In questi giorni sto seguendo, senza troppa convinzione, il gran parlare delle donne attorno alla manifestazione del 13 febbraio.
Quello che mi lascia più perplessa è il carattere stesso del dibattito, ricondotto a manifestazione sì, manifestazione no, nella ricerca esasperata di cavilli e distinguo da parte di molte.
Me ne chiedo la ragione, fin troppo non mi convince.
Io domani parteciperò alla manifestazione per almeno un motivo: un’ulteriore occasione, forse la più importante negli ultimi anni, per (ri)portare alla luce una situazione che c’è, esiste e che non è più possibile ignorare. Al di là del fatto scatenante contingente. Anzi, tutto sommato non è solo avvilente pensare che per svegliare le donne ci siano volute le avventure erotiche di un vecchio, ma anche l’ammissione di un fallimento lungo quarant’anni.
Ci sono quelle che non aderiranno, che, anzi, si sentono in qualche modo offese da questo invito al risveglio, che non si riconoscono nel “movimento”. Tra queste Maria Nadotti, che sul Corriere scrive: “…dietro il vostro invito a «risvegliarci» si nasconda una velata, forse inconscia, forma di razzismo intrisa di sessismo e di classismo: donne sacrificali (quelle che vanno a letto presto e si alzano presto) verso ragazze a ore (quelle che vanno a letto col capo), moralità verso apatia dei sentimenti, anime verso corpi. Noi, donne e uomini, siamo fatti di tutto questo. La contraddizione – o la complessità – è dentro di noi. Guai a chi ci divide, mettendoci gli uni contro gli altri e invitandoci alle crociate. Per chi, come me e come tanti, ha sempre diffidato della cosiddetta normalità, includere l’altro da sé, il diverso, è non solo doveroso, ma prudente”.
A me pare che il discorso di Maria Nadotti si possa ricondurre al famoso stolto che indica il dito invece di guardare la luna. Perché? Perché l’appello non è contro le persone, coi loro corpi e tutte le differenze possibili, ma contro un modello sociale, non molto diverso, sotto molti aspetti, a quello che una volta voleva le donne relegate nel loro ruolo di donne di casa e madri di famiglia.
Domani non manifesterò per presa di posizione nei confronti delle prostitute che vanno a letto col capo (o coi capi o con chiunque altro) ma contro un tipo di società e di cultura che vogliono mantenere le donne ai margini, lontane dai centri nevralgici della società civile, che propongono chiaramente il modello della escort (della velina, della showgirl, dell’attricetta) non solo come altamente desiderabile, ma che, nel contempo, rendono meno appetibili tutte le altre possibilità.
Non che per alcune non sia desiderabile il mestiere di prostituta, ma tra questo e diventare complici nel rendere il meretricio modus operandi accettabile e accettato in seno alle istituzioni c’è un mondo di differenza.
Insomma, quello della moralità – o del moralismo – è solo un problema creato ad arte o, meglio, uno specchio che riflette quello che si vuole vedere mentre il vero sta altrove.
Tutto il resto, i relativismi, le discussioni sottilmente filosofiche fatte tanto pour parler, mi puzzano di cattiva fede e di scarsa onestà intellettuale. Sono sinonimi di una ostinazione cieca e sorda a non voler accettare che una situazione femminile esisteva ed esiste, quasi che in un moto di orgoglio o per non voler ammettere di essere vittime, in fondo, di un sistema, si negasse quello che le donne, nella loro totalità, sperimentano tutti i giorni sulla loro pelle.
Non è l’uso del corpo delle donne sic et simpliciter che io metto in discussione, questo avviene anche negli altri Paesi (così come l’uso del corpo maschile in contesti più o meno simili), ma il radicamento di un certo modo di considerare le donne che, non solo negli altri Paesi non si è mai verificato, ma che è stato contrastato da anticorpi adeguati, a dispetto di tutte le pagine 3 del Sun, delle pubblicità scosciate, della libertà sessuale, quella sì, vera e disposizione di tutti e al di fuori di ogni moralismo, sociale o religioso che sia.
Come si può in buona fede negare che questo sia un Paese fatto (anche) per le donne?
D’altro canto, lo ha scritto chiaramente Giuseppe D’Avanzo stamattina su Repubblica: “Quale tolleranza, se ancora oggi ricordiamo gli ordini ai prefetti di prendere le impronte ai bambini nei campi Rom o di ricacciare in mare donne incinte, neonati e migranti in cerca di asilo politico. Quale libertà se nelle biblioteche del Nordest ha libero corso una lista di proscrizione dei libri non graditi e quindi vietati.
Dov’erano i liberali che oggi in pose servili difendono il diritto delle donne a prostituirsi quando il governo chiedeva per i clienti delle prostitute la galera. Dove s’erano appisolati questi quaresimalisti, quando ministri proponevano la tortura per scacciare il fantasma del terrorismo o uomini di governo sollecitavano l’omofobia o la discriminazione per una pelle diversa, una diversa fede, un altro luogo di nascita, fosse anche dentro i confini nazionali, ma troppo a sud. Come quelle bocche possano dire “libertà, tolleranza” quando hanno in animo di decidere per legge dello Stato delle nostra vita e della nostra morte, delle nostre cure mediche e di quanto dolore possiamo sopportare. E, a proposito di vita, di quale dionisiaca vita parlano gli “immutandati” – nicciani d’occasione – se ad ogni piè sospinto, ci ricordano che la vita non è il bene più alto per i mortali perché c’è sempre qualcosa di diverso in gioco nella vita, oltre la procreazione, oltre il sostentamento dell’organismo vivente, magari la salvezza dell’anima in questa vita o nell’aldilà”.