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Uomini e donne

Specialmente dedicato al sindaco di Guidonia: “vagina” è una parola

Di per sé non significa nulla, se non ad indicare una parte specifica dell’anatomia femminile. Il dizionario Zingarelli che ho sottomano definisce vagina come il “canale dell’apparato genitale femminile che va dall’esterno fino al collo dell’utero“. Insomma, nulla di offensivo, pruriginoso o malizioso. Anche ai bambini a scuola viene insegnato (o almeno veniva insegnato fino a qualche tempo fa, ora non so come vadano veramente queste cose nella scuola pubblica italiana), durante le  lezioni di scienze, le funzionalità degli organi del corpo umano e, tra gli altri, pure quelli dell’apparato riproduttore.

Si dice che la malizia sta negli occhi di chi guarda. O di chi legge, a seconda dei casi.

Un sindaco che arriva al punto di censurare dai manifesti  il titolo di uno spettacolo tratto da “I monologhi della vagina” in quanto garante delle “posizioni e sensibilità, non soltanto interne al centrodestra ma anche al centrosinistra, quelle rappresentate dal mondo cattolico, anche perché non è monopolio di nessuno la difesa della donna“, qualche problema di confusione di ruoli e di analisi grammaticale deve averlo.

Chi si sente veramente offeso nel leggere quella parola? Ci sono cattolici che vengono al mondo in modo diverso? E cattoliche senza vagina? Non saranno mica gli stessi che sobbalzano, sdegnati e arrossiti, alla vista di una donna che allatta per poi gongolare beati quando sentono pronunciare la parola bunga-bunga (quella sì, volgare e offensiva)? E perché mai un sindaco diviene garante della sensibilità dei suoi cittadini, decidendo, a priori, quello che sia lecito leggano oppure no? Per me è solo un altro esempio della bipolarità cialtrona di un certo modo di fare politica: si condanna la violenza sulla donne da un lato ma dall’altro si dice chiaramente che le donne dovrebbero vergognarsi di essere dotate di vagina. Così funzionano le cose.

Forse al sindaco non lo hanno detto, ma la vagina non rappresenta alcuna sovrastruttura ideologica, non ha ruoli, non è di destra né di sinistra. Esiste e basta.

 

 

 

8 marzo: niente auguri, per piacere

Per favore, non fatemi gli auguri, non è il caso. Non è una festa, questa. Non si celebra, piuttosto si fa il punto della situazione, si raccolgono idee ed energie per continuare una lotta che, vista da qui, oggi, è ben lontana dall’essere giunta alla conclusione.
Avevo già scritto perché l’8 marzo non mi piace.
Quest’anno, però, voglio pensare che la storia sia diversa, che questa giornata, entrata negli usi e costumi di molte come sinonimo di trasgressioni scollacciate e pecorecce, abbia soprattutto un altro significato.
C’è un filo rosso che si dipana da una data all’altra: dal 25 novembre, giornata contro le violenza sulle donne, al 13 febbraio, con l’urlo di “Se non ora, quando?” (ed è stato un urlo terribile e bellissimo),  l’8 marzo, il 12, giorno dedicato alla difesa della nostra Costituzione che di fatto sarà anche una giornata per ribadire i diritti delle donne, proprio in virtù di quell’Art. 3 che in così poche parole rende tutto lo spirito e l’importanza della nostra Carta costituzionale, anche perché le donne sono diventate cittadine con la Costituzione e con il diritto di voto.
Cittadine, sì, ma ancora oggi di serie B.
Io, come persona prima e come donna poi, insisto nel desiderare un risveglio collettivo delle menti, affinché risulti finalmente chiaro a tutti quanto sia desolante, frustrante e faticoso per le donne in Italia essere quello che sono.
Vedo solo paura, invece; paura che spessissimo non mi pare genuina, ma espressione e risultato di calcoli sottili e di sottili strategie perché, secondo la legge dell’equilibrio, per qualcuno che acquisisce più potere nelle stanze dei bottoni – o soltanto più diritti, quelli che altrove non sono nemmeno messi in discussione -, qualcun altro per forza ne deve perdere un po’. O farsi un po’ più in là, affinché ci sia  spazio per tutti.
Esattamente quello di cui avrebbe bisogno questo paese: un sano rimescolamento contro la stagnazione e l’immobilismo sociale che sembrano essere diventati il marchio indelebile che ci contraddistingue dal resto dei Paesi europei.
Sogno un 8 marzo così, dove ci sia la voglia di discutere e di pensare in grande; di considerare per una volta, soprattutto da parte di certe donne, che il mondo non comincia e finisce con la loro storia personale, con la loro esperienza di persone liberissime, bravissime e con palle grossissime.
Sogno di non venire derisa, strumentalizzata, giudicata, inquadrata ed etichettata ad ogni mia scelta, da cosa indossare a come combattere le mie battaglie (e sì, stupitevi, si possono portare tacchi altissimi e nel contempo impegnarsi in quanto donne per le donne).
Sogno soprattutto che ci sia meno indifferenza tra di noi, meno spalle alzate e occhiate di sufficienza. Questo già sarebbe un grandissimo risultato per quest’8 marzo.
Quindi no, grazie, degli auguri non so che farmene: preferisco i fatti concreti.

Se non ora, quando? Oggi, il giorno dopo

Della giornata di ieri mi rimarrà molto.
Per prima cosa, la sciarpa bianca che Alessandro, il mio compagno, mi ha regalato. Ci tenevo ad averne una come distintivo di appartenenza e a simbolo di un avvenimento che avrebbe dovuto concretizzarsi prima, forse, ma che non poteva attendere più a lungo di così.
Siamo andati insieme in Piazza del Popolo a Roma ed è stata un’emozione bella.
La sciarpa l’ho indossata anche oggi, avvolta con due giri attorno al collo. Mi piaceva quel bianco ad illuminarmi il viso, ma più di questo mi piaceva dare un senso di continuità alle parole e ai gesti di ieri perché, al di là di tutte le piazze d’Italia, oggi per le donne è semplicemente un altro giorno di lotta quotidiana.

Manifesto volentieri per quello in cui credo. Tra tutte, le manifestazioni che preferisco sono quelle emotive, quelle in cui si sente che in gioco c’è ben altro, che non si tratta solo di urlare un’idea o di protestare tutti insieme. Sono quelle con una speciale carica nell’aria, con l’energia che passa da persona a persona, proprio come ieri.
Un oceano di donne di tutte le età, sì, ma pure tantissimi uomini, coppie coi bambini, giovanissimi e anziani, tanto che la piazza non riusciva a contenerci tutti. Alessandro e io eravamo lì a condividere tutto questo, due puntini in mezzo alla folla.

Di ieri, poi, mi rimane l’entusiasmo delle idee e una leggera insofferenza per tutte le discussioni filosofiche e oziose, quelle che di solito cominciano con i “ma” e i “sì però”,  che sono seguite e che seguiranno nei prossimi giorni. Sorvolo su quelle sguaiate e intellettualmente disoneste, sulle critiche gratuite, su quelle che non riesco a collocare.
Sorvolo per una volta, almeno per qualche ora ancora, sull’indifferenza e sulla pigrizia di cuore e di mente di tante e di tanti: oggi mi merito di credere che davvero il vento stia girando.

13 febbraio: “Se non ora quando” (ora o mai più)

In questi giorni sto seguendo, senza troppa convinzione, il gran parlare delle donne attorno alla manifestazione del 13 febbraio.
Quello che mi lascia più perplessa è il carattere stesso del dibattito, ricondotto a manifestazione sì, manifestazione no, nella ricerca esasperata di cavilli e distinguo da parte di molte.
Me ne chiedo la ragione, fin troppo non mi convince.
Io domani parteciperò alla manifestazione per almeno un motivo: un’ulteriore occasione, forse la più importante negli ultimi anni, per (ri)portare alla luce una situazione che c’è, esiste e che non è più possibile ignorare. Al di là del fatto scatenante contingente. Anzi, tutto sommato non è solo avvilente pensare che per svegliare le donne ci siano volute le avventure erotiche di un vecchio, ma anche l’ammissione di un fallimento lungo quarant’anni.

Ci sono quelle che non aderiranno, che, anzi, si sentono in qualche modo offese da questo invito al risveglio, che non si riconoscono nel “movimento”. Tra queste Maria Nadotti, che sul Corriere scrive: “…dietro il vostro invito a «risvegliarci» si nasconda una velata, forse inconscia, forma di razzismo intrisa di sessismo e di classismo: donne sacrificali (quelle che vanno a letto presto e si alzano presto) verso ragazze a ore (quelle che vanno a letto col capo), moralità verso apatia dei sentimenti, anime verso corpi. Noi, donne e uomini, siamo fatti di tutto questo. La contraddizione – o la complessità – è dentro di noi. Guai a chi ci divide, mettendoci gli uni contro gli altri e invitandoci alle crociate. Per chi, come me e come tanti, ha sempre diffidato della cosiddetta normalità, includere l’altro da sé, il diverso, è non solo doveroso, ma prudente”.

A me pare che il discorso di Maria Nadotti si possa ricondurre al famoso stolto che indica il dito invece di guardare la luna. Perché? Perché l’appello non è contro le persone, coi loro corpi e tutte le differenze possibili, ma contro un modello sociale, non molto diverso, sotto molti aspetti, a quello che una volta voleva le donne relegate nel loro ruolo di donne di casa e madri di famiglia.
Domani non manifesterò per presa di posizione nei confronti delle prostitute che vanno a letto col capo (o coi capi o con chiunque altro) ma contro un tipo di società e di cultura che vogliono mantenere le donne ai margini, lontane dai centri nevralgici della società civile, che propongono chiaramente il modello della escort (della velina, della showgirl, dell’attricetta) non solo come altamente desiderabile, ma che, nel contempo, rendono meno appetibili tutte le altre possibilità.
Non che per alcune non sia desiderabile il mestiere di prostituta, ma tra questo e diventare complici nel rendere il meretricio modus operandi accettabile e accettato in seno alle istituzioni c’è un mondo di differenza.
Insomma, quello della moralità – o del moralismo – è solo un problema creato ad arte o, meglio, uno specchio che riflette quello che si vuole vedere mentre il vero sta altrove.

Tutto il resto, i relativismi, le discussioni sottilmente filosofiche  fatte tanto pour parler, mi puzzano di cattiva fede e di scarsa onestà intellettuale. Sono sinonimi di una ostinazione cieca e sorda a non voler accettare che una situazione femminile esisteva ed esiste, quasi che in un moto di orgoglio o per non voler ammettere di essere vittime, in fondo, di un sistema, si negasse quello che le donne, nella loro totalità, sperimentano tutti i giorni sulla loro pelle.
Non è l’uso del corpo  delle donne sic et simpliciter che io metto in discussione, questo avviene anche negli altri Paesi (così come l’uso del corpo maschile in contesti più o meno simili), ma il radicamento di un certo modo di considerare le donne che, non solo negli altri Paesi non si è mai verificato, ma che è stato contrastato da anticorpi adeguati, a dispetto di tutte le pagine 3 del Sun, delle pubblicità scosciate, della libertà sessuale, quella sì, vera e disposizione di  tutti e al di fuori di ogni moralismo, sociale o religioso che sia.
Come si può in buona fede negare che questo sia un Paese fatto (anche) per le donne?

D’altro canto, lo ha scritto chiaramente Giuseppe D’Avanzo stamattina su Repubblica: “Quale tolleranza, se ancora oggi ricordiamo gli ordini ai prefetti di prendere le impronte ai bambini nei campi Rom o di ricacciare in mare donne incinte, neonati e migranti in cerca di asilo politico. Quale libertà se nelle biblioteche del Nordest ha libero corso una lista di proscrizione dei libri non graditi e quindi vietati.

Dov’erano i liberali che oggi in pose servili difendono il diritto delle donne a prostituirsi quando il governo chiedeva per i clienti delle prostitute la galera. Dove s’erano appisolati questi quaresimalisti, quando ministri proponevano la tortura per scacciare il fantasma del terrorismo o uomini di governo sollecitavano l’omofobia o la discriminazione per una pelle diversa, una diversa fede, un altro luogo di nascita, fosse anche dentro i confini nazionali, ma troppo a sud. Come quelle bocche possano dire “libertà, tolleranza” quando hanno in animo di decidere per legge dello Stato delle nostra vita e della nostra morte, delle nostre cure mediche e di quanto dolore possiamo sopportare. E, a proposito di vita, di quale dionisiaca vita parlano gli “immutandati” – nicciani d’occasione – se ad ogni piè sospinto, ci ricordano che la vita non è il bene più alto per i mortali perché c’è sempre qualcosa di diverso in gioco nella vita, oltre la procreazione, oltre il sostentamento dell’organismo vivente, magari la salvezza dell’anima in questa vita o nell’aldilà”.

Scollature

La notizia è questa: una mamma viene malamente cacciata da un luogo pubblico (una scuola dell’infanzia, ossia una di quelle che una volta si chiamavano scuole materne) perché “sorpresa” ad allattare durante una riunione di genitori.
Non è che la notizia sia strana in sé, sempre più spesso mi capita di leggere di questi episodi di intolleranza (eccesso di pruderie? Fastidio per quello spicchio di nudità?) nei confronti di un gesto che non solo è del tutto naturale, ma che da sempre non rappresenta uno scandalo (Facebook a parte). Mi  chiedo, tuttavia, come questo eccesso di senso del pudore si concili con lo scempio che ogni giorno viene perpetrato sull’immagine del corpo delle donne.

Foto di Viralbus

È una società schizofrenica quella che si scandalizza per un seno scoperto durante l’allattamento e nel contempo accetta che le donne, il loro corpo, vengano usati come merce, oggetto di scambio, specchietto per le allodole, sollazzo del potere costituito, simbolo di condanna e motivo, ancora oggi nei nostri giorni, di mille discriminazioni.

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