linko, non linko, cercate in rete i distinguo su Paolo Caruso, perchè sono gli stessi che stanno immobilizzando la società, la sinistra, e consegnando altri vent’anni a Berlusconi. Fanno come il PD: Mentre il popolo viola va in piazza, loro stanno a casa a scrivere sul blog</i>”.<br />
Abbastanza strano visto che tutto il clangore provocato dalla protesta è risuonato solo sui blog e scarsissime tracce ha lasciato altrove. Inutile dire che, anche a causa di post come quello sopra, il tutto si è trasformato in una lotta personale tra due schieramenti, che nulla ha a che fare con la difesa dei diritti dei lavoratori.<br />
Perché è proprio questo il punto: troppo facile condurre battaglie di questo tipo, &nbsp;che sono serie e importanti perché coinvolgono la vita &#8211; reale &#8211; della persone, a colpi di badge personalizzati e slogan sui social network. Troppo facile, e fuori luogo, farne un discorso destra/sinistra che era sbagliato e in mala fede fin dai suoi presupposti.<br />
Mi sono sentita profondamente offesa da chi ha scritto su Friendfeed che mai nessuno prima di Paola ha mai fatto veramente qualcosa per i precari e contro il lavoro precario, proprio come se la soluzione a una questione tanto spinosa avesse dovuto rivelarsi in questi ultimi quattro giorni e come se tutti quelli, tantissimi, che si sono battuti e che si battono ogni giorno da anni per i diritti dei precari, magari senza esserlo, fossero stati degli sciocchi, inutili perditempo. Gli stessi che da sempre &nbsp;protestano, manifestano, scioperano, rimettendoci il loro stipendio, di sicuro nemmeno tanto grasso, a fine mese e rischiando ogni volta, visti i tempi e al di fuori di ogni retorica, di tornarsene a casa con la testa rotta a manganellate.<br />
Ho sempre avuto l’idea che le battaglie contino sul serio quando è difficile buttarcisi dentro, quando ti impongono scrupoli di coscienza, quando richiedono costanza e vengono combattute per tutti allo stesso modo, ieri come oggi e come ancora domani. È il sacrificio che dà valore aggiunto, per quanto piccolo possa essere. Mi ricordo quando un giornalista autorevole come Alessandro Gilioli promosse uno sciopero dei blog contro l’allora decreto Alfano: non aderii allo sciopero perché ritenevo che scriverne sul mio blog personale non solo sarebbe stato più efficace, ma soprattutto perché mantenere il silenzio, quel determinato giorno, sarebbe stato per me molto meno impegnativo che mettermi a pensare a cosa scrivere, cercare di scriverlo bene e infine pubblicarlo. Se lo sciopero non costa, non è uno sciopero, ma una vacanza e analogamente se la protesta non ti costringe a fermarti e a fare quelle domande dettate dalla normale onestà intellettuale, non è una protesta ma un evento social, con buona pace di chi crede che le reazioni istintive, in special modo nell’era di internet, siano indice di maggiore libertà di espressione e <a href="http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2010/11/16/ecco-io-per-esempio-qualche-considerazione-a-margine-del-caso-caruso-e-dei-blog/" target="_self">portatrici di minori “obblighi morali” nei confronti dei lettori</a>.<br />
E pur presupponendo un linguaggio diverso da quello che le generazioni precedenti hanno impiegato fino a qui per rivendicare i loro diritti, ossia quello proprio del web, fatto di gruppi su Facebook, retwit, blogging e reblogging, mi chiedo: è possibile che la questione del precariato in Italia abbia meritato tutta questa attenzione solo grazie al gesto di Paola Caruso? Com’è possibile che molti di quegli utenti che fino a venerdì scorso avevo visto spesso gettare fango su chi lotta per la difesa del proprio e dell’altrui lavoro si siano trovati improvvisamente così tanto coinvolti “di pancia” nella vicenda di Paola Caruso, fino al punto di assurgerla a simbolo della speranza dei tanti precari?<br />
C’è qualcosa che stona in tutto questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche parola vorrei anche spenderla a proposito del metodo scelto da Paola per condurre la &nbsp;sua protesta. Ho scritto sopra che, pur rispettando le sue scelte personali, non condivido l’uso della sciopero della fame come “strumento” di lotta tout court. Sarà perché la prima volta che sentii parlare di “sciopero della fame” si trattava di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bobby_Sands" target="_self">Bobby Sands</a> e dei suoi compagni combattenti:&nbsp;ben altra storia, ben altre proteste, e mi è rimasto ben impresso fin da allora il senso di quanto grave ed estrema debba essere questa scelta e di quanto pesante sia il suo carico simbolico. Molto simile a quello di chi si dà fuoco sulla pubblica piazza, per esempio, o di chi si lascia morire in carcere perché non ha alcun’altra alternativa possibile di lotta.<br />
C’è inoltre l’aspetto sollevato da Alessandro Di Nicola su Friendfeed, ossia sul carattere profondamente ricattatorio dello sciopero della fame. Dice Alessandro (copio direttamente da Friendfeed un suo intervento): “<i>Non mi piacciono i ricatti morali e ho sempre criticato l&#8217;adozione dello sciopero della fame come strumento che, appunto, diviene ricattatorio nel momento stesso in cui fa diventare, con un forte automatismo, ogni questione una questione di vita o di morte, rendendo emotivamente indiscutibili gli assunti della scelta dello sciopero stesso</i>”. Niente di più vero, ne sono dimostrazione pratica, tra gli altri, i post che ho indicato sopra: chi ha osato fare domande è stato tacciato, nel migliore dei casi, di trombonismo narcisistico malato di potere, senza compiere quell’ulteriore, indispensabile passo per cercare (almeno) di comprendere che le prese di posizione valgono di più se accompagnate da chiarezza e verifica dei fatti.</p>
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		<title>Un po&#8217; più Venezia, un po&#8217; meno Camp</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 21:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono appena rientrata da tre giorni veneziani durante i quali ho cercato di mettere insieme una piccola vacanza e la mia partecipazione alla prima Geek Girls Dinner Nordest e al VeneziaCampo 2010. Se la parte della vacanza, della quale racconterò nel prossimo post,  è stata del tutto soddisfacente, non posso dire lo stesso per la parte
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono appena rientrata da tre giorni veneziani durante i quali ho cercato di mettere insieme una piccola vacanza e la mia partecipazione alla prima <em>Geek Girls Dinner Nordest</em> e al <em>VeneziaCampo 2010</em>.<br />
Se la parte della vacanza, della quale racconterò nel prossimo post,  è stata del tutto soddisfacente, non posso dire lo stesso per la parte &#8220;eventi&#8221; (uso questa parola solo per comodità di definizione in quanto, in realtà, non ho mai considerato questi appuntamenti degli happening particolari, ma occasioni per rivedere gli amici, conoscere nuove persone e imparare qualcosa in più): per una serie di ragioni e mio malgrado ho perso la Geek Girls Dinner e non posso nascondere una certa delusione per quanto riguarda la giornata finale del Camp, sabato 3 luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Confesso che a suo tempo mi ero iscritta a questo VeneziaCamp sull&#8217;onda dell&#8217;entusiasmo per quello molto riuscito dello scorso ottobre e sperando in una sua replica, se non per i contenuti,  almeno per quel tipo di atmosfera che si era creata e che così tanto aveva contribuito a rendere quel camp una bella esperienza di partecipazione e di incontro. Ieri, invece, ho trovato in parte altro.<br />
Come sempre, voglio specificare che di seguito parlerò di impressioni ed esperienze del tutto personali e che, di conseguenza, tutto deve essere preso considerando questa premessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo elemento che mi è parso &#8220;sbagliato&#8221; è stato quello della tempistica, non tanto per ragioni di temperatura, quanto per motivi logistici. Lo scorso VeneziaCamp si era svolto alla fine di ottobre e una sua replica a soli otto mesi di distanza ha stemperato il desiderio di partecipazione di molti che pure erano intervenuti allora; di sicuro si è rivelata una scelta sbagliata per affrontare certe tematiche, come &#8220;la scuola che funziona&#8221;, solo per citare un esempio: forse non era fatto notorio che ai primi di luglio si è nel pieno degli esami di Stato e che questo è un grandissimo ostacolo per la partecipazione di coloro i quali hanno in una scuola che funziona, i principali interessi: docenti e studenti.<br />
Perché io proprio a questi ultimi avrei dato e darei maggiore spazio. Nella scuola vengono portati avanti, nonostante tutte le numerose difficoltà, splendidi progetti che proprio in un Veneziacamp potrebbero ritagliarsi degnamente uno spazio per proiettarsi all&#8217;esterno.<br />
Questo conduce direttamente al secondo elemento strano: la totale mancanza di pubblico esterno, a parte tre turiste straniere che si erano perse e un paio di vigili del fuoco in servizio. Perché uno dei piaceri più grandi per chi segue o è appassionato di certi argomenti è quello di vedere la curiosità di chi non ne sa nascere poco a poco, rispondere alle domande, veder montare l&#8217;interesse. Ricordo lo scorso anno incontri con classi in visita, spettatori, partecipanti, discussioni estemporanee, anche nei momenti meno ufficiali del camp. Pochissimo di questo ho ritrovato quest&#8217;anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, la mia impressione generale è che al di là delle buone intenzioni e dell&#8217;impegno di chi ha lavorato per la sua realizzazione e di chi ha presentato gli speech, il VeneziaCamp abbia risentito di un clima fin troppo politicizzato e istituzionalizzato, fino a perdere del tutto il suo spirito originario e finendo con l&#8217;essere associato e confuso con altro che non dovrebbe essere<br />
Continuo a pensare, però, che di portarlo avanti ne valga la pena, auspicandomi, tuttavia, per le prossime edizioni una decrescita e un ritorno alle origini, un suo svincolarsi da certe filosofie che di certo non hanno pagato. Proprio in quest&#8217;ottica mi piace citare ad esempio <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/11/qualche-parola-sul-civiscamp-di-faenza/" target="_self">un altro camp</a>, meno importante, meno pubblicizzato, molto più raccolto ma infinitamente più stimolante e vivo. In fin dei conti, un camp generalista come questo di Venezia, potrebbe diventare davvero un contesto privilegiato per una infinità di contenuti, se solo si avesse il coraggio di compiere il passo successivo &#8211; o di ritornare sui propri passi, in questo caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro rammarico che, devo ammetterlo, ha molto a che fare con un certo mio idealismo che ancora e nonostante tutto tende a manifestarsi quando si tratta di persone, è stato dover arrendermi all&#8217;evidenza che per molti partecipare o meno a &#8220;eventi&#8221; di questo tipo è strettamente legato a un tornaconto personale che poco concorda con lo spirito di condivisione e confronto di esperienze, e molto con un certo marketing di se stessi, che nulla ha a che vedere con esperienze più o meno aziendali, più o meno tecniche, più o meno di innovazione.</p>
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		<title>25 aprile, Schegge di Liberazione, Resistenza e Voci di memoria</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 08:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-1668" href="http://www.diariosemistupido.it/2010/04/23/25-aprile-schegge-di-liberazione-resistenza-e-voci-di-memoria/postresistenti/"><img class="aligncenter size-full wp-image-1668" title="postresistenti" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/04/postresistenti.png" alt="" width="238" height="323" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo che segue è quello che ho scritto per  <a href="http://barabba-log.blogspot.com/2010/04/schegge-di-liberazione-un-ebook.html" target="_self">Schegge di Liberazione</a>. Lo ripropongo qui come mio post per il 25 aprile e per ringraziare <a href="http://barabba-log.blogspot.com/" target="_self">il Many</a> che ha organizzato il tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un racconto di fantasia ispirato ai fatti dell&#8217;epoca, non è la trascrizione dei ricordi di nonni e zii, è semplicemente il mio personalissimo percorso di memoria. Del resto lo dico anche nell&#8217;articolo: mi sono accorta di non riuscire ad inventare su questo argomento. Dopo numerosi tentativi, ho dovuto ammettere che era una specie di senso di colpa quello che sentivo, quasi che immaginare certi avvenimenti, io che non ho mai avuto veramente fame,  freddo, paura, fosse un atto irriguardoso nei confronti di chi allora si trovò a viverli. Il risultato lo potete leggere qui sotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così come me, tanti altri hanno aderito all&#8217;iniziativa Schegge di Liberazione. Tutti i post, i racconti, i pensieri, i disegni e perfino un  monologo teatrale sono stati raccolti in un e-book che potete scaricare <a href="http://www.miomarito.it/barabba/schegge_di_liberazione.pdf" target="_self">qui</a> e <a href="http://www.miomarito.it/barabba/schegge_di_liberazione_eco.pdf" target="_self">qui</a> (in una versione più &#8220;leggera&#8221; ed ecologica).</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo, in questa occasione, un appello a tutte le A.N.P.I., agli Istituti Storici della Resistenza, ai Centri Studi, ai Musei (tra i quali quello di casa mia,  Il Museo della Battaglia del Senio di Alfonsine), di liberare documenti in loro possesso.<br />
Diffondeteli, per favore. Aprite i vostri archivi, rendeteli disponibili alla consultazione in internet, pubblicateli in e-book, distribuiteli gratuitamente con le licenze Creative Commons. Fate in modo che le idee circolino e che siano sempre più visibili.<br />
Viviamo tempi cupi, oggi vietano &#8211; ancora una volta &#8211; &#8220;Bella ciao&#8221;, domani cos&#8217;altro? Mostrate a tutti di cosa furono capaci allora, fate in modo che i giovani ne siano orgogliosi.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Voci di memoria</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>per Schegge di Liberazione 2010</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È difficile raccontare storie di Resistenza per chi non l&#8217;ha vissuta. Per noi che siamo nati lontano da quegli anni si tratta perlopiù di fare esercizio di immaginazione. Non posso dire di non averci provato: ho trascorso ore e ore in compagnia di vecchi film sull&#8217;argomento &#8211; li preferisco a quelli più recenti -, da <em>Roma città aperta</em> a <em>Le quattro giornate di Napoli</em>, ma non riesco ad andare più in là del tentativo di immedesimarmi per empatia e di chiedermi &#8220;com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Per me, che a inventare storie non sono brava, è come cercare di rimettere insieme i frammenti di una lettera strappata: ci sono i ricordi dei nonni, le mie tante letture, le vecchie fotografie, anche quelle dei luoghi dove vivo e che riconosco, pur sembrando così diversi e lontani.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono i documentari che la televisione degli anni &#8217;70 trasmetteva più spesso di quanto non faccia ultimamente, con le immagini in bianco e nero di italiani dalle guance scavate e con abiti troppo larghi e gli applausi lungo i corsi delle città liberate. Ci sono le foto di chi non poté festeggiarla la Liberazione e le centinaia di lapidi sparse nelle province d&#8217;Italia a tener conto dei nomi dei morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono poi i miei luoghi della memoria, piccoli e personalissimi: gli alberi lungo un bel viale a Bassano del Grappa, con i nomi dei partigiani che lì vennero impiccati; il cimiterino sull&#8217;Appennino con le piccole targhe commemorative attaccate ai muri di mattoni rossi, i monumenti ai martiri della mia città, Ravenna.<br />
Avrei voluto raccontare della mia terra e della sua Resistenza, tra le valli e le pinete di casa mia. Avevo pensato a storie minime di uomini e di donne, ché sono quelle che mi piacciono di più e che più si prestano a questi luoghi fatti d&#8217;acqua, di nebbia e di gente schietta. Mi sono accorta che per quanto scrivessi, per quanto tentassi di mettere insieme le parole, non riuscivo a restituirle come volevo. Come potevo rendere il terrore per i rastrellamenti e le rappresaglie nell&#8217;estate del &#8217;44 o i giorni di quell&#8217;autunno terribile di pioggia e di fango?  Non riesco a inventare su questo e non posso riportare le esperienze altrui senza correre il rischio di sminuirle, perché è facile per chi non c&#8217;era cadere nella pomposità e nella retorica da commemorazione, nei discorsi altisonanti ma in fondo sempre un po&#8217; vuoti di chi ha avuto la fortuna di nascere che la guerra era finita da più di vent&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Così ancora una volta ho preferito lasciar parlare chi c&#8217;era.<br />
Dal 1997, un libro trovato e letto quasi per caso è diventato uno dei miei più cari, quello che racchiude le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. È tutto lì dentro il significato del 25 aprile, nelle loro parole più intime, private e sincere, quelle non destinate a un pubblico postero ma alle persone amate, incise sui muri delle prigioni, scritte di fretta su fogli abbandonati lungo i sentieri, in lettere scarabocchiate a mogli, figli, compagni di battaglia e madri, spesso tracciate reggendo il lapis con le mani ferite e le ossa spezzate dalle torture, affidate a sconosciuti con fede e speranza. Quelle stesse parole che tanti altri hanno solo potuto recitare in silenzio o gridare negli ultimi istanti.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni anno faccio parlare Cesare Dattilo dal carcere di Marassi a Genova, e me lo immagino con gli occhi vivaci a ventitré anni, battuto ma non vinto che si preoccupa dell&#8217;opinione che la fidanzata e la famiglia di lei possano avere di lui: &#8220;<em>I tuoi genitori sono al corrente di noi due? Certamente si faranno un brutto concetto di me, sapendomi a Marassi. Capirai, un fidanzato in prigione. Ma sappi Nucci, che non ho nulla da pentirmene per il motivo di cui mi trovo a Marassi</em>&#8220;; Leone Ginzburg da Regina Coeli che scrive d&#8217;amore e speranza alla moglie Natalia: &#8220;<em>Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone attorno a me (e qualche volta io stesso), perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza, di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori, scriva e sia utile agli altri. (&#8230;) Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero Natalia</em>?&#8221; Faccio parlare le donne, le madri come Paola Garelli di Savona e la vedo torcersi le mani mentre pensa alla sua bambina affidata agli zii: &#8220;<em>Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo</em>&#8220;. Gli operai, i contadini, gli intellettuali, gli studenti. Faccio parlare tutti loro e taccio io, perché le mie parole potrebbero essere d&#8217;intralcio, filtrate da una realtà che quella realtà riconosce a fatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi siedo, chino la testa e ascolto. A volte piango ancora, e lo ammetto a fatica, nonostante quelle lettere le abbia lette e rilette nel corso degli anni. E raccolgo il testimone, che non è solo quello di mantenere vivo il ricordo di quello che fu la Resistenza, e di rinnovarne i valori, ma soprattutto quello di fare una scelta anche a nome di chi allora non la fece e di quelli che ritengono di non scegliere ora &#8220;perché sono fatti lontani&#8221;, &#8220;la guerra è finita da sessantacinque anni&#8221;.<br />
È un po&#8217; come riannodare il filo di un discorso iniziato in quei giorni, guardare mio figlio e pensare che tanti alla sua età si trovarono coinvolti in quell&#8217;evento straordinario così più grande di loro. Come si resiste a vent&#8217;anni a 36 ore ininterrotte di tortura?  Come si nasce e si cresce nella repressione, nei diritti civili cancellati, nelle libertà individuali calpestate? E come si può, nonostante tutto, negli ultimi giorni o perfino minuti che rimangono prima di morire, non avere un dubbio, un ripensamento sulla bontà delle decisioni prese?</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Com&#8217;era viverla veramente&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Le risposte le ritrovo ogni volta tra le pagine delle &#8220;Lettere&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Faccio mio quanto mi scrisse un caro amico, proprio per il 25 aprile di due anni fa: “Forse dovremmo cominciare a non dare più per scontato cosa ricorre il 25 aprile. È triste anche solo pensare che non bastino più quelle due parole per indicare qualcosa che a noi sembra così notorio da essere pleonastico aggiungere che si tratta dell’anniversario della liberazione dal nazifascismo.<br />
Il rischio in caso contrario e che si trasformi in festa di riconciliazione e di ricordo di tutti i morti (anche fascisti), che diventi una sorta di nazional-popolare “volemose bene” e che lo diventi, prima ancora che con legge, nella percezione che ne hanno gli italiani. Se corriamo questo rischio, lo dobbiamo anche ad una certa “sinistra” che, tra scopi personali da perseguire e insipienza politica, sembra non capire che così facendo scava il terreno su cui poggia la nostra Costituzione.<br />
E allora lo prendo come un proposito per il futuro: ricordare – ché i ricordi non sono solo personali, ma collettivi – quegli anni, ricordare quei fatti, ricordare quei morti e quei feriti, proprio ora che per motivi anagrafici i testimoni diretti diventano ogni anno sempre meno numerosi. Grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi non abbiamo bisogno di fucili per resistere alla barbarie; ci bastano le parole e dovremmo sentirci moralmente costretti ad usarle non fosse altro che per rispetto verso coloro che hanno rischiato e pagato prezzi altissimi per darci la possibilità di adoperarle, le parole”.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Caro professore,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>la mattina del giorno 11.5.44 il destino ha segnato per me la fine. Io, come sai, sono sempre forte come sono state forti le mie idee. Spero che il mio sacrificio valga per coloro i quali hanno lottato per le stesse idee e che un giorno possa essere il vanto e la gloria della mia famiglia, del mio Paese e degli amici miei.<br />
Voi che mi conoscete potete ripetere che il mio carattere si spezza e non si piega. Abbiatemi sempre presente in tutti i Vostri lavori e specialmente in tutte le opere che compirete per il bene della Patria così martoriata.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Muoia tutto &#8211; Viva la nostra Italia.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tuo aff. Peppino Testa</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">(Giuseppe Testa, 19 anni. Da &#8220;Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 &#8211; 25 aprile 1945&#8243;. Einaudi.</p>
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		<title>Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 19:45:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per chi si occupa anche solo marginalmente di web, la notizia del giorno ieri è stata quella della sentenza che ha decretato la condanna a sei mesi di reclusione per tre dirigenti Google, con la motivazione di aver violato la privacy  e per non aver impedito la diffusione di un video su un episodio di
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per chi si occupa anche solo marginalmente di web, la notizia del giorno ieri è stata quella della sentenza che ha decretato la condanna a sei mesi di reclusione per tre dirigenti Google, con la motivazione di aver violato la privacy  e per non aver impedito la diffusione di un video su un episodio di bullismo ai danni di uno studente autistico in un istituto tecnico di Torino.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene molti credono che al termine di tutto l&#8217;iter giudiziario (i tre manager hanno già presentato appello) la sentenza sarà comunque cassata, questa non fa altro che facilitare il compito di quanti negli ultimi tempi stanno cercando in tutti i modi di limitare, controllare e censurare i contenuti del web. La sentenza di Milano produce il risultato di confondere le acque, sposta l&#8217;attenzione del grande pubblico dalla responsabilità personale al mezzo,  che di per sé è neutro, trasformandolo in complice. Esattamente come se un fornitore di linea telefonica venisse condannato perché correo delle molestie di un eventuale stalker.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono convinta che chi non conosce le dinamiche della comunicazione in rete, e quindi la maggioranza della popolazione e dell&#8217;opinione pubblica di questo Paese, sta plaudendo alla sentenza del tribunale di Milano; fin troppo facile assegnare l&#8217;etichetta di &#8220;cattivo&#8221; a chi ha permesso che un video del genere venisse pubblicato.<br />
Purtroppo, in Italia, non so se per ragioni storiche o per una specie di difetto congenito, è molto difficile non cadere nelle trappole delle reazioni di pancia e nella tentazione di voler soffocare a tutti i costi ciò che spesso non si comprende; il tutto spesso accompagnato dalla malafede di alcuni organi di informazione più tradizionale. Non è cosa da poco questa, in un Paese che risulta essere tra gli ultimi in Europa per quanto concerne investimenti di settore e uso di internet.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1372" title="160198015_d68500f151" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/02/160198015_d68500f151.jpg" alt="160198015_d68500f151" width="500" height="339" /></p>
<p style="text-align: center;">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/markcoggins/160198015/sizes/m/" target="_self">Mark Coggins</a></p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;estero le reazioni non si sono fatte attendere. La parola &#8220;Italy&#8221; ieri ha fatto tendenza e non in maniera positiva.<br />
Tutte le maggiori testate, dalle più autorevoli a quelle più specializzate, ne hanno parlato in prima pagina. Tutte pongono l&#8217;accento sulla gravità di creare un tale precedente, anche in ambito europeo, sulle indubbie ripercussioni politiche ed economiche, sul dubbio legittimo che in Italia possa non esistere più una vera libertà di espressione. Se ogni piattaforma, se ogni social network sarà costretto a misure drastiche per il controllo dei contenuti che gli utenti intendono condividere, solo in due modi potrà farlo: decidendo di abbandonare del tutto il mercato italiano o introducendo strumenti di controllo analoghi a quelli attualmente in uso in Cina o in Iran.<br />
A voler ben guardare, già si avvertono alcuni cambiamenti nell&#8217;aria che si respira tra gli addetti ai lavori: c&#8217;è una maggiore preoccupazione, una nuova ritrosia nel buttarsi e investire in nuovi progetti, una cautela esasperata nel voler evitare guai legali (e <a href="http://www.diariosemistupido.it/2010/02/15/wordpress-com-un-brutto-caso-di-censura-preventiva/" target="_self">il caso di Sybelle e WordPress</a> ne è un esempio)</p>
<p style="text-align: justify;">E dire  che risale solo all&#8217;inizio di febbraio <a href="http://it.reuters.com/article/internetNews/idITMIE61307020100204" target="_self">la notizia di una sentenza</a> che va esattamente nella direzione opposta. La questione riguardava un internet provider e la violazione del diritto d&#8217;autore in Australia, vicenda dai presupposti diversi quindi, ma che ha messo in evidenza il fatto che chi fornisce un servizio  non deve diventare un organo di polizia che applica misure di controllo preventivo sugli utenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il caso Google, il nodo è difficile da sciogliere in quanto molti fattori entrano in gioco, non per ultime le motivazioni della sentenza che saranno rese pubbliche solo tra qualche settimana. A me pare che il punto focale però sia solo uno ossia che mancando una vera cultura della rete si tenda ad equiparare servizi come Google non a delle bacheche globali e aperte sulle quali il controllo non solo è problematico ma anche e soprattutto non auspicabile, ma a delle testate che producono contenuti propri e quindi soggette a precise leggi e regolamenti. In poche parole: Google non è una testata giornalistica, non ha una sua &#8220;linea editoriale&#8221;, non dispone di una redazione, non si limita a precisi confini geografici. È una piazza, un contenitore di servizi messi a disposizione di quanti intendono avvalersene sottoscrivendo alle policy d&#8217;uso. Sono gli utenti, quindi, che devono mettere in atto quelle azioni atte a mantenere il tutto nell&#8217;ambito della legalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace pensare che ognuno debba essere in grado di prendersi le responsabilità di quello che fa. Mi piace molto meno l&#8217;idea di organi &#8211; statali o privati &#8211; che si arrogano il diritto di decidere a priori che cosa si possa pubblicare o meno.</p>
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		<title>John Ashfield e WordPress.com: un brutto caso di censura preventiva</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 19:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Segnalo questo caso anche io perché ritengo gravissimo quanto accaduto. I fatti, in poche parole, sono questi: Arianna Cavazza (Sybelle) sul suo blog analizza la campagna pubblicitaria di John Ashfield, esprimendo opinioni strettamente tecniche e del tutto personali sulla stessa (si chiama questa, per chi non lo sapesse, libertà di espressione). Succede quindi che qualcuno,
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Segnalo questo caso anche io perché ritengo gravissimo quanto accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti, in poche parole, sono questi: <a href="http://altezzosa.wordpress.com/" target="_self">Arianna Cavazza (Sybelle)</a> sul suo blog analizza la campagna pubblicitaria di John Ashfield, esprimendo opinioni strettamente tecniche e del tutto personali sulla stessa (si chiama questa, per chi non lo sapesse, libertà di espressione).</p>
<p style="text-align: justify;">Succede quindi che qualcuno, non contento del post o di qualche commento ricevuto, lo segnali a <a href="http://wordpress.com/" target="_self">WordPress.com</a>, piattaforma che ospita il blog di Sybelle, e ne chieda la rimozione. Senza che all&#8217;autrice venga notificato nulla, l&#8217;articolo in questione scompare, insieme a tutti i commenti ricevuti e senza che a Sybelle venga notificato alcunché, nemmeno sulle ragioni che hanno portato WordPress.com a decidere in tal senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Copio sotto il post incriminato, perché chi legge possa giudicare se si tratti effettivamente di qualcosa di offensivo o semplicemente, come io ritengo, di una recensione del tutto normale;  <a href="http://209.85.135.132/search?q=cache:9RVvanrV_5sJ:altezzosa.wordpress.com/2009/04/05/john-ashfield-adv-pleeease/+altezzosa+john+ashfield&amp;cd=1&amp;hl=it&amp;ct=clnk&amp;gl=it&amp;client=firefox-a" target="_self">qui</a>, invece, è possibile leggere anche tutti i relativi commenti.</p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><span style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; vertical-align: baseline; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; padding: 0px; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em><strong>John Ashfield  ADV: pleeease!</strong></em></span></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Quando scrivo di qualcosa che non mi piace so essere particolarmente acida.<br />
Questa è una di quelle occasioni.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Parliamo delle campagne stampa di John Ashfield che mi sorbisco costantemente in quanto lettrice di XL.<br />
Compro il voluminoso giornale e mi ritrovo a fissare quelle che possono esser catalogate tra le più sgraziate pubblicità mai viste.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>John Ashfield è una marca d’abbigliamento che s’appoggia su una ben costruita brand image: produce un vestiario (e relativi accessori) che si rivolgono a un pubblico giovane, tra i 23 e i 35 anni (secondo la mia percezione) rievocando l’atmosfera dello sport, in particolare del cricket e del golf.<br />
Quindi viene in mente Londra, i tornei tra prati verdi perfettamente tagliati e una certa noblesse d’animo.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Niente male per un’azienda della provincia di Forlì e Cesena, insomma.<br />
Quando ho scoperto questo piccolo particolare mi son meravigliata.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Non apprezzo molto lo stile che questa marca propone, un casual sui toni del blu, del beige e del verde, ma ammetto d’esser affascinata da certe iconografie (come l’uso di stemmi) e dalle camicie dai sobri ma inconsueti dettagli, cose che John Ashfield mostra in ogni collezione.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>Comunque, torniamo alle campagne stampa.<br />
Questo mese sulla quarta di copertina di XL si può ‘ammirare’ la pubblicità in questione della collezione primavera/estate 2009.<br />
Rappresenta due modelli (sempre gli stessi da qualche stagione) su un campo da golf.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; text-align: center; margin: 0px;"><img class="aligncenter" style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; vertical-align: baseline; max-width: 492px; margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; padding: 3px; border: 1px solid #dcdcdc;" title="john" src="http://wol.ly/wp-content/uploads/john.jpg" alt="" width="310" height="413" /><em><br />
Rabbrividisco.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em>1) Le fotografie dei modelli non sono a fuoco. Oltretutto le loro figure sono scontornate male. E la sovrapposizione del ragazzo sulla ragazza è pessima: si vede che non son stati fotografati insieme: lei pare sproporzionata rispetto a lui;<br />
2) Che razza di fotografia hanno scelto come sfondo? Siamo in Svizzera? Cosa sono quelle casette che si vedono a sinistra? Le luci inoltre non combaciano: mentre i modelli son illuminati da riflettori frontali, nella fotografia di sfondo il sole cade da destra. Insomma, gli elementi si fondono alla grandissima! Eh!<br />
3) Che espressione ha il modello? Terrorizzata? E’ colto di sorpresa? Sempre meglio della modella che pare pensare ‘Che ci sto a fare qui?’.<br />
4) Marchio e logo. Penso siano stati realizzati con Paint, più o meno. Kitch a dir poco. Il font usato, oltretutto, è stra-usato e non centra assolutamente niente.</em></p>
<p style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: transparent; color: #737373; font-family: Helvetica, Arial, Verdana, 'Lucida Grande', sans-serif; outline-width: 0px; outline-style: initial; outline-color: initial; padding-top: 7px; padding-right: 0px; padding-bottom: 7px; padding-left: 0px; vertical-align: baseline; font-size: 13px; line-height: 1.25em; text-shadow: #ffffff 0px 1px 1px; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; margin: 0px; border: 0px initial initial;"><em><strong>Signor John Ashfield, please!<br />
Change!</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo uno scambio di email nelle quali Sybelle chiedeva spiegazioni &#8211; mai ricevute &#8211; l&#8217;unica indicazione da parte di WordPress.com è stata quella di contattare la persona che si è lamentata del suo post e di cercare di sistemare la questione; in caso contrario sarà consigliato a questo utente di rivolgersi al tribunale.  La vicenda è a dir poco kafkiana: Sybelle non sa chi sia questa persona e non conosce modo per poterla raggiungere. All&#8217;assurdo si aggiunge la gravità: WordPress.com si è arrogata il diritto di intervenire censurando un post e relativi commenti a totale insaputa della sua autrice, togliendole, in pratica, ogni diritto di replica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, mancando indicazioni chiare e trasparenti da parte di WordPress.com, è impossibile stabilire che cosa abbia disturbato chi si lamenta. Il post di Sybelle ha un tono molto garbato, il che lascia presumere che qualcuno potrebbe non essere stato contento di quanto espresso in uno o più commenti all&#8217;articolo. E se fosse questo il caso, perché non contattare l&#8217;autrice e chiedere la rimozione soltanto degli eventuali commenti contrari alle policy di WordPress.com?</p>
<p style="text-align: justify;">Rimaniamo in attesa di aggiornamenti, ma di sicuro WordPress.com non esce bene da questa storia, soprattutto visto la tradizione della quale si pregia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Aggiornamento del 16/02/10</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo ore di vani tentativi, Sybelle ha finalmente ricevuto una risposta: &#8220;Da WordPress mi hanno scritto una cosa tipo &#8220;Ciao, dovresti contattarli  qui immagino&#8221; e poi c&#8217;è un link al sito di John Ashfield con i contatti  di uno di John Ashfield. (rimane sempre la questione: come avrei dovuto  sapere che erano stati loro? Comunque ora lo so. Bene&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">A me rimane la curiosità di sapere di preciso che cosa abbia infastidito tanto i responsabili di John Ashfield per spingerli ad un intervento tanto drastico nei confronti del post di Sybelle.<br />
È evidente che, a prescindere dal risultato ottenuto nell&#8217;immediato (la rimozione dell&#8217;articolo), in una prospettiva di più ampio respiro John Ashfield risulta perdente su tutta la linea in quanto a strategia di comunicazione e di gestione della sua web reputation.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff0000;">Aggiornamento del 17/02/10</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;">In data odierna Sybelle ha ricevuto risposta da parte di John Ashfield (nessun nome e cognome di responsabile, la mail è proprio solo siglata con il nome del marchio). La incollo qui sotto, mentre questa è <a href="http://friendfeed.com/marcomassarotto/e45dd93e/pare-che-wordpress-abbia-censurato-un-post" target="_self">la discussione in FriendFeed</a> in cui appare in copia, sempre da parte di un utente &#8220;John Ashfield&#8221;:</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lettera aperta ad Arianna alias Sybelle Gentile Sig.ra Arianna, Le scriviamo in merito al Suo blog relativo al nostro marchio John Ashfield per cercare di spiegarLe la motivazione per la quale riteniamo che WordPress abbia assunto tale provvedimento. Sicuramente il Suo articolo, criticante la qualità di una sola nostra pagina, confrontato all’intero programma pubblicitario che appare annualmente sulle maggiori testate giornalistiche, non avrebbe causato alcun risentimento da parte della nostra azienda poiché siamo aperti a qualunque critica costruttiva, purchè, si spera, fatta da persona con le dovute competenze tecniche e specifiche del settore. Quello che invece riteniamo inaccettabile sono, tra i commenti al Suo articolo, le affermazioni diffamanti , che nulla hanno a che fare con la Sua critica, perchè prive di alcun fondamento e non corrispondenti al vero e fortemente lesive della nostra immagine di qualità del marchio John Ashfield, immagine che abbiamo sempre cercato di curare ai massimi livelli in 30 anni di attività. Basti vedere i risultati ottenuti dal nostro brand a livello internazionale. Come Lei ben saprà, c’è una differenza sostanziale tra “critica” e “diffamazione”, e sicuramente la nostra azienda non può rimanere impassibile davanti a certe affermazioni che sappiamo false con certezza. Lei stessa, essendo la creatrice della pagina del blog, avrebbe dovuto e potuto filtrarLe, rimuovendo quelle che sono palesemente offensive del nostro marchio. Sicuramente WordPress, oscurando l’intero blog, ha interpretato in senso allargato il nostro reclamo relativo alla rimozione dei soli commenti diffamanti, reclamo che, in buona fede, non abbiamo pensato di inviare a Lei, non avendo trovato i Suoi riferimenti, ma direttamente all’hoster. Con la speranza di averLe chiarito la nostra posizione, siamo certi che Lei si renderà conto del danno di immagine che ci è stato causato prima dai commenti contenuti nel Suo blog, e tutt’ora dalla campagna diffamante scatenatasi dalla errata interpretazione del provvedimento assunto da WordPress. Chiediamo quindi anche a Lei di attivarsi affinchè questa situazione rientri nei canoni di una normale e civile discussione in rete. In attesa di un Suo positivo riscontro, Le inviamo i nostri cordiali saluti. John Ashfield- </em><a style="color: #555599; text-decoration: none;" href="http://friendfeed.com/johnashfield"><em>John Ashfield</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">La mail lascia più di qualche dubbio. Prima di ogni altra cosa, la firma: di solito, per le comunicazioni ufficiali, si usa firmare la corrispondenza (sì, anche le email) con nome e cognome di un responsabile. Firmare con &#8220;John Ashfield&#8221; assegna a questa risposta un valore molto vicino allo zero, anche dal punto di vista legale.<br />
Secondo, i riferimenti per i contatti sul blog di Sybelle sono chiaramente visibile e quindi è molto facile trovarli. Checché ne dica il sig. John Ashfield (?).</p>
<p style="text-align: justify;">Terzo, e queste sono perplessità solo mie: il seguente passaggio della mail &#8220;<em>siamo aperti a qualunque critica costruttiva, purchè, si spera, fatta da persona con le dovute competenze tecniche e specifiche del settore&#8221; </em>vuole significare che la campagna pubblicitaria è criticabile solo da chi abbia competenze tecniche e specifiche nell&#8217;ambito pubblicitario? Se fossi stata io e non Sybelle a scrivere un articolo di critica su quella pagina sarebbe stato quindi giusto attaccarmi perché non ho alcuna qualifica nel settore?<br />
E ancora: quale campagna diffamante? Nei vari blog si è solo ripreso il post originario di Sybelle e preso atto dell&#8217;oscuramento del suo post con le modalità che sappiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ultima curiosità: come si concilia quanto scritto sul sito di John Ashfield <a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">&#8220;</a><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">Le nostre stoffe sono ancora prodotte artigianalmente in </a></em><strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">Irlanda</a></em></strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self"> e </a></em><strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">Scozia</a></em></strong><em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self"> da chi non ha mai abbandonato l&#8217; uso dei vecchi telai</a></em><a href="http://www.johnashfield.com/2008/istit.asp?page=aboutus" target="_self">&#8220;</a>, con <a href="http://www.ciseonweb.it/ebusiness/visual/azienda.jsp?CF=CLLNDR52M03F097Z&amp;home=/ENG/ebusiness/searchpage.htm?search" target="_self">questo</a> &#8211; come si fa giustamente notare nella discussione in FriendFeed?</p>
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		<title>Egotismi vari ed eventuali</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 19:44:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno degli aspetti peggiori dell&#8217;essere italiani è il retaggio del &#8220;lei non sa chi sono io&#8221;. Magari non sono più in molti a dirlo, ma sotto sotto e nemmeno tanto nascostamente, sono in molti a pensarlo. Quando ci penso io, mi tornano alla mente certi film degli anni &#8217;50, quei ritratti dell&#8217;italietta del dopoguerra con
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti peggiori dell&#8217;essere italiani è il retaggio del &#8220;lei non sa chi sono io&#8221;. Magari non sono più in molti a dirlo, ma sotto sotto e nemmeno tanto nascostamente, sono in molti a pensarlo. Quando ci penso io, mi tornano alla mente certi film degli anni &#8217;50, quei ritratti dell&#8217;italietta del dopoguerra con il cummenda, il palazzinaro, la servetta e l&#8217;immancabile onorevole che appunto tutti erano tenuti a sapere chi fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">Certe cose sono dure a morire. In tanti sembrano avere buone ragioni per salire su un piedistallo &#8211; anche se alto pochi centimetri &#8211; dal quale guardare chi sta più in basso. Basta diventare mediamente popolari per trasformarsi in una Vanda Osiris che scende la scala, nella convinzione radicata che popolarità significhi sempre importanza.<br />
Altro aspetto del fenomeno è lo strano birignao della prima persona plurale, a sottolineare l&#8217;appartenenza a una élite: noi artisti, noi giornalisti, noi guru. Insomma il caso classico della miss di provincia che si rivolge al suo pubblico cominciando ogni frase con &#8220;noi attrici&#8221;. O quello di un noto scrittore di romanzi gialli che dopo la pubblicazione del suo primo libro si atteggiava a maître à penser dell&#8217;intellighenzia italica, salvo poi dare in escandescenze ad ogni critica &#8211; legittima &#8211; appellandosi alla solita invidia che il prossimo dovrebbe provare nei suo confronti.<br />
O ancora, di chi, per dirla con parole di sordiana memoria, io so&#8217; io e voi non siete un cazzo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1256" title="4. gdp-spettac1-10" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2010/01/4.-gdp-spettac1-10.jpg" alt="4. gdp-spettac1-10" width="292" height="400" /><br />
Immagine da internet</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Sarò fuori standard, ma trovo certi atteggiamenti imbarazzanti e vagamente comici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella nostra lingua esistono parole che non vengono più usate spesso, ma che varrebbe la pena riscoprire, &#8220;sobrietà&#8221;, per esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un valore per educande dei bei tempi andati, ma un modo di essere che dovrebbe essere trasmesso ed insegnato e che tanti dovrebbero fare proprio. È una parola che, guarda caso, fa rima con dignità e che si accompagna bene al senso della misura, alla concretezza della sostanza invece che alla forma. La sobrietà è quella che non ama i toni urlati, il presenzialismo esasperato, l&#8217;ostentazione forzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere sobri non significa essere modesti nel senso deleterio del termine, ossia essere sobri non corrisponde a essere falsamente modesti, la falsa modestia è un inganno alla fine. Non corrisponde nemmeno ad una certa ritrosia o, addirittura, a una certa povertà di spirito, come tanti sembrano ritenere. Conosco persone brillantissime, con belle teste pensanti, ma che sono ugualmente molto sobrie. Alcune di queste hanno un senso dell&#8217;umorismo fulminante e dissacrante ma non cedono a sbrodolamenti fuori luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dovessi fare un paragone, direi che la sobrietà si accomuna a un vecchio maglione di pura lana, magari un po&#8217; liso sui gomiti, ma sempre elegante, caldo, pieno di classe e che racconta qualcosa di chi lo indossa, senza mai gridarlo.</p>
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		<title>aNobii: quando pubblicità non fa rima con comunità</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 09:06:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di aNobii avevo già scritto in passato, sempre mettendo in evidenza quello che ritengo essere il suo vero punto di forza: la comunità dei suoi utenti. aNobii, si sarà capito, è, nel social web, uno dei miei &#8220;luoghi&#8221; di riferimento, non tanto per la catalogazione dei libri, quanto per tutto quello che attorno ai libri
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di <a href="https://www.anobii.com/login" target="_self">aNobii</a> avevo già scritto in passato, sempre mettendo in evidenza quello che ritengo essere il suo vero punto di forza: la comunità dei suoi utenti.</p>
<p style="text-align: justify;">aNobii, si sarà capito, è, nel social web, uno dei miei &#8220;luoghi&#8221; di riferimento, non tanto per la catalogazione dei libri, quanto per tutto quello che attorno ai libri ruota. Registrare e tenere il conto dei miei volumi inserendoli nello scaffale virtuale è stato solo il punto di partenza. Quello che fin dall&#8217;inizio mi ha appassionato è stato il resto: avere la possibilità di scoprire nuovi autori, nuovi generi, altri lettori con i quali confrontarsi, non necessariamente solo di letture. Compiere il passo seguente è stato del tutto naturale: organizzare degli incontri  di persona, fare cose insieme, trasformare la vita di comunità virtuale in vita in carne e ossa.<br />
Su aNobii ho incontrato persone belle, amici che occupano uno spazio importante della mia vita. Tanti si sono conosciuti, innamorati, hanno intrecciato relazioni amicali, vinto la solitudine, organizzato viaggi, offerto ospitalità e punti di riferimento a chi cambiava città, casa e lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui nulla di nuovo, presumo succeda anche in altri ambiti.<br />
Quello che rende aNobii diverso da ogni altro servizio del web 2.0 (anche se lo stesso concetto può essere applicato a tutti quei servizi che si propongono di realizzare qualcosa che poi può essere usato da altri utenti, come Wikipedia) è il fatto che questo spirito sia stato trasferito anche a diversi aspetti tecnici della piattaforma. Tutta la gestione dell&#8217;inserimento dei libri è svolta da sempre a titolo completamente gratuito da una manciata di volontari, quelli che tutti conoscono come &#8220;librarian&#8221;. Centinaia e centinaia di ore, giornate intere, senza sabati, né domeniche, né altre feste comandate passati ad esaminare, controllare e correggere  schede di libri. Lo stesso dicasi per l&#8217;&#8221;help desk&#8221; che per lo più viene svolto dagli utenti per gli utenti: quando qualcuno non capisce come funziona il tutto &#8211; perché non c&#8217;è scritto da nessuna parte &#8211; ma, soprattutto, quando c&#8217;è bisogno di verificare se un libro sia già presente o meno nel database, basta postare una richiesta di aiuto nell&#8217;apposito gruppo o mandare un messaggio a un librarian per ottenere una risposta pronta ed esaustiva. Un lavoro titanico che si può svolgere solo se spinti da una reale passione per i libri e per il &#8220;luogo&#8221; aNobii, e tutto nonostante i gravi problemi tecnici che da sempre affliggono la piattaforma.</p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Posso quindi affermare senza timore di essere smentita che aNobii è cresciuto soprattutto grazie ai suoi utenti,  i quali, nonostante le promesse di miglioramento spesso mancate, hanno continuato a lavorare, a condividere esperienza e a credere nel valore di questa comunità.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-1019" title="anobiihome" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2009/09/anobiihome2-1024x458.jpg" alt="anobiihome" width="507" height="226" /></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ora succede che da qualche giorno molti stanno ricevendo una mail in cui si annuncia che alcune loro recensioni sono state selezionate per far parte di un volume edito da Rizzoli i cui proventi saranno devoluti in beneficenza.  Nella stessa mail si chiede  una autorizzazione, da inviarsi immediatamente, affinché i contenuti degli utenti scelti vengano pubblicati a tempo indeterminato e con la piena facoltà da parte dell&#8217;editore di intervenire con tagli ove fosse necessario e a sua completa discrezione. Bello, no? Peccato che non si sappia altro su tutta l&#8217;operazione.</p>
<p style="text-align: justify;">In mancanza di ulteriori informazioni c&#8217;è chi ha pensato bene di <a href="http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=58404#new_thread" target="_self">chiedere chiarimenti nel gruppo di aiuto-aiuto</a> degli utenti di aNobii, scatenando una discussione con più di duecento interventi nella quale sono state sollevate diverse perplessità nei confronti di questa campagna pubblicitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché non c&#8217;è dubbio che proprio di questo si tratta: una brillante operazione di marketing che fa leva sulla soddisfazione di molti utenti di vedere un proprio commento pubblicato su un vero libro (e d&#8217;altro canto, come biasimarli). A questo proposito è opportuno ricordare che la comunità italiana di aNobii è, di gran lunga, la più numerosa e attiva e che quindi tutta l&#8217;operazione ha perfettamente senso, dal punto di vista commerciale. Infatti, è molto più facile far crescere la comunità italiana, dove esiste una base di utenza funzionante, rispetto ad una comunità poco attiva, in cui i nuovi arrivati restino spersi. E un segnale di attività come un libro, è un veicolo molto mirato verso il &#8220;pubblico&#8221; adatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Restano tre considerazioni.<br />
La prima è che il modo con cui questa operazione viene svolta convince ben poco: trovo fastidioso il fine filantropico senza una specifica destinazione, poco convincente il trasferimento di copyright, che rimane  ambiguo  (il taglio per esigenze redazionali, la mancanza di indicazione di quale commento si stia effettivamente cedendo, per esempio), e trovo sospetta &#8220;l&#8217;emergenza&#8221; di fare tutto in fretta (che mi suggerisce un budget piuttosto basso per l&#8217;editor, senza tener conto che coordinare un centinaio di &#8220;autori&#8221; è cosa lunga).<br />
Anzi, a ben guardare, sembra che proprio a causa della fretta, abbiano inviate richieste in modo indiscriminato per poi fare letteralmente quello che a loro pare meglio, non solo tagliando dove vogliono,  ma anche selezionando come vogliono. Per rendere serio questo lavoro, avrebbero dovuto individuare tutti i contributi, chiedere poi ai relativi autori e, visto che alcuni non avrebbero firmato la liberatoria, a quel punto individuare i contributi che avrebbero dovuto sostituire quelli che non potevano pubblicare e via di seguito,  con un procedimento che verosimilmente si sarebbe esaurito in 3-4 passaggi. Invece, fare così com&#8217;è stato fatto, è ovviamente molto più comodo, senza tenere conto che ci saranno persone che magari compreranno il libro online convinte di trovare un loro scritto che non ci sarà.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda considerazione è che una comunità ampia come quella di aNobii ha bisogno di un supporto tecnico efficace, che garantisca rapidamente la soluzione dei vari bug, e che operi in modo da assicurare continuità di servizio (ad esempio, senza introdurre novità non perfettamente testate). Preferirei un investimento in questo senso, data la quotidiana sequela di errori e bug di sistema dei quali gli utenti sono testimoni.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultima considerazione riguarda il fatto che i proprietari ad Hong Kong si sono sempre rifiutati di fornire &#8220;ufficialmente&#8221; informazioni: sul numero dei librarian e sul numero degli utenti italiani,  solo per citare due voci tra tante.  Ora, è alquanto fastidioso che qualcuno venga autorizzato ad avere dati &#8220;riservati&#8221; come la classifica dei 1000 commenti più votati e gli indirizzi di posta  elettronica, quando chi deve lavorare ogni giorno con le schede dei libri, per correggerle ed inserirle, non possa nemmeno sapere chi richiede le modifiche o chi aggiunge un nuovo testo (non un dato privato come l&#8217;indirizzo di posta: ma solo il link alla pagina dell&#8217;utente in aNobii. A questo proposito aggiungo che sembra manchi del tutto una policy relativa al trattamento dei dati).</p>
<p style="text-align: justify;">Sia ben chiaro: nessuno demonizza l&#8217;operazione commerciale di per sé, i suoi utenti sanno che per far funzionare tutto l&#8217;apparato occorrono risorse, nulla di male quindi nel cercare di reperirle,  soprattutto se si considera che aNobii non non ospita pubblicità di alcun tipo. Il male sta nel modo in cui è stata condotta.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ultima chiosa: qual è il target per un libro che  raccoglie commenti lasciati a libri sì, ma nell&#8217;ambito di una comunità che non vive solo di commenti? Che senso avrebbe una recensione, sempre ammettendo che venga pubblicata intera e così come il lettore l&#8217;ha scritta originariamente, estrapolata dalla libreria del lettore stesso ed eventualmente dai feedback ricevuti? Una recensione senza il suo contesto, senza la possibilità di confrontarla con le altre scritte dallo stesso autore, senza la discussione che può esserne derivata, che valore avrebbe alla fine? E non si rischia di innescare la sgradevole sensazione di una gara tra chi scrive i commenti più belli o più votati tradendo di fatto lo spirito che da sempre ha caratterizzato questa comunità?  Se lo spirito di aNobii dovesse effettivamente trasformarsi in una corsa a chi è più visibile, se si perdesse la schiettezza e la buona fede nel riportare queste impressioni di lettura, credo che nonostante tutto il lavoro degli ultimi anni comincerei a prendere in seria considerazione la possibilità di lasciarlo per trasferire la catalogazione dei miei libri altrove. Diciamocelo: le alternative esistono, ci sono, e da un punto di vista puramente tecnico sono nettamente migliori di aNobii. Forse è arrivata l&#8217;ora di tenerlo in mente.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui la discussione su aNobii:</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=58404#new_thread">aNobii: Discussioni  Liberatoria</a></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;ultimo post sul RomagnaCamp 2009</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 08:15:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Niki</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi chiedono: ma un post sul RomagnaCamp non lo scrivi?</p>
<p style="text-align: justify;">A una settimana di distanza cos&#8217;altro potrei aggiungere a quanto già detto? Potrei raccontare che avevo un paio di sandali bellissimi, con la zeppa bella alta, ché gli infradito li porto già da tre mesi tutti i giorni e mi piaceva mettere qualcosa di diverso per una volta (anche se poi camminare affondando nella sabbia è stato un dramma); potrei dire del vento che mi ha fatto lacrimare gli occhi per tutto il giorno, tanto da temere che si potesse pensare che l&#8217;emozione per l&#8217;evento mi commuovesse fino alle lacrime. Potrei affrontare l&#8217;argomento foto, scrivere di come, nonostante tutto, ora riesca a farmi fotografare senza sentirmi troppo a disagio perché ci sono sempre talmente tanti fotografi ai vari camp che preoccuparmi di apparire (o non apparire) è completamente inutile e quindi terapeutico.</p>
<p style="text-align: justify;">Oppure potrei parlarne seriamente di questo camp romagnolo.<br />
Molti ritengono che la formula del barcamp sia scaduta se non defunta del tutto.  Quel che so è che in Italia le cose, tutte, tendono sempre a prendere pieghe inaspettate e del tutto ignorate altrove. Mi dicono che all&#8217;estero i camp siano diversi, seri, molto tecnici. Probabilmente è così, sono convinta sia così pure in qua, per certi ambiti, ma un RomagnaCamp del tutto &#8220;professionale&#8221; avrebbe mai potuto esserci con il mare a dieci metri? Insomma, ci sono camp e camp.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-983" title="3907129878_0ac923eaf4" src="http://www.diariosemistupido.it/wp-content/2009/09/3907129878_0ac923eaf4.jpg" alt="3907129878_0ac923eaf4" width="500" height="333" /><br />
Foto di<a href="http://www.flickr.com/photos/giovy/" target="_self"> Giovy</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I contatti sono vivi, dicono. Verissimo, e credo siano la parte più importate di tutto il carrozzone. Gli speech, sì certo, l&#8217;organizzazione, sì certo, ma quello che rende un camp un camp sono le persone, la fisicità dell&#8217;incontro e degli scambi. Non è così da sempre, dopotutto? Che poi le persone abbiano voglia di parlare tra loro, di presentare idee nuove, di confrontarsi su progetti e aspettative anche in un contesto del tutto informale e (molto) rilassato è tutto valore aggiunto. Mi piace l&#8217;idea di portare la serendipità della rete &#8220;di fuori&#8221;: cominci a parlare di gatti imburrati e ti ritrovi con la possibilità di un nuovo lavoro. Certo, più che in altre occasioni molti hanno avuto l&#8217;idea che per lo più sia stato una rimpatriata tra amici, ma non era inevitabile?</p>
<p style="text-align: justify;">Per me è stata l&#8217;occasione di dare finalmente un volto a persone che fino a quel giorno avevo conosciuto e seguito solo online, di conoscerne di nuove, di passare qualche ora insieme a chi conoscevo già. Ho seguito qualche presentazione, ho imparato qualcosa che non sapevo ma la cosa più bella è stata vedere l&#8217;interesse dell&#8217;&#8221;altra gente&#8221;, quelli che pensavano di passare un normale sabato sulla spiaggia e si sono poi ritrovati con un centinaio di estranei col badge. Cercare di spiegare cosa fosse un barcamp e perché alcuni parlavano al microfono &#8211; sperando di esserci riuscita &#8211; a chi non ne sapeva niente del tutto è stata una sorta di ciliegina sulla torta.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle parole che preferisco in questo contesto è &#8220;contaminazioni&#8221;. Rimango sempre molto affascinata quando le idee, pur viaggiando nel caos della multidirezionalità, in qualche modo vengono trasmesse e si sviluppano, magari non lì, magari non subito, ma con buone prospettive comunque.<br />
Rimane da sciogliere il nodo delle aspettative che non sempre vengono soddisfatte o risultano soddisfatte solo in parte. Probabilmente la mia ferma intenzione di partecipare al RomagnaCamp come a una giornata di vacanza/studio (più vacanza che studio) alla fine ha pagato e dopo una settimana posso tirare le somme dicendo che è stata una giornata pienamente positiva.</p>
<p style="text-align: justify;">
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