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Le mie considerazioni sparse sul caso Google e la responsabilità di espressione

Per chi si occupa anche solo marginalmente di web, la notizia del giorno ieri è stata quella della sentenza che ha decretato la condanna a sei mesi di reclusione per tre dirigenti Google, con la motivazione di aver violato la privacy  e per non aver impedito la diffusione di un video su un episodio di bullismo ai danni di uno studente autistico in un istituto tecnico di Torino.

Sebbene molti credono che al termine di tutto l’iter giudiziario (i tre manager hanno già presentato appello) la sentenza sarà comunque cassata, questa non fa altro che facilitare il compito di quanti negli ultimi tempi stanno cercando in tutti i modi di limitare, controllare e censurare i contenuti del web. La sentenza di Milano produce il risultato di confondere le acque, sposta l’attenzione del grande pubblico dalla responsabilità personale al mezzo,  che di per sé è neutro, trasformandolo in complice. Esattamente come se un fornitore di linea telefonica venisse condannato perché correo delle molestie di un eventuale stalker.

Sono convinta che chi non conosce le dinamiche della comunicazione in rete, e quindi la maggioranza della popolazione e dell’opinione pubblica di questo Paese, sta plaudendo alla sentenza del tribunale di Milano; fin troppo facile assegnare l’etichetta di “cattivo” a chi ha permesso che un video del genere venisse pubblicato.
Purtroppo, in Italia, non so se per ragioni storiche o per una specie di difetto congenito, è molto difficile non cadere nelle trappole delle reazioni di pancia e nella tentazione di voler soffocare a tutti i costi ciò che spesso non si comprende; il tutto spesso accompagnato dalla malafede di alcuni organi di informazione più tradizionale. Non è cosa da poco questa, in un Paese che risulta essere tra gli ultimi in Europa per quanto concerne investimenti di settore e uso di internet.

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Foto di Mark Coggins

All’estero le reazioni non si sono fatte attendere. La parola “Italy” ieri ha fatto tendenza e non in maniera positiva.
Tutte le maggiori testate, dalle più autorevoli a quelle più specializzate, ne hanno parlato in prima pagina. Tutte pongono l’accento sulla gravità di creare un tale precedente, anche in ambito europeo, sulle indubbie ripercussioni politiche ed economiche, sul dubbio legittimo che in Italia possa non esistere più una vera libertà di espressione. Se ogni piattaforma, se ogni social network sarà costretto a misure drastiche per il controllo dei contenuti che gli utenti intendono condividere, solo in due modi potrà farlo: decidendo di abbandonare del tutto il mercato italiano o introducendo strumenti di controllo analoghi a quelli attualmente in uso in Cina o in Iran.
A voler ben guardare, già si avvertono alcuni cambiamenti nell’aria che si respira tra gli addetti ai lavori: c’è una maggiore preoccupazione, una nuova ritrosia nel buttarsi e investire in nuovi progetti, una cautela esasperata nel voler evitare guai legali (e il caso di Sybelle e WordPress ne è un esempio)

E dire  che risale solo all’inizio di febbraio la notizia di una sentenza che va esattamente nella direzione opposta. La questione riguardava un internet provider e la violazione del diritto d’autore in Australia, vicenda dai presupposti diversi quindi, ma che ha messo in evidenza il fatto che chi fornisce un servizio  non deve diventare un organo di polizia che applica misure di controllo preventivo sugli utenti.

Per il caso Google, il nodo è difficile da sciogliere in quanto molti fattori entrano in gioco, non per ultime le motivazioni della sentenza che saranno rese pubbliche solo tra qualche settimana. A me pare che il punto focale però sia solo uno ossia che mancando una vera cultura della rete si tenda ad equiparare servizi come Google non a delle bacheche globali e aperte sulle quali il controllo non solo è problematico ma anche e soprattutto non auspicabile, ma a delle testate che producono contenuti propri e quindi soggette a precise leggi e regolamenti. In poche parole: Google non è una testata giornalistica, non ha una sua “linea editoriale”, non dispone di una redazione, non si limita a precisi confini geografici. È una piazza, un contenitore di servizi messi a disposizione di quanti intendono avvalersene sottoscrivendo alle policy d’uso. Sono gli utenti, quindi, che devono mettere in atto quelle azioni atte a mantenere il tutto nell’ambito della legalità.

Mi piace pensare che ognuno debba essere in grado di prendersi le responsabilità di quello che fa. Mi piace molto meno l’idea di organi – statali o privati – che si arrogano il diritto di decidere a priori che cosa si possa pubblicare o meno.

John Ashfield e WordPress.com: un brutto caso di censura preventiva

Segnalo questo caso anche io perché ritengo gravissimo quanto accaduto.

I fatti, in poche parole, sono questi: Arianna Cavazza (Sybelle) sul suo blog analizza la campagna pubblicitaria di John Ashfield, esprimendo opinioni strettamente tecniche e del tutto personali sulla stessa (si chiama questa, per chi non lo sapesse, libertà di espressione).

Succede quindi che qualcuno, non contento del post o di qualche commento ricevuto, lo segnali a WordPress.com, piattaforma che ospita il blog di Sybelle, e ne chieda la rimozione. Senza che all’autrice venga notificato nulla, l’articolo in questione scompare, insieme a tutti i commenti ricevuti e senza che a Sybelle venga notificato alcunché, nemmeno sulle ragioni che hanno portato WordPress.com a decidere in tal senso.

Copio sotto il post incriminato, perché chi legge possa giudicare se si tratti effettivamente di qualcosa di offensivo o semplicemente, come io ritengo, di una recensione del tutto normale;  qui, invece, è possibile leggere anche tutti i relativi commenti.

John Ashfield  ADV: pleeease!

Quando scrivo di qualcosa che non mi piace so essere particolarmente acida.
Questa è una di quelle occasioni.

Parliamo delle campagne stampa di John Ashfield che mi sorbisco costantemente in quanto lettrice di XL.
Compro il voluminoso giornale e mi ritrovo a fissare quelle che possono esser catalogate tra le più sgraziate pubblicità mai viste.

John Ashfield è una marca d’abbigliamento che s’appoggia su una ben costruita brand image: produce un vestiario (e relativi accessori) che si rivolgono a un pubblico giovane, tra i 23 e i 35 anni (secondo la mia percezione) rievocando l’atmosfera dello sport, in particolare del cricket e del golf.
Quindi viene in mente Londra, i tornei tra prati verdi perfettamente tagliati e una certa noblesse d’animo.

Niente male per un’azienda della provincia di Forlì e Cesena, insomma.
Quando ho scoperto questo piccolo particolare mi son meravigliata.

Non apprezzo molto lo stile che questa marca propone, un casual sui toni del blu, del beige e del verde, ma ammetto d’esser affascinata da certe iconografie (come l’uso di stemmi) e dalle camicie dai sobri ma inconsueti dettagli, cose che John Ashfield mostra in ogni collezione.

Comunque, torniamo alle campagne stampa.
Questo mese sulla quarta di copertina di XL si può ‘ammirare’ la pubblicità in questione della collezione primavera/estate 2009.
Rappresenta due modelli (sempre gli stessi da qualche stagione) su un campo da golf.


Rabbrividisco.

1) Le fotografie dei modelli non sono a fuoco. Oltretutto le loro figure sono scontornate male. E la sovrapposizione del ragazzo sulla ragazza è pessima: si vede che non son stati fotografati insieme: lei pare sproporzionata rispetto a lui;
2) Che razza di fotografia hanno scelto come sfondo? Siamo in Svizzera? Cosa sono quelle casette che si vedono a sinistra? Le luci inoltre non combaciano: mentre i modelli son illuminati da riflettori frontali, nella fotografia di sfondo il sole cade da destra. Insomma, gli elementi si fondono alla grandissima! Eh!
3) Che espressione ha il modello? Terrorizzata? E’ colto di sorpresa? Sempre meglio della modella che pare pensare ‘Che ci sto a fare qui?’.
4) Marchio e logo. Penso siano stati realizzati con Paint, più o meno. Kitch a dir poco. Il font usato, oltretutto, è stra-usato e non centra assolutamente niente.

Signor John Ashfield, please!
Change!

Dopo uno scambio di email nelle quali Sybelle chiedeva spiegazioni – mai ricevute – l’unica indicazione da parte di WordPress.com è stata quella di contattare la persona che si è lamentata del suo post e di cercare di sistemare la questione; in caso contrario sarà consigliato a questo utente di rivolgersi al tribunale.  La vicenda è a dir poco kafkiana: Sybelle non sa chi sia questa persona e non conosce modo per poterla raggiungere. All’assurdo si aggiunge la gravità: WordPress.com si è arrogata il diritto di intervenire censurando un post e relativi commenti a totale insaputa della sua autrice, togliendole, in pratica, ogni diritto di replica.

Ovviamente, mancando indicazioni chiare e trasparenti da parte di WordPress.com, è impossibile stabilire che cosa abbia disturbato chi si lamenta. Il post di Sybelle ha un tono molto garbato, il che lascia presumere che qualcuno potrebbe non essere stato contento di quanto espresso in uno o più commenti all’articolo. E se fosse questo il caso, perché non contattare l’autrice e chiedere la rimozione soltanto degli eventuali commenti contrari alle policy di WordPress.com?

Rimaniamo in attesa di aggiornamenti, ma di sicuro WordPress.com non esce bene da questa storia, soprattutto visto la tradizione della quale si pregia.

Aggiornamento del 16/02/10

Dopo ore di vani tentativi, Sybelle ha finalmente ricevuto una risposta: “Da WordPress mi hanno scritto una cosa tipo “Ciao, dovresti contattarli qui immagino” e poi c’è un link al sito di John Ashfield con i contatti di uno di John Ashfield. (rimane sempre la questione: come avrei dovuto sapere che erano stati loro? Comunque ora lo so. Bene”.

A me rimane la curiosità di sapere di preciso che cosa abbia infastidito tanto i responsabili di John Ashfield per spingerli ad un intervento tanto drastico nei confronti del post di Sybelle.
È evidente che, a prescindere dal risultato ottenuto nell’immediato (la rimozione dell’articolo), in una prospettiva di più ampio respiro John Ashfield risulta perdente su tutta la linea in quanto a strategia di comunicazione e di gestione della sua web reputation.

Aggiornamento del 17/02/10

In data odierna Sybelle ha ricevuto risposta da parte di John Ashfield (nessun nome e cognome di responsabile, la mail è proprio solo siglata con il nome del marchio). La incollo qui sotto, mentre questa è la discussione in FriendFeed in cui appare in copia, sempre da parte di un utente “John Ashfield”:

Lettera aperta ad Arianna alias Sybelle Gentile Sig.ra Arianna, Le scriviamo in merito al Suo blog relativo al nostro marchio John Ashfield per cercare di spiegarLe la motivazione per la quale riteniamo che WordPress abbia assunto tale provvedimento. Sicuramente il Suo articolo, criticante la qualità di una sola nostra pagina, confrontato all’intero programma pubblicitario che appare annualmente sulle maggiori testate giornalistiche, non avrebbe causato alcun risentimento da parte della nostra azienda poiché siamo aperti a qualunque critica costruttiva, purchè, si spera, fatta da persona con le dovute competenze tecniche e specifiche del settore. Quello che invece riteniamo inaccettabile sono, tra i commenti al Suo articolo, le affermazioni diffamanti , che nulla hanno a che fare con la Sua critica, perchè prive di alcun fondamento e non corrispondenti al vero e fortemente lesive della nostra immagine di qualità del marchio John Ashfield, immagine che abbiamo sempre cercato di curare ai massimi livelli in 30 anni di attività. Basti vedere i risultati ottenuti dal nostro brand a livello internazionale. Come Lei ben saprà, c’è una differenza sostanziale tra “critica” e “diffamazione”, e sicuramente la nostra azienda non può rimanere impassibile davanti a certe affermazioni che sappiamo false con certezza. Lei stessa, essendo la creatrice della pagina del blog, avrebbe dovuto e potuto filtrarLe, rimuovendo quelle che sono palesemente offensive del nostro marchio. Sicuramente WordPress, oscurando l’intero blog, ha interpretato in senso allargato il nostro reclamo relativo alla rimozione dei soli commenti diffamanti, reclamo che, in buona fede, non abbiamo pensato di inviare a Lei, non avendo trovato i Suoi riferimenti, ma direttamente all’hoster. Con la speranza di averLe chiarito la nostra posizione, siamo certi che Lei si renderà conto del danno di immagine che ci è stato causato prima dai commenti contenuti nel Suo blog, e tutt’ora dalla campagna diffamante scatenatasi dalla errata interpretazione del provvedimento assunto da WordPress. Chiediamo quindi anche a Lei di attivarsi affinchè questa situazione rientri nei canoni di una normale e civile discussione in rete. In attesa di un Suo positivo riscontro, Le inviamo i nostri cordiali saluti. John Ashfield- John Ashfield

La mail lascia più di qualche dubbio. Prima di ogni altra cosa, la firma: di solito, per le comunicazioni ufficiali, si usa firmare la corrispondenza (sì, anche le email) con nome e cognome di un responsabile. Firmare con “John Ashfield” assegna a questa risposta un valore molto vicino allo zero, anche dal punto di vista legale.
Secondo, i riferimenti per i contatti sul blog di Sybelle sono chiaramente visibile e quindi è molto facile trovarli. Checché ne dica il sig. John Ashfield (?).

Terzo, e queste sono perplessità solo mie: il seguente passaggio della mail “siamo aperti a qualunque critica costruttiva, purchè, si spera, fatta da persona con le dovute competenze tecniche e specifiche del settore” vuole significare che la campagna pubblicitaria è criticabile solo da chi abbia competenze tecniche e specifiche nell’ambito pubblicitario? Se fossi stata io e non Sybelle a scrivere un articolo di critica su quella pagina sarebbe stato quindi giusto attaccarmi perché non ho alcuna qualifica nel settore?
E ancora: quale campagna diffamante? Nei vari blog si è solo ripreso il post originario di Sybelle e preso atto dell’oscuramento del suo post con le modalità che sappiamo.

Ultima curiosità: come si concilia quanto scritto sul sito di John Ashfield Le nostre stoffe sono ancora prodotte artigianalmente in Irlanda e Scozia da chi non ha mai abbandonato l’ uso dei vecchi telai, con questo – come si fa giustamente notare nella discussione in FriendFeed?

Egotismi vari ed eventuali

Uno degli aspetti peggiori dell’essere italiani è il retaggio del “lei non sa chi sono io”. Magari non sono più in molti a dirlo, ma sotto sotto e nemmeno tanto nascostamente, sono in molti a pensarlo. Quando ci penso io, mi tornano alla mente certi film degli anni ’50, quei ritratti dell’italietta del dopoguerra con il cummenda, il palazzinaro, la servetta e l’immancabile onorevole che appunto tutti erano tenuti a sapere chi fosse.

Certe cose sono dure a morire. In tanti sembrano avere buone ragioni per salire su un piedistallo – anche se alto pochi centimetri – dal quale guardare chi sta più in basso. Basta diventare mediamente popolari per trasformarsi in una Vanda Osiris che scende la scala, nella convinzione radicata che popolarità significhi sempre importanza.
Altro aspetto del fenomeno è lo strano birignao della prima persona plurale, a sottolineare l’appartenenza a una élite: noi artisti, noi giornalisti, noi guru. Insomma il caso classico della miss di provincia che si rivolge al suo pubblico cominciando ogni frase con “noi attrici”. O quello di un noto scrittore di romanzi gialli che dopo la pubblicazione del suo primo libro si atteggiava a maître à penser dell’intellighenzia italica, salvo poi dare in escandescenze ad ogni critica – legittima – appellandosi alla solita invidia che il prossimo dovrebbe provare nei suo confronti.
O ancora, di chi, per dirla con parole di sordiana memoria, io so’ io e voi non siete un cazzo.

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Immagine da internet

Sarò fuori standard, ma trovo certi atteggiamenti imbarazzanti e vagamente comici.

Nella nostra lingua esistono parole che non vengono più usate spesso, ma che varrebbe la pena riscoprire, “sobrietà”, per esempio.

Non è un valore per educande dei bei tempi andati, ma un modo di essere che dovrebbe essere trasmesso ed insegnato e che tanti dovrebbero fare proprio. È una parola che, guarda caso, fa rima con dignità e che si accompagna bene al senso della misura, alla concretezza della sostanza invece che alla forma. La sobrietà è quella che non ama i toni urlati, il presenzialismo esasperato, l’ostentazione forzata.

Essere sobri non significa essere modesti nel senso deleterio del termine, ossia essere sobri non corrisponde a essere falsamente modesti, la falsa modestia è un inganno alla fine. Non corrisponde nemmeno ad una certa ritrosia o, addirittura, a una certa povertà di spirito, come tanti sembrano ritenere. Conosco persone brillantissime, con belle teste pensanti, ma che sono ugualmente molto sobrie. Alcune di queste hanno un senso dell’umorismo fulminante e dissacrante ma non cedono a sbrodolamenti fuori luogo.

Se dovessi fare un paragone, direi che la sobrietà si accomuna a un vecchio maglione di pura lana, magari un po’ liso sui gomiti, ma sempre elegante, caldo, pieno di classe e che racconta qualcosa di chi lo indossa, senza mai gridarlo.

aNobii: quando pubblicità non fa rima con comunità

Di aNobii avevo già scritto in passato, sempre mettendo in evidenza quello che ritengo essere il suo vero punto di forza: la comunità dei suoi utenti.

aNobii, si sarà capito, è, nel social web, uno dei miei “luoghi” di riferimento, non tanto per la catalogazione dei libri, quanto per tutto quello che attorno ai libri ruota. Registrare e tenere il conto dei miei volumi inserendoli nello scaffale virtuale è stato solo il punto di partenza. Quello che fin dall’inizio mi ha appassionato è stato il resto: avere la possibilità di scoprire nuovi autori, nuovi generi, altri lettori con i quali confrontarsi, non necessariamente solo di letture. Compiere il passo seguente è stato del tutto naturale: organizzare degli incontri  di persona, fare cose insieme, trasformare la vita di comunità virtuale in vita in carne e ossa.
Su aNobii ho incontrato persone belle, amici che occupano uno spazio importante della mia vita. Tanti si sono conosciuti, innamorati, hanno intrecciato relazioni amicali, vinto la solitudine, organizzato viaggi, offerto ospitalità e punti di riferimento a chi cambiava città, casa e lavoro.

Fin qui nulla di nuovo, presumo succeda anche in altri ambiti.
Quello che rende aNobii diverso da ogni altro servizio del web 2.0 (anche se lo stesso concetto può essere applicato a tutti quei servizi che si propongono di realizzare qualcosa che poi può essere usato da altri utenti, come Wikipedia) è il fatto che questo spirito sia stato trasferito anche a diversi aspetti tecnici della piattaforma. Tutta la gestione dell’inserimento dei libri è svolta da sempre a titolo completamente gratuito da una manciata di volontari, quelli che tutti conoscono come “librarian”. Centinaia e centinaia di ore, giornate intere, senza sabati, né domeniche, né altre feste comandate passati ad esaminare, controllare e correggere  schede di libri. Lo stesso dicasi per l’”help desk” che per lo più viene svolto dagli utenti per gli utenti: quando qualcuno non capisce come funziona il tutto – perché non c’è scritto da nessuna parte – ma, soprattutto, quando c’è bisogno di verificare se un libro sia già presente o meno nel database, basta postare una richiesta di aiuto nell’apposito gruppo o mandare un messaggio a un librarian per ottenere una risposta pronta ed esaustiva. Un lavoro titanico che si può svolgere solo se spinti da una reale passione per i libri e per il “luogo” aNobii, e tutto nonostante i gravi problemi tecnici che da sempre affliggono la piattaforma.

 

Posso quindi affermare senza timore di essere smentita che aNobii è cresciuto soprattutto grazie ai suoi utenti,  i quali, nonostante le promesse di miglioramento spesso mancate, hanno continuato a lavorare, a condividere esperienza e a credere nel valore di questa comunità.

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Ora succede che da qualche giorno molti stanno ricevendo una mail in cui si annuncia che alcune loro recensioni sono state selezionate per far parte di un volume edito da Rizzoli i cui proventi saranno devoluti in beneficenza.  Nella stessa mail si chiede  una autorizzazione, da inviarsi immediatamente, affinché i contenuti degli utenti scelti vengano pubblicati a tempo indeterminato e con la piena facoltà da parte dell’editore di intervenire con tagli ove fosse necessario e a sua completa discrezione. Bello, no? Peccato che non si sappia altro su tutta l’operazione.

In mancanza di ulteriori informazioni c’è chi ha pensato bene di chiedere chiarimenti nel gruppo di aiuto-aiuto degli utenti di aNobii, scatenando una discussione con più di duecento interventi nella quale sono state sollevate diverse perplessità nei confronti di questa campagna pubblicitaria.

Perché non c’è dubbio che proprio di questo si tratta: una brillante operazione di marketing che fa leva sulla soddisfazione di molti utenti di vedere un proprio commento pubblicato su un vero libro (e d’altro canto, come biasimarli). A questo proposito è opportuno ricordare che la comunità italiana di aNobii è, di gran lunga, la più numerosa e attiva e che quindi tutta l’operazione ha perfettamente senso, dal punto di vista commerciale. Infatti, è molto più facile far crescere la comunità italiana, dove esiste una base di utenza funzionante, rispetto ad una comunità poco attiva, in cui i nuovi arrivati restino spersi. E un segnale di attività come un libro, è un veicolo molto mirato verso il “pubblico” adatto.

Restano tre considerazioni.
La prima è che il modo con cui questa operazione viene svolta convince ben poco: trovo fastidioso il fine filantropico senza una specifica destinazione, poco convincente il trasferimento di copyright, che rimane ambiguo  (il taglio per esigenze redazionali, la mancanza di indicazione di quale commento si stia effettivamente cedendo, per esempio), e trovo sospetta “l’emergenza” di fare tutto in fretta (che mi suggerisce un budget piuttosto basso per l’editor, senza tener conto che coordinare un centinaio di “autori” è cosa lunga).
Anzi, a ben guardare, sembra che proprio a causa della fretta, abbiano inviate richieste in modo indiscriminato per poi fare letteralmente quello che a loro pare meglio, non solo tagliando dove vogliono,  ma anche selezionando come vogliono. Per rendere serio questo lavoro, avrebbero dovuto individuare tutti i contributi, chiedere poi ai relativi autori e, visto che alcuni non avrebbero firmato la liberatoria, a quel punto individuare i contributi che avrebbero dovuto sostituire quelli che non potevano pubblicare e via di seguito,  con un procedimento che verosimilmente si sarebbe esaurito in 3-4 passaggi. Invece, fare così com’è stato fatto, è ovviamente molto più comodo, senza tenere conto che ci saranno persone che magari compreranno il libro online convinte di trovare un loro scritto che non ci sarà.

La seconda considerazione è che una comunità ampia come quella di aNobii ha bisogno di un supporto tecnico efficace, che garantisca rapidamente la soluzione dei vari bug, e che operi in modo da assicurare continuità di servizio (ad esempio, senza introdurre novità non perfettamente testate). Preferirei un investimento in questo senso, data la quotidiana sequela di errori e bug di sistema dei quali gli utenti sono testimoni.

L’ultima considerazione riguarda il fatto che i proprietari ad Hong Kong si sono sempre rifiutati di fornire “ufficialmente” informazioni: sul numero dei librarian e sul numero degli utenti italiani,  solo per citare due voci tra tante. Ora, è alquanto fastidioso che qualcuno venga autorizzato ad avere dati “riservati” come la classifica dei 1000 commenti più votati e gli indirizzi di posta elettronica, quando chi deve lavorare ogni giorno con le schede dei libri, per correggerle ed inserirle, non possa nemmeno sapere chi richiede le modifiche o chi aggiunge un nuovo testo (non un dato privato come l’indirizzo di posta: ma solo il link alla pagina dell’utente in aNobii. A questo proposito aggiungo che sembra manchi del tutto una policy relativa al trattamento dei dati).

Sia ben chiaro: nessuno demonizza l’operazione commerciale di per sé, i suoi utenti sanno che per far funzionare tutto l’apparato occorrono risorse, nulla di male quindi nel cercare di reperirle,  soprattutto se si considera che aNobii non non ospita pubblicità di alcun tipo. Il male sta nel modo in cui è stata condotta.

Un’ultima chiosa: qual è il target per un libro che  raccoglie commenti lasciati a libri sì, ma nell’ambito di una comunità che non vive solo di commenti? Che senso avrebbe una recensione, sempre ammettendo che venga pubblicata intera e così come il lettore l’ha scritta originariamente, estrapolata dalla libreria del lettore stesso ed eventualmente dai feedback ricevuti? Una recensione senza il suo contesto, senza la possibilità di confrontarla con le altre scritte dallo stesso autore, senza la discussione che può esserne derivata, che valore avrebbe alla fine? E non si rischia di innescare la sgradevole sensazione di una gara tra chi scrive i commenti più belli o più votati tradendo di fatto lo spirito che da sempre ha caratterizzato questa comunità?  Se lo spirito di aNobii dovesse effettivamente trasformarsi in una corsa a chi è più visibile, se si perdesse la schiettezza e la buona fede nel riportare queste impressioni di lettura, credo che nonostante tutto il lavoro degli ultimi anni comincerei a prendere in seria considerazione la possibilità di lasciarlo per trasferire la catalogazione dei miei libri altrove. Diciamocelo: le alternative esistono, ci sono, e da un punto di vista puramente tecnico sono nettamente migliori di aNobii. Forse è arrivata l’ora di tenerlo in mente.

Qui la discussione su aNobii:

aNobii: Discussioni Liberatoria

 

L’ultimo post sul RomagnaCamp 2009

Mi chiedono: ma un post sul RomagnaCamp non lo scrivi?

A una settimana di distanza cos’altro potrei aggiungere a quanto già detto? Potrei raccontare che avevo un paio di sandali bellissimi, con la zeppa bella alta, ché gli infradito li porto già da tre mesi tutti i giorni e mi piaceva mettere qualcosa di diverso per una volta (anche se poi camminare affondando nella sabbia è stato un dramma); potrei dire del vento che mi ha fatto lacrimare gli occhi per tutto il giorno, tanto da temere che si potesse pensare che l’emozione per l’evento mi commuovesse fino alle lacrime. Potrei affrontare l’argomento foto, scrivere di come, nonostante tutto, ora riesca a farmi fotografare senza sentirmi troppo a disagio perché ci sono sempre talmente tanti fotografi ai vari camp che preoccuparmi di apparire (o non apparire) è completamente inutile e quindi terapeutico.

Oppure potrei parlarne seriamente di questo camp romagnolo.
Molti ritengono che la formula del barcamp sia scaduta se non defunta del tutto.  Quel che so è che in Italia le cose, tutte, tendono sempre a prendere pieghe inaspettate e del tutto ignorate altrove. Mi dicono che all’estero i camp siano diversi, seri, molto tecnici. Probabilmente è così, sono convinta sia così pure in qua, per certi ambiti, ma un RomagnaCamp del tutto “professionale” avrebbe mai potuto esserci con il mare a dieci metri? Insomma, ci sono camp e camp.

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Foto di Giovy

I contatti sono vivi, dicono. Verissimo, e credo siano la parte più importate di tutto il carrozzone. Gli speech, sì certo, l’organizzazione, sì certo, ma quello che rende un camp un camp sono le persone, la fisicità dell’incontro e degli scambi. Non è così da sempre, dopotutto? Che poi le persone abbiano voglia di parlare tra loro, di presentare idee nuove, di confrontarsi su progetti e aspettative anche in un contesto del tutto informale e (molto) rilassato è tutto valore aggiunto. Mi piace l’idea di portare la serendipità della rete “di fuori”: cominci a parlare di gatti imburrati e ti ritrovi con la possibilità di un nuovo lavoro. Certo, più che in altre occasioni molti hanno avuto l’idea che per lo più sia stato una rimpatriata tra amici, ma non era inevitabile?

Per me è stata l’occasione di dare finalmente un volto a persone che fino a quel giorno avevo conosciuto e seguito solo online, di conoscerne di nuove, di passare qualche ora insieme a chi conoscevo già. Ho seguito qualche presentazione, ho imparato qualcosa che non sapevo ma la cosa più bella è stata vedere l’interesse dell’”altra gente”, quelli che pensavano di passare un normale sabato sulla spiaggia e si sono poi ritrovati con un centinaio di estranei col badge. Cercare di spiegare cosa fosse un barcamp e perché alcuni parlavano al microfono – sperando di esserci riuscita – a chi non ne sapeva niente del tutto è stata una sorta di ciliegina sulla torta.

Una delle parole che preferisco in questo contesto è “contaminazioni”. Rimango sempre molto affascinata quando le idee, pur viaggiando nel caos della multidirezionalità, in qualche modo vengono trasmesse e si sviluppano, magari non lì, magari non subito, ma con buone prospettive comunque.
Rimane da sciogliere il nodo delle aspettative che non sempre vengono soddisfatte o risultano soddisfatte solo in parte. Probabilmente la mia ferma intenzione di partecipare al RomagnaCamp come a una giornata di vacanza/studio (più vacanza che studio) alla fine ha pagato e dopo una settimana posso tirare le somme dicendo che è stata una giornata pienamente positiva.

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