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Spettacoli e televisione

È morto John Hughes

Qualche giorno fa, il 6 agosto scorso, a causa di un infarto è venuto a mancare John Hughes. Lo so che la notizia non è di quelle che fanno tremare i polsi e che probabilmente in pochi sanno chi fosse, ma mi piaceva ricordare quello che è stato un simbolo della mia giovinezza.

John Hughes era il più importante tra i registi di quelle commedie giovanilistiche che tanto successo ebbero per tutto l’arco degli anni ’80. Film come The Breakfast Club, Pretty in pink, Un compleanno da ricordare certamente non entreranno nella storia come capolavori della quinta arte, ma sono film che in qualche modo hanno dato connotazione a un’intera generazione, la mia.

Non so dire se oggi avrebbero lo stesso successo tra i teenager. Noi eravamo diversi dagli adolescenti di oggi – ogni generazione pensa di esserlo rispetto a quelle che la precedono o la seguono – ma noi eravamo veramente più  imbranati con sogni un po’ ingenui, ma probabilmente con qualche speranza in più. Noi, che abbiamo avuto quell’età negli anni ’80, non avevamo tantissimi punti di riferimento. Se gli adolescenti degli anni ’60 avevano avuto il boom economico e le grandi lotte sociali, se quelli degli anni ’70 le loro battaglie politiche, noi al massimo potevamo identificarci nella filosofia degli yuppie e in certe favole moderne. Nulla di più.

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The Breakfast Club (foto da internet)

In effetti, nessuna generazione è stata più di “mezzo” della mia. Nessuna più di transizione. Tutti i grandi sconvolgimenti, che pure per qualcuno ci sono stati, sono stati avvenimenti subiti e non partecipativi.

I film di John Hughes hanno contribuito a dare leggerezza ad anni già molto leggeri (anche in negativo). Erano film senza pretese, dove il lieto fine era quasi d’obbligo, intrisi di buoni sentimenti e che probabilmente oggi verrebbero considerati insulsi da un qualsiasi sedici/diciassettenne. Certo, noi avevamo meno. Niente internet, solo tv. E il cinema con le sue favole.

Li ricordo con tenerezza e con tenerezza li guardo ancora oggi. In fondo sono una specie di ritratto per interposta persona: anche io allora ero un po’ così e un po’ così probabilmente sono ancora oggi. Non si spiegherebbe altrimenti perché a distanza di tanti anni ricordi ancora bene una frase che John Hughes fa pronunciare a una delle protagoniste di uno dei miei preferiti di sempre, Breakfast Club: “Quando cresci, il tuo cuore muore”.

Chissà perché passati gli anni ’80 film come quelli non ne abbiano fatti più.

Gli anni ’70 in televisione (di qualità)

Sono figlia degli anni ’60, del boom economico e demografico, dell’ottimismo. I bambini nascevano,  si cantavano le canzonette e c’era una reale voglia di leggerezza e di investire nel futuro. Peccato non sia durato a lungo, che poi si sia entrati in un altro decennio. Tutt’altra musica.

Non penso spesso agli anni ’70. Non c’è nemmeno molto di cui pensare in realtà, è stato il decennio della mia infanzia. Una infanzia molto tranquilla e normale, in un paese di mare del nord Italia. Ho molti ricordi, tutti in bianco e nero, come le immagini televisive di allora. Solo con uno sforzo di concentrazione rivedo i colori delle giornate in spiaggia, delle serate d’estate all’aperto, dei giochi con mia sorella.
Degli avvenimenti importanti, quelli raccontati dalla tv e dai giornali, non capivo molto.
Rammento vagamente il referendum abrogativo sul divorzio. Ne parlavano alla televisione sicuramente, ma l’immagine che mi è rimasta è quella dei manifesti che tapezzavano le strade, con questi grandi sì e no, dove però – me lo avevano spiegato – sì voleva dire no e il no era un sì.
Della strage di Piazza della Loggia a Brescia non ricordo nulla. Solo una piccola manifestazione di studenti l’autunno sucessivo, all’inizio dell’anno scolastico. Anche quello era un giorno in bianco e nero.
E il colera a Napoli, solo perchè anche da piccola mi piacevano le cozze e tutti dicevano che non si potevano mangiare più.
Di tutto il resto non ricordo nulla.
I nomi li rammento tutti, invece. Venivano ripetuti sera dopo sera al telegiornale, quelli mi sono famigliari più di ogni altra cosa. Un rosario in cui le vittime e carnefici di quegli anni si susseguivano indistinti.
Ho ricordi più chiari del rapimento Moro e di quando a scuola vennero a dirci che era stato ritrovato il corpo. Ma ancora, solo nomi e folle in grigio.
Fino al 1980. Lo spartiacque, la fine dell’infanzia e dell’innocenza per me, sono cresciuta quel 2 agosto. La strage di Bologna è stata tutta a colori.

Per me gli anni di piombo sono questi. C’ero e non c’ero. Lo so, sono accaduti, ho letto, ho viste mille volte le immagini delle cariche della polizia, delle manifestazioni, degli scontri armati, dei funerali. Ma sono anni che di fatto non mi appartengono. Ho l’impressione che sia così per molti della mia età. Sono stati anni scomodi, di cui dopo non si è parlato più molto. O forse se n’è parlato, ma non nel modo giusto.

In questi ultimi giorni, invece, ne ho sentito molto raccontare.

La scorsa settimana con lo speciale di Ballarò dove è stato proposto lo spettacolo teatrale “Passa una vela… spingendo la notte più in là”, con la regia di Luca Zingaretti. Una lettura di brani tratti da ”Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo”, il libro scritto da Mario Calabresi, figlio del commissario di polizia assassinato il 17 maggio 1972 a Milano.
Ieri sera su La7 con la diretta dello spettacolo di Marco Paolini “Album d’Aprile. Rugby, donne, politica e terra” al Fillmore, il ritrovo di Cortemaggiore nel piacentino.

Mi piace sentirne parlare così, di questi anni ’70, pur con tutto il loro grigio e la loro violenza; è un modo per rendermeli meno distanti ed estranei.
Una bella trasmissione, quella con Mario Calabresi, dai toni molto pacati, senza grida, senza insulti e finalmente senza politicanti. Solo le vittime, attraverso le voci dei loro figli. Non ho letto il libro, ma ho condiviso il sentire di Luca Zingaretti  “ammirato e commosso dalla serenità e dalla pacatezza, sarei tentato di dire la dolcezza, con cui Mario Calabresi parla di temi che non sono sicuramente nuovi, ma che in questo libro assumono un significato e una potenza finora sconosciuta”.

Marco Paolini, è un pittore di parole, un narratore di storie minime che diventano collettive in un affrasco naif. Lui parla, il ritmo cadenzato, musicale e ti ritrovi nel fango del campo, con la prima linea. O nella politica di quegli anni, rossi, neri, gli eskimo e le randellate.  I compagni, le assemblee di partito, la politica partecipata, la sensazione di contare, piccoli titani di periferia, in uno scenario superiore. E su tutto l’amicizia, l’atmosfera della provincia, i legami e il rugby.

Tutto diverso da noi che siamo arrivati dopo. Da figli del boom economico ci siamo ritrovati in pieno edonismo reganiano negli anni ’80.  Gli anni di piombo rimossi, trascurati,  anche al liceo, dove pur essendo tanto vicini, non ce ne hanno parlato mai; anche in tv, dove erano più adatte altre canzonette.

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