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Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog

Quelli che come me fanno parte delle tre o quattro generazioni venute al mondo dal primo dopoguerra in poi, sono cresciuti con l’idea che certi diritti fossero intoccabili, indiscutibili e naturali. L’idea inculcata per una settantina d’anni (almeno, a me è stata inculcata) era quella che non ci fosse bene più prezioso della libertà. In senso lato e filosofico, certo, ma anche nelle sue manifestazioni più pratiche e quotidiane: la libera espressione delle opinioni personali, il poterne discutere, poterle trasmettere. E che, proprio a garanzia di certi diritti ci fosse la Costituzione, granitico baluardo di giustizia.

Non è più così da diverso tempo e lo shock è ancora duro da digerire.

Negli ultimi anni si sono ripetuti i tentativi per far sì che la diffusione delle idee fosse meno libera e più controllata. Tentativi a volte sbandierati, più spesso subdoli e mascherati d’altro. Sforzi ed energie tesi a contrastare la forza di comunicazione della rete, la sua energia propulsiva.
L’insistenza martellante, la pervicacia gretta con la quale certi disegni di legge vengono proposti e riproposti, bloccati, e poi riproposti ancora, ritoccati, a firma di politici diversi, ma invariati nella sostanza, mi preoccupano molto.

Non voglio avere paura di scrivere sul mio blog. È un blog personale, manco importante, ma è e rimane il mio spazio di condivisione delle idee. Non scriverei più con lo stesso spirito se l’ennesimo rilancio in questi ultimi giorni di una legge bavaglio andasse a buon fine. Sarei più circospetta e cauta, applicherei sicuramente un qualche tipo di censura a certi miei post. In poche parole, sarei molto meno libera.
Anche i piccoli blog personali possono fare la differenza. Pensavo, ieri sera, a quello aperto a suo tempo dalla mamma di Federico Aldrovandi: che fine avrebbe fatto se ci fosse stata allora una legge come quella che si intende promulgare oggi? Che epilogo avrebbe avuto quella vicenda? E tutti i piccoli blog che segnalano disservizi, quotidiane ingiustizie, piccole e grandi vessazioni che fine farebbero? Non sarebbero i loro gestori intimoriti almeno quanto me dalle modalità di intervento della legge e dalle sanzioni, pesantissime, che ne deriverebbero? Così si ammazzano i blog e le idee insieme a loro.

Credo che la mobilitazione di oggi sia (dovrebbe essere) un fatto rilevante. A maggior ragione viste le vicissitudini politiche delle ultime settimane e il filo del rasoio sul quale questo Paese sta avanzando: la bestia ferita e braccata è sempre quella più feroce e pericolosa. Un pensiero vorrei dedicarlo anche alle varie categorie di puntacazzisti e benaltristi, quelli che “i veri problemi sono altri”, quelli che, non senza una certa spocchia, decidono che “l’indignazione è automatica”: se pure fosse questo il caso, e io non credo lo sia, preferirei cento volte un automatismo all’ignavia che molti dimostrano di questi tempi.

Qui di seguito, nel dettaglio, alcuni punti esplicativi sul Comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, quello appositamente inserito per silenziare i blog (grazie a Valigiablu. Qui i link di altri post e iniziative sull’argomento).

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?

Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.

Cosa è la rettifica? 

La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.

Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? 

La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? 

La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? 

E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?

La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?

Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica

Ho cambiato abito al blog (con tanto di chiosa)

Dopo quasi tre anni di onorevole servizio, ho mandato il vecchio tema in pensione.
Allora era stata una sfida con me stessa: registrare il mio dominio e occuparmi di tutto, dall’inizio alla fine, possibilmente senza chiedere aiuto agli “esperti”. Volevo un blog che mi appartenesse, che mi desse la soddisfazione dell’applicazione e dell’obiettivo da raggiungere, che parlasse di me, soprattutto. Così, dopo molte ore impiegate e parecchio impegno profuso, avevo tirato fuori un tema dall’aria ruspante e casalinga.

Già da un po,’ però, desideravo qualcosa di diverso. Avevo voglia di pulizia, colore e leggerezza, senza la freddezza e le squadrature dei temi commerciali. Cercando cercando, ho trovato Hybridside che è proprio quello che volevo. È il prodotto della creatività di un giovane designer che non solo ha messo insieme tema pulito e molto elegante, ma lo ha donato al mondo tramite una licenza GNU GPLv3, così che ognuno possa modificarlo, trasformalo, adattarlo alle proprie esigenze. Esattamente come ho fatto io.

Foto di Giuli-O

In realtà, la presentazione del nuovo tema del mio blog voleva solo essere una (quasi) scusa per un’ulteriore riflessione, ossia su come la rete viva della generosità di tanti suoi abitanti. È uno degli aspetti che apprezzo di più: il fare qualcosa per la gioia di fare e metterlo poi a disposizione degli altri gratuitamente. La condivisione come scelta libera.
Scelta e non obbligo. Scelta da non usare come pretesto per arraffare senza crediti e riconoscimenti, come invece era solito fare quel politico showman che, impegnato sul fronte della difesa dei diritti d’autore delle trasmissioni televisive condivise in rete, non si faceva a sua volta scrupolo di usarla, la rete, per attingere a piene mani tra le opere altrui senza nemmeno citare autori e fonti. O come accade in certe testate giornalistiche online, dove i redattori e gli articolisti sembrano fin troppo spesso del tutto incapaci di inserire link o attribuzioni ai materiali che usano facendo finta di non sapere che tali materiali – foto, filmati, testi – un proprietario ce l’hanno.
Ma dicevo della scelta che molti considerano quasi un obbligo, ovvero come se il solo fatto di operare in internet – a vari titoli – stesse a significare che tutto dev’essere fatto in cambio di niente  e senza aver diritto a un riconoscimento, economico o altro. Non è poi tanto sottile la differenza tra voler regalare e la pretesa che qualcosa venga regalato per forza, eppure tanti confondono le due cose.

Per questa ragione ci tengo ad attribuire la proprietà intellettuale e i giusti riconoscimenti a chi, per generosità o per puro spirito “sociale”, decide di mettere le sue opere a disposizione di tutti, magari con una licenza Creative Commons (come ha fatto il grafico che ha disegnato l’immagine dalla quale ho ricavato lo sfondo del blog) o GNU GPLv3 come in questo caso. È una piccola cosa, non costa nulla ed è importante perché consente alla rete di continuare ad essere quello che è: un grande deposito della creatività e dell’intelletto umani che fluiscono liberamente . Liberi, sì, ma non figli di nessuno.

Caro Friendfeed, volevo dirti…

 

Caro Friendfeed,

 

per celebrare il nostro terzo anniversario –  un traguardo importante per ogni convivenza che si rispetti, specialmente per i tempi della rete – ho sentito il bisogno di scriverti una lettera. Lo trovi strano? Non lo è così tanto, se ci pensi. In fondo, lettere ne ho sempre scritte, perché non a te dunque?

Prima di ogni altra cosa, e ci tengo moltissimo a questo: vorrei esprimerti tutta la mia più profonda gratitudine. Grazie a te ho conosciuto e incontrato persone belle e amici importanti, mi sono innamorata di un uomo con il quale sto progettando una prossima convivenza e, non per ultimo, ho avuto occasione, ogni singolo giorno per tre anni, di imparare qualcosa di nuovo, di confrontarmi, di venire a contatto con persone di idee, esperienze, sentimenti diversi dai miei.
In poche parole, con te ho trovato un mezzo formidabile di conoscenza e condivisione.
Ti ricordi com’eri allora, tre anni fa?
Chi ti ha incontrato da poco stenterebbe a riconoscerti: non c’erano i like, non c’erano commenti, nessuna discussione, solo utenti – pochi – che aggregavano i loro feed in un flusso che comprendeva Twitter e qualche suo clone, i post sui blog e pochissimo altro, tramite un’interfaccia che chiamare basic sarrebbe stato il minimo. Poi ci hai dato la possibilità di scrivere direttamente i nostri pensieri, di importare quello di cui volevamo discutere, o solo sottoporre all’attenzione dei nostri subscribers, aggiungere file e foto ed è stato bellissimo. Thread interessanti, meme simpatici e coinvolgenti (sono sicura che non hai scordato quello del  cin-cin 2.0 o quello per il Towel Day), il Giocone di Adamo, i tanti incontri “di persona”.
In un certo senso eravamo tutti uguali: si discuteva, ci si incazzava anche, i flame partivano ogni tre per due, ma eravamo, almeno la maggior parte di noi era, in buona fede. Cazzeggiavamo anche molto, ovviamente, perché non è che fossimo sempre lì a discutere dei massimi sistemi, ma pure il cazzeggio aveva un certo suo senso e una sua specifica leggerezza che lo rendevano interessante.

Quand’è che le cose hanno cominciato a cambiare tra noi?
Quando, nonostante il mio attaccamento, ho cominciato a non sentirmi più emotivamente coinvolta da te? E soprattutto, perché è accaduto?
Credo sia successo poco meno di un anno fa. Un giorno mi sono svegliata e mi sono accorta che interagire tra noi era diventato all’improvviso una fatica enorme. Non ti bastava più che fossimo com’eravamo sempre stati, ma dovevamo per forza dimostraci i più simpatici, acuti, arguti, piagnoni, fotogenici, provocatori per poter riscuotere sempre più like, sempre più commenti. E per me che non sono mai stata particolarmente simpatica, acuta, arguta, piagnona, fotogenica o provocatrice (e nemmeno gattamorta, aggiungo) quello che fino a poco tempo prima era stato un piacere,  si è trasformato ad un tratto in un’inutile gara di popolarità, con tanto di ansia da prestazione. Da parte mia, certo, ma anche di tanti altri che vedevo dispiacersi quando nessuno notava i loro post o quando nessuno li commentava.
Per fortuna, ho sempre avuto bene in mente il gioco dei ruoli tra noi due, così ho sempre accettato come regola di questo gioco il fatto che fosse statisticamente impossibile piacere o essere simpatica a tutti o che a qualcuno potesse non piacere quello che scrivevo o che lo potesse trovare noioso o risibile. Non è anche questo il bello dell’internet, in fondo?

Devo darti atto, però, caro Friendfeed, che la mia disaffezione non è dipesa da te in quanto piattaforma, anche se, a suo tempo, la storia del passaggio a Facebook destabilizzò parecchi animi. Hai avuto il (de)merito di diventare popolare e una massa di nuovi utenti si è aggiunta a chi c’era già.
E io una parola su questi utenti novelli vorrei dirtela perché è anche a causa loro se hai smesso di essere quello che eri stato fino a un certo punto: divertente. Persone che ti consideravano un mezzo dove “per lo più si cazzeggia” che contributo potevano portare? E quelle che cercavano il flame a tutti i costi per poi denunciare i conseguenti linciaggi e le “logiche da branco” (ma per favore)? Le altre alla ricerca costante di un pubblico coglionamente plaudente? E quelle che si gettavano nella mischia senza considerare dinamiche di discussione radicate e preesistenti al loro arrivo e che erano tue proprie, caro Friendfeed?
Le cose sono precipitate rapidamente: all’improvviso mi sono ritrovata senza più nulla da comunicare, proprio io, che avevo passato gli ultimi quindici anni a interagire online, anche se su media diversi. Ho smesso di postare mie foto perché non volevo dessero adito a fraintendimenti strani, vista l’aria che tirava. Dei fatti miei non ne parlavo già, se non in maniera generica, poi ho desistito del tutto: a chi potevano veramente interessare?

Le mie opinioni da utente normale, non marchettara, senza alcuna predisposizione per presenzialismo o promozione personale, le mie esperienze e contaminazioni in rete lunghe più un decennio, la mia insistenza a portare avanti un certo discorso di coerenza di pensiero potevano contare più delle fotine osé, della mancanza di leggerezza, ironia e buona fede?
Risultato: non solo non avevo più nulla da aggiungere ma trovavo del tutto inutile anche solo provare a darmi la pena di condividere il contenuto altrui che trovavo degno di nota.
È vero, probabilmente sono cambiata anch’io nel corso del tempo, non dico di no. Fortunatamente si cresce, si migliora o si peggiora, a seconda dei casi. Io, nello specifico, mi sono resa conto di un certo abbassamento  nella mia personalissima soglia di pazienza. Sono peggiorata, dunque; ho cominciato a trovare irritanti fenomeni che prima non avrei detto fastidiosi: le claque, tanto per fare un esempio; il poveraccismo di certi post, la provocazione ottusa di certi altri.
E i piagnistei, le paolecaruso, le monique e i relativi terremoti, i concorsi a premi con quelli bravi di qua e i figli di un dio minore di là, gli sfigati e le reginette della festa, quelli che pensano di aver capito tutto e invece no, le groupie e gli sbavanti ad oltranza, chi vorrebbe e non può, quelli con le doppie e triple vite, quelli che non hanno mai superato i quindici anni di età, con la testa.
Così è successo che dal non bloccare alcun utente perché “non si sa mai cosa può portare anche chi non mi piace e non seguo” (ti ricordi? Ne avevo fatto una specie di filosofia, insieme a quella cosa della serendipità come tuo punto di forza), sia passata negli ultimi dodici mesi  a una decina e più di blocchi, senza considerare gli spammer conclamati.
Ci sarebbero state ragioni a sufficienza per lasciarti definitivamente, tanti lo hanno fatto per molto meno. lo sai. E d’altro canto non puoi non aver notato come tanti altri si siano man mano ritirati dalle conversazioni e siano divenuti meno attivi, quasi circospetti.

Nonostante tutto questo, però, non riesco ad andarmene. Un po’ per una questione di correttezza: non sarebbe giusto nei confronti di chi negli ultimi tre anni ha commentato i miei thread e nei confronti di quelli ai quali ho lasciato commenti nei loro; un po’ per quella mia cosa di continuare a credere in te in quanto mezzo eccezionale di condivisione. Vero, l’80% di quello che vedo è fuffa o del tutto trascurabile, ma rimane pur sempre quel 20% che mi fa resistere. Resistere, sì, ma in silenzio, anche se continuo a leggere articoli, post, interventi da occhio silenzioso, un po’ in disparte e al di fuori da ogni desiderio di polemica. Proprio io, che ho sempre trovato polemizzare piuttosto divertente.

Chiamala saggezza, se vuoi. O stanchezza. Per il momento è così (un momento lungo un anno, già). Chissà, potrei anche cambiare domani e ritornare ad essere quella che ero quando ci siamo conosciuti. Per ora questo ti dovevo: uno sfogo e una spiegazione.
Buon anniversario, con immutato affetto.

Il caso di Paola Caruso e i miei sassolini nelle scarpe

16 novembre 2010

Negli ultimi giorni, la rete, o almeno quella parte di rete che anch’io abito, si è mobilitata attorno al caso di Paola Caruso. Paola, giornalista precaria al Corriere della Sera, sabato scorso ha cominciato uno sciopero della fame (e della sete, abbandonato però in un secondo momento) per protestare e richiamare l’attenzione sul suo caso specifico di professionista sostituita dopo sette anni di contratti a tempo determinato e sulle condizioni dei precari in Italia, più in generale.

Sono queste quel genere di battaglie nelle quali mi sono sempre buttata con entusiasmo e molto ottimismo, rispondendo a quello spirito di pasionaria che mi ritrovo e che non accenna a diminuire nonostante l’età. Ma non questa volta. Questa volta, mi sono limitata ad osservare, a leggere i messaggi sui vari social network – Twitter e Facebook in primis – leggere le interminabili discussioni, i commenti, le polemiche, senza intervenire a mia volta (cosa che mi è anche costata un po’ di fatica, lo ammetto).
Non è per Paola,  della quale rispetto le scelte, pur non condividendole e comprendo il senso di delusione e scoramento, ma per tutto il cucuzzaro che si è scatenato attorno alla  sua storia. Effetto cercato, ovviamente, ma che ha messo in luce alcuni degli aspetti che mi piacciono meno dell’interazione in rete e con questo post intenderei proprio raccogliere alcune mie impressioni di questi ultimi giorni circa persone, personaggi e loro reazioni.

Non è tanto agli amici di Paola che mi riferisco, genuinamente interessati al suo stato di salute e alle sue vicende umane e professionali, o a quelli che in buona fede hanno pensato di appoggiare la sua causa per simpatia e per spirito di giustizia, ma a quanti hanno cavalcato l’onda sollevata per opportunismo, per ritorno di visibilità, per farsi portabandiera di una battaglia che fino a due o tre giorni fa non si erano mai dati la pena di combattere. Per quegli scopi che io chiamo “politici della personalità”.
Ho letto molto nelle ultime ore; tra le altre cose, alcuni post che ho trovato particolarmente offensivi. Secondo qualcuno la voglia di conoscere la vicenda con maggiore precisione o il fatto di porre domande – del tutto legittime – sui fatti  è equivalso ad essere sostenitori dello sfruttamento del lavoro altrui, biechi schiavisti e succhiatori di risorse umane, se non addirittura dei novelli Berlusconi, con tanto di moraletta finale “Non linko, non linko, cercate in rete i distinguo su Paolo Caruso, perchè sono gli stessi che stanno immobilizzando la società, la sinistra, e consegnando altri vent’anni a Berlusconi. Fanno come il PD: Mentre il popolo viola va in piazza, loro stanno a casa a scrivere sul blog”.
Abbastanza strano visto che tutto il clangore provocato dalla protesta è risuonato solo sui blog e scarsissime tracce ha lasciato altrove. Inutile dire che, anche a causa di post come quello sopra, il tutto si è trasformato in una lotta personale tra due schieramenti, che nulla ha a che fare con la difesa dei diritti dei lavoratori.
Perché è proprio questo il punto: troppo facile condurre battaglie di questo tipo,  che sono serie e importanti perché coinvolgono la vita – reale – della persone, a colpi di badge personalizzati e slogan sui social network. Troppo facile, e fuori luogo, farne un discorso destra/sinistra che era sbagliato e in mala fede fin dai suoi presupposti.
Mi sono sentita profondamente offesa da chi ha scritto su Friendfeed che mai nessuno prima di Paola ha mai fatto veramente qualcosa per i precari e contro il lavoro precario, proprio come se la soluzione a una questione tanto spinosa avesse dovuto rivelarsi in questi ultimi quattro giorni e come se tutti quelli, tantissimi, che si sono battuti e che si battono ogni giorno da anni per i diritti dei precari, magari senza esserlo, fossero stati degli sciocchi, inutili perditempo. Gli stessi che da sempre  protestano, manifestano, scioperano, rimettendoci il loro stipendio, di sicuro nemmeno tanto grasso, a fine mese e rischiando ogni volta, visti i tempi e al di fuori di ogni retorica, di tornarsene a casa con la testa rotta a manganellate.
Ho sempre avuto l’idea che le battaglie contino sul serio quando è difficile buttarcisi dentro, quando ti impongono scrupoli di coscienza, quando richiedono costanza e vengono combattute per tutti allo stesso modo, ieri come oggi e come ancora domani. È il sacrificio che dà valore aggiunto, per quanto piccolo possa essere. Mi ricordo quando un giornalista autorevole come Alessandro Gilioli promosse uno sciopero dei blog contro l’allora decreto Alfano: non aderii allo sciopero perché ritenevo che scriverne sul mio blog personale non solo sarebbe stato più efficace, ma soprattutto perché mantenere il silenzio, quel determinato giorno, sarebbe stato per me molto meno impegnativo che mettermi a pensare a cosa scrivere, cercare di scriverlo bene e infine pubblicarlo. Se lo sciopero non costa, non è uno sciopero, ma una vacanza e analogamente se la protesta non ti costringe a fermarti e a fare quelle domande dettate dalla normale onestà intellettuale, non è una protesta ma un evento social, con buona pace di chi crede che le reazioni istintive, in special modo nell’era di internet, siano indice di maggiore libertà di espressione e portatrici di minori “obblighi morali” nei confronti dei lettori.
E pur presupponendo un linguaggio diverso da quello che le generazioni precedenti hanno impiegato fino a qui per rivendicare i loro diritti, ossia quello proprio del web, fatto di gruppi su Facebook, retwit, blogging e reblogging, mi chiedo: è possibile che la questione del precariato in Italia abbia meritato tutta questa attenzione solo grazie al gesto di Paola Caruso? Com’è possibile che molti di quegli utenti che fino a venerdì scorso avevo visto spesso gettare fango su chi lotta per la difesa del proprio e dell’altrui lavoro si siano trovati improvvisamente così tanto coinvolti “di pancia” nella vicenda di Paola Caruso, fino al punto di assurgerla a simbolo della speranza dei tanti precari?
C’è qualcosa che stona in tutto questo.

Qualche parola vorrei anche spenderla a proposito del metodo scelto da Paola per condurre la  sua protesta. Ho scritto sopra che, pur rispettando le sue scelte personali, non condivido l’uso della sciopero della fame come “strumento” di lotta tout court. Sarà perché la prima volta che sentii parlare di “sciopero della fame” si trattava di Bobby Sands e dei suoi compagni combattenti: ben altra storia, ben altre proteste, e mi è rimasto ben impresso fin da allora il senso di quanto grave ed estrema debba essere questa scelta e di quanto pesante sia il suo carico simbolico. Molto simile a quello di chi si dà fuoco sulla pubblica piazza, per esempio, o di chi si lascia morire in carcere perché non ha alcun’altra alternativa possibile di lotta.
C’è inoltre l’aspetto sollevato da Alessandro Di Nicola su Friendfeed, ossia sul carattere profondamente ricattatorio dello sciopero della fame. Dice Alessandro (copio direttamente da Friendfeed un suo intervento): “Non mi piacciono i ricatti morali e ho sempre criticato l’adozione dello sciopero della fame come strumento che, appunto, diviene ricattatorio nel momento stesso in cui fa diventare, con un forte automatismo, ogni questione una questione di vita o di morte, rendendo emotivamente indiscutibili gli assunti della scelta dello sciopero stesso”. Niente di più vero, ne sono dimostrazione pratica, tra gli altri, i post che ho indicato sopra: chi ha osato fare domande è stato tacciato, nel migliore dei casi, di trombonismo narcisistico malato di potere, senza compiere quell’ulteriore, indispensabile passo per cercare (almeno) di comprendere che le prese di posizione valgono di più se accompagnate da chiarezza e verifica dei fatti.

Sediziosi da salotto

Ieri sera non ho seguito Roberto Saviano a Vieni via con me, non mi andava proprio di guardarlo Vieni via con me; non so nemmeno se cercherò di recuperarlo online, Vieni via con me.
Ieri  sera ho preferito un telefilm sul mio portatile, ascoltare John Coltrane e parlare online con l’uomo del quale sono innamorata.
Ieri sera tantissimi hanno acceso la tv su Rai3 e si sono sentiti migliori, più responsabili e impegnati perché guardavano Vieni via con me. Hanno inviato messaggi su Twitter, ripreso le frasette ad effetto, commentato, magari anche discusso e il tutto sentendosi compiaciuti per aver preso una posizione precisa e netta di resistenza civile. Non lo diresti che sono gli stessi che mai, in vita loro, hanno alzato il culo dalla sedia per scendere in piazza, o rinunciato a un’ora di stipendio per scioperare a difesa dei diritti altrui, che non hanno mai gridato e fatto sentire la loro voce, raccolto firme, preso una qualunque iniziativa per dissentire. Sono quelli che, anzi, non sopportano nemmeno tanto quando scioperano o protestano gli altri, i pezzenti che bloccano il traffico e che ingorgano le piazze e gli incroci coi loro cortei. Sono quelli che stanno  sempre attenti, che non si espongono mai in prima persona, che seguono la corrente, ma che un giudizio di cuore non lo esprimono mai, che cercano sempre i “se” e i “ma” e che non perdono occasione per farti sapere che “tanto non serve a niente”, guardandoti con vago compatimento.

Sono quelli che sono anche blogger, che scrivono di tutto e di più ma che mai hanno speso una parola di umana comprensione e solidarietà, mettendoci nome e faccia.
Però guardano Saviano e Benigni la sera, andandosene poi a dormire soddisfatti, rimandando la loro sedizione da salotto alla prossima puntata.

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